La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego...

Franco Berardi Bifo, Non c'è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale...

Vincenzo Ostuni, Che fine ha fatto TQ?
Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)?...

Sommario alfabeta2 n°30 – giugno 2013

3. Ugo Mattei
Bipolarismo sincronico (leggi)
3. Giso Amendola
La sinistra di Re Giorgio (leggi)
4. Franco Berardi Bifo
Non c’è più Europa
4. Vincenzo Ostuni
Che fine ha fatto TQ? (leggi)

PUNIRE I POVERI
5. Alessandro De Giorgi
La paura neoliberista (leggi)
Il governo penale della miseria
6. Loïc Wacquant
Iperincarcerazione
Come criminalizzare la povertà
7. Vittorio Antonini
Non conteremo più i nostri morti
8. Aldo Bonomi
Freedom room
Design della cura per uscire dalla dark room carceraria

DONO E BENI COMUNI
9. Ugo M. Olivieri
Tra metafora e concetti
Una messa a punto terminologica
10. Alberto Lucarelli, Massimo Conte
La quarta dimensione del diritto
Per una teoria giuridica dei beni comuni
11. Fabio Ciaramelli
Donare quel che non si ha
La logica dello scambio e il paradigma del dono
12. Alain Caillé
Il convivialismo al di là del neoliberalismo
12. Elena Pulcini
Dalla tragedia alla cura

STORIE ALIMENTARI
13. Antonella Campanini
Medioevo gastronomico
14. Alberto Capatti
Solo il tempo presente

ANTONIO DIAS
15. A vivência dá origem
Intervista di Ginevra Bria

POESIA
18. Elisa Biagini
La gita
Qui si va scalzi

SPATIAL TURN
20. Giacomo Marramao
Alla ricerca dello spazio perduto
Spazio vissuto e segni dei tempi
21. Andrea Cortellessa
Alberto Boatto, dal di fuori del moderno
21. Camilla Miglio
La vita in una mappa
Due libri e una rubrica
22. Sulla zattera della storia
Un bilancio dell’Atlante della letteratura italiana
Conversazione tra Gabriele Pedullà e Andrea Cortellessa
23. Nel nome di Humboldt
Conversazione tra Giovanna Silva e Alberto Saibene
23. Fantasmi del luogo (a.c.)

ANACRONISMI DELL’IMMAGINE
24. Stefano Chiodi
Controtempi
24. Rinaldo Censi
Pensare per immagini
Histoire(s) du cinéma
25. Marco Bertozzi
Un balzo all’indietro e un incontro mancato
Anacronie malinconiche
tra Walter Benjamin e Aby Warburg
26. Alexander Nagel, Christopher S. Wood
Sulla nave di Teseo
La temporalità plurale dell’opera d’arte
27. Alexander Nagel
Limiti del diafano
Per un medioevo moderno

NUOVO TEATRO ITALIANO
28. Silvia Mei
Gli anni Dieci della nuova scena italiana
Un tracciato in dieci punti
29. Matteo Antonaci, Chiara Pirri
Nativi digitali e iperlink
Ovvero perché non è auspicabile una terza avanguardia teatrale
30. Marco Valerio Amici / Gruppo Nanou
Realtà artistiche apolidi e bastarde

SEMAFORO
32. Maria Teresa Carbone

ALFADISOBEDIENCE
2. Marco Scotini
Dall’arte alla disobbedienza
Quarant’anni di storie
Intervista di Manuela Gandini
3. Omar Robert Hamilton / Mosireen
Catturare le nostre realtà in mutamento
4. Silvia Maglioni, Graeme Thomson
Cyber-autonomia replay
Su Félix Guattari
5. Nomeda & Gediminas Urbonas
Che cos’è Pro-test Lab
6. Laboratorio di comunicazione militante
L’arma dell’immagine
6. Céline Condorelli
Il Parlamento e le voci del dissenso
7. Giovanni Anceschi
La grafica di «Potere operaio»
8. Critical Art Ensemble
Sabotaggio biologico fuzzy
8. Piero Gilardi
Esperienze di cultura e controinformazione operaia
9. Gerald Raunig
«Immaginazione radicale» di Marcelo Expósito

iLIBRI
10. Federico Francucci
su Arno Schmidt
10. Cetta Petrollo
su Vilma Costantini
10. Stefano Gallerani
su Juan José Saer
11. Lello Voce
su Osvaldo Lamborghini
11. Tommaso Pincio
su Andy Warhol
12. Fabio Pedone
su Gabriel Magaña Merlo
12. Michele Dantini
su Vittorio Brandi Rubiu
12. Valentina Valente
su «Per un museo della fotografia»
12. Roberto M. Danese
su Mario Lentano
13. Augusto Illuminati
su Angela De Benedictis
13. Nicolas Martino
su Carlo Galli (leggi)
14. Ilaria Bussoni
su Federico Chicchi (leggi)
14. Matteo Di Gesù
su Rino Genovese
14. Andrea Cortellessa
su Marco Dotti (leggi)

GLI ARTISTI DI ALFABETA2
15. Marco Meneguzzo
La scuola di Fabro, l’habitat degli studenti
15. Intervista di Raffaella Perna
Sergio Lombardo a Venezia (leggi)
15. Eugenio Viola
Hermann Nitsch. 135. Aktion: un resoconto personale

Rebus per un parco a tema

Maria Cristina Reggio

Vicino a Lucca cʼè un parco singolare che contorna una bella villa restaurata da pochi anni, la Tenuta dello Scompiglio. Il nome sembrerebbe fare riferimento a un'antica famiglia proprietaria da secoli di tanta bellezza, invece non si tratta di un patronimico, bensì di un sostantivo che indica il tipo di relazione tra le arti a cui la Tenuta è dedicata: lo scompiglio, per lʼappunto, ovvero scompaginamento delle arti. La performance art, le arti performative e visive, quelle culinarie e musicali, nonché i metodi per la cura del corpo come il Feldenkrais, si incrociano negli spazi aperti e in quelli chiusi di questa proprietà, dove gli spettatori-avventori, preferibilmente muniti di calzature sportive, vengono invitati a compiere diversi percorsi alla scoperta delle installazioni (tra le altre, una di Alfredo Pirri nella cappella sconsacrata e una di Jannis Kounellis sotto un immenso albero secolare) e dei video in mostra, nonché delle performance e delle contaminazioni in esse contenute tra linguaggi artistici e para-artistici, come in un parco a tema, dedicato alle epifanie del corpo (un poʼ trekking, un poʼ fitness, un poʼcirco, e molto happening sontuoso).

Lʼultimo progetto alla Tenuta dello Scompiglio, previsto fino alla fine di maggio, è la Trilogia dell'assenza, di Cecilia Bertoni: un allestimento multiplo che comprende tre lavori nei quali si mescolano performance, video e mostre con itinerari a piedi per visitare le installazioni del parco. Il primo si svolge nel buio di una cornice teatrale, Tesorino, perché hai perso?, una composizione di Cecilia Bartoni, Carl Beukamn, Serge Cartellier, Claire Guerrier e Saskia Mees, è incentrato su temi autobiografici come la perdita, il ricordo, lʼinfanzia. Il secondo, Riflessi in bianco e nero, ideato e diretto da Cecilia Bertoni, con musiche e suoni di Carl G.Beukman, riprende e svolge le stesse tematiche, ma le sviluppa allʼesterno, nel parco, in un'ulteriore tripartizione che comprende lʼAttesa, il Cimitero della Memoria e il Funerale del Tempo.

Qui gli spettatori vengono coinvolti con il loro corpo in un aspro cammino che sembra quasi un pellegrinaggio, sollecitati a muoversi in gruppo dagli ordini perentori di uomini-guide in completo scuro muniti di altoparlanti astili, gli stessi che precedono le processioni postconciliari. Anche in questo caso ritornano i ricordi di una criptica esperienza passata, in un faticoso tragitto che, inerpicandosi sulle alture della Tenuta, incontra sepolture diverse, accompagnate sempre da atletici performer che saltano, corrono, si inseguono, fino a un'immagine finale molto intensa, nel ninfeo, con un'acrobata-angelo sospesa sul filo orizzontale di un piccolo lago. Trionfo della morfologia e della vastità delle Ville della lucchesia. Come in un rebus che si snoda a grandezza quasi innaturale, i personaggi restano portatori di un messaggio poco comprensibile, scompaginato come un quaderno di appunti o come un dizionario dai fogli strappati, mentre il sottofondo musicale, diffuso da potenti amplificatori, disturba con la sua teatralità l'armonia naturale del paesaggio sonoro.

Nel suo Arte come esperienza, un testo ispiratore per molta perfomance art, John Dewey scriveva che «Lʼesperienza accade continuamente, poiché l'interazione tra la creatura vivente e le condizioni ambientali è implicata nello stesso processo del vivere», e dunque l'arte che presuppone l'esperienza fisica dello spettatore non richiede necessariamente una trasformazione teatrale dell'ambiente, e si accontenta di mostrare, come fa la land art, ciò che esiste già. Per questo, forse, la musica appare ridondante e in contrasto con questo raro ambiente naturale, già ricco di suoni.

L'ultimo tassello della trilogia, Kind of blue, anchʼesso firmato da Cecilia Bertoni, con Mauro Carulli in scena e le musiche di Carl G. Beukman, è il ritorno per gli spettatori a uno spazio chiuso e prevede il passaggio attraverso un'installazione grande come un magazzino di ricordi (Estados indefinidos para una existencia di Pablo Rubio, a cura di Antonio Arévalo) che conduce in una stanza dove un video proiettato su tutte le pareti, interagisce con il corpo vivo di un performer e con i suoi tentativi, continuamente frustrati, di partecipare a un banchetto virtuale. Nel video i temi della perdita e della sconfitta prendono una consistenza più chiara e risolta, dovuta anche allo stesso linguaggio del mezzo che si presta particolarmente alla sospensione, al gesto interrotto, all'immagine frammentata.

Qui, in un blu che satura lo sguardo, l'escursione allo Scompiglio si conclude mentre già si fa notte e le luci del parco illuminano i percorsi che un tempo furono strade per il lavoro dei contadini e che oggi portano gli artisti e i loro spettatori smarriti a ripercorrere, in un'urgenza di condivisione impossibile, le proprie memorie. Il cuoco, più tardi, prepara tre menù contaminati dalla Trilogia, con tanto di patate blu (naturalmente, senza coloranti).

Sul nuovo numero di alfabeta2 – nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno – il «Nuovo Teatro Italiano» a cura di Valentina Valentini: «Potremmo considerare il teatro degli anni Zero come la terza avanguardia, come propone Silvia Mei? E a cosa si contrappone, se è proprio dell’avanguardia un’azione di rottura? È possibile delineare dei tratti che distinguono la generazione anni Zero per differenze e/o per condivisione con i teatri che li hanno preceduti?». Con testi di: Silvia Mei, Matteo Antonaci, Chiara Pirri, Marco Valerio Amici/Gruppo Nanou

Il festival dell’astrologia

Augusto Illuminati

Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.

Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.

Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil. Nell’ultima settimana – unico aggiornamento che ci permettiamo – risulta che gli individui in condizione di semplice deprivazione o disagio economico ammontano al 25% della popolazione (40% al Sud), mentre quelli in condizione di grave disagio (povertà tout court) il 14,3%, raddoppiati in 2 anni.

L'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2.250.000 nel 2012, pari al 23,9%. C’è da meravigliarsi? Non tanto, se si constata che il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavorano entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro una media europea del 77%. E i medici, gli economisti che per un anno sono stati non solo gli ispiratori ma anche i protagonisti del governo “tecnico”, quali cure hanno fornito e continuano a suggerire?

Non che non si siano dati da fare, tutt’altro, una volta caduta in dimenticanza la loro incredibile incapacità di prevedere la crisi. Avevano insistito per il prolungamento dell’età pensionistica, sostenendo che così si creavano posti di lavoro per i giovani. Molto controintuitivo, per essere cortesi. Contrordine adesso: si va in pensione anticipata (così ci togliamo dai coglioni questi lamentosi esodati), perdendo però l’8% dei redditi. Si torna ai diritti di prima della riforma Fornero, ma a introiti ridotti. Una festa per rilanciare i consumi. Le aziende riescono a sbarazzarsi di quei sessantenni imbranati e si metteranno ad assumere i giovani. Come no. Tanto più che vengono contestualmente eliminati quei fastidiosi intralci alla proliferazione dei contratti a termine che erano stati introdotti a compensazione, si diceva, dello smantellamento dell’art. 18. A un pre-pensionato a reddito ridotto subentra così un giovane precario a salario legalmente ridotto. Una manna per la “crescita” (il nuovo mantra degli economisti), dato che la diminuzione dei salari diretti e differiti favorisce l’aumento dei consumi e della produzione, chiaro...

