Sommario alfabeta2 n°31 – luglio/agosto 2013

Lelio Demichelis La liquefazione del conflitto sociale
Franco La Cecla Manifesto del governo italiano in esilio (leggi)
Augusto Illuminati Don’t panic! (leggi)
Maurizio Ferraris L’eroe di sinistra (leggi)
Paolo Fabbri Il Traghettatore (leggi)
Lucia Tozzi Vogliamo anche le case (leggi)
Étienne Balibar Il governo dell’Europa Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna (leggi)

RI-JOYCE
Franco Buffoni Il soggetto della rivolta A chi parla Joyce oggi?
Sara Sullam La tastiera rammemorativa L’Ulisse di Gianni Celati
Giancarlo Alfano Il gioco gioioso dell’artificiere Joyce con Lacan
Perversione e artificio L’Ulisse come palestra psichica Conversazione di Gabriele Frasca con Federico Francucci
La vita di tutti i giorni L’Ulisse come manuale di self-help Conversazione di Declan Kiberd con Enrico Terrinoni

UNGHERIA INFELIX
Zero demo Né comunismo né democrazia a Budapest Conversazione con Endre Szkárosi di Valentina Parisi
Sándor Radnóti La guerra civile fredda La criminalizzazione delle minoranze
Gáspár Miklós Tamás Sul postfascismo L’attentato alla cittadinanza
Beatrice Töttössy L’attenzione totale Voci dalla postmodernità ungherese

POESIA
Marco Giovenale Dieci decimi

ELISABETTA BENASSI
Andrea Cortellessa La pescatrice di stelle
I maestri vanno mangiati in salsa piccante In viaggio con Maurizio Cattelan

BIENNALE
Achille Bonito Oliva La critica progetta il passato
Manuela Gandini I gamberi di Venezia (leggi)
Marco Scotini Outsider sì, ma del welfare state
Tiziana Migliore In che mondo crediamo
Christian Caliandro Il Palazzo delle larghe intese
Stella Succi Questioni di genere (leggi)
Antonello Tolve Quando le attitudini riprendono forma

METROPOLI
G.B. Zorzoli La città emergente
Giairo Daghini La città deterritorializzata
Vittorio Gregotti Una nuova città?
Gianni Silvestrini Le città intelligenti
Lucia Tozzi L’urbanistica del neo-apartheid

FILOSOFIA E SCIENZE SOCIALI
Emmanuel Renault La centralità del lavoro Una sfida per la filosofia sociale
Frédéric Lordon Verso una nuova alleanza?
Bruno Karsenti Ciò che la sociologia fa alla filosofia
Stéphane Haber La pluralità del capitalismo Per rileggere il neoliberismo

TRADIZIONI DEL CIBO
Alberto Capatti Per un piatto di lenticchie
Emanuela Scarpellini L’arte del supermercato
Monica Palla Non tutto il marketing viene per vendere

SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

alfaINDIA

Marina Forti Mitologie indiane I conflitti nascosti della crescita globale
Matteo Miavaldi I due marò Finti complotti e tossiche narrazioni
Maria Antonietta Saracino I nipoti della mezzanotte Da Salman Rushdie a Aravind Adiga
Luisa Pellegrino Turbolenze d’autore Nuove voci dall’India
Manuela Gandini Arte indiana, cocktail di anime
Raymond Bellour La forza di Ghatak Un misconosciuto maestro del cinema
Neepa Majumdar Visioni dislocate Confini della globalizzazione nel cinema delle donne
Annie Zaidi Baciarsi fino alla normalità
Laura Bocci Inutili strumenti difensivi di fronte all’imprevisto
Ion de la Riva Un paese che va ascoltato con attenzione

iLIBRI
Luisa Muraro su Clarice Lispector
Fabio Pedone su Patricio Pron (leggi)
Maria Teresa Carbone su Rossana Campo (leggi)
Andrea Cortellessa su Valerio Magrelli (leggi)
Paolo Zublena su Enrico Testa
Andrea Inglese sulla collana di poesia «chapbook»
Luca Archibugi su George Steiner
Vincenzo Barca su Marco Boccitto (leggi)
Giuseppe Gatti su Jussi Parikka (leggi)
Paolo Vernaglione su Stephen Jay Gould (leggi)
Augusto Illuminati su Fernando Iannetti (leggi)
Massimiliano Nicoli su Pier Aldo Rovatti (leggi)
Fabrizio Tonello su Casati e Rheingold
G.B. Zorzoli su D’Angelis - Irace (leggi)

Capo Verde, un luogo a parte

Vincenzo Barca

Desta stupore, ogni volta che ci si avvicina alle isole di Capo Verde, la quantità e la qualità di esperienze che vi hanno preso vita. Qualunque sia l’approccio disciplinare con cui ci si affaccia su quest’arcipelago, difficile persino da localizzare sulle carte geografiche e con una popolazione residente che non supera quella di una media città italiana, si rimane di stucco come dinanzi alla vivacità di un laboratorio di incredibile dinamismo. Alla pattuglia di studiosi e viaggiatori italiani, che si sono avvicinati alle isole per i motivi più vari (primo fra tutti Alberto Sobrero, il cui Hora de bai ha aperto le piste ai curiosi) si aggiunge ora Marco Boccitto: che esplora Capo Verde seguendo la pista della sua musica. Quella peraltro che l’ha resa famosa nel mondo.

La prima parte del libro situa le isole nel loro contesto storico, geografico e politico: tante le specificità dell’arcipelago, dal crogiolo antropologico (una colonia di popolamento dove l’elemento bianco, minoritario, s’è da subito mescolato con i neri provenienti dalla costa d’Africa), alla lingua (un creolo cui oggi viene riconosciuta dignità pari a quella del portoghese ufficiale) sino alla collocazione geografica, che ne ha fatto per secoli uno snodo delle tratte di schiavi (tra Africa, Portogallo e Americhe), e poi uno degli scali atlantici più frequentati per il rifornimento del carbone.

Gettati su questi scogli inospitali, i capoverdiani hanno sempre visto il mare come ostile, sviluppando un nucleo di identità legato alla terra, il carattere cosiddetto «badiu», scontroso e ribelle, da sempre contrapposto alla vocazione più aperta e «affabile» della Capo Verde portuale e cosmopolita. L’altro tratto interessante è quello che vede gli eventi chiave, per i destini delle isole, svolgersi quasi sempre «altrove». A cominciare dalla guerra per l’indipendenza dal Portogallo: i dirigenti della rivoluzione si muovono tra Algeri e Conakry, dove verrà assassinato Amílcar Cabral.

La musica, però. L’associazione che non tarda a scattare è quella con il nome di Cesária Évora che, lanciata internazionalmente con l’album Miss Perfumado (1992) «ha messo Capo Verde sulla carta geografica» e reso familiari generi tipicamente capoverdiani come la morna e la coladera. Sulla morna – ci dice Boccitto – già è un bel garbuglio quello etimologico, per non parlare della filiazione musicale. Qui è tutto un fiorire di itinerari di ritmi (il lundum angolano, la modinha brasiliana, il fado e, ancora più indietro, mazurche e contredanças ottocentesche) che vanno avanti e indietro per il mare rimescolandosi di continuo e allo stesso tempo adattandosi al gusto locale. Il libro diventa così una piccola enciclopedia della musica capoverdiana, coi suoi protagonisti nell’arcipelago e in giro per il mondo, da Dakar a Lisbona, Parigi, Londra, Boston e ovunque l’emigrazione abbia portato i capoverdiani, perpetuando ogni ibridazione, dalle più commerciali alle più sofisticate.

Arrivando al presente, due gli esempi che fa piacere ricordare. Uno è quello di Vasco Martins, «il più duttile e obliquo» dei contemporanei, che sperimenta l’innesto di sonorità sintetiche sulla musica da camera, tenendo sempre presente la tradizione musicale dell’arcipelago. L’altro è Mário Lúcio Sousa, fondatore dello storico gruppo Simentera e attuale ministro della Cultura. Il suo credo, che la musica possa farsi sviluppo, ha portato all’apertura di una rete di teatri e di sale da concerto e alla creazione dell’«Atlantic Music Expo Cabo Verde», che si è tenuto a Praia nello scorso aprile con lo scopo di iscrivere Capo Verde nel circuito mondiale della musica.

Marco Boccitto
Capo Verde un luogo a parte
Storie e musiche migranti di un arcipelago africano

Exòrma, 2013, pp.192
€ 14,50

What is Media Archaeology?

Giuseppe Gatti

Come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima? È lo slogan dello steampunk, una pratica culturale che introduce anacronistiche tecnologie a vapore nell’immaginario vittoriano. Da questa suggestione Jussi Parikka inaugura la sua ricognizione nel mondo dell’Archeologia dei Media, un campo teorico-metodologico per lo studio critico dei media, e non solo.

È possibile «pensare media archeologicamente»? Per farlo bisogna armarsi di una forte base teoretica, un philum che secondo Parikka va dai grandi teorici della modernità all’Archeologia del sapere di Foucault sino alla New Film History e alla teoria dei media tedesca, in particolare Zielinksi, Ernst e Kittler.

A quest’ultimo Parikka assegna un ruolo rilevante per aver inserito e ridefinito le teorie lacaniane del soggetto nel campo dei media studies. Promuovendo l’identità fra apparato psichico e tecnologico, l’hardware theory di Kittler è una genealogia dei media e dei suoi effetti sull’uomo in termini di pensiero, memoria e percezioni.

Ma la Stele di Rosetta dell’archeologo dei media non è fatta di basalto, bensì di algoritmi e protocolli storicamente situati. Modernità, cinema e narrazioni ucroniche sono i suoi campi d’indagine. Dagli studi visuali di Friedberg e Crary, alla nuova spettatorialità di Mulvey ed Elsaesser, sino alle teorie contro «l’egemonia del nuovo» di Zielinski e Huhtamo, per Parikka le narrazioni alternative del passato pre-informatico stanno contribuendo a ridefinire l’immaginario «psicotecnologico» attuale. L’Archeologia dei Media promuove quindi una visione del tempo non-lineare e stratificata.

Si occupa anche di «media immaginari», costringendo l’utente/studioso a ridefinire creativamente il rapporto tra fantasmatico e reale, nuovo e obsoleto. In questo senso, la teoria si converte in pratica artistica, politica o, per dirla con Guattari, «ecosofica». Per Parikka, questa «temporalità pieghettata» è legata a nuove forme di relazioni sociali, gestione del corpo e della percezione; una forma di resistenza al paradigma del presente dilatato nell’epoca del capitalismo cognitivo.

È poi particolarmente efficace la parte sulle teorie di Erst, Cubitt e Chun in relazione all’archivio. Punto di snodo fra storia dei media e pratiche di circuit bending (riuso e mashup di media obsoleti), l’archivio si trasforma in macchina del tempo: a cosa servirà un database ben conservato, se non riusciremo ad avviarlo per incompatibilità algoritmica?

Una risposta provvisoria, secondo Parikka, è l’esempio del Fondo Media-Archeologico dell’Università di Humboldt a Berlino: un laboratorio di «giochi media-epistemologici» dove l’interazione fra old/new media e visitatori è parte integrante del lavoro archivistico. Radicalizzando il pensiero foucaultiano, l’archeologo dei media non interviene negli spazi istituzionali, bensì nei protocolli materiali e temporalmente stratificati dei media, luoghi privilegiati per la circolazione del potere.

What is Media Archaeology? è un ottimo testo di partenza per avvicinarsi a questo campo di ricerca. Sebbene Parikka valorizzi l’approccio post-umano e materialista della german media theory opponendolo ad una tendenza all’essenzialismo dello schermo e del soggetto, egli non cade nel trabocchetto di contrapporre una scuola a un’altra. La Media Archaeology apre quindi le porte ai nuovi studi culturali, all’arte e alle scienze, per addentrarsi nel «lato oscuro della cultura digitale»: realtà nebulosa quanto affascinante.

Jussi Parikka
What is Media Archaeology?
Polity Press (2012), 200 pp.

