L’anarchia selvaggia

Nicolas Martino

«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: "Io, lo Stato, sono il popolo"». Questa la straordinaria intuizione di Nietzsche (Così parlo Zarathustra, 1885) cara a Pierre Clastres, l'antropologo francese erede libertario di Lévi-Strauss che ha rovesciato il paradigma della filosofia politica occidentale con una serie di innovative ricerche sul campo, tese a dimostrare come la coercizione politica e lo Stato non siano il fondamento inevitabile di ogni società umana.

 La cultura occidentale moderna ha sempre pensato il potere come struttura verticale e gerarchica, relazione di comando e obbedienza, e conseguentemente ha pensato le società primitive come mancanti di potere politico, incomplete ed embrionali in quanto società senza Stato. In realtà non esistono società senza potere, il potere politico è universale e immanente al fatto sociale, a fare la differenza è piuttosto la declinazione coercitiva o non coercitiva del potere, e la diversa relazione che si instaura tra sfera politica e sociale. Lo studio sul campo della chieftainship amerindiana smentisce il postulato della non politicità dell'arcaico: nelle società primitive il potere appartiene al corpo sociale come unità indivisa di liberi ed eguali.

Il capo invece è il depositario di un paradossale potere che non può nulla, è colui che parla a nome della società, costantemente sotto sorveglianza: la società vigila per impedire che il prestigio derivato dal privilegio della parola si trasformi in Un potere separato e trascendente, in dominio sulla società. È così che il pensiero selvaggio ci dice che «il luogo di nascita del Male, la fonte dell'infelicità, è l'Uno». E questo Uno è lo Stato, proprio come nella reductio ad unum del famoso frontespizio di Hobbes dove il corpo Uno e Sovrano del Leviatano contiene tutti i cittadini riducendoli a popolo. Società contro lo Stato quindi, e non semplicemente senza Stato, che per esorcizzare il mostro organizza la guerra e promuove la logica centrifuga della frammentazione, ostacolo potente alla forza centripeta dell'unificazione. Hobbes ha visto chiaramente che lo Stato era contro la guerra, così la macchina da guerra primitiva è contro lo Stato e lo rende impossibile.

Eppure una rottura fatale è in agguato, l'evento irrazionale della nascita dello Stato che precipita la società nella sottomissione di tutti a Uno solo. È l'enigma magistralmente indagato agli albori della modernità da La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria (in questa piccola ma preziosa antologia è compreso il saggio di Clastres sull'amico fraterno di Montaigne): «Il passaggio dalla libertà alla servitù fu senza necessità, la divisione tra chi comanda e chi obbedisce fu accidentale». Si tratta di un malencontre che ha snaturato a tal punto l'uomo da fargli perdere la memoria del suo primo stato e il desiderio di riacquistarlo. Alcune società primitive per sventare il pericolo imminente si sarebbero affidate alla seduzione della parola profetica che invitava ad abbandonare tutto per cercare la Terra senza il Male, manifestando una volontà di sovversione «spinta fino al desiderio di morire, fino al suicidio collettivo».

Per chiudere due note: 1. La modernità politica occidentale non è solo quella sovrana e neutralizzante di Hobbes, ma anche quella materialista e tumultuaria di Machiavelli che promuove il conflitto come chiave di volta della libertà. È probabilmente in questa anomalia selvaggia e nella sua moltiplicazione che si da la possibilità di sventare quel malencontre sempre in agguato. 2. Ora se è vero che la postmodernità ha polverizzato il Leviatano, la ricerca di Clastres continua però a interrogarci dacché la sussunzione reale della vita al capitale esercita una straordinaria capacità di messa al lavoro di quella libido serviendi che occorre continuare a stanare. Ora che lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto!

