La paura neoliberista

Alessandro De Giorgi

Il 14 ottobre 1982 Ronald Reagan teneva un importante discorso in cui illustrava la svolta punitiva alla base della nuova politica criminale della sua amministrazione: «La crescita di una classe criminale senza scrupoli è stata in parte il risultato di una filosofia sociale sbagliata, che in modo utopico considera l’uomo come prodotto del suo ambiente, mentre la trasgressione è vista sempre come conseguenza di condizioni socio-economiche svantaggiate. Questa filosofia predica che dove si verifica un crimine è responsabile la società, non l’individuo. Ma il popolo americano sta finalmente riaffermando alcune verità indiscutibili: il bene e il male esistono, gli individui sono responsabili delle proprie azioni, il male è spesso frutto di una scelta, e la pena deve essere certa e immediata per chi si fa strada a danno degli innocenti».

A trent’anni da quella dichiarazione di guerra alla criminalità la popolazione carceraria degli Usa ha raggiunto la quota di 2,4 milioni di individui confinati in oltre 5000 istituti penali, per un tasso di incarcerazione di 756 soggetti per 100.000abitanti. Nel complesso 7,2 milioni di persone sono sottoposte a controllo penale: il 2,4% della popolazione. Sebbene trascurata dai media e dal dibattito politico, la situazione carceraria statunitense rappresenta una vera e propria emergenza sociale, risultato di quarant’anni di simbiosi tra liberismo economico e governo punitivo della povertà.

Le coordinate del neoliberismo punitivo si erano delineate già all’inizio degli anni Settanta. Parallelamente alla ristrutturazione capitalistica che sanciva il superamento del sistema fordista keynesiano a favore di un modello di accumulazione flessibile, si registrava una crescita prima progressiva, poi verticale (soprattutto in coincidenza con la distruzione del welfare, realizzata in modo bipartisan tra gli anni Ottanta e Novanta) del sistema penale quale strumento di governo della marginalità urbana.

Se fino ai primi anni Settanta i tassi d’incarcerazione statunitensi erano mediamente inferiori a quelli di altre democrazie occidentali, oggi gli Usa sono la prima democrazia punitiva del mondo. La pluridecennale guerra alla criminalità e alla droga, che nell’agenda politica revanchista della destra americana ha sostituito la guerra alla povertà dichiarata da Johnson nel 1964, ha determinato la legittimazione di ogni eccesso penale in nome della difesa sociale contro le nuove «classi pericolose».

Tra il 1977 e il 2007 negli Usa sono state eseguite 1099 condanne a morte, con una media di tre al mese. Sull’onda del panico morale suscitato da alcuni crimini eccellenti si sono moltiplicate pratiche penali di tipo autoritario e populista: la pena capitale anche per malati di mente; l’ergastolo anche per i minori; le leggi «Three Strikes» che prevedono l’ergastolo per chiunque commetta un terzo reato anche non grave; la reintroduzione dei lavori forzati in diversi stati del Sud; la pubblicazione dei dati personali e delle foto segnaletiche degli ex detenuti per reati sessuali.

Ma la rivoluzione punitiva si è estesa anche ad altri ambiti della vita sociale, investendo settori tradizionalmente estranei al sistema penale. Si pensi alla famigerata «riforma» del welfare attuata da Clinton nel 1996, che esclude dall’assistenza sanitaria, dall’edilizia popolare e dai sussidi di disoccupazione chiunque abbia riportato una condanna per reati di droga; o al fatto che i pochi poveri americani che ancora hanno accesso a qualche forma di assistenza sono sottoposti a forme di controllo stigmatizzanti e punitive – quali i test antidroga imposti in diversi Stati come condizione per l’accesso ai sussidi – che di fatto saldano l’assistenza sociale al sistema penale.

È stato con queste politiche, volte a disciplinare una popolazione in maggioranza afro-americana e latina sempre più povera e resa superflua dalla ristrutturazione capitalistica, che nell’immaginario sociale americano si è costruita l’equivalenza simbolica tra razza, welfare e criminalità. Le statistiche mostrano che gli afro-americani costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria degli Usa, pur rappresentando solo il 12% della popolazione. Un giovane afro-americano su tre di età compresa tra i 20 e i 29 anni è oggi sottoposto a controllo penale. Alle attuali condizioni, un ragazzino afro-americano nato nel 2001 ha il 32%di probabilità di finire in carcere durante la propria vita: un evento più probabile che non iscriversi all’università, arruolarsi nell’esercito o sposarsi.

Ma questa dimensione getta luce solo su uno dei due versanti dell’incarcerazione di massa, quello legato al «sequestro» di intere generazioni di giovani afro-americani e latini provenienti da ghetti urbani nei quali l’economia illegale costituisce spesso l’unica via di fuga dalla povertà. L’altro versante, destinato peraltro ad assumere proporzioni drammatiche nei prossimi anni, è rappresentato dall’ampia fetta di questa popolazione reclusa che prima o poi fuoriesce dal sistema carcerario. Circa 600.000 detenuti vengono rilasciati ogni anno dalle prigioni Usa, una media di 1600 al giorno.

Questa popolazione, spesso reclusa per anni in un sistema carcerario che ha drasticamente ridotto i programmi di reinserimento sociale, di istruzione e perfino di assistenza medica di base per i detenuti, viene letteralmente «scaricata» negli stessi quartieri poveri e segregati dai quali era stata prelevata. Spesso priva di accesso al welfare, in molti casi affetta da patologie o tossicodipendenze, e in ogni caso stigmatizzata dall’esperienza dell’incarcerazione, questa popolazione è destinata a rientrare in massima parte nel circuito penale: il 70% dei detenuti rilasciati torna in carcere entro tre anni. Si comprende allora come il sistema penale-carcerario americano funzioni come un vero e proprio sistema di riciclaggio dell’eccedenza umana prodotta da un modello sociale incardinato nella simbiosi tra laissez-faire economico e populismo penale.

Infine, questa «scomunica sociale» della povertà urbana non si limita all’esclusione di milioni di poveri «immeritevoli» dai fondamentali diritti civili e sociali; al contrario, essa si estende anche ai diritti politici, rievocando il sistema segregazionista che ha caratterizzato gli Usa dalle origini fino agli anni Sessanta. Quattordici Stati americani escludono temporaneamente dal diritto di voto chiunque abbia riportato una condanna penale, anche dopo che la pena sia stata scontata, mentre otto Stati impongono tale bando a vita. A quasi cinquant’anni dal Voting Rights Act del 1965,che proibiva la discriminazione su base (esplicitamente) razziale nell’accesso al voto, il 13% dei maschi afro-americani è escluso dall’elettorato in virtù delle misure penali citate.

Come possiamo spiegare la condizione di «morte civile» cui l’ascesa dello Stato penale ha condannato una vasta popolazione di poveri resi superflui dalla ristrutturazione capitalistica degli ultimi trent’anni? L’interpretazione di senso comune è che il normale catalizzatore di qualsiasi reazione punitiva sia la criminalità. Si può ipotizzare allora che sia stato un aumento della criminalità di strada a determinare l’incarcerazione di massa che ha investito la società americana a far corso dagli anni Settanta?

Sono le statistiche ufficiali del Bureau of Justice americano a dimostrare che questa ipotesi è falsa. Dopo aver registrato un aumento negli anni Sessanta, i tassi di criminalità hanno esibito un andamento costante nei due decenni seguenti – con l’eccezione della criminalità violenta, in aumento alla fine degli anni Ottanta, soprattutto in seguito alla diffusione del crack nei ghetti urbani – per registrare negli anni Novanta una drastica diminuzione che ha riguardato tutte le tipologie di reato: i reati registrati sono diminuiti, mentre le persone denunciate, arrestate e condannate sono aumentate.

Questo contrasto tra la diminuzione della criminalità e l’escalation della repressione smentisce ogni interpretazione causale del rapporto tra criminalità e pena, e offre una chiara illustrazione dell’autonomia della sfera penale quale strumento di regolazione sociale. Nel corso della rivoluzione neoliberale americana l’arsenale retorico della penalità è stato utilizzato in modo del tutto indipendente dall’effettiva gravità della questione criminale. Piuttosto, la logica neoliberale dell’individualismo proprietario e la complementare ideologia della responsabilità personale hanno favorito l’assorbimento della questione sociale entro la sfera della penalità e dei suoi apparati di esclusione.

La diffusione di retoriche securitarie rivolte a una middle class resa insicura dalle crisi del capitalismo globale deregolato e il dispiegamento di politiche di criminalizzazione di massa rivolte ai poveri urbani convergono nel delineare una nuova razionalità di governo incentrata sulla guerra al nemico pubblico. Alimentando e poi «governando» paure simbolicamente efficaci e politicamente gestibili (come la criminalità, l’immigrazione clandestina, il terrorismo islamico), questo paradigma di governo ritrova nella questione penale quella legittimazione politica che la sovranità statale ha perduto nell’impatto con un’economia globale sempre più ingovernabile.

In questo modo, attraverso un’opportunistica esasperazione di quella che Alessandro Dal Lago ha definito «tautologia della paura», negli Usa, ma in modo crescente anche in Europa e in America Latina, questo modello di governo riesce da una parte a consolidare consenso su basi populiste e dall’altra a occultare provvisoriamente le conseguenze devastanti delle politiche economiche neoliberiste.

Ma, al di là della propensione ad accumulare capitale politico intorno al vocabolario dell’insicurezza urbana, della guerra alla criminalità e della tolleranza zero, questo paradigma di governo punitivo ha rivelato anche una straordinaria capacità di produrre capitale tout-court, generando enormi profitti per gli «imprenditori della pena» – dalle multinazionali dell’incarcerazione a quelle che gestiscono centri di detenzione per migranti, dai produttori di armi e tecnologie di polizia alle compagnie telefoniche delle prigioni, fino al vasto settore del «reinserimento» postcarcerario. Un dato che assume dimensioni esorbitanti negli Usa, dove il sistema penale è uno dei principali datori di lavoro del paese, i sindacati delle guardie carcerarie sono una potente lobby politica, la spesa pubblica nel settore penale è cresciuta in modo verticale parallelamente all’abolizione di fatto del welfare.

La logica del governo punitivo delle disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo – una razionalità politica incentrata sulla criminalizzazione di massa delle popolazioni urbane segregate, rese economicamente superflue dalla ristrutturazione capitalistica postindustriale – ha dunque assoldato ai diversi fronti della guerra contro i nemici pubblici un vasto esercito costituito da forze di polizia pubbliche e private, multinazionali dell’incarcerazione, politici locali e nazionali votati alla causa securitaria, think tank impegnati a convalidare scientificamente la verità del crimine, mass media intenti ad alimentare la paura per capitalizzarne i profitti.

Negli Usa investiti dalla recessione economica globale, le elezioni presidenziali del 2008 (e poi quelle ben più incerte del 2012) sembravano aver riaperto quanto meno la possibilità di una riflessione pubblica sulla devastazione sociale prodotta da trent’anni di simbiosi tra neoliberismo e populismo penale. Dalla «grande depressione» degli anni Venti gli Usa uscirono grazie al New Deal: un ambizioso programma di ingegneria sociale che costrinse la società americana a fare i conti con la barbarie del capitalismo senza limiti. Ancora non possiamo dire se il secondo New Deal più volte evocato da Barack Obama sarà in grado di porre un freno alla barbarie del neoliberismo punitivo, ma per il momento poco è cambiato.

Sergio Lombardo a Venezia

Intervista all’artista di Raffella Perna

Con il titolo Cara amica arte si apre all'Isola di San Servolo la mostra organizzata dalla Repubblica Araba Siriana nell’ambito della 55a Biennale di Venezia. Sergio Lombardo è tra gli artisti che hanno aderito al progetto.

40 Tilings Stochastic Floor è l’opera che hai ideato per il Padiglione siriano. Di cosa si tratta esattamente?
Si tratta della rivisitazione di un lavoro eseguito nel 1995, all’epoca esposto e pubblicato in varie sedi anche scientifiche, ma ora riproposto da un punto di vista completamente diverso. Mentre nel 1993-95 le mie serie di mattonelle per pavimenti erano proposte come stimoli eventualisti da fornire al pubblico, affinché fosse il pubblico a comporre pavimenti infinitamente differenti, oggi sono io che, come un qualsiasi fruitore, ho inventato procedure automatiche di composizione, una delle quali è quella esposta a Venezia.

La risposta eventualista del pubblico non è più agita fisicamente, ma avviene a livello mentale. L’ampio spettro dei processi inconsciamente interpretativi del pubblico resta comunque sempre attivo. Infatti nel guardare immagini così complesse compaiono alla vista possibili significati sempre diversi da persona a persona e sempre diversi in tempi diversi anche nella stessa persona. È anche interessante che il pavimento non si ripete mai in modo identico, pur essendo costruito con due sole mattonelle.

L’opera è dunque in stretto rapporto con la tua ricerca sulla pittura stocastica, ma presenta anche evidenti contiguità con la sperimentazione degli anni Sessanta. Qual è il filo che la lega ai tuoi progetti precedenti?
Il tiling è sempre stato una mia passione, a cominciare dai primi monocromi del 1958-61, che possono essere visti come piastrellature minimali. In seguito, nel 1966, ho inventato diversi tipi di tassellature modulari minimali, poi evolute nei Superquadri, Strisce extra, Punti extra, Aste, Supercomponibile, Scatole e Cubi. Tutte opere in laminato plastico su legno delle quali non ero io a scegliere la composizione, ma era il pubblico che veniva coinvolto creativamente nella scelta di installazioni, disposizioni e combinazioni. Infatti a quell’epoca (come di solito formulato nel titolo stesso dell’opera) davo al pubblico un compito da eseguire, o un problema da risolvere, che poteva risultare molto complesso, del tipo: «Disponi 127 cubi nel modo più semplice, 1968», oppure: «Disponi N punti in uno spazio X secondo uno schema (oggi direi procedura) Y, 1968».

La pittura stocastica crea forme imprevedibili, senza significato, estremamente complesse, incompatibili con la percezione umana (che non è passivamente fotografica, ma attivamente ricercatrice di significati), tanto che siamo costretti ad attribuire a quelle forme senza senso significati fantastici per somiglianza o per analogia. Si tratta di un processo evocativo instabile, evidentemente legato alla natura individuale e mutevolissima dei vissuti profondi del percettore umano. Il tiling è molto congeniale a questi nuovi scopi estetici.

In che modo ti sei relazionato con opere appartenenti alla cultura siriana?
La cultura religiosa degli islamici, legata da secoli al divieto di riprodurre l’immagine umana, è estremamente sviluppata nella creazione di forme geometriche intrecciate in modi sorprendenti e straordinariamente belli. Infatti il tiling è studiato anche nelle università occidentali come tipico di un’arte per lo più islamica. In realtà negli ultimi decenni, data l’enorme espansione del calcolo automatico, nella cultura globale c’è stato un crescente interesse per le matematiche dei processi non lineari, per la teoria della complessità, la topologia, la teoria dei grafi, il calcolo stocastico, il calcolo frattale, la teoria dei vortici ecc.

Questa nuova intelligenza ha condotto a un’estetica, ormai popolare, al cui confronto la composizione poetica arbitraria di forme astratte fatta da artisti intuitivi ci appare povera, ripetitiva, irrimediabilmente ingenua e obsoleta. L’arte non mimetica dovrebbe quindi appropriarsi di quegli strumenti scientifici avanzati nell’ambito delle matematiche della complessità che le consentano di creare forme mai viste prima. Con la pittura stocastica, e particolarmente con il tiling stocastico, ho iniziato a esplorare mondi senza centro e senza contorno – toroidali – all’interno dei quali la percezione umana cerca disperatamente figure riconoscibili.

Dal numero 30 di alfabeta 2, in edicola, in libreria e in versione digitale

Guarda le opere di Sergio Lombardo pubblicate sul n.13 di alfabeta2

Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Che fine ha fatto TQ?

Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

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Soggettività smarrita

Ilaria Bussoni

Nel brutto romanzo di Massimo Lolli, Il lunedì mattina arriva sempre la domenica pomeriggio, un manager di successo del miracolo produttivo del Nord-Est scopre di aver perso il lavoro. Nel tentativo di ritrovarlo ciò che gli si rivela è che tutte le qualità individuali di cui si credeva unico ed esclusivo portatore, e che facevano di lui un brillante, stimato e appagato professionista, sono in realtà più diffuse di quanto non creda.

Andrea Bonin, questo il nome del manager, non viene licenziato perché il suo sapere di esperto del tessile è ormai obsoleto, o perché l’organizzazione del lavoro in cui è inserito richieda una competenza diversa; viene licenziato semplicemente perché ciò che egli ha di più prettamente peculiare da mettere al lavoro – le sue facoltà linguistiche e cognitive – è in realtà facoltà di chiunque altro. Bonin si ritrova disoccupato non per una propria mancanza, ma per l’arbitrio di un capitalismo che riconosce a lui le stesse identiche facoltà che riconosce a tutti gli altri.

Un destino non dissimile da quanto accade al protagonista di Moon, film di Duncan Jones, dove l’unico e imprescindibile addetto della stazione lunare che garantisce la sopravvivenza energetica della Terra intera capisce di essere programmato non solo alla sostituzione bensì alla scadenza biologica. Tanto per Bonin quanto per il tecnico Sam Bell ciò che fa di loro individui assolutamente singolari è ciò che li rende lavoratori sostituibili.

Se il libro di Lolli e il film del figlio di David Bowie fossero volti a dare sostanza narrativa alla descrizione del lavoro di fabbrica, la sorpresa non sarebbe molta: in una catena di montaggio poco importa chi sia a occupare una postazione. Ma che entrambi siano coevi di un capitalismo postindustriale che della portata soggettiva di chi è messo al lavoro – dell’esaltazione assoluta dell’individualità del lavoratore e dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro – ha fatto la propria centralità, questo è certo più paradossale. Ed è proprio a questo paradosso, all’ambivalente relazione tra processi di individuazione, tanto sul piano psichico quanto su quello collettivo per dirla alla Gilbert Simondon, e processi di messa al lavoro e messa a valore che si rivolge l’indagine del libro di Federico Chicchi.

Un’analisi che ha il grande merito di potersi leggere anche come la bella condensazione di un dibattito più che trentennale su assoggettamento e soggettivazione nel passaggio da modelli di controllo e di sfruttamento disciplinari a forme di governamentalità dentro una cornice neoliberista, intesa come ben più di un pensiero economico. Nel contesto della nuova episteme, di una «ragione» di cui il neoliberismo si intuisce sia portatore, e della quale questo libro contribuisce a tracciare i contorni, ciò che va messo a fuoco è anche la portata «volontaria» della servitù al lavoro e l’adesione soggettiva a forme di controllo che giocano sull’ambivalenza tra libertà e giogo, tra godimento e mancanza.

Anche per questo, oltre che per rompere una supposta divaricazione fra tradizioni tutta interna al poststrutturalismo francese, Federico Chicchi fa bene a rivolgersi alla psicoanalisi lacaniana che, a partire dalla clinica della sintomatologia contemporanea (tossicità, dipendenza, angoscia, perversione), ha un punto di osservazione privilegiato proprio su quell’«anima» del soggetto al lavoro, territorio di incursioni di un capitalismo che incentiva, organizza, produce e vende forme di soggettività ma che è anche nucleo di resistenza e pur sempre passibile di desiderio.

Nel ricordare che la crisi del modello estrattivo di plusvalore del fordismo sta anche in quelle «fughe» volte a rivendicare per sé un’«anima» che si trova alienata nel processo produttivo, Chicchi traduce ciò che per Foucault è la resistenza prima del potere e per l’operaismo italiano le lotte prima del capitale.

E forse è proprio quest’irruzione dell’anima, negli anni Settanta vettore della crisi e oggi all’origine della produzione di valore, sulla quale dovremmo soffermarci meglio, per vedere in quali figure della soggettivazione sia rimasta impigliata (il lavoro creativo, il lavoro autonomo, l’imprenditore di sé). Cominciando con una domanda: e se la singolarità, l’irripetibile capacità individuale di cui ci crediamo portatori fosse un effetto ottico del nostro essere assoggettati? Ripartiremmo da ciò che abbiamo in comune.

Federico Chicchi
Soggettività smarrita
Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo
Bruno Mondadori (2012), pp. 174
€ 16,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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