Se non bastasse, ecco la “staffetta”. Attingendo al gettito di una pressione fiscale record, lo Stato fa uno sconto sui contributi o eroga direttamente un sussidio per pre-pensionare o passare a part-time un po’ di lavoratori usurati sostituendoli con neo-assunti (1 a tempo indeterminato o 2 a termine per ogni uscito o per 2 part-timizzati). Doppio guadagno automatico, per le pensioni ridotte e per i neo-assunti a sottosalario e contributi scontati. Nel caso della pubblica amministrazione si riesce perfino a ridurre la spesa pubblica e licenziare a man bassa. Il Corsera lo spiega così: «Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l'assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l'anno [...] Nel giro di cinque anni sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni». Come in Grecia e senza sconquassi.

Si vede che non c’è più la strega Fornero e ora comanda un ministro del lavoro sempre tecnico (scuola Istat e non Bocconi), ma in quota Pd. Per intensificare la flessibilità del lavoro e tagliare ulteriormente i salari, come suggerisce l’Europa, occorre un paravento di sinistra – un classico. Magari per il cuneo fiscale sul costo del lavoro e una riduzione differenziata dell’Imu i soldi non ci sono, ma per facilitare l’assunzione a termine e, di conseguenza, il lavoro nero non c’è problema. Gli economisti servono a spiegare che qualsiasi soluzione è efficiente e benefica. Ma tutti possono sbagliare – si potrebbe obbiettare – perché prendersela con loro e non solo con i governanti?

Proprio perché, da un lato, i governi si trincerano dietro le necessità tecniche e contabili ed evocano a sostegno la scienza economica (come un tempo astrologia e religione), dall’altra perché gli economisti rifiutano (tranne cospicue e illuminate eccezioni) ogni imputazione di ideologia, si considerano un settore delle scienze dure e anzi fanno da ponte per la costruzione di canoni valutativi che colonizzino le confinanti scienze sociali e umanistiche. Scienza o ideologia, allora? Parafrasando una vecchia barzelletta sul comunismo, potremmo propendere per la tesi che l’economia sia un’ideologia. Fosse stata una scienza, l’avrebbero testata prima sugli animali. Non sulla Grecia. Non sull’Italia.

Sul nuovo numero di alfabeta2 - nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno - 5 pagine su «dono e beni comuni» a cura del Gruppo di ricerca interdisciplinare «A piene mani. Dono dis/interesse e beni comuni». Con testi di: Ugo M. Olivieri, Alberto Lucarelli, Massimo Conte, Fabio Ciaramelli, Alain Caillé, Elena Pulcini.

Archiviare la disobbedienza

Elvira Vannini

Rispetto all’emersione attuale delle biennali e mostre cosiddette politiche, che non hanno prodotto alcuna trasformazione reale (ne lo vogliono), Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini, assume invece una precisa posizione già a partire dalla sua prima apparizione a Berlino nel 2005, e permette di sviluppare un ragionamento sulla genealogia della mobilitazione antagonista a partire dai modi della sua rappresentazione dentro lo spazio dell’arte.

“Dopo diversi progetti artistici e attivisti di rilievo come Collective Creativity di WHW, Ex Argentina di Andreas Sieckmann, The Interventionists di Nato Thompson e Disobedience di Scotini, possiamo affermare - scrive Gerald Raunig - che si è sviluppato un ambito transnazionale (anche se fragile) di pratiche trasversali. Se qualche volta sono viste come egemoniche lo sono nell’ottica del sistema artistico borghese”. Ma l’attuale proliferare di large-scale exhibitions con velleità sociopolitiche, a cui non sfugge nemmeno l’ultima edizione di Kassel o della biennale di Berlino, si limita a esibire superficialmente la politica come oggetto d’attrazione, senza uscire dalle formule codificate degli apparati museografici ed espositivi tradizionali. “La politica di queste biennali, come di altre, non è interventista - precisa Charles Esche sulle pagine di ArtForum - come invece lo sono le proteste documentate nell’importante video-archivio Disobedience”, che dopo 10 anni di occupazioni itineranti nelle maggiori istituzioni e strutture museali internazionali finalmente approda in Italia, al Castello di Rivoli, proprio in quella Torino, dove storicamente un ciclo di lotte operaie è deflagrato a partire dall’estensione del lungo ‘68.

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Rispetto al trend dominante che propone la politica come documento d’indagine, Disobedience non è sommariamente una mostra-archivio, se così si può definire, ma ospita molteplici “focolai d’enunciazione”, seppur irriducibili a qualsiasi tassonomia del potere e della storia: è piuttosto la forma che la contingenza assume in quella ridistribuzione sociale della creatività che Hal Foster ha indicato come una “miriade di interventi”, riarticolazione di pratiche di lotta affermative legate alla disobbedienza sociale e a una moltitudine di insorgenze molecolari - dall’uscita italiana del ’77 alle proteste post-Seattle, fino alle recenti insurrezioni del mondo arabo - preludio inconsapevole delle forme di sollevazione globale, dentro la crisi, dei vari Occupy.