Pierre Clastres
L'anarchia selvaggia
Le società senza stato, senza fede, senza legge, senza re
introduzione di Roberto Marchionatti
elèuthera (2103), pp. 116
€ 12.00

Dal numero 29 di alfabeta2, in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Sommario del n°29 – maggio 2013

G.B. Zorzoli
Il vero golpe
Carlo Formenti (leggi)
Il mistero buffo della rielezione
Letizia Paolozzi
Ma è il vecchio che avanza (leggi)
Paolo Fabbri
Est iniuria in verbis (leggi)
Cristina Morini
Il maternage delle istituzioni (leggi)
Beatriz Preciado
Noi diciamo Rivoluzione

★★★★★
Nicola Casale, Raffaele Sciortino
La critica al di là della protesta
Ingovernabilità della crisi
Federico Campagna
La Crociata dei Fanciulli di Beppe Grillo
Il primo movimento millenarista di massa del XXI secolo
Andrea Cortellessa
Ordine Nuovo a Cinque Stelle
Alberto Capatti
Grillismo gastronomico
Ovvero critica alle convergenze parallele

ARTE E MERCATO
Manuela Gandini
Una storia di macelleria
Arte e moneta
Enrico Baj
Ecologia dell’arte
Christian Caliandro
L’arte da un altro mondo
Contro la rimozione dei conflitti
Santa Nastro
Untitled: il mercato dell’arte contro la crisi
Liliana De Matteis
Il ruolo del gallerista
Intervista di Stella Succi
Francesca Marianna
Cronache dal Maga
E da everywhere, Italy

LA SFIDA DEL TEATRO
Valentina Valentini
Ciò che è stato rivoluzionario non lo è più
Tre luoghi comuni del politico (a teatro)
Pierre Banos
Il testo ritrovato
Intervista di Federica Tummillo
Maia Giacobbe Borelli
Studio Azzurro
Lo spettatore/performer
Francesco Fiorentino
Per un teatro della diserzione

POESIA
Giovanna Marmo
Oltre i titoli di coda

PIERO GILARDI
Claudio Cravero
L’uomo e l’artista nel mondo
Piero Gilardi
Arte e percezione della realtà

IL DIRITTO DI AVERE DIRITTI
Carlo Formenti
Per una replica da Rodotà
Stefano Rodotà
La grande trasformazione costituzionale
Pier Aldo Rovatti
I campi di battaglia
Onofrio Romano
Politica o barbarie
Giso Amendola
Per un costituzionalismo dei bisogni

DISPARITÀ SOCIALI
Claudia Lopedote
Una mappa delle dimensioni
Deradicalizzazione del conflitto sociale
Giovanni La Torre
Un’equa distribuzione dei redditi
Come presupposto dello sviluppo
Enrico Giovannini
La mobilità sociale
Come limite alle disuguaglianze
Piero Bevilacqua
La «lotta di classe» contro la gioventù
Una nuova frattura tra le generazioni

ITALICS: CULTURA DA ESPORTAZIONE
Paola Dècina Lombardi
Chiara fama e salotti buoni
Odissea negli Istituti italiani di cultura
Gian Maria Annovi
Fuori dall’omicilio
Porta, Spatola, Palazzeschi, Zanzotto e Rosselli negli Usa
P.D.L.
L’italiano nel mondo
Lingua, letteratura
Francesca Lazzarato
Italiani in Argentina
Un melting pot riuscito

SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

alfaBioipermedia
Moltitudini connesse
speciale a cura di Giorgio Griziotti

Giorgio Griziotti
Sotto il regime della precarietà
Bring Your Own Device
Tiziana Terranova
Capitalismo cognitivo e vita neurale
Gianluca Giannelli
Internet Sacer
Giuliana Guazzaroni
Piegare la tecnologia alla creatività
Superfici specchianti, gesti, forme e linguaggi non scontati
La narrazione dell’Aquila in realtà aumentata
Anna Munster
Nervi di dati
La svolta neurologica verso/contro la rete multimediale
Gianluca Giannelli
Smartvite / Smartcervelli
Danila Luppino, Marco Coratolo
Estetiche sovversive e bioipermedia
Arianna Mainardi
Confini in transito
Tecnologie digitali e performance di genere
Francesca Bria, Federico Primosig, Francesco Nachira
Internet come comune
Paolo Gerbaudo
Social media e la coreografia del raduno
Lelio Demichelis
Dal feticismo delle merci al feticismo della rete

