L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

Christian Caliandro

I.

Nel 1961 Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America «senza tempo»), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di «trarre un indebito vantaggi dal proprio cervello». Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante «uguaglianza», basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a «Nuovi Argomenti» alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente «schizofrenia» l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà: «Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come a “un altro”, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre a “un altro”. Il metafisico “altro” di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare “fuori” ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante» (Schizofrenia italiana, in «Nuovi Argomenti», n. 4, terza serie, ottobredicembre 1982, anche in alfabeta2).

Ciò che più impressiona è che la cultura abbia svolto nel nostro paese un ruolo del tutto analogo a quello prefigurato da Vonnegut. Invece di criticare radicalmente la realtà, spiegando chiaramente, ostinatamente e anche crudamente quello che accade, la produzione culturale italiana – quella maggioritaria, certo, e con le dovute eccezioni: ma il discorso non per questo cambia – ha scelto progressivamente di dedicarsi all’acquiescenza, supportando attivamente l’immensa opera di rimozione e negazione che nel frattempo prendeva forma in ogni settore della società.

Il problema riguarda quindi da vicino il tipo di percezione della cultura nel nostro paese: perché a ogni taglio (sempre più devastante di quello precedente) imposto a un singolo settore culturale non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli «addetti ai lavori»: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. Perché negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla cultura si è fatto vivace e a tratti anche serio, ma nella maggior parte dei casi non sembra che ci sia un’idea abbastanza chiara di che cosa in definitiva sia questa «cultura» di cui si parla, e del perché sia così importante(a dire il vero, spesso non sembra che si avverta neanche l’esigenza di averla, un’idea del genere).

La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario nella maggior parte dei casi – con ostilità e fastidio – appannaggio di pochi, privilegio senza neanche le attrattive dei privilegi socialmente desiderabili: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricchecaste- gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine), e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono.

La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non «racconta» più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosastiamo parlando.

II.

Eppure non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Per dire, è sufficiente che consideriate tre film come Roma bene (1971) di Carlo Lizzani, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli e Signore e signori, buonanotte (1976) per avere un’idea di come questi autori – questi uomini – si relazionavano con il proprio contesto, e che cosa facevano dei materiali che la realtà (sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata) metteva a loro disposizione.

Quei registi – e quegli scrittori, e quegli artisti – riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare. Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia (Gassman- Bruno nel Sorpasso che dice a Trintignant- Roberto: «L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ’na bella pennichella… Bel regista Antonioni!»; oppure Elide, la moglie di Gassman-Gianni Perego in C’eravamo tanto amati, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote preconcettuali, e dunque ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale assenza di comunicazione con il marito, che non l’ha mai amata).

Ovviamente, c’è sempre il rischio che questa sia una versione idealizzata e ipersemplificata, ma io non credