Il potere che frena

Augusto Illuminati

Il katechon – chi o ciò che trattiene – è una figura enigmatica che appare nella seconda Lettera ai Tessalonicesi di Paolo 2, 6-7, con la funzione di ritardare l’avvento dell’Anticristo. Il quale a un certo punto comunque trionferà e perverrà allo scontro con Cristo ritornato in terra, ovvio vincitore che porrà fine ai tempi.

Figura enigmatica e ambigua: perché combatte il male, senza riuscire a sconfiggerlo definitivamente, e però ritarda la parousia di Gesù, assai attesa dai primi cristiani e poi rimandata sine die. La copiosa letteratura apocalittica sembra imbarazzata da questa aporia, tanto che l’esegesi di quel passo è affidata a un numero esiguo di commenti, raccolti in appendice al libro e divisi nell’assegnazione del ruolo catecontico all’Impero romano o alla stessa Chiesa come organizzazione e sacramenti. Secondo un’assennata notazione dell’illirico Vittorino di Petovio (fine III secolo), «lo Spirito Santo parla in modo confuso, anticipa l’ordine degli avvenimenti e corre fino all’ultimo tempo, per poi tornare nuovamente ai tempi che sono stati prima: presenta, infatti, un avvenimento che accadrà una sola volta come se fosse accaduto più volte».

Donde le ricorrenti difficoltà per individuare sia il katechon che l’Anticristo, ancor più nel presagire l’avvento del tempo ultimo. In epoca moderna Carl Schmitt, che nella sua teologia politica ha molto insistito sul katechon assegnando tale ruolo alla rappresentanza barocca dello Stato e il ruolo dell’Anticristo allo spirito anarchico del liberalismo e del socialismo antirappresentativo, ha ammesso (nel terminale Glossarium) che per ogni momento storico esiste un katechon specifico. Lo stesso Cacciari, che pur definisce in termini leggermente diversi l’Iniquo (Anomos), ha trovato, di volta in volta con declinante pathos tragico, varie figure catecontiche: il Pci nel 1968, Montezemolo e Napolitano nel nuovo millennio.

La contraddizione del katechon risulta, oltre che dall’ambivalenza della dilazione della fine, dal fatto che i suoi possibili portatori sono spinti a travalicare la funzione puramente «amministrativa» (lo Stato) per conseguire un’auctoritas epocale di spettanza della Chiesa, o viceversa (nel caso della Chiesa) a invadere le competenze statali, per esercitare in prima persona il potere effettuale. Una divisione perfetta del lavoro genera infatti, in ognuno dei due campi, un senso di impotenza. La tensione irrisolta e procrastinatoria della figura genera tali scambi e conflitti, mentre addirittura la Chiesa contiene in sé quell’eresia che poi si cristallizzerà nel trionfo provvisorio dell’Anticristo. Cacciari analizza questa dinamica con grande erudizione e finezza, così da sintetizzare il bimillenario dibattito con efficacia, malgrado i consueti manierismi linguistici.

Il punto centrale dell’elaborazione sta però proprio nella differente definizione che del paolino mistero dell’iniquità offre Cacciari – in non lieve scarto da Schmitt. Il Nemico non è, come per il giurista tedesco, il comunismo anarchico (dai dolciniani alla Comune parigina, da Müntzer ai Räte monacensi e allo spartachismo berlinese), nella logica del Grande Inquisitore che tiene a bada il Cristo dostoevskiano, ma l’intera Modernità neopelagiana che si crogiola nelle differenze e rifiuta la tragica consapevolezza del peccato e la necessità della Rappresentazione, la moltitudine degli ultimi uomini di cui parlava Nietzsche dopo la morte di Dio; oggi dunque il Nuovo Ordine Mondiale del neoliberalismo, l’immanenza laicista, il culto della Rete contro quello della Croce.

Prometeo, il volto esplicitamente anticristico dei totalitarismi e delle ideologie, ha ceduto il passo a Epimeteo, l’iniquità tollerante e conciliante, la crisi permanente, il subdolo placidus dell’Apocalisse. Così proprio adesso ci muoviamo fra i segni del dominio anticristico, cui ormai non riescono a opporsi Stato e Chiesa, rischiandone anzi la complicità.

Massimo Cacciari
Il potere che frena
Adelphi (2013), pp. 214
€ 13,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie

Ma è il vecchio che avanza

Letizia Paolozzi

Questo non è il paese del «nuovo che avanza». Con l’elezione-bis di Giorgio Napolitano bisogna ammettere che l’Italia si aggrappa all’orlo dei pantaloni di un signore di ottantotto anni. Operazione non proprio d’avanguardia. Che volete? Noi preferiamo le soluzioni barocche. Naturalmente, in punta di Costituzione. Il cambiamento, no, non ci aggrada.

Benché, per un mese e mezzo, Pier Luigi Bersani proprio il cambiamento avesse esaltato. Doveva acchiapparlo per la coda. Pareva a portata di mano con la proposta al Movimento 5 Stelle di un avvenire radioso nel futuro governo. Immagino che appunto per raggiungere tale scopo il segretario Pd si sia sottoposto alle umiliazioni in streaming. Un individuo «normale» avrebbe risposto a padellate: il politico ha da portare la sua croce.

Il momento non è buono (e non da oggi) per una sinistra che ha visto affondare quella cultura politica novecentesca legata al territorio, ai sindacati, alla militanza. Ora la militanza si pratica con le primarie oppure corre via web. Durante l’elezione del presidente della Repubblica fioccano i messaggi twittati. Il «fuori» incalza: chiudete le segrete stanze dove avviene la trattativa. La piazza rumoreggia. Due iscritti (per la tv diventano migliaia) strappano la tessera: «La prossima volta le salsicce ve le cuocete da soli».

Il Movimento 5 Stelle promette la «marcia su Roma». L’opinione pubblica (concetto quanto mai insicuro, scientificamente parlando) pende dalla tv. Prendere la parola, discutere, arrivare insieme, collettivamente, alla formazione delle decisioni: il grande caos in cui ci troviamo non lo prevede. Questo caos degli elettori e pure degli eletti apre la strada alla buona politica? Macché! Gli elettori sono furibondi. Bersani ha trattato con il Male puro: scegli pure nella mia «rosa». Viene fotografato in paterno abbraccio con Alfano.

Un sacrificio in nome dell’«ampio consenso». D’altronde, sta al Parlamento eleggere il capo dello Stato. Non decidono direttamente i cittadini. Uno dei casi (numerosi) in cui la Costituzione mostra tutti i suoi anni. Andrebbe aggiornata, ma insieme. Insieme a chi? All’avversario di sempre? In pochi capiscono la distinzione tra un accordo con Berlusconi per l’elezione del capo dello Stato e un governo «mai con Berlusconi».

Quanto al Parlamento, gli eletti procedono in creativo disordine. No a Marini e no a Prodi. I giovani turchi molto pasdaran del segretario Pd e la sua ex portavoce, che non si era mai fatta notare per un minimo di autonomia mentale, voltano le spalle a Bersani. Viene riesumata la categoria del tradimento. La «poltrona più alta» miete vittime. Su Franco Marini, il «lupo marsicano», specie protetta che in Europa temo non sia molto conosciuta, il Pdl si mostra compattissimo. Quasi a guidarlo fosse un Comitato centrale del Pci d’antan. Il Pd, invece, rimanda alla Dc dei gruppi tribali. Vendola vota il candidato grillino, Rodotà. I socialisti Bonino. Il centro-sinistra si sfascia. L’operazione per eleggere il prossimo presidente della Repubblica suona a momenti ottusa, in altri schizoide.

Il guaio è la debolezza dei partiti, del ceto politico. Pd e Pdl non somigliano alla Dc e al Pci delle «larghe intese». Peraltro la vicenda si dipana sotto i colpi inferti da Grillo, terzo incomodo. Ma contemporaneamente, novità di questi tempi complicati. Il Movimento 5 Stelle ha radici nella lotta anticasta. Dalle «quirinarie» (non abbiamo avuto il bene di conoscere il numero dei votanti online) escono dieci nomi. Grillo punta su Rodotà e distribuisce veti. Non bada alla condizione sociale né alla differenza dei sessi (che pure attraversa la società). Veramente, anche dal documento di Fabrizio Barca (le donne «segmento sociale») la differenza viene espunta. Tra crisi economica e scandali la politica, che sempre meno ha cura della vita delle persone, si è rattrappita.

Sulla politica si riverbera il vuoto di autorità dei partiti. Tuttavia non tutto è perduto, se una crescente passione (non solo degli addetti ai lavori) ha accompagnato l’elezione del capo dello Stato. In questa passione intravedo una domanda di politica differente. Certo, ci si rivolge a un presidente di ottantotto anni affinché succeda a se stesso. Nonostante i riti sacrificali della rottamazione, sono i vecchi uomini a dover assistere figli e nipoti che si rivelano adolescenti attardati. Per salvare la politica l’autorità non si rintraccia nella «democrazia telematica» ma, curiosamente, bisogna rivolgersi alla vecchia generazione del Pci, a un signore nato nel 1925.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

Il mistero buffo della rielezione

Carlo Formenti

Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.

Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina - Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).

Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.

Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.

Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.

Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).

Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.

Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie