Memoria ed esorcismo

Mario Gamba

Niente da fare. L’informazione e l’opinione democratica mainstream non ce la fanno ad accettare che la lotta armata sia stata un capitolo della storia politica di sinistra degli anni Settanta. Non di un romanzo criminale tipo banda della Magliana. In Italia e altrove. Eppure dovrebbe essere noto a molti, specie agli storici, che la diffusione di libretti di istruzioni per la guerriglia metropolitana (Marighella ecc.) e per la confezione di bottiglie Molotov ha addirittura preceduto e poi accompagnato il ’68 italiano e non solo italiano. L’ipotesi della lotta armata era tra quelle che si sono presentate alla nuova generazione della sinistra rivoluzionaria.

A un certo punto hanno operato le Brigate rosse, Prima linea e altri gruppi. Tutti formati da militanti che provenivano da varie esperienze e da varie culture di sinistra: quella insurrezionalista di correnti del Pci legate all’idea dello sviluppo della guerra partigiana, quella operaista, quella lottacontinuista erano le culture politiche più note nella vicenda. Ma i rivoli erano tanti: nel ’77 si notarono file di ragazzi che andavano in giro a chiedere «come ci si iscrive alle Br», per dire che nemmeno gli amici degli indiani metropolitani erano così refrattari all’ipotesi guerrigliera.

È andata come è andata. Male. La scelta dell’omicidio politico come metodo principale (diversa, per fare un esempio, da quella degli Weathermen americani, evocati nel recente film di Robert Redford uscito in Italia col titolo La regola del silenzio) è stata discussa e a volte ripudiata da esponenti degli stessi gruppi armati di sinistra. Si è discusso sugli obiettivi: perché Moro e non Andreotti, per esempio? Ma il capitolo è lì, è una parte della storia degli anni Settanta. Molti militanti della lotta armata sono stati conosciuti, frequentati, amati da una moltitudine di persone impegnate nelle lotte del ’68 e oltre, anche da semplici simpatizzanti (ce n’erano davvero molti a quel tempo), nei bar delle città, nelle assemblee studentesche e operaie, nelle manifestazioni, nelle discussioni domestiche.

Molti non erano d’accordo. I gruppi e i partiti extraparlamentari si sono distanziati con diversi gradi (rigida Avanguardia operaia, meno rigide Autonomia e Lotta continua) dalle formazioni guerrigliere. Ma il sentimento dell’aver comunque qualcosa da condividere con i protagonisti della lotta armata, il desiderio del grande cambiamento, di nuove relazioni libere tra gli uomini, quelle cose, insomma, nel corso degli anni Settanta restavano in circolo.

Eppure il funerale di Prospero Gallinari, un uomo che si sapeva generoso e rigoroso, un uomo che aveva avuto l’occasione di far conoscere la sua natura di sincero rivoluzionario e non di freddo killer, questo funerale che si è svolto in un’atmosfera di raccoglimento e di commozione, con un rituale discreto, di pugni chiusi e canto sommesso dell’Internazionale (discorde, miscelato come nei brani musicali dell’avanguardia, per usare la dizione che ancora si usa, a volte, a proposito della musica disarmonica), un po’ in italiano un po’ in francese un po’ in assolo un po’ in coro un po’ nel testo tradizionale un po’ in quello reinventato da Franco Fortini, quel funerale accompagnato da piccoli pronunciamenti e ricordi e dichiarazioni politiche e dichiarazioni d’amore, quel funerale che si chiudeva nel cimitero di Coviolo, frazione di Reggio Emilia, con Sante Notarnicola, l’anarchico, che omaggiava «la generazione più pura, infelice e cara», non è andato giù ai commentatori autorizzati del senso comune democratico.

Erano assassini. Lui, Prospero, era un assassino e basta. Questo il ritornello. In aggiunta: considerazioni sull’obbrobrio del legame ancora mantenuto con la figura di un brigatista e con una vicenda vissuta intimamente come un’epopea. Ho scritto un articolo per «il manifesto» sul funerale di Gallinari. Cronaca. Con commozione e partecipazione.

L’uscita ha suscitato reazioni diverse e opposte tra i lettori. Dai concordi agli orripilati. Colpisce in questa platea di estrema sinistra la presenza dell’esorcismo. Ci sono stadi del discorso sugli anni Settanta nei quali non si ragiona più. Era un assassino, punto. Colpisce non lo spirito gandhiano, ma la nettezza sentenziosa della condanna assoluta. Eppure c’eravate anche voi, compagni scandalizzati lettori del «manifesto», la sera al bar dell’Operetta in corso di Porta Ticinese, la mattina presto al picchetto duro all’Alfa Romeo di Arese, c’eravate a conversare o a discutere con i compagni di Renato Curcio. Vedevate bene di che pasta erano fatti. Molto simile alla vostra. I ricordi sbiadiscono, come è giusto. Saper leggere la storia, il capitolo di quella storia, è sempre utile.