Disobedience vive nel tempo e nello spazio dell’esposizione e lascia al fruitore la scelta di cosa guardare e cosa selezionare, perché tutto in esso è posto in modo orizzontale, paratattico e senza successione lineare: nei suoi dieci anni di spostamenti l’archivio ha assunto ogni volta una nuova configurazione spaziale e adesso occupa un parlamento di legno disegnato da Céline Condorelli, che perde ogni efficacia normativa in quanto la sovranità è solo tecnica di governo, istituzione di rappresentanza che non ha più valore, e si sovrappone al Circo di Martino Gamper, sullo sfondo del wallpainting di Erick Beltran, ispirato a Spinoza e al concetto di democrazia (naturalmente upside down).

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Precedono l’ingresso due anticamere, che contengono ephemeral, documenti e opere, la prima dedicata alla defezione italiana degli anni Settanta, in cui il concetto di autonomia diffusa si applicava a istanze di rottura, rifiuto del lavoro, comportamenti sovversivi e illegali - dalle radio libere come fuoriuscita dalla letteratura, il libro come agente di enunciazione collettiva con Nanni Balestrini, all’Oratorio di supporto agli scioperi operai del Living Theatre, fino a Rivolta femminile nel momento fondativo in cui Carla Lonzi lascia il mestiere della critica d’arte e irrompe come soggetto imprevisto, che abbandona una cultura della presa del potere maschile, rovesciando anche il canone che la storia ci aveva consegnato nella dialettica dello scontro tra operai-capitale, servo-padrone, in un processo artistico che diventa atto politico ma di cui non ne conosciamo ancora i confini.

L’assetto complessivo della seconda sala dedicata agli anni 2000 della controrivoluzione neoliberale, rappresenta invece il cambio di paradigma nella storia del dissenso civile (Negri-Hardt) in cui l’avversario è ben identificato, a cominciare dalla rivolta contro il vertice del WTO di Seattle che inaugura un nuovo ciclo di lotte, reticolare, moltitudinario e non ancora concluso, di sperimentazione politica e sociale aperta a processi orizzontali, in uno spazio indistinto tra attivismo e militanza, dentro il quale l’artista fornisce gli strumenti della protesta, soprattutto gadgets e props, e i suoi modi di organizzazione anche linguistica.

Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.
Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Riprendendo teoricamente il laboratorio politico post-operaista Scotini colloca giustamente al vertice della riflessione filosofica il problema di escogitare pratiche di lotta che facciano male a chi comanda e decostruisce così il display espositivo all’interno di uno spazio della contestazione che crea luoghi di self-empowerment, in cui l’organizzazione conosce, nella struttura assembleare e interrotta del parlamento, una discontinuità. Disobedience è una mostra politica non perché mette in scena, nel teatro della rappresentazione contemporanea, una grammatica del dissenso attraverso format sperimentali, ma perché proprio in quella discontinuità è in grado di produrre nuove soggettività radicali.

La riattivazione di memorie contro-storiografiche militanti, sia storicamente che sul terreno dei nuovi protagonismi sociali, trasforma lo spettatore in soggetto politico e a differenza di altri dispositivi narrativi l’archivio diventa un tool, che sfuggendo all’autorità della storia produce emancipazione e traiettorie di fuga: perché in fondo non obbedire più all’ordine sociale apre uno spazio costituente dove non riconosci più il potere ma solo il conflitto.

Alla mostra Disobedience Archive (The Republic), alfabeta2 dedica lo speciale «alfaDisobedience» (a cura di Manuela Gandini), un inserto di 8 pagine con testi di: Marco Scotini, Manuela Gandini, Omar Robert Hamilton / Mosireen, Silvia Maglioni, Graeme Thomson, Nomeda & Gediminas Urbonas, Laboratorio di comunicazione militante, Céline Condorelli, Giovanni Anceschi, Critical Art Ensemble, Piero Gilardi, Gerald Raunig
Nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno, insieme al nuovo numero del mensile alfabeta2 (n.30, giugno 2013)

Ludopatia

Andrea Cortellessa

All’indomani dello spettacolare showdown di Luigi Preiti all’OK Corral di Palazzo Chigi, lo scorso 28 aprile, mentre Re Giorgio puntava tutto sull’estremo azzardo della sua carriera politica (il primo governo a vedere uniti nella lotta ex comunisti ed ex fascisti: così definitivamente sancendo la fine del paradigma resistenziale sul quale la Repubblica s’era fondata), i forzati dei salotti televisivi si sono divisi in due partiti: i giustificazionisti sociali e gli irrazionalisti a oltranza. Quelli che la colpa è della crisi economica che non lascia speranze, e quelli che individuum est ineffabile e gli abissi della psiche riluttano a qualsiasi spiegazione (men che meno a quelle che puzzino di «ideologia»). Qualche giorno dopo, però, tuffandosi voluttuosi nelle pieghe della povera esistenza di Preiti, anche i più sordi media generalisti si sono visti costretti a gettare l’allarme sociale della ludopatia.

Al fenomeno (affrontato anche sul nostro numero 24, lo scorso novembre) ha dedicato un ragguardevole uno-due Marco Dotti: questo palombaro spericolato negli enfers della modernità, capace di coniugare un’erudizione scintillante a un’insana curiosità per le pieghe più incondite, e rivelatrici, dell’animo umano di cui sopra (si ricorda l’exploit del 2006, Luce nera, sulle fascinazioni esoteriche di Strindberg e dei surrealisti). Slot City è insieme un’indagine sul campo e un’archeologia del presente: che rimonta all’ingenuo quanto squallido gioco d’azzardo anni Sessanta, quello dei romanzi di Piero Chiara, come agente di contrasto capace di illuminare il paesaggio in rovine della Lombardia attuale.

Se la Las Vegas della Brianza, Consonno, appunto fra anni Sessanta e Settanta fu un «miraggio in una vita fatta di oasi e deserti», oggi che il paese è una ghost town all’italiana, intorno «non ci sono né oasi, né miraggi. C’è solo il deserto». Del resto anche la Las Vegas «vera» è da tempo in crisi: quando, occhieggiante in ogni bar, «il gioco d’azzardo è ovunque e quindi in nessun luogo». Proprio come Dio. Infatti l’altra anta del dittico di Dotti – aperta dall’immagine gloriosa della Crocifissione del Mantegna nella Pala di San Zeno, oggi al Louvre, che mette in scena il tòpos evangelico dell’«inconsutile» veste di Cristo che i centurioni si giocano a dadi ai piedi della Croce – approfondisce il paradigma culturale dell’azzardo, enucleandone le radici filosofiche e, appunto, addirittura metafisiche (da Pascal a Duchamp e Caillois passando per il Coup de dés di Mallarmé).

Quanto più colpisce, nell’addiction di massa rappresentata dalle ludopatie (le cui statistiche sono impressionanti: la Sindrome da Gioco Compulsivo riguarderebbe un milione e mezzo di italiani che vi avrebbero dilapidato, negli ultimi sei anni, oltre 200 miliardi di euro: una cifra pari al debito pubblico della Grecia nello stesso periodo), è l’inversione assiologica – un vero e proprio contrappasso – per cui l’abbandonarsi al Caso, perseguito dal giocatore come sollievo rispetto al sempre più soffocante stringersi delle Necessità economiche, finisce per rivoltarsi nel proprio simmetrico contrario. Ricordando i metafisici emblemi del Mantegna, cioè, il Dado finisce per essere micidiale quanto il Chiodo.

In un racconto di Philip K. Dick (che nel romanzo Solar Lottery immaginò come anche il potere politico possa essere affidato all’azzardo, come oggi qualcuno, nell’estrema delegittimazione della democrazia rappresentativa, si spinge a sostenere seriamente: si veda Gaspare Polizzi sul numero 28 di alfabeta2), il flipper aumenta la posta in gioco sino a trasformarsi in una catapulta che proietta sul giocatore la palla di metallo omicida. Nell’estremo rappresentato dalla «roulette russa», quest’inversione resta confinata al campo psichico (e alla sorte mortale) del soggetto; ma la sparatoria a Largo Chigi ci ricorda come ogni pulsione suicida, qual è con tutta evidenza quella del ludopate, possa convertirsi in un’aggressività tanto inconsulta quanto micidiale.

Marco Dotti
Slot City. Brianza-Milano e ritorno
Round Robin 2013, 120 pp., € 12,00
Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana
O Barra O 2013, 109 pp., € 12,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole, in libreria e in versione digitale