Arte e vita

Christian Caliandro

Il sistema italiano dell’arte contemporanea degli ultimi vent’anni è il mondo in assoluto più simile, per caratteristiche strutturali e funzionamento interno, a quello della politica: entrambi infatti sono accanitamente autoreferenziali, pur non essendo autonomi rispetto alla realtà esterna (la contraddizione è solo apparente); inoltre, cosa più importante, entrambi nei confronti di questa stessa realtà hanno sviluppato una forma psicotica di dissociazione, ai limiti della negazione. Entrambi si sono allenati all’ignorare del tutto le trasformazioni che li stavano riguardando, sostituendo la conoscenza – e la critica – dell’esistente con il reimpiego pigro degli stereotipi e svuotando al tempo stesso di senso i concetti guida del passato recente e lontano. Il problema centrale è proprio il distacco dalla vita.

Il cosiddetto sistema dell’arte si articola principalmente attorno a un addestramento collettivo al culto di feticci, alla perpetuazione di rituali bizantini e alla conservazione di codici autarchici che non intrattengono più alcun rapporto con il presente, ma solo con le forme del passato. Naturalmente, l’adorazione si concentra sui linguaggi elaborati tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta che, una volta privati dei contenuti (elaborati dai trentenni di allora, attorno a specifiche esigenze e al sistema di valori che orientava quella generazione) e ridotti a gusci vuoti, sono divenuti la base di quel gusto «postpost-concettuale» che da oltre un ventennio recita il ruolo di nuova Maniera internazionale.

In Italia questa situazione è aggravata dalle (solite) criticità strutturali. A partire dall’inizio degli anni Novanta l’arte contemporanea italiana ha inaugurato un processo di costante e inesorabile ripiegamento su se stessa che prosegue ancora oggi. Di fronte alle sfide e alla gigantesca riconfigurazione imposte dalla globalizzazione anche in questo campo, gli operatori del settore (galleristi, direttori di museo, critici e curatori, e in ultimo gli artisti stessi) hanno reagito chiudendosi entro i limiti angusti di un perimetro che ha concepito come unica connotazione «cosmopolita» l’esterofilia acritica – il segnale più sicuro del provincialismo.

Un ambito che per sua stessa natura dovrebbe essere rivolto alla sperimentazione e alla ricerca si è chiuso nella conservazione, rifiutando il confronto con l’altro e rifugiandosi nella dipendenza. (Il fatto è che una società «chiusa» come quella italiana di questi anni, un paese e una collettività in declino non possono produrre opere e contenuti di prim’ordine, ma esprimeranno inevitabilmente qualcosa che sia disponibile alla consolazione, alla retorica, all’autocelebrazione: diverso il caso della letteratura italiana degli anni Zero, che proprio per reazione a questo stato di cose ha saputo imboccare alcuni percorsi fecondi.)

Così, osserviamo tutti i giorni il paradosso di artisti giovani e giovanissimi che vivono nella più totale finzione. «Fare il curatore», «fare l’artista» è diventato infatti uno dei modi privilegiati per mascherare una condizione di umiliazione collettiva, che viene perennemente rimossa e nascosta sotto le coltri dell’autoindulgenza e dell’autoironia. Queste generazioni sono cresciute (e sono state cresciute) nell’obbligo di simulare vite interessantissime e mansioni affascinanti – perché così prevedeva il contesto; così prescrivevano le condizioni date.

Adesso si vede che fine ha fatto il contesto; adesso quelle stesse condizioni sono sul punto di disintegrarsi. Nell’era della crisi, in molti stanno scoprendo di essere impreparati: la formazione precedente è inservibile per decifrare il contesto in formazione: l’equipaggiamento mentale è del tutto inadeguato. Eppure molti continuano a non avere (e a non volere) una vita al di fuori del recinto dell’arte, un’esistenza che sia a stretto contatto con il mondo esterno e che si identifichi con esso fino a farlo diventare interno: il mondo dell’arte si è consumato in se stesso, è avvizzito per assenza di alimentazione.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Geopolitiche dell’arte

Stefano Chiodi

Sono molte e diverse le ragioni della progressiva emarginazione del discorso critico sull’arte contemporanea nella cultura italiana degli ultimi tre decenni. Tra le più rilevanti il mutamento strutturale del «sistema dell’arte», che ha posto l’esercizio della critica in posizione marginale rispetto alle logiche istituzionali e di mercato, il prevalere della «cura» sulla dissezione critica e l’impegno etico e politico come modello di approccio all’opera d’arte, l’implosione dei paradigmi storico-critici modernisti, la refrattarietà (sino a tempi recenti) dell’ambiente accademico ed editoriale e, non da ultima, l’evaporazione sul piano internazionale della presenza culturale italiana.

Da un bilancio estremamente sfavorevole di questa condizione muove il recente libro di Michele Dantini, Geopolitiche dell’arte, che fin dal titolo rivendica l’esigenza di una esplicita decolonizzazione del discorso sull’arte italiana post-1960, da attuare attraverso una serrata critica a quei «processi di internazionalizzazione subalterna» attraverso i quali artisti e movimenti si sono posizionati rispetto agli scenari internazionali. Ma perché decolonizzare? Perché è da una vera e propria, inconfessata subalternità culturale alle narrazioni storiche dominanti, in special modo quelle di area anglosassone, che deriva secondo Dantini la sostanziale incomprensione dei percorsi interni dell’arte italiana – da Piero Manzoni sino agli sviluppi più recenti –, il silenziamento delle sue immagini, regolarmente svuotate e appiattite su pseudospiegazioni di comodo o ideologicamente scontate.

Il costante ricorso a metafore e semplificazioni folkloriche, sia autoctone che provenienti dall’esterno, o la difficile negoziazione tra modelli di importazione, tra «canone metropolitano» e strategie di resistenza messe in atto dagli artisti italiani, divengono così per Dantini altrettanti nodi problematici da interrogare e riformulare spesso in modo radicale.

Una lettura genealogica delle immagini diviene indispensabile per ripensare in modi nuovi gli esiti di questa negoziazione in una serie di episodi celebri, come ad esempio gli «animali» di Pino Pascali, nei quali la memoria di Savinio si combina coi riferimenti modernisti a Brancusi sullo sfondo del minimalismo americano di metà anni sessanta, oppure la caustica appropriazione «paranoico-critica» dell’opera di Rauschenberg operata da Gino de Dominicis, o ancora le implicazioni «strategiche» degli autoritratti di Paolini del 1968-69 e il sottotesto ideologico dei riferimenti iconici di Pistoletto.

Nei saggi che compongono il libro, insieme a un serrato corpo a corpo con le incrostazioni e le lacune della «storia dei testimoni» sin qui dominante, si dipana così una rilettura spesso provocante e mai scontata della vicenda artistica italiana: che grazie anche alla rivalutazione del contributo di protagonisti come Carla Lonzi e Paolo Fossati mira a ridefinire confini e caratteri culturali di quella che Dantini definisce con significativa metafora etnografica una «zona di contatto», attraversata da «propositi di assimilazione e al tempo stesso sospinta da sensibilità, memorie, motivazioni proprie».

Michele Dantini
Geopolitiche dell’arte
Arte e critica d’arte italiana nel contesto internazionale dalle neoavanguardie a oggi

Christian Marinotti (2012), pp.224
€ 24

Dal n.28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Barcelona

Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Molta parte della critica ha insistito sulla derivazione dall’école du regard, e certo vi fa pensare l’insistenza di Lombardi sulla visività (sin dai titoli: L’occhio di Heinrich, 1965; La linea che si può vedere, 1967). Un incipit come quello di Barcelona («Il battente si aprì sul marciapiede di asfalto. Si vedeva una casa grigia alta cinque piani, c’era una finestra aperta e nel vano c’era una donna. Si vedeva il suo busto, la testa, una mano stretta allo stipite, i capelli crespi e gli occhi, le pupille nere e fisse, la pelle pallida del viso») pare in effetti un manifesto.

Ma altri elementi di questa scrittura rinviano a differenti tendenze del tempo. Si noti intanto la puntigliosa impersonalità della «panoramica»: anche quando la percezione è attribuita a un personaggio, per lo più il laconico protagonista «Giovanni Zevi» (alter ego destinato a tornare in altri romanzi), per lo più si legge: «Si vedeva», e più avanti, ossessivamente: «Si poteva vedere” ecc. Dato che parte integrante della storia si svolge sul treno che porta Giovanni Zevi da Parigi a Barcellona, più che Robbe-Grillet viene allora in mente Michel Butor con la sua Modificazione (1957): quello straniamento dell’affair che Butor otteneva narrando in seconda persona, risulta qui accentuato, e insieme in qualche modo dissimulato, dall’insistita impersonalità delle (scarne) azioni e delle (minuziosissime) osservazioni.

L’atto di vedere, che per tradizione rinvia al controllo razionale da parte del soggetto, si sposta così in una dimensione imprecisa, «sfocata». Come quella di un ubriaco che catatonico «si fissa» su certi oggetti: senza motivo, e senza che essi riescano a comunicargli (e comunicarci) alcunché. Pensando a un altro capolavoro di quegli anni, il Giovanni Zevi di Lombardi assomiglia in questo senso al console Firmin di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (1947, ma tradotto da Feltrinelli – lo stesso editore, allora, di Barcelona – nel ’61): un Lowry, s’intende, attutito, smorzato, accuratamente disepicizzato.

Non meno importante della vista è poi, in Lombardi, l’udito. Nello straniamento assoluto cui sono sottoposte le sue trame un ruolo rilevante lo giocano i rumori: suoni sordi, soffocati, incomprensibili e illocalizzabili. Gli stessi dialoghi, molto frequenti (a Lombardi si deve una ricca, e tuttora parzialmente inedita, produzione teatrale), sono smozzicati e frammentari. Non si sa bene chi dica cosa, le frasi non si concludono; tutto si sfarina in un continuo mormorio/blaterio, una sottoconversazione atonale. Come notava Giulio Ferroni in un importante saggio su Lombardi del 1974, è questo un motivo beckettiano (che torna anche nel primo Malerba): e davvero l’autore di Barcelona pare il più assiduo interprete, da noi, di quello che Gabriele Frasca ha definito lo stream of perceptions dei personaggi di Beckett.

L’effetto, lo si accennava, è quello di un assoluto straniamento. L’azione vagamente da spy story del romanzo – il progetto di un attentato al governatore franchista della Catalogna, alla vigilia della presa del potere di De Gaulle in Francia – è ricacciata nell’insensatezza d’una musiliana «azione parallela»: le ultime, splendide pagine abbandonano Giovanni Zevi per «inquadrare» una barca di pescatori dalla quale assistiamo allo scatenarsi di una tempesta che spazza via ogni ipotesi d’azione sensata, progetto o complotto che sia. E si aprono, proprio come L’uomo senza qualità, con una virtuosistica descrizione meteorologica dell’accumularsi delle nubi sul mare. L’occhio s’inabissa, il libro si chiude.

Germano Lombardi
Barcelona
Il Canneto (2012), pp. 168
€12,00

Peccato di omissione

G.B. Zorzoli

Le teorie economiche liberiste, per lo meno quelle che hanno maggiormente influenzato i governi occidentali negli ultimi decenni, sostengono che le politiche di redistribuzione della ricchezza nazionale a favore degli strati sociali più disagiati (attraverso la leva fiscale e provvedimenti come il salario minimo garantito) sono controproducenti: il loro costo condiziona negativamente la crescita economica, quindi danneggia tutti, anche chi si intendeva favorire.

È la teoria della torta – più è grande, più c’è da mangiare per tutti – che autorizza a liquidare con un’alzata di spalle valutazioni di segno opposto, come quella di cui riporto la parte più significativa. «Le disuguaglianze nel reddito pesano in misura rilevante sulla durata delle fasi di crescita dell’economia: una diminuzione dell’8% della disuguaglianza sociale aumenta del 50% la durata di una fase di crescita. Può sembrare un effetto eccessivo, ma è il tipo di miglioramento sperimentato in un considerevole numero di paesi. Noi stimiamo che, dimezzando il divario di disuguaglianza fra America Latina e i paesi asiatici emergenti, la durata dei cicli economici positivi più che raddoppierebbe in America Latina.

Se nel modello in cui valutiamo l’effetto della disuguaglianza includiamo anche altri fattori che influenzano lo sviluppo economico, il risultato non cambia in modo significativo, contrariamente a quanto accade per fattori come la qualità dell’istruzione e il grado di apertura al commercio internazionale. La disuguaglianza è decisiva anche quando confrontiamo la durata della crescita economica dei paesi emergenti in Africa e in Asia. Tutto questo suggerisce che la disuguaglianza sociale pesa in quanto tale sullo sviluppo economico. […]

Di qui una conclusione, tutto sommato incontrovertibile: si commetterebbe un grosso errore separando l’analisi dell’andamento economico da quella della distribuzione del reddito. Utilizzando una metafora marina, una marea crescente alza tutte le barche, e la nostra analisi indica che, aiutando le barche più piccole ad alzarsi, si aiuta la marea ad alzarle tutte, piccole e grandi». Non si tratta di parole in libertà. Il documento da cui le ho tratte è corredato da grafici e numeri a sostegno delle tesi sostenute e rappresenta la sintesi di una ricerca più estesa, pubblicata come articolo sul numero di settembre 2011 della rivista «Finance & Development».

Non si tratta nemmeno del lavoro di due studiosi liberal o – dio ce ne scampi – radical. Nulla a che vedere con uno Stiglitz, che sarà Premio Nobel per l’economia, ma non si perita di scrivere che aumentare le disuguaglianze comporta un’economia più debole, che a sua volta aumenta le disuguaglianze, che producono un’economia ancora più debole (Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, 2013). Gli autori della ricerca e dell’articolo, Andrew G. Berg e Jonathan D. Ostry, sono rispettivamente assistant director e deputy director del Dipartimento ricerca del Fondomonetario internazionale, e il loro lavoro è classificato come «IMF Staff Discussion Note 11/08».

Prima di parlarne ho atteso un più che ragionevole lasso di tempo. Tipico caso dell’uomo che morde il cane, mi aspettavo che l’articolo di Berg e Ostry suscitasse l’attenzione dei media, per lo meno di quelli che ci inondano di pensosi editoriali sulla necessità di sacrifici per risollevare l’economia. Liberi, dal loro punto di vista, di gridare allo scandalo; di contestarlo; di mettere alla gogna i suoi autori. Non il silenzio assordante che ha accolto in Italia una posizione così controcorrente, resa pubblica dal Fmi. Meglio, moltomeglio, sopire, troncare. Perché creare difficoltà al nostro beneamato premier professor Monti, impedendogli di definire in tutta tranquillità «deboli di cuore» coloro che non accettano la necessità di una severa politica economica (definizione data nel discorso agli operai Fiat di Melfi)?

Maschile plurale

Alberto Leiss

Massimo Recalcati ha interpretato la crisi della sinistra come frutto dell’incapacità di gestire un tipico conflitto edipico. I “padri” (Bersani, D’Alema ecc.) non hanno saputo vedere l’esigenza di un passaggio simbolico del testimone ai figli (Renzi). E d’altra parte anche i figli, imbracciando la bandiera della “rottamazione”, hanno irrigidito il conflitto negando ogni riconoscimento. Così lo scontro simbolico si imbarbarisce e, come si è visto, non produce nulla di buono.

Ma anche spostando lo sguardo sugli altri attori della politica, le cose non vanno molto meglio. Berlusconi è un “padre Duce”, senza discendenza e politicamente sterile. E Grillo si presenta come un “padre-ragazzo”, che si maschera da adolescente e parla il linguaggio semplificato degli insulti. Starebbe ai suoi giovani figli il compito di “farlo ragionare” per il bene della democrazia…

Recalcati sembra non vedere che il vero limite di tutte queste situazioni descritte è l’esclusivo protagonismo di figure maschili. Penso che siamo nel tempo in cui l’autorevolezza della politica, come qualunque altro “potere” che ha bisogno di credibilità, può costituirsi solo riconoscendo pienamente il ruolo delle donne, delle madri e delle figlie. Il diaframma tra pubblico e privato, personale e politico, oikos e polis, è caduto irreversibilmente.

Le clamorose dimissioni del Papa hanno alzato il velo anche su questa realtà. Ma la Chiesa cattolica ha il pregio di rendere esplicito il valore fondante per il potere di un “separatismo” maschile che è stato finora praticato, anche se in forme meno consapevoli e meno liturgicamente appariscenti, in tutti i luoghi in cui il potere si esercita: partiti e istituzioni, accademie, giornali e tv, eserciti, industrie e banche.

Un potere che però sembra fallire clamorosamente. Una parte del femminismo italiano ha teorizzato da tempo la “fine del patriarcato”, di cui vedremmo qui i sintomi. Una traduzione mediatica un po’ banale è la ricorrente “crisi del maschio”. Maschi accecati dal rancore che diventano violenti. Maschi attanagliati dalla paura che fuggono dalle proprie responsabilità, mentono su se stessi, restano adolescenti insicuri. Un dato comune di fragilità e di incapacità al cambiamento di sé che descrive una nuova “questione maschile”. Ma è proprio vero che il destino di noi uomini sia oggi condannato all’arroganza fallimentare del potere, o all’insignificanza di un ripiegamento malinconico?

In realtà da anni esiste anche in Italia una rete di gruppi di uomini e di singoli che hanno sviluppato una riflessione critica sui modelli maschili dominanti. “Abbiamo iniziato - dice un testo che con gli amici di Maschileplurale abbiamo messo al centro di un incontro pubblico e di una discussione in rete - prendendo la parola, come uomini, contro la violenza maschile sulle donne. Ma la violenza è parte di un universo culturale condiviso non solo dai violenti: per contrastarla è necessario mettere in discussione il nostro immaginario, la nostra idea delle relazioni tra i sessi, le nostre aspettative e proiezioni nei rapporti con le donne e con gli altri uomini. Oggi sentiamo la necessità di andare oltre la denuncia della violenza e delle sue radici e costruire un percorso in grado di dare voce al desiderio di cambiamento di noi uomini”.

Nessun equivoco edificante: uomini buoni contro uomini cattivi. Ma ricerca e verifica di un mutamento possibile. Di un desiderio che si esprime anche nella voglia di molti giovani maschi di un modo nuovo di essere padri, di impegnarsi nei lavori di cura che vengono finalmente riconosciuti come essenziali per lo stare al mondo, al di là dei ruoli stereotipati di genere. Non è cresciuta ancora una corrispondente capacità di esprimere queste novità come fatto collettivo, pubblico, di farne un conflitto leggibile con l’esistente. Di tradurlo, in definitiva, in un fatto politico. Capace di cambiare davvero lo stato presente delle cose.

Mio fratello è figlio unico - Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini?
Con questo titolo noi di Maschile Plurale proponiamo un incontro pubblico tra uomini e donne a Roma, il 16 e 17 marzo prossimi.
Vorremmo aprire una discussione sul mutamento delle relazioni tra i sessi e sul rapporto tra questo mutamento e ciò che intendiamo per politica.

Sabato 16 marzo 10-13,30 – 15-19 _Domenica 17 marzo 10-13,30.
Nei locali dello SCUP (via Nola 5) Roma - S.Giovanni

Il sogno di rifare il mondo

Furio Colombo

Constati che la vita è insopportabile, che le imposizioni, che siano leggi o violenze, non si possono più tollerare e che non puoi contare su momenti di remissione del male. Sai che comunque la degenerazione che stai denunciando ritorna. E quando condividi questa tua persuasione con altri, scopri che molti sono d'accordo, poi altre e altri ancora. Non commettere l'errore di combattere contro qualcuno in particolare. È molto importante che i nemici siano molti (per esempio una "casta") e che tutti, senza perdere tempo a distinguere, "escano fuori con le mani alzate" e si ritirino per sempre. Per arrivare a questo punto occorrono, nei regimi detti democratici, delle formalità chiamate elezioni. Molti voti sono utili, difficili da confutare e creano approvazione che diventa subito più ampia del voto. Raggiungere in corsa un gruppo molto grande che sta andando non dice dove, ma certo nel posto giusto, è il gesto istintivo della maggior parte delle persone.

Non ci fossero le elezioni, ci sono due modelli che sono poco studiati, poco imitati e molto efficaci nel nostro passato prossimo. Uno la rivoluzione culturale cinese, che ha stanato e punito sul posto i colpevoli di non essere nuovi, i sospetti di tradimento del futuro (il percorso subdolo, intricato e involontario delle culture sbagliate). L'altro è il grande trasferimento di popolazione organizzato fino ai dettagli, in tempi diversi, con strumenti diversi, ma con uguale fermezza che non fa sconti alla vita, da Stalin e da Pol Pot. In comune, non come esito di una rivoluzione ma come svolgimento necessario della ragione di quella rivoluzione c'è lo spostamento fisico obbligato di persone da un luogo a un altro (e anche da un'attività ad un'altra, in caso di sopravvivenza.

In tutti questi casi si nota la richiesta, interpretata come una necessità, di obbedienza a un potere verticale che non può essere rallentato dal dubbio o dalla discussione. Due sembrano dunque i tratti del sogno - o progetto - di rifare il mondo. Il primo è di rendere ridicolo, disprezzabile e non più accettabile il protagonista, qualunque protagonista, del mondo di prima. Praticamente chiunque sia stato trovato sul posto. Il secondo è una rappresentazione fisica del nuovo che sta scacciando il vecchio. Meglio se avviene attraverso una rimozione completa dei " vecchi", classe, gruppo o persone. Ma se non è possibile, o per il tratto di percorso in cui non è ancora possibile, è necessario impermeabilizzare il nuovo e impedire ogni confluire di esso nelle vicinanze del vecchio.

L'idea implicita è quella di infezione che coglie chiunque si lasci agganciare e mostri di voler intrattenere relazioni di normale confronto con "gli altri". Se necessario si devono minacciare pene (la più grave, l'espulsione) ma anche definire subito come azioni spregevoli i contatti per verificare possibilità di intesa. Per esempio sostenere che un consultarsi, nell'ambito di un'assemblea eletta per sapere e capire se si possono dare, oppure offrire,certe condizioni di accordo, viene definito come tentativo di corruzione. Entra in campo il valore "purezza" che rafforza sul piano morale il timore fisico di infezione o contagio. L'importante è pattugliare tutti i livelli, morali e fisici, psicologici e organizzativi, di coscienza e di persuasione logica o ideologica, in modo da evitare i pericoli di contatto.

In questo modo si progetta o si immagina un continuo risalire della energia e qualità umana raccolta dal risultato brillante del voto (il numero di persone elette corrisponde a un grande partito che non c'è) dal basso (gli eletti del partito che non c'è) verso l'alto, l'unico punto fisico visibile (a volte) e forte della nuova forma organizzativa di cambiamento radicale del mondo. In comune con il passato ha il culto di una sola volontà egemone. La clamorosa differenza sta in due vuoti di identità: non c'è partito e non c'è programma. Le decisioni spettano a una persona che si vede e non si vede, c'è e non c'è (non è senza significato l'apparizione su una spiaggia toscana del leader mascherato, a imitazione del subcomandante Marcos). E a una persona che si suppone ancora più autorevole, e che si intravede sul fondo. Si pensa che sia l'ispiratore.

La comunicazione "one way" ovvero parla ma non ascolta. Risponde solo agli attacchi perché incrementano il materiale "contro". "Contro" è la direzione della grande marcia. Per esempio contro la Costituzione che garantisce al deputato o senatore la libertà da ogni vincolo di mandato". Questa libertà (introdotta nella Costituzione come antidoto a prevaricazioni sulla libertàò del singolo) adesso viene descritta come un imbroglio, una "circonvenzione", ovvero un trarre in inganno chi vota e privarlo di un guinzaglio per trattenere il votato. La creazione del mondo richiede dunque silenzio, obbedienza, pochissimi punti decisionali, un certo segreto, una salda disciplina e una comunicazione solo da uno e solo dal vertice. La proposta arriva attesa e popolare in quanto invito a fare il mondo da capo. Sono le regole, la ruvida disciplina, la denuncia come punizione immediata, il cappello a cono e le orecchie d'asino a chi osa discutere che lasciano dubbi.