Resistenza e repressione digitale in Russia

Intervista a Maria Chehonadskih a cura di Stella Succi

Internet è uno strumento anonimo e spersonalizzante. Al contrario, l’attivismo è una scelta fortemente personale: come ha affermato Oleg Vorotnikov del gruppo Voina durante un’intervista (qui di seguito pubblicata), quando si compie un’azione -diversamente, ad esempio, da una performance - si è strettamente se stessi, e si viene arrestati in quanto se stessi. Qual è il legame concreto tra azionismo “di strada” e azionismo virtuale? Quanto queste due realtà convergono o si influenzano l’una con l’altra?

Ribalterei questa affermazione: l’azionismo di strada è un’azione collettiva, una sorta di coreografia di corpi dove l’individuo non ha valore. Al contrario di Voina, direi che nell’azione di strada si è al di fuori di se stessi, perché si è parte di un corpo collettivo e si può essere arrestati come tanti altri. Questa è una delle differenze tra l’attivismo di strada e l’azionismo. In ogni caso, il principio fondamentale del primo è che un singolo diviene parte di un insieme comune, mentre l’azionismo non è altro che un gesto individuale rappresentato in varie forme virtuali. La partecipazione alle azioni di strada comincia nella realtà mediatica, che è l’unica possibilità di organizzare un evento e deciderne il leader. In ogni caso, per diventare l’eroe di internet o dei media non è sufficiente essere arrestati, bisogna avere una storia dietro di sé, che può essere riconosciuta come un caso significativo o che abbia degli aspetti di prossimità al terreno comune della realtà sociale.

Quindi, il cyperspazio dal mio punto di vista è uno strumento per personalizzare le realtà possibili. Proviamo ad osservare ad esempio, la comunità di Facebook, che è una nuova forma di striptease sociale: ciascuno vuole essere rappresentato ed esposto. In questo contesto, l’attivismo si è trasformato in ricerca permanente di “like”. Bisogna decodificare gli eventi politici con il marchio della cultura di massa per collezionare questi “like”, il che significa creare gli eroi, le teorie pop-marxiste e la macchina delle immagini sovversive.

Abbiamo conosciuto le azioni di Voina grazie alla loro rappresentazione artistica e mediatica. Le loro azioni, secondo me, sono un’articolazione delle forme di vita post-sovietica, che esistono in un contesto di resistenza quotidiana di attacco alla realtà. Prova a camminare per Mosca e vedrai che ad ogni angolo le persone fanno le stesse performance di Voina, inventando modi fantasiosi di rubare cibo nei supermercati o capovolgere macchine della polizia, facendo graffiti anonimi o mettendo uniformi della polizia per sentirsi più potenti. Viviamo in una guerriglia, “gentiluomini alla ventura” bohemien, che realizzano quotidianamente modi eroici di resistenza. L’azionismo è la nostra forma di vita locale. Voina ha fatto un bel lavoro trasportandolo nello spazio mediatico sotto forma di pratiche di arte radicale.

Questa connessione tra attivismo “virtuale” e “fisico” dovrebbe essere affrontata come un complesso sistema di traduzione e riarticolazione dei fatti. Non è chiaro se sia nata prima l’idea dell’immagine e della sua rappresentazione o azione, oppure la storia riguardo a questa azione sotto forma d’arte, di testo, o di campagna mediatica. È un modo ulteriore di informare, mobilitare, prestare attenzione a qualcosa o una forma indipendente di attività, che ha una sua propria connessione con la realtà offline?

Prova ad immaginare di aver creato un sito web con la traduzione di testi marxisti nella tua lingua. Il giorno dopo, il dipartimento speciale della polizia arriva nel tuo appartamento accusandoti di stare propagandando idee estremiste. Vieni trasportato immediatamente nello spazio fisico. In altre parole, l’attivismo virtuale in forma pura non esiste, ed allo stesso modo l’attivismo di strada è ormai diventato parte della rappresentazione mediatica.