Chi se ne fotte dell’arte

Manuela Gandini

In un pomeriggio d’inverno del 1969, due uomini e due donne – Jon Hendricks, Jean Toche, Poppy Johnson e Silviana Goldsmith – entrano nella lobby del MoMA di New York. Sotto i cappotti nascondono sacchetti pieni di sangue di bue. I quattro appartengono al Gaag, il Guerilla Art Action Group, e preparano un’azione flash. Toche legge una durissima dichiarazione contro i Rockefeller, membri del board del museo: «Fanculo Rockefeller! Non vi vogliamo e non vogliamo i vostri sporchi soldi! Se questo è l’unico modo per avere l’arte, chi se ne fotte dell’arte!». Nel documento, frutto di indagini reali, si denuncia il coinvolgimento dei Rockefeller nella produzione di gas chimici e di napalm per la guerra del Vietnam. E affermando la pericolosità della loro presenza al MoMA, che determina orientamenti e politiche culturali, ne vengono chieste le immediate dimissioni perché: «Se l’arte è una ricerca umanitaria, la sua antitesi è la distruzione della vita umana». I Gaag simulano una rissa con urla, sangue, vestisti strappati e se la danno a gambe.

In quello stesso periodo Andy Warhol serigrafa biglietti da un dollaro perché ritiene che: «Fare soldi è arte. Fare un buon business è la migliore opera d’arte». Così il rapporto tra arte ed economia si rafforza e, grazie alla pop art, diventa sempre più intimo. Il mondo dell’arte è spaccato in due: da una parte le star conformi alle necessità del sistema ingrossano il loro conto in banca, dall’altra i sovvertitori, tra i quali il gruppo Fluxus, compiono azioni di microdisobbedienza neutralizzando il potere dei soldi. Oggi il sistema dell’arte – che ha celebrato teschi tempestati di diamanti, mucche in formalina, scaffali zeppi di tranquillanti e obitori (Damien Hirst) – determina quel gusto funereo, acritico, postcapitalista che aleggia sulle teste umane.

Non è un caso che, in quest’epoca di solitudine e instabilità, a dominare sia il senso di paura, morte e precarietà così ben rappresentato dagli artisti di punta sui quali scommette l’alta finanza. Il ritratto della decadenza del neoliberismo che implode su se stesso si coglie immediatamente nei ricami lacrimosi di Francesco Vezzoli e nei suoi video barocchi debordanti di orge. Dall’altra parte l’indistinta marea di artisti più o meno giovani, sepolta sotto una coltre di nebbia o confinata nelle stanze degli ultimi centri sociali, non ha accesso a mondi superiori, ma forma un tessuto orizzontale, una trama di sotterraneo dissenso che potrebbe corrodere dall’interno i pilastri del sistema.

Nel 2004 invitai Mika Rottenberg (1976) a partecipare a una mostra collettiva a Milano. A ventotto anni, con un master alla Columbia University di New York costato centomila dollari l’anno, l’artista è entrata nella collezione del MoMA. Come lei, decine di giovani sfornati dalla stessa Università – allenati a un linguaggio ipercontemporaneo frutto di un mix di pop, surrealismo e trash – hanno fatto il loro ingresso trionfale nel tempio del contemporaneo. Se originariamente il museo era l’ultima tappa di una carriera di ricerca e affinamento, oggi, dopo un paio di personali nelle gallerie trendy e l’uscita in batteria dalla scuola giusta, vi si approda agilmente, per poi entrare nelle collezioni importanti. Quali sono allora gli attuali parametri di giudizio? Cosa rende tale un’opera d’arte? Forse il suo potere soporifero pseudoprovocatorio? E quanto il business, esaltato da Warhol, si è appropriato dell’anima dell’arte?

Tra le anomalie dei sistemi museali italiani è curioso notare il caso di Bologna. Il direttore del MAMbo, Gianfranco Maraniello, è stato recentemente nominato anche direttore dell’istituzione Bologna Musei che comprende ben tredici musei. La concentrazione delle decisioni di un elefantiaco sistema espositivo nelle mani di un’unica persona determina una visione rovinosamente unilaterale a scapito della molteplice vivacità delle voci del contemporaneo.

El especialista de Barcelona

Angelo Guglielmi

El especialista de Barcelona è un enorme riccio ammatassato e nero i cui fili, di diversa specie e energia, si aggrovigliano in un nodo in cui il lettore è chiamato a frugare. Ognuno dei fili è un aspetto del mondo e un tratto degli uomini che lo abitano, dei suoi pensieri non pensieri, dei suoi finti sentimenti, della sua ingordigia e avarizia, della sua mancanza di generosità, della sua vigliaccheria, della sua volontaria ignoranza. E se questa è l’umanità meglio per BA (Busi Aldo) è chiamarla Umaneria e per vederla a tutto spettro, e abissarsi nei suoi orrori, niente è meglio che guardarla dentro lo especialista de Barcelona, un “cattedratico especialista di madrigali portoghesi”, nella cui casa l’autore si ritrova ospite nolente, e nel grumo di parenti, possibili improbabili, che crescono, come un cancro, intorno a lui scambiandosi di sesso, di ruoli e di opportunità (ma sempre in corsa per il peggio ), “Gli esseri umani sono meravigliosi non perché sono, come suole dirsi, dotati di intelligenza… ma perché non la usano”.

Hanno “labbra a bancomat come lame di coltello a serramanico”. Si illudono che la morte sia l’ultimo atto; in realtà, “a non vedere niente di male in niente”, muoiono prima di morire. “Occorre un coraggio da leone per insistere a essere compassionevoli, disinteressati e bastonati, e a non fare dei lividi degli stendardi della propria superiorità”. E l’autore (BA come è scritto nei certificati dell’anagrafe prima di diventare lo scrittore AB) che parte ha in questo groviglio di vergogne? Lui più che una controparte è un complice non rassegnato: la sua colpa (sì, colpa) è aderire al convincimento che “miglior vizio del continuare a vivere ancora non si è trovato, è l’unico complessivo incubo a occhi aperti ammesso”. E il suo merito (anzi vanità)? Proporsi come “l’autobiografo dell’umanità”, un po’ la parte di Dio. “Una parte, la Sua, di merda a circuito chiuso continuo, ammettiamolo, né Gli entra come cibo né Gli esce in tanti stronzi, gira in tondo, l’ano è talmente a filo diretto con la bocca che non si può dire con certezza da dove Gli sia entrato il Verbo che Gli è uscito”.

El especialista de Barcelona è un romanzo autobiografico? No; a chi sta a cuore il romanzo della vita, di cui pretendere di essere considerato eroe assoluto, AB risponde che a lui “sta a cuore la vita del romanzo, in cui io stesso sono un comprimario, un figurante, un io di passaggio”. E che cosa è la vita del romanzo, come lo si anima e sveglia? Un grande scrittore, se pure svizzero, affermava che obiettivo di un romanzo (e più in genere di ogni opera d’arte) è sfidare l’indicibile, cioè qualcosa che non si può (e non si riesce ) a dire tanto da concludere che l’azione del romanzo (il gesto della trama) è girargli intorno all’infinito appena sfiorandolo. Girargli intorno con il pensiero e le parole che lo riflettono. E le parole sono infinite, tra opzioni e imprevisti e inciampi...

“Il pensiero - scrive Aldo Busi - non è fatto solo di soggetto verbo complemento punto, ci sono anche gli incisi e gli incisi degli incisi e i tre puntini funzionano a meraviglia sia per segnare una pausa sia per interrompere un pensiero principale inserendo lo svincolo di uno secondario per poi rimettere tre puntini e ritornare sulla strada maestra… a ritrovarla! Sono pause solo pause del recitato. Il fiato che prende fiato e poi riparte, una specie di pietra miliare dello straem of consciousness di noialtri, per arginare la libera rappresentazione di un evento principale che è compatto solo se fluisce nelle sue diramazioni secondarie, che secondarie non sono mai. Il fatto è che, come non esiste più un centro, non esiste più un pensiero principale. È tutta una periferia, l’Europa stessa è una periferia”.

E davvero straordinaria la ricchezza lessicale e sintattica della lingua di questo ultimo Busi, ulteriormente sovvertita da un impulso dialettico che le consente di smentirsi senza contraddirsi. La conseguenza non è certo la possibilità della verità ma una offerta di protezione dall’arroganza e la morte dell’innocenza.

Una volta scrissi che Busi è un grande scrittore che scrive brutti libri. Lo scrissi dopo Seminario sulla gioventù (un capolavoro assoluto) leggendo con attesa delusa i suoi successivi romanzi in cui mi pareva vincesse una maniera stanchevole e viziosa. Con El especialista Busi, lontano dalle miseria dell’attuale narrativa nostrana e dalle sue proprie, recupera un filo d'uscita che pesca nei grandi classici di ieri così serenamente consapevoli delle regole tanto da farne mostra e in cui la ricerca della bellezza (l’invenzione linguistica) non era estranea all’impegno etico e la leggerezza e spregiudicatezza alla severità delle parole.

Aldo Busi
El especialista de Barcelona
Dalai Editore (2012), pp. 373
€ 19,00

Roma senza papa

Andrea Cortellessa

Negli anni Sessanta Guido Morselli immaginò il pontificato dell’irlandese Giovanni XXIV, all’altezza del 2000, come il tran-tran da CEO di una multinazionale di medio livello. Che a un certo punto, sostanzialmente per comodità, dà l’addio ai fasti barocchi (e al traffico non meno barocco) dell’Urbe per insediarsi in un impersonale, grigio residence di Zagarolo. Più che agli interrogativi senza risposta di Michel Piccoli nel citatissimo, in questi giorni, Habemus Papam di Nanni Moretti (ritrasmesso ad hoc in tivù), viene da pensare al cicaleccio formicolante quanto vacuo di Roma senza papa, appunto, come alla più efficace prefigurazione del gesto di Benedetto XVI che ha sconvolto il mondo, anzitutto mediatico, l’11 febbraio.

Da ben sette anni orfani dei frissons da freak show di Wojtyla, colla sua interminabile colliquazione in mondovisione, non è parso vero ai media poter sparare di nuovo in front page Piazza San Pietro (che fa sempre, diciamolo, la sua porca figura sullo schermo – specie sotto la pittoresca nuvolaglia di febbraio). Sicché dopo aver ululato per anni al martire, all’eroe, al bodyartist estremo Wojtyla – del pari il medesimo media world ora incensa, per lucidità spregiudicatezza e coraggio (?), il suo decoloratissimo successore. (Mentre fioriscono sfrenate, si capisce, le dietrologie: da VatiLeaks allo IOR al truce Segretario di Stato Bertone – che le Dimissioni servirebbero a mettere in fuorigioco, laddove già il figuro a quanto pare si stava preparando a telecomandare Ratzinger come Ratzinger aveva telecomandato Wojtyla durante il suo lungo addio. Curiosa tattica, quella di chi per dar scacco a un sottoposto insubordinato non trovi di meglio che dimettersi).

L’appellativo che risuona con maggiore insistenza è «rivoluzionario»: sostenendo che, con l’explicit a sorpresa, il pontificato di Ratzinger avrebbe riscattato, tutto in una volta, il settennato di sbadigli a sganasciare che lo ha preceduto. Ce lo aspettavamo conservatore, s’è detto, ed è stato – appunto – un rivoluzionario. Non si sa bene di che indirizzo sia, codesta pretesa «rivoluzione» di BXVI (il cui gesto più memorabile, nei sette anni di catalessi politica, è stato nel 2009 il tentativo, di memorabile goffaggine, di riannettersi – nulla di più urgente in agenda, si vede – gli ultras tradizionalisti di rito lefebvriano: giungendo a revocare una scomunica wojtylesca a quel vescovo Williamson che aveva fatto parlare di sé come negazionista della Shoah).

Qualcuno ha fatto notare come l’istituto dell’abdicazione sia in effetti un relitto giuridico dello status di Papa Re, con tutti i suoi bravi poteri temporali (per questo non ve n’era traccia dal XV secolo): se l’autorità del Pontefice è per eccellenza spirituale, non si vede come l’Illuminazione Divina (e il dogma dell’Infallibilità che ne deriva) possa essere di punto in bianco – e anzi con anticipo di due settimane, come nemmeno la più bennata collaboratrice domestica – revocata e a tutti gli effetti sospesa (un alto prelato polacco, con ovvie nostalgie wojtyliane, s’è di fatto adontato: «dalla Croce non si scende quando si vuole»). C’è poi chi dice che il coup de théâtre in Vaticano avrebbe rotto le uova nel paniere alla rincorsa elettorale dell’altro Unto dal Signore, il Berlusca candidato premier per la sesta volta, che s’è visto così inopinatamente sottratta la luce dei riflettori. Più verosimile pensare che BXVI si sia voluto allineare alle Grandi Riforme minacciate per la prossima legislatura dai Monti Boys: la si faccia finita con ’sta barba del posto fisso e più flessibilità per tutti (ma anche, pensionamenti il più in là possibile).

Tutto ciò premesso, però, confesso che la mutria in cartapecora da Imperatore del Male di Star Wars del Ratzinger scoronato, in queste ore, mi è venuta in una certa simpatia. Chi non si ricorda di quella stellare prima pagina del manifesto, «Il Pastore Tedesco»? Ora che può di nuovo scodinzolare in pace per i Giardini Vaticani, finalmente il povero Ratzi è tornato un cane sciolto.