Ontogenesi e filogenesi

Paolo B. Vernaglione

La storia dell’animale umano, è una storia di innovazioni e potenzialità espressive, cioè di cambiamento della prassi. Questo il significato che si intravede nel secondo capolavoro di Stephen Jay Gould, Ontogenesi e filogenesi pubblicato ora da Mimesis a cura di Maria Turchetto.

Con il primo infatti, La struttura della teoria dell’evoluzione, il grande biologo e paleontologo statunitense ha riformato l’evoluzionismo continuista della “Sintesi Moderna” con la teoria degli “equilibri punteggiati” e ha scoperto, insieme a Elisabeth Vrba, l’exaptation, cioè l’operatività di un organo adattato ad una funzione diversa da quella per cui in passato è stato generato. Il fulcro della ricerca di Gould è la temporalità, che realizza il rapporto tra ontogenesi e filogenesi, tra individuazione e storia delle specie, che ha diviso e unificato la biologia dal XVIII al XX secolo.

È solo da poco più di trent’anni infatti che l’essere umano è definito “animale neotenico o dalla lunga crescita”, allorché sono state introdotte l’embriologia sperimentale e la genetica. Prima, dalla metà del ‘700 in cui, come Foucault ha dimostrato, avviene il passaggio dalle scienze naturali alla biologia, la ricerca sui viventi si polarizzava su epigenesi (e preformismo in Bonnet e poi Malpighi e Haller) e ricapitolazionismo della Naturphilosophie (Oken, Milne-Edwards). Per la prima teoria, nell’unica catena dell’essere il germe contiene in miniatura l’adulto. Per la seconda, influenzata dal romanticismo tedesco e la filosofia di Schelling, nell’ontogenesi è presente la forma completa di organismi inferiori, secondo un progressivo criterio di specializzazione.

La posta in gioco in questa analitica degli organismi è il successo di una teoria biologica in cui si risolve una visione del mondo: per Geoffroy Saint-Hilaire gli animali sono costruiti secondo un piano naturale unico (Bauplane). Von Baer, fiero avversario del parallelismo di onto e filogenesi e di ogni evoluzionismo, scopre nell’embriologia del pulcino un processo di individuazione per differenziazione imposto dalla legge dello sviluppo con la nascita dell’embriologia sperimentale e l’introduzione della specializzazione nella crescita dei viventi. È invece l’evoluzionismo che dispiega il riconoscimento del sistema naturale come genealogico, cioè: identifica le omologie di organismi diversi in un antenato e un gruppo ancestrali comuni e la differenziazione progressiva non in un Bauplane, bensì negli effetti di due leggi biogenetiche.

La prima: i cambiamenti avvengono per aggiunta di stadi alla fine di un’ontogenesi ancestrale. La seconda: l’ontogenesi è “accorciata” durante la successiva evoluzione del lignaggio (condensazione). È con il grande Haeckel, fautore dell’evoluzionismo in Germania, che la legge di ricapitolazione (l’ontogenesi ricapitola brevemente e rapidamente la filogenesi) diviene evolutiva – legge la cui perversione avrebbe dato luogo ai razzismi, da Chamberlain a Hitler. Con i paleontologi neo-lamarkiani (Cope, Hyatt) la ricapitolazione raggiunge l’apice del successo, staccando le leggi dell’aggiunta terminale e della condensazione dall’evoluzionismo, fin quando, con Weismann e Muller, verrà ricompresa in dimensione selezionista.

Fino agli anni ‘30 del XX secolo la ricapitolazione influenza l’embriologia comparata, la fisiologia, la morfologia e la paleontologia, introducendo il concetto di pedomorfosi: ritardo nello sviluppo, per cui i tratti giovanili degli antenati diverrebbero gli stadi adulti dei discendenti. Bolk, Hall e poi la psicologia dell’infanzia di Piaget ammettono la ricapitolazione, come anche Freud in forma storico-narrativa, nell’ “orda primordiale”.
Ma con le critiche di His e dell’embriologia sperimentale di Roux e Driesch la legge biogenetica crolla.

I campi di ricerca si diversificano in nuove problematiche: le cellule totipotenti (Driesch), il “quantum” di organizzazione dell’embrione (Hertwig), la riscoperta di Mendel, che sferra il colpo letale alla ricapitolazione, a vantaggio dei concetti di eterocronia (sviluppo di organi in tempi diversi rispetto allo standard filetico) e pedomorfosi (nelle varianti del ritardo, neotenia, ipermorfosi e accelerazione) che diventano la versione corrente della lingua evoluzionista. Il grande merito dell’evoluzionismo sintetico di De Baer, della dissociazione dei processi di Cope e Mehrert, della discontinuità evolutiva di selezione e morfologia di Goldschmidt, consiste nella scoperta della temporalità immediata e dell’ecologia delle popolazioni, ove pedomorfosi e eterocronia sono vantaggi selettivi.

Il ritardo di sviluppo nel dispositivo intelligenza-socializzazione risulta oggi il punto di intersezione di biologia evolutiva e molecolare, che spiega l’evoluzione della “coscienza” come effetto di estensione eterocronica dei ritmi di crescita fetale e dei pattern di proliferazione cellulare. Spiega cioè che flessibilità, specializzazione e innovazione sono caratteri distintivi dell’animale umano.

Stephen Jay Gould
Ontogenesi e filogenesi
a cura di Anna Maria Turchetto
Mimesis (2013), pp. 434
€ 28,00

Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

Il posto delle donne

Maria Teresa Carbone

Nota: le recensioni dei libri di Rossana Campo si rivolgono solo in minima parte alla cerchia dei lettori di Rossana Campo, e questa probabilmente non farà eccezione. Attenti, però: qui non si vuol dire che gli estimatori dell’autrice del Pieno di super o di Duro come l’amore appartengano alla schiera dei non-lettori, di quelli che hanno solo la televisione come strumento di informazione culturale. Al contrario, chi aspetta con gioia che esca l’ultimo libro della scrittrice genovese e si affretta a comprarlo, a leggerlo, a commentarlo poi con amici vicini e lontani, è quasi sempre un lettore – o una lettrice – forte, di gusti fini e attenti.

Un lettore o una lettrice che, senza attendere i consigli del recensore di turno, si accosta al nuovo libro con l’atteggiamento di un cinéphile all’uscita di un film del suo regista preferito: ne conosce e ne ama i temi, lo stile, i tic e non vede l’ora di scoprire quale veste i temi, lo stile, i tic assumeranno questa volta.

Così è di certo anche per Il posto delle donne, che segna una tappa importante nel percorso della scrittrice, perché per la prima volta un suo testo narrativo non porta più la sigla di Feltrinelli, che l’aveva accompagnata fin dall’esordio di In principio erano le mutande, nel 1992, ma si inserisce nella giovane collana «Scrittori» di Ponte alle Grazie, dove sono già usciti Laura Pugno, Emanuele Trevi e, fra gli autori stranieri, Cees Nooteboom e Philippe Claudel. Non si preoccupino, però, i fedeli lettori: al cambio di marchio editoriale non corrisponde un tradimento del patto che Rossana Campo ha stretto e mantenuto con loro per oltre vent’anni.

Tutti gli elementi che le hanno guadagnato il suo circolo (assai vasto) di aficionados e che rendono riconoscibile ogni suo romanzo ad apertura di pagina ci sono: ancora una volta l’io narrante è una donna sola, arrabbiata, in crisi (in questo caso la sua amante l’ha appena lasciata per un’altra); ancora una volta il fondale entro cui si muove questa Emma, italiana trapiantata all’estero, è una Parigi poco cartolinesca, in un triangolo che si appoggia su tre stazioni del metrò, Rambuteau, Denfert-Rochereau e Abbesses; ancora una volta la storia si chiuderà con quanto di più simile si possa definire come «lieto fine» per un personaggio refrattario agli happy endings; ancora una volta – soprattutto – la lingua con cui Emma ci racconta le sue peripezie (vagamente tinte di giallo, come già in altri romanzi di Rossana Campo) è quell’italiano parlato, efficace e credibile, mai sciatto, che rappresenta la vera cifra della scrittrice.

È questa lingua che risuona nelle orecchie mentre gli occhi scivolano sulla pagina a fare sì che, come ha scritto Angelo Guglielmi, i racconti di Rossana Campo possano «invadere qualsiasi spazio, lambire emozioni ed esperienze le più inattese». Al modo di questa lingua, così fa la cocciuta volontà dell’autrice di non essere mai dalla parte «giusta»: quella di chi ha il potere, di chi «spende trecentocinquantamila euro per fare un pieno al suo yacht», come osserva stranita Emma davanti alla tivù, notando che «il mondo non sta andando alla grande». Parlano alle ragazze, anzi alle persone, che non credono «di avere il diritto di godersi la vita» e che per questo si torturano e si lasciano torturare, i libri di Rossana Campo. Non è certo strano che siano in tante, e tanti, ad attenderli.

Rossana Campo
Il posto delle donne
Ponte alle Grazie (2013), pp.152
€ 10,00

Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia

Fabio Pedone

In un romanzo incentrato sulle eredità nascoste che passano di padre in figlio e sulla memoria, la metafora cardinale è proprio il suo più esatto contrappasso, l’amnesia: quella indotta da intossicazioni di psicofarmaci nel giovane protagonista che si è lasciato alle spalle un paese assurdo per autoesiliarsi in Germania, e quella (più che una bislacca distrazione) che assedia il suo anziano padre. Come in un ingrandimento fotografico un volto in una vecchia immagine di giornale si dissolve in una miriade di punti, così qui l’argentino Patricio Pron, uno dei nuovi scrittori più interessanti di lingua spagnola, sparge con ingannevole asciuttezza una serie di elementi frammentari che concorrono a formare, da una storia individuale, il quadro più ampio della sofferenza di una generazione e del limbo in cui un’altra ancora si agita.

Un figlio affonda le mani in una cartella di documenti raccolti dal padre giornalista riguardanti l’assassinio di uno «sciocco faulkneriano», Alberto José Burdisso, nella piccola città di El Trébol. Indagando su di lui, il padre intendeva in realtà rimontare al momento della scomparsa della sorella di Burdisso, Alicia, sua amica e compagna di militanza inghiottita dalla violenza della dittatura militare nel 1977, a 25 anni. Per quel figlio che sta cercando di snebbiarsi dall’oblio della propria dissipazione sarà l’occasione per riappropriarsi di una memoria che si era voluta annullare, e per scoprire davvero chi era suo padre, attivista politico di una formazione peronista che aveva creduto in una missione di lotta. Missione e lascito che sono tuttora «quelli della trasformazione sociale e della volontà», ma infine si rivelano «inadatti nei tempi in cui ci toccò crescere, tempi di superbia e di frivolezza e di sconfitta».

La missione del giovane diventa allora unire il ricordo al racconto, la volontà di sapere al coraggio di guardare in faccia il terrore, passando dal tacere allo scrivere, cercando le vie per raccontare quel che è accaduto ai genitori quando sono stati loro stessi a non essere capaci di farlo. I materiali ritrovati nel cassetto paterno possono essere il canovaccio per scrivere quel romanzo sui desaparecidos che il genitore non aveva mai avuto la forza di cominciare. Il riflesso psichico collettivo dell’indagine paterna sugli scomparsi genera sogni inquieti che affollano la mente di un protagonista in preda alla febbre, dubbioso rappresentante di una generazione il cui solo scopo sembra essere quello di arrivare a sapere chi fossero davvero i propri padri.

Tutti i nati alla metà degli anni Settanta in Argentina (Pron è nato nel 1975) sono infatti «il premio di consolazione che i loro genitori si concessero per non essere stati capaci di fare la rivoluzione». E la missione di questi giovani uomini sarà conoscere padri che non si possono uccidere perché forse sono già morti, ripetendo quello stesso cammino che li ha travolti nel terrore di una storia che non può essere taciuta. Ma il dialogo con il padre può cominciare solo quando ormai non pare più possibile, in un letto di ospedale, e per tramiti indiretti, grazie ai segnali che consentiranno al figlio non di ascoltare il racconto da una viva voce ma insieme di scoprirlo e di riscriverlo, da sé e in sé; tentando di riparare con la parola ferite che non si possono riparare.

Patricio Pron
Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia
traduzione di Roberta Bovaia
Guanda, 2013, pp. 197