■ iLIBRI
Gaspare Polizzi
su Alexandre Kojève
Nicolas Martino
su Pierre Clastres (leggi)
Augusto Illuminati
su Massimo Cacciari (leggi)
Michele Spanò
su Marco Revelli (leggi)
Valentina Pisanty
su Robert Gordon
Lorenzo Marmo
su Jonathan Crary
Raffaella Perna
su Gabriele D’Autilia
Stella Succi
su Carla Subrizi
Marilena Renda
su Sylvia Plath
Raffaella D’Elia
su Ingeborg Bachmann
Laura Fortini
su Alice Ceresa
Cetta Petrollo
su Rosaria Lo Russo
Andrea Cortellessa
su Mariangela Gualtieri (leggi)
Clotilde Bertoni
su Romano Luperini
Federico Francucci
su Gabriele Frasca

GLI ARTISTI DI ALFABETA2
Agostino Bonalumi: artista europeo
Intervista a Francesca Pola a cura di Stella Succi
Stella Succi
L’Argento di Giosetta Fioroni
Raffaella Perna
Immagini come parole: i Ricalchi di Renato Mambor

Est iniuria in verbis

Paolo Fabbri

Nelle piazze reali e sulle autostrade virtuali della politica volano stracci e parolacce. Non è una sorpresa. Le male parole, sdoganate da tempo, dilagano fuori dal traffico e dagli stadi per approdare, enfatiche e imperative, in tutte le forme di vita. È pandemia.
Le canzoni popolari e le colonne sonore dei film sono tutte Parolacce e musica. Nelle Camere parlamentari e nei condomini si chiederà la Parolaccia, nei tribunali si darà la Parolaccia alla difesa, nei pubblici uffici si metterà una Parolaccia buona. Se di fretta, ci scambieremo due o quattro Parolacce. Insomma vivremo a Parolacce incrociate e i vip moriranno con le ultime Parolacce famose.

Tendete l’orecchio e arrivano: oscene, volgari, sporche, spinte, crude, indecorose, scurrili, empie, villane, triviali e via disdicendo. Un elenco è dapprima ghiotto ma sempre più ridondante e infine depressivo. Basti pensare alla carriera inversa e parallela di termini colloquiali come Cazzate e Figate che segnalano, in una società cosiddetta machista, l’opposizione tra greve ottusità e brillante riuscita.

E pensare che poco fa ci lamentavamo del PO.CO., cioè del POliticamente COrretto, nel tempo postvittoriano dei buoni sentimenti, regno dell’eufemismo e della litote. Sui genitali e gli orifizi, il coito e l’intera gamma delle secrezioni corporee, sulla malattia, sulla morte e soprattutto sui ruoli e i modi della vita collettiva – genere, comunità e professioni – aleggiava un’atmosfera untuosa di tabù, atti indiretti, definizioni oblique e ipocriti sottintesi. (Nei galatei universitari era impossibile scrivere un pronome senza doppia menzione di genere.)

Una reazione all’idioma licenzioso degli anni Sessanta, quando la lingua era politicamente libertaria e sessualmente libertina. Quando le avanguardie relativiste rivendicavano, horribile dictu, l’ugual valore letterario d’ogni parola del dizionario. E sceglievano per i rapporti sessuali l’uso di crudi verbi transitivi, mentre quelli del PO.CO., i Pochisti, si esprimevano con verbi pudicamente intransitivi e delicatamente reciproci. (Parlando di sesso siamo tutti villani: la scelta lessicale è tra l’asilo, l’anatomia e il blog!)

Come si spiega l’inversione cattivista di questa inversione? Con l’evidenza che il segno è energumeno (Bataille) e che la lingua non è una finestra sulla mente individuale, ma una veduta sulla cultura collettiva. Non è un riferimento tautologico – «dire pane al pane» – nel mondo esangue della logica, ma un’azione efficace sui valori, i loro conflitti e trasformazioni. Quindi le espressioni di informalità, machismo, sfrontatezza solleticano, provocano e offendono, ma perdono alla svelta l’odore di zolfo e il mordente. La parolaccia ridondante stinge il suo marchio, diventa un’interiezione e finisce, scarica, come un infisso nella sequenza discorsiva. Come l’affettuoso «bastardo» e il rilassato «vaffa». Sazietà semantica.

Accade lo stesso all’atto linguistico prediletto dell’attuale diverbio politico: l’insulto, con le sue fangose varianti: ingiurie, improperi, offese, contumelie, villanie, sberleffi, calunnie che traboccano dalla presenza alla telepresenza, dall’audience ai new media e viceversa. (Lo schermo si presta allo scherno e il digitale al dileggio). I linguisti si interrogano sulla speciosa sintassi dell’offesa – come l’improbabile imperativo anglosassone «fuck you» o il curioso plurale dei «cazzi acidi e amari» dell’italiano; una tipologia sommaria distingue le contumelie in descrittive, idiomatiche, enfatiche e catartiche – ma l’eccetera è numeroso. Vaffa, per esempio, è la parola d’ordine e il labaro d’un nuovo movimento politico.

Generalizziamo: l’insulto vola, ma c’è chi lo raccoglie, se ne ha a male e lo contraccambia con la legge bronzea dell’escalation: risentirsi e farsi sentire passando il segno altrui. Come nell’antico duello, il diritto non riconosce il diritto all’oblio dell’offesa e autorizza la vendetta. In questo tiro a segno alla reputazione e al decoro, è impossibile misurare le parole. L’insulto quindi è una performance razionale o per lo meno aggiustata. Erede dell’antica bestemmia – si dice «sacramentare» – dà forza e ritmo al discorso, sensibilizza al valore, ridesta rapporti emulsionati e assopiti. Serve a far entrare i valori condivisi o divisi più che a far uscire l’emozione.

Lo hanno capito i cognitari dei blog che hanno ripreso il testimone dall’idioma proletario dei carrettieri, scaricatori, militari e tifosi. Carta bianca agli improperi, quindi, ma con un principio di precauzione. L’insulto corrente – come la bestemmia la quale torna con il ritorno del sacro – è trito e ritrito. Espletivo per i linguisti o pleonasmo per i retorici, colma i vuoti del discorso e le pecche dell’immaginazione.

E se dice quando non c’è niente da dire, è votato alla più cerimoniale inefficacia. Eppure sono note le sue caratteristiche poetiche: parallelismi, allitterazioni, assonanze: una magia verbale che può giungere alle vette dell’epigramma e del pamphlet. Ricordate il «Nobodaddy» con cui William Blake pronunciava il nome da non dire invano? E il profetico motto con cui Samuel Johnson additava un politico del suo – del nostro? – tempo: «Morì nel suo letto senza insudiciare il patibolo»? Imprecatori, ancora uno sforzo! Impariamo a maledire bene. Più inventiva nell’invettiva!

Dal numero 29 di alfabeta2, dal 7 maggio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Sermone ai cuccioli della mia specie

Andrea Cortellessa

«Gustava soprattutto le cose oscure», Il poeta di sette anni di Rimbaud: mentre dall’abisso remotissimo dei «miei favolosi sette anni» si rivolge a un Chiaro senza aloni, a un’Illuminazione Piena – divenuta «quello che mai e poi mai avrei voluto essere: una persona grande» – la voce che tiene il Sermone ai cuccioli della mia specie. Quello fra i propri testi, cioè (pubblicato su carta, nel 2006, presso L’Arboreto), che Mariangela Gualtieri ha scelto per finalmente iniziare a pubblicare (in un oltremodo curato, coloratissimo astuccio stampato su carta pesante) la propria poesia nella forma che più le è appropriata: quella fonografica.

L’ironia del precedente viene resecata con decisione da Mariangela, che sottopone alla medesima potatura anche altri ipotesti con ogni probabilità tenuti presenti: dal «Cari cuccioli» dell’apostrofe iniziale, a più riprese ripetuta nel prosieguo (l’anafora essendo senz’altro la figura che più contrassegna il suo temperamento), che echeggia il «Cari piccoli» del Fortini più sarcastico, in Composita solvantur («Grande fosforo imperiale, fanne cenere»), all’appello conclusivo – «Nascete ancora, cuccioli. Restate. / Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. / Siate» – che dall’ode Al mondo, nella Beltà di Zanzotto («Mondo, sii, e buono; […] / su bravo, esisti»), reseca appunto l’ironia sulfurea in explicit («Su, bello, su. / Su, münchhausen»).

L’unica citazione accolta in pieno è dal maestro più diretto, il Milo De Angelis di Millimetri («molto piano, millimetro dopo millimetro, / in un lavorio di tic tac e minuti molto piccoli, piano piano / sono passata di là»): perché appunto da lui, dopo i Fortini e gli Zanzotto, viene il rifiuto di ogni obliquità ironica in nome di una parola «giurata» e, per quanto oscura, frontale.

La poetica di Mariangela è ben riassunta dal suo intervento sullo scorso numero 27 di «alfabeta2». Un testo in cui risuonano parole consapevolmente inattuali come «sublime» e «trasfigurazione», «ebbrezza del sacro», «vocazione e ispirazione»: in un regime discorsivo che «non sottostà al dominio della ragione ma piuttosto comunica con la nostra interezza». Si devono a queste componenti le resistenze che una simile poetica induce in un lettore come me, di là dall’intermittente ammirazione per singoli testi difficilmente resistibili contenuti in Fuoco centrale o in Bestia di gioia: e si spiega così l’assenza più pentita, quella di Mariangela appunto, dal canone di un’antologia del 2005, Parola plurale.

Eppure nessuna poesia degna di questo nome, per fortuna, si riduce alla sua poetica. Non è un caso se l’ammirazione, tanto nei confronti di Milo quanto in quelli di Mariangela, sia deflagrata – travolta ogni resistenza – solo dopo averli sentiti leggere i propri testi (vocazione e ispirazione intesi nel corpo: col respiro). In particolare questa registrazione – splendida come può essere stata solo, nella nostra lingua, quella di Carmelo Bene dei Canti Orfici – fa capire come il «testo», di un autore quale Gualtieri, non sia affatto la più o meno compiuta partitura che si legge sulla pagina: ma appunto, e soltanto, la sua stessa esecuzione.

La poetica di Mariangela si conclude invocando l’«immobilità assoluta» dello spettatore, teso ad ascoltare i propri stessi polmoni (il fiato dello spettatore di Pagliarani…); ma se si produce questo miracolo (laicissimo miracolo terrestre, del tutto fisiologico), è perché a muoversi, impercettibilmente, è il corpo che emette il testo – nella sua tensione sul posto.

È quello che gli attori da sempre chiamano «avere presenza», e che Eugenio Barba definiva «equilibrio di lusso». Che consiste nel sottendere, anche alla più frontale delle posture, l’incessante micromovimento dell’intera macchina muscolare. Che a quella postura dà spessore, e forza, come un effetto di vibrato anima la più semplice delle frasi musicali.

Mariangela Gualtieri
Sermone ai cuccioli della mia specie
a cura di Carolina Talon Sampieri
Teatro Valdoca, 2012, cd di 9’30” con un libro di 36 pp.
€ 12,00

Dal numero 29 di alfabeta2, dal 7 maggio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Il maternage delle istituzioni

Cristina Morini

Scrive la stampa pop che Anastasia, la figlia della presidente della Camera, Laura Boldrini, da piccola preparava sempre una valigia con dentro alcune cose per i bambini degli Stati dove la madre si predisponeva ad andare in missione, da affidarle. Poi, tra sé, ogni volta si preoccupava: «Poveri bambini, la mamma sa cucinare solo la pasta in bianco…».

Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Femminile comunque convenzionale e obbligato, eternato, che abita l’inconscio collettivo, signora della natura ma anche angelo del focolare e vestale della città. Questa strumentazione culturale e valoriale viene sfruttata e reificata dal lavoro cognitivo-relazionale contemporaneo fondato su relazione e linguaggio. Il lavoro da sempre svolto dalle donne nelle case o negli ospedali diventa modello sul terreno della valorizzazione sociale. Ora, nell’approfondirsi della crisi generale di questi cupi inizi del secolo XXI, la costruzione del ruolo di cura incarnato dalla donna prevede un’altra funzione che approfondisce quella di «madre della patria», già ampiamente conosciuta. Nilde Jotti fu un’eccezione durata tredici anni, un riconoscimento per via femminile all’opposizione di un paese che si era rassegnato a morire democristiano. La giovane e severa Pivetti una meteora, simbolicamente uccisa dai maschi capi padani quando tentò di ribellarsi. Riapparve poi in televisione in versione dark, nerovestita, rasata, borchiata.

Le attuali rappresentanti femminili delle istituzioni incarnano la necessità di tradurre la materialità e la realtà all’interno di stremate e inferme «democrazie» pervertite dalla finzione, cioè completamente prive di veridicità. Una specie di «maternizzazione» della politica, un tentativo di confezionare un divenire umano della politica nel precipitare del senso collettivo dello Stato e della fiducia nella retorica abusata del «bene comune». Come si cura il distacco dalla rappresentanza, dalle istituzioni? Come si riempie il vuoto tra il palazzo e il popolo? Come si entra in contatto con gli esseri umani in carne e ossa, con i mercati rionali, le case popolari, la precarietà, gli sfratti, le cartelle Equitalia? Il governatore lombardo Roberto Maroni sceglie sette assessore donne. Nel Lazio, Nicola Zingaretti ne incarica sei su dieci in Giunta, stabilendo il record del primo sorpasso di genere. Si prova così, insomma, attraverso il maternage delle istituzioni.

La madre è il «contenitore autentico» cui ci si ispira. Donne che donano la propria capacità di rêverie (la cura degli stati di angoscia del neonato, nella dizione dello psicanalista Wilfred Bion) a fasce sociali di cittadini sempre più ampie che soffrono per il male di vivere contemporaneo. In realtà, come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, «l’ordine neoliberale detesta le vittime», ha scritto Kajsa Ekis Ekman in L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi. Ma, pragmaticamente, nel taglio complessivo del sistema welfaristico, una buona mamma è ciò che possiamo mettere immediatamente a disposizione, ciò che ci possiamo permettere e che, come sempre, ci fa risparmiare. È noto che, nei secoli, sono state proprio le figure femminili del welfare familiare a mantenere in piedi il sistema.

Del resto, come ha sottolineato Wendy Brown nel saggio Moralism as Anti-politics, nel mezzo di catastrofi pubbliche come quella che stiamo vivendo in Italia, che portano con sé anche i segni dell’irrequietezza sociale, si amplifica la tendenza a personificare la politica, a legarla più strettamente a figure individuali che vengono singolarmente responsabilizzate per la situazione e per lo stato delle condizioni sociali. In questa fase di crisi avanzata e irreversibile delle democrazie capitaliste «è come se le figure dello Stato (o di altre istituzioni mainstream) non fossero portatrici di specifiche decisioni politiche o economiche, come se non fossero rappresentative delle varie codificazioni delle forme sociali del potere». Si nota, piuttosto, la tendenza a valutarle come figure umane, «genitori che, magari, momentaneamente sbagliano, dimenticando la loro promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo». Mamma, papà, perché non mi volete bene?