Puoi descrivermi la realtà stratificata del Web in Russia, dai blog più importanti ai social network? Quale di queste due realtà è più preoccupante per il potere russo, fortemente personalizzato?

MC: La cultura mediatica e web è sorta nel periodo post-sovietico come reazione alla totale depoliticizzazione della società dopo una serie di catastrofi economiche, sociali ed ecologiche. In questo contesto, il cyberspazio è stato considerato come un nuovo strumento underground per l’intellighenzia e ha dato spazio a testi, commenti ed esperimenti sociali al di fuori della politica ufficiale. I “dissidenti web” rispecchiavano la disintegrazione delle relazioni sociali e le loro comunità emersero con l’emergere del collasso della politica ufficiale: nelle università, sul posto di lavoro, nel mondo dell’arte e della cultura esistevano molte iniziative auto-organizzate che combinavano l’idea di creare istituzioni alternative con un desiderio di riconoscimento ufficiale da parte dello stato e del capitale. A metà degli anni Duemila, la creatività di questi dissidenti si è convertita in progetti ambiziosi, e molti di loro sono diventati supervisori di nuove istituzioni pre-governative, lavorano per grandi media corporations internazionali, sono leader o dirigenti di nuovi partiti politici.

Un altro importante risultato di questo sistema è stata la crescente sfiducia nei confronti di tutte le forme di discorso formalizzato e di definizione stabile. Questo tipo di coscienza è nata in una situazione di afasia postraumatica, quando non si riuscivano a trovare le parole giuste per spiegare cosa stesse accadendo. Il cyberspazio è popolato da comunità di ‘postmodernismo ortodosso’ o di ‘cosmisti liberali’, accanto a forum culturali alternativi. Esistono, diciamo, queste due tipologie mediatiche: blog informali autoprodotti, da una parte, e siti ufficiali, per lo più liberali e conservatori, finanziati da grandi affaristi dall’altra. Facebook e gli altri social network popolari sono diventati l’unica arena per la discussione pubblica, per il resto non c’è più spazio.

Ovviamente diventare visibile e comprensibile per il popolo della rete implica l’uso di strategie pop e immagini epiche ed eroiche. Il caso Pussy Riot insegna che attivismo locale e arte radicale possono sopravvivere solo se sono visibili nello spazio mediatico, se causano scandalo, e mantenere questo effetto richiede da parte dell’artista-attivista un’autorappresentazione eroica e potente, oltre ad una grande organizzazione e ad una tecnica brillante, per andare dal punto A al punto B. In questo regno “vale tutto”: provocazione, pubbliche relazioni, pubblicità o il riciclo di vecchi miti.

In realtà, i riti di affermazione del potere Brezhneviani e la sua rappresentazione hanno fatto sì che la chiesa e la polizia abbiano cercato una risposta simmetrica in pratiche di isteria personale e attivismo eroico. Solo i parresiaci più coraggiosi possono parlare di potere in questa situazione, perché questo potere è sempre stato personificato, e con la perenne attesa di un leader la risposta del potere è stata necessariamente personale. In questa situazione il popolo cerca relazioni faccia a faccia, e se non fosse possibile si sentirebbe abbandonato; altre realtà, come il capitalismo o lo sfruttamento, sono troppo astratte per loro.

Qual’è il contributo di internet all’attivismo? E qual è la proporzione tra quantità e qualità di questo contributo?

MC: È una domanda alla quale è difficile rispondere. Penso che l’attivismo mediatico nelle forme che ho descritto corrisponda alla realtà del capitalismo cognitivo globale, nella quale internet è un importante strumento allo stesso tempo per opprimere e resistere. Sfortunatamente viviamo in una realtà dove si viaggia non solo fisicamente, ma sotto forma di immagini e testi e se rimani fuori da internet semplicemente non esisti: non ci sono immagini e testi di te, non c’è la tua biografia e nessuna traduzione della tua esperienza. Il bello dell’attivismo mediatico è il fatto che le persone al massimo possono condividere le loro esperienze e presentarsi come veri esseri umani. Per questa ragione non possono essere cinicamente uccise in camera di tortura. Ma naturalmente c’è anche un lato oscuro. Il problema è arrivato con la consapevolezza che ci sono troppe immagini, troppi testi e troppe vittime. Sappiamo di migliaia di attivisti anonimi uccisi o arrestati in zone del mondo dimenticate, ma chi è che si cura effettivamente di queste persone? Per rendere un caso tangibile e discutibile si dovrebbe applicare un metodo, in qualche modo esiste una competizione per il caso più tragico ed interessante. Ma come rendere intrigante un caso? Non tutte le persone hanno il carisma artistico di Voina.

Personalmente, sono coinvolta nella lotta contro il lavoro precario a Mosca. Ho controllato più link possibili nel web per osservare la situazione degli altri paesi. Ho trovato molti siti web seducenti di gruppi di azionisti più o meno conosciuti a livello internazionale. Tutto era così impressionante, che ho trovato il nostro piccolo gruppo di 35 persone molto debole, marginale e provinciale in confronto a queste enormi organizzazioni di militanti. Poi mi è capitato di incontrare personalmente molti rappresentanti di questi gruppi durante i miei viaggi all’estero. L’immagine del web era differente dalla realtà. Molti di loro erano lontani dalle politiche di strada e il loro modo di combattere il precariato si limita a presenziare ad eventi d’arte. Altri erano nella stessa situazione marginale, di solo 10 attivisti. Ho capito che la situazione è più o meno la stessa ovunque. E qui arriviamo alla questione della qualità. Il punto focale della critica dell’attivismo mediatico dovrebbe essere l’analisi della circolazione delle immagini nel capitalismo globale, il sistema di codificare/decodificare le immagini, la perdita di significato e la proliferazione di nuovi significati dipendenti dai contesti particolari.

Perché i media occidentali hanno trovato tanto interessante il fenomeno delle Pussy Riot? Qual è la differenza tra loro e gli attivisti russi precedenti?

MC: In questo caso, media locali ed internazionali vanno considerati separatamente. Devo dire che l’arresto delle Pussy Riot in Russia sfortunatamente interessa ad un numero marginale di persone. Il giorno seguente l’arresto di Nadezhda Tolokonnikova e Maria Samuzevich siamo andati alla stazione di polizia per protestare, e c’erano ben poche persone. Erano più che altro membri del movimento LGBT, della comunità femminista e amici delle Pussy Riot. E sono presenti pochi mass media liberali e indipendenti, qualsiasi cosa succeda. Inizialmente molti attivisti non hanno considerato la questione seriamente, perché è stata associata al femminismo, che in Russia è una questione popolare quanto quella del lavoro precario.

Ci si aspettava ciò che è successo alle Pussy Riot, perché non era né la prima né l’ultima volta che degli azionisti venivano attaccati dalla chiesa ortodossa. Questa azione è apparsa deliberatamente sacrificale agli occhi di molti, perché si viene arrestati anche per azioni meno radicali. Ma a sorprendere, in questa prima azione, sono stati i cartelloni preparati, penso, dal marito di Nadezhda Tolokonnikova. C’erano immagini di donne arrestate costruiti nello stile dei tabelloni pubblicitari giocando sull’aspetto ironico sessuale. Lo spirito femminista e anticapitalista, che è un background importante per la comunità internazionale, era stato completamente dimenticato.

In qualche modo, le Pussy Riot hanno aperto un vaso di Pandora quando Nadezhda Tolokonnikova ha scritto il suo manifesto dando alcuni riferimenti filosofici. Nella sua dichiarazione finale davanti alla corte ha citato il nazionalista Alexander Solzhenitsyn e si è proclamata erede dello spirito della dissidenza sovietica, caratterizzata dalla presenza di credenti religiosi, come lei. Poi c’è stata una tipica isteria liberale a proposito dei nuovi dissidenti e del ritorno ai tempi dell’orrore sanguinolento. Sembrerebbe che le Pussy Riot rappresentino a livello generale la massa di persone in resistenza, un assemblaggio dell’intero mondo degli scontenti - liberali, difensori dei diritti umani, uomini e donne di sinistra di tutti i tipi, femministe, atei, “veri religiosi” e anche filistei depoliticizzati. Questa costruzione monolitica riduce la massa del popolo e le sue differenti visioni politiche o credenze alla categoria ‘universale’ degli scontenti, riportandoci all’idea liberale di un confronto tra l’umano e la macchina statale. Penso che questo sia il principale aspetto che attrae i media internazionali. Comunque, il mondo postsovietico riproduce questa arca di Noè in sé. Il milieu dei protestatori in Russia recluta una parte della sinistra radicale, liberali e nazionalisti, alcune persone precedentemente apoliticizzate; tutti loro partecipano alle stesse manifestazioni di protesta, dopo le quali discutono insieme negli stessi neonati comitati e forum civili. Mentre i liberali ‘occidentali’ ammirano l’eroismo e il sacrificio dei nuovi dissidenti ‘orientali’, combattenti per la democrazia e la libertà di opinione, già 19 attivisti e partecipanti ordinari nelle proteste anti-Putin sono stati arrestati e sembra che la comunità di sinistra sia il bersaglio principale per il comitato di investigazione centrale. A tutti loro spettano sei anni di prigione e ad alcuni dieci anni per cosiddetta attività estremista e antistatale.

Parlare delle differenze tra la scena attivista e le Pussy Riot in poche righe è complicato. Brevemente, il gruppo delle Pussy Riot è parte della subcultura attivista mediatica da un lato, e del movimento attivista dall’altro. Questa è la maggiore differenza: non sono un movimento sociale, non una organizzazione e nemmeno un gruppo. Sono un progetto artistico, al quale chiunque può unirsi.

Qual è il significato delle maschere delle Pussy Riot? Come hai scritto in un tuo articolo, l’interesse nei loro confronti è cominciato dal momento in cui hanno scoperto il proprio volto.

MC: In quell’articolo ho provato a criticare l’isterismo mediatico attorno alle Pussy Riot e gli articoli nelle “hot local news”. Ho voluto chiarire che il progetto delle Pussy Riot è molto importante e significativo, così come le loro maschere e tutte le loro azioni. Il punto è che loro sono diventate visibili solo quando sono entrate nel palazzo di giustizia e questo è stato chiaro fin dall’inizio, quando Nadezhda Tolokonnikova ha cominciato a condividere sulla sua pagina facebook le prime azioni delle Pussy Riot. Azioni di questo tipo hanno i loro limiti e questo limite è finire in prigione, come sappiamo dal caso Voina. È impossibile fare una performance in diversi luoghi pubblici con maschere colorate per più di cinque o sei volte, perché diventa noioso, dovrebbe esserci un accordo finale che faccia da chiusura al progetto. Per Voina questo accordo è stato rovesciare le macchine della polizia e per le Pussy Riot la preghiera punk. Non posso parlare a nome di tutto il gruppo, so che c’erano diversi partecipanti e diverse posizioni, ma il ruolo di guida di Nadezhda Tolokonnikova è ovvio: dietro alla balaclava rimossa è apparsa una “russità” unica: prima di tutto, il volto del leader, in secondo luogo il moralismo dissidente, la spiritualità e l’ascetismo, il marchio di fabbrica dei rivoluzionari russi del movimento populista del diciannovesimo secolo, e, terzo, la visibilità dell’arte e della realtà intellettuale locale. Come risultato, le facce e le storie delle Pussy Riot sono diventate di centrale importanza. L’umanizzazione delle vittime sotto processo è passata attraverso una campagna mediatica autopromossa, che ha reso pubblico il loro stile di vita (ascetico, di devozione disinteressata), di vita personale (genitori, bambini, mariti) e altri dettagli biografici.

Dall’altro lato, ovviamente è più attraente raccontare l’”Oriente” fantasmatico ed i suoi giovani coraggiosi. Per alcuni uomini di sinistra “occidentali” e femministe che vivono in paesi benestanti, normalizzati, dove il loro attivismo è ridotto a rituali pacifici di partecipazione in varie conferenze sui diritti umani e sulla democrazia, Pussy Riot è una sorta di stimolo erotico.

Matrimoni e libertà

Bia Sarasini

Il matrimonio gay è al centro della scena. A Londra, a Parigi, nonostante il diverso orientamento politico dei governi. Il premier conservatore Cameron ha ottenuto l’approvazione della legge del matrimonio gay nella House of Parliament, ora tocca alla House of Lords. In Francia il socialista François Hollande ha visto votare dall’Assemblea nazionale la legge che prevede matrimoni e adozioni gay, che deve passare al Senato. In Europa già Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Portogallo, Islanda hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, come Canada, Sudafrica e nove stati Usa.

Grande eccezione, la Russia di Putin, dove l’assemblea della Duma ha approvato in prima battuta una legge che dell’omosessualità proibisce addirittura di parlare e scrivere. Ci sono discussioni e divisioni: in Francia per il 24 marzo si prepara una nuova grande manifestazione contro la legge, e David Cameron incontra l’opposizione del suo stesso partito, ma l’iter procede e tutto fa pensare a una conclusione positiva.

E in Italia? La situazione è decisamente diversa, come si è visto benissimo nella campagna elettorale, dove diritti civili in generale e in particolare il matrimonio gay sono stati tenuti fuori dalla scena. La coalizione di centrosinistra (Pd, Sel) si è accordata sulla legge sulle unioni civili, anche se Sel sostiene il matrimonio, che è nel programma di Rivoluzione civile. Mentre M5S parla di matrimonio per tutti. Una situazione difficile, confusa, in cui i movimenti Lgbt, duramente provati dalle sconfitte subite negli anni passati – si ricorderà il balletto ai tempi del governo Prodi intorno ai Dico –, propongono un unico obiettivo che supera tutte le divisioni: il matrimonio, appunto.

Più che i politici, sembra che solo il Vaticano abbia prontamente registrato un cambiamento di clima, con le parole di monsignor Paglia, che ha parlato di diritti degli omosessuali, persone che «come tutti devono essere amate».

E non c’è dubbio che i diritti dei gay, nei mille intrecci tra famiglia, educazione, sacerdozio, sono tra le questioni aperte che si troverà ad affrontare il nuovo papa. Benedetto XVI, dal canto suo, ha ripercorso sempre e solo la tradizione: il matrimonio gay, aveva detto solennemente lo scorso dicembre in occasione della Giornata della pace, è «un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace». Ecco, la tradizione. Il matrimonio gay la cambia, o ne ribadisce la forza? Illuminante la posizione di David Cameron: «Io sono a favore di tutto ciò che rafforza la famiglia, dunque anche del matrimonio gay», mentre alcuni deputati conservatori hanno scritto: «Noi dobbiamo sostenere i matrimoni gay non nonostante, ma perché siamo conservatori. Il matrimonio si è evoluto nel tempo, noi crediamo che aprirlo alle coppie dello stesso sesso rafforzerà, non indebolirà l’istituzione».

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? L’istituzione include nella norma il disordine per allontanare l’instabilità sociale? Non penso che la curvatura simbolica sia così univoca, soprattutto non penso che tutto sia già chiuso, definito, stabilito. Mi pare piuttosto che sia in corso una lotta, poco visibile ma vera e aspra, perché ha a che fare con la vita, per orientare il mutamento in corso. Perché il cambiamento – della famiglia, delle relazioni di affetto, della stessa filiazione – porta in direzioni diverse, chissà se tutte compatibili tra loro. Per esempio, vorrei ricordare che per tante, troppe donne nel mondo il matrimonio è stato ed è tuttora una prigione. Che essere un marito era/è esercitare un potere, che essere una moglie era/è un destino, un servizio, un abbrutimento, una schiavitù, a volte.

Che il vincolo si stringa tra persone dello stesso sesso ne cambia le molto concrete relazioni che nel matrimonio trovano una forma, oltre che il senso simbolico? In che modo? Coppie omosessuali che nel matrimonio per sé trovano il senso della propria libertà, dei propri diritti. Donne, e anche uomini, in fuga dal matrimonio. In cerca della libertà. Dei propri diritti. Paradossi del contemporaneo? Il gioco è aperto.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

A che punto è la notte

Vladimiro Giacché

Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.

Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».

Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante tutti gli sforzi dell’establishment occidentale in questi anni sono stati indirizzati a rappezzare quel modello andato in frantumi.

Si spiegano così l’assenza di regolamentazione dei derivati, il tentativo (riuscito) di ritardare al massimo l’entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, e infine l’abortita supervisione europea delle banche (che varrà soltanto per le pochissime banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro, ed entrerà in vigore non prima dell’aprile 2014).

Non solo: come ha rilevato Bill Gross di Pimco, il maggiore fondo d’investimento specializzato in obbligazioni, «quasi tutti i rimedi contro la crisi proposti sino a oggi dalle autorità di tutto il mondo hanno affrontato il problema con l’obiettivo di favorire il capitale contro il lavoro». Ma in Europa a questa durissima guerra di classe si è unita una guerra feroce tra capitali. Una guerra determinata dal tentativo del capitale di Germania e paesi satelliti di far sì che la distruzione di capitale in eccesso oggi necessaria avvenga nei paesi periferici, da trasformare sempre più in fornitori di manodopera e di beni intermedi a basso costo per lo hub economico centrale dell’Europa – la Germania, appunto.

Il vero significato dell’austerity estrema imposta a paesi già fiaccati dalla crisi sta tutto qui. Ma questo obiettivo, in parte conseguito (la regressione della produzione industriale italiana ai livelli del 1988 parla da sola), ha comportato un pesante effetto collaterale: un crollo di redditi e consumi dei paesi periferici di tale entità da avere un impatto assai pesante sugli scambi commerciali intraeuropei. E quindi anche sull’export della Germania e degli altri paesi del Centro-Nord dell’Europa. Risultato: il problema della sovrapproduzione industriale, appena scaricato sulle spalle dell’Europa del Sud, si ripresenta come un incubo nella stessa Germania.

Inoltre l’accesso ai mercati extraeuropei è reso più impervio dalla guerra valutaria scatenata dagli Stati Uniti e dal Giappone attraverso imponenti immissioni di liquidità nel sistema che hanno avuto l’effetto di provocare un forte indebolimento di dollaro e yen nei confronti dell’euro. Crisi economica, disoccupazione di massa, deflazione salariale, guerra valutaria: quattro ingredienti cruciali della crisi degli anni Trenta sono chiaramente dispiegati davanti ai nostri occhi, mentre anche il crescente attivismo militare europeo in Africa contribuisce a riportarci indietro di decenni.

È in questo contesto che i movimenti di opposizione, in Italia e in Europa, dovranno saper collocare i loro obiettivi. A cominciare dall’opposizione alle politiche di austerity depressiva e alla cornice istituzionale entro la quale si collocano, di cui il famigerato Fiscal Compact è soltanto l’ultimo tassello. Una cornice che ormai serve soltanto a puntellare malamente un modello di sviluppo che ha fatto fallimento.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Sommario del n°27 – marzo 2013

Manuela Gandini
Chi se ne fotte dell’arte (leggi)
Andrea Cortellessa
Roma senza papa (leggi)
Andrea Fumagalli
Lo stato di crisi permanente (leggi)
Vladimiro Giacché
A che punto è la notte (leggi)
Mario Gamba
Memoria ed esorcismo (leggi)
Bia Sarasini
Matrimoni e libertà (leggi)

IL MONDO DENTRO IL CAPITALE
Andrea Cortellessa
Ghost Out of the Machine
Minaccioso, attendibile, Cosmopolis
Daniele Giglioli
Tutto per tutto
Walter Siti, estinzione del dominio della lotta
Pierluigi Pellini
Il dio nascosto
Romanzo e finanza tra Otto e Novecento
Daniela Brogi
Inside Jobs
Cinema e finanza

ESTENUAZIONE DEL NUOVO
Pierluigi Basso Fossali
Pulviscolarità del nuovo
e nebulizzazione della democrazia
Paolo Fabbri
Vecchie nuove
Piccolo prontuario lessical-elettorale
Giacomo Festi
Formattare il civile
Neogiochi di società

NUOVI MEDIA E POLITICA
Maria Chehonadskih
Resistenza e repressione digitale in Russia
Intervista a cura di Stella Succi
Oleg Vorotnikov
L’arte può cambiare il mondo?
Intervista a cura di Stella Succi
Franco Berardi Bifo
Il paradosso dei media
Il cyber-attivismo dopo la Primavera araba
Simone Pieranni
Cina, l’Internet più censurato al mondo
E il più potente

NUOVE CITTÀ DI FONDAZIONE
Lucia Tozzi
Fondare città
Archeologia della new town
Hou Hanru
Utopia in azione
L’arte contemporanea cinese e l’utopia
Gianlugi Simonetti
Viaggio nel cratere
Fenomenologia di L’Aquila Due

DOVE VA LA LETTURA
Luca Ferrieri
Elogio della bitestualità
Leggere nell’età della distrattenzione
Stefano Colangelo
Creativa e ri-creativa
Valentina Parisi
Il paese in cui si legge più al mondo
È ancora la Russia?
Marco Dotti
Il tempo del pensare oltre
Due domande a Maryanne Wolf

SHOZO SHIMAMOTO
Achille Bonito Oliva
Arte d’Oriente – A volo radente
Shozo Shimamoto
Quinto caos
Arte d’avanguardia è disegnare fiori durante la guerra
IL RITORNO DELLA TORTURA
Marco Palma
Chiamiamola col suo nome
Antidoti agli eufemismi
Sergio Segio
La tortura democratica
Come si faceva ai bei tempi
Antonio Marchesi
Contro la rimozione mediatica,
contro la vacanza giuridica

POESIA
Andrea Inglese
Da «La grande anitra»

RI-CAGE
Valentina Valentini
Lettera di Nam June Paik
Giovanni Fontana
Partita doppia
Il vantaggio di essere realisti
Cristina Grazioli
Cage’s Parade
L’omaggio di Teatro Valdoca

ANIMALI
Alberto Capatti
Il sistema alimentare e la vita
Marco Maurizi
Comunismo e vegetarismo
Anna Mannucci
Gli animali sono entrati in politica
Agende a confronto

iLIBRI
Luca Archibugi
su Ludwig Wittgenstein
Marco Pacioni
su Walter Benjamin (leggi)
Marco Bertozzi
su Giovanni Gurisatti
Antonella Anedda
su Adrian Desmond, James Moore
Gianfranco Marrone
su Mario Ricca, Ivo Quaranta
Maia Giacobbe Borelli
su Drammaturgie sonore a cura di Valentina Valentini
Alberto Boatto
su Misia Sert
Fabio Pedone
su Julian Barnes
Francesca Lazzarato
su Quim Monzó
Pierluigi Pellini
su Xabi Molia
Laura Barile
su Amelia Rosselli
Lello Voce
su Marco Palladini
Angelo Guglielmi
su Aldo Busi (leggi)
Daniele Giglioli
su Marco Rovelli

alfateatro
È PRESENTE IL TEATRO?
Interrogarsi
a cura di Valentina Valentini
Interventi di
Dario Aggioli, Beatrice Baruffini, Daniel Blanga Gubbay, Riccardo Caporossi, Alvin Curran, Daria Deflorian, Ilaria Drago, Mariangela Gualtieri, Giulia Guiducci, Roberto Latini, Daniele Lombardi, Rosaria Lo Russo, Franco Maresco, Aldo Nove, Marco Palladini, Alfredo Pirri, Gilda Policastro, Bernhard Rüdiger, Marco Santarelli, Cosimo Terlizzi, Mattia Torre, Giacomo Verde

SEMAFORO
a cura di Maria Teresa Carbone

Charles Baudelaire

Marco Pacioni

Dal 2010, scaduti i diritti sull’opera di Walter Benjamin, sono apparse molte nuove edizioni e traduzioni. La sorpresa più rilevante è quella proposta da Giorgio Agamben insieme a Barbara Chitussi e Clemens-Carl Hälle sotto il titolo Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato. L’importanza di questo volume è dovuta a due motivi principali. Il primo è che alcuni testi vedono qui per la prima volta la luce. Il secondo e più eclatante è che i nuovi materiali ricontestualizzano e offrono una comprensione diversa e più precisa dell’ultima fase dell’opera di Benjamin tra il 1937 e il 1940, tra il progetto su Parigi, capitale del XIX secolo (più familiarmente chiamato Pariser Passagen) e quello sulle Tesi sul concetto di storia.

Se non misterioso, certamente avventuroso non è soltanto il modo in cui questi materiali ridisegnano la mappa del lavoro del filosofo, ma anche il loro ritrovamento e pubblicazione da parte di Agamben. Alla fine degli anni Settanta, a Parigi, Agamben fiuta la possibilità che a latere di ciò che era stato trovato in precedenza ci potesse essere altro materiale, infatti rinvenuto nel deposito della Bibliothèque Nationale di Parigi. Il ritrovamento di quella che Agamben chiama la «quinta busta» di materiali e schede lo porta anche all’acquisizione di altri documenti inediti, tuttora in sua custodia. Avviato già il progetto delle Opere complete, l’editore Einaudi si rifiuta però di pubblicare in aggiornato contesto con gli altri editi questi nuovi materiali, per non modificare l’assetto che gli ultimi scritti di Benjamin avevano già assunto nel piano editoriale. Ragion per cui si è dovuto aspettare fino a oggi.

Ordinato in sette parti principali, gli editori hanno ricomposto il materiale nuovo e quello già pubblicato in un’edizione genetica dalla quale emerge come la parte su Baudelaire, da capitolo del progetto su Parigi, capitale del XIX secolo, diventa progetto autonomo che attira a sé sia i Passages sia le Tesi sul concetto di storia: che assumono ora la funzione di «armatura teorica» del Baudelaire stesso.

La possibilità che questi materiali danno di entrare direttamente nell’officina Benjamin mostra il modo paritario e reciproco in cui cooperano i due fattori principali del suo metodo: documentazione e costruzione. Non è soltanto la seconda, e cioè il momento teorico e interpretativo, il culmine conoscitivo, ma anche il modo in cui esso materialmente si costituisce: come se esso fosse già presente e avesse nelle stratificazioni del materiale la propria forma che si rivela fulmineamente quando un evento contestuale storico, oltre all’abilità dello studioso, la fa saltare fuori.

Nella restituzione del progetto Baudelaire, nel suo montaggio materialistico (lo stesso che hanno dovuto seguire i curatori effettuando un vero e proprio collage di carte), l’aura, la merce come feticcio, la visione messianica della storia, la costellazione che fa balenare l’idea risolutiva in un’immagine e gli altri temi eminenti dell’ultimo Benjamin si svestono di quell’alone misterico del quale le circostanze, la straordinaria intelligenza del personaggio e della sua scrittura lo avevano involontariamente avvolto e restituiscono l’immagine di un pensiero e di una critica più razionali e concretamente politici, oltre che un esempio di metodo di ricerca. (Le affinità saltano all’occhio: e, al di là di Benjamin, occorrerà anche tenere in considerazione quanto emerge dal Baudelaire per cogliere alcuni aspetti del metodo di lavoro dell’opera di Agamben filosofo).

Walter Benjamin
Charles Baudelaire
Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato
a cura di Giorgio Agamben, Barbara Chitussi e Clemens-Carl Hälle
Neri Pozza (2012) pp. 927
€ 23,00

Lo stato di crisi permanente

Andrea Fumagalli

Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.

Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.

Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».

Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.