Dal numero 29 di alfabeta2, nei prossimi giorni nelle edicole e in libreria

Finale di partito

Michele Spanò

L’ironico calco beckettiano con cui Marco Revelli ha voluto titolare il suo nuovo pamphlet non fa velo all’urgenza del tema: la crisi di una delle forme più longeve dell’organizzazione della politica occidentale. La crisi conclamata e l’interminabile tramonto del partito politico sono indagati da Revelli senza nostalgie passatiste o vagheggiamenti di ripristino o restauro, ma anche senza indulgere alle facili pose della vendetta postuma o della resa dei conti.

Molti dati, in avvio; una genealogia e una proposta di eziologia, nel mezzo; domande più che risposte, in coda. Certo è che il libro di Revelli non ha né il tono né il passo del lavoro del lutto (è distante anni luce, tanto per intenderci, da alcune più recenti e importanti riflessioni trontiane). In Oltre il Novecento (Einaudi, 2001) Revelli aveva disegnato e auspicato una transizione possibile in grado di condurre dalla militanza all’attivismo: analizzando quella parabola del mutamento che investiva le forme dell’impegno civico degli attori sociali e le trasformazioni delle forme di vita (e di lavoro) contemporanee di cui quel nuovo modo di «fare» politica era la traduzione (e in verità tutta la metamorfosi si giocava sul necessario indebolimento di ogni «fare»).

Oggi il discorso si fa insieme più esatto e meno ottimistico. Se l’orizzonte del presente sembra essere quello di un vasto mare in cui si può solo «navigare a vista», dominato dunque dalla mancanza strutturale di «visione» e di «progetto», il soggetto collettivo deputato alla sintesi di interessi (e desideri) sociali che è stato (o avrebbe potuto essere) il partito politico è letteralmente alla deriva. Revelli mette al lavoro la genealogia dell’elitismo a dimostrare il tendenziale divenire oligarchico della forma partito e la necessaria «abrogazione» che oggi subirebbe quella che Roberto Michels chiamava, indagando in flagranti la nascita dei partiti di massa, la «ferrea legge dell’oligarchia». Il motivo che spiega tale «abrogazione» sta in quella che si potrebbe definire una fondamentale isomorfia tra le forme dell’organizzazione politica e di quella produttiva.

È il divenire postfordista della politica a spiegare la fine del partito e l’urto tra la sua naturale tendenza oligarchica e la «composizione di classe» delle forme della cooperazione sociale contemporanea. Come il modo di produzione capitalistico è transitato dal regime fordista a quello postfordista, così la politica si trova immersa in un ambiente in cui domina la «leggerezza» del just in time e la snellezza dell’organizzazione catalitica. I partiti si sarebbero rivelati incapaci di dominare il passaggio d’epoca e, soprattutto, di governare lo squilibrio tra costi di transazione e di organizzazione che lo caratterizza. Rimasti legati a un tempo dell’organizzazione macchinico e fabbricocentrico, i partiti sono investiti après-coup dalle metamorfosi del capitalismo.

Sono dunque le forme di vita contemporanee (i «cervelli furiosi»), che questi mutamenti hanno insieme (secondo una lezione che è tanto quella operaista quanto quella foucaultiana) prodotto e sopportato, a essere irriducibili a quella forma e a quello schema organizzativo. La crisi della forma-partito investe infatti il dispositivo cruciale della politica moderna: la rappresentanza. Una crisi che, nel riferimento al notevole programma di ricerca allestito da Pierre Rosanvallon intorno alla «controdemocrazia», è assunta con riserva. Revelli assegna infatti ai partiti il ruolo di discreti compagni di strada, di soggetti impegnati a sperimentare e praticare forme di socialità orizzontali e autorganizzate. Sembra insomma che la vita prevalga sulle forme.

È tuttavia una proposta appena sbozzata, e c’è da credere che attorno al rapporto di tensione tra forme di vita e forme della politica (o istituzioni) ci sia ancora molto da dire: il dibattito e gli esperimenti attorno alla possibile costituzionalizzazione dell’autonomia delle forme della cooperazione sociale lo attestano al di là di ogni irragionevole dubbio.

Marco Revelli
Finale di partito
Einaudi, 2013, 138 pp.
€ 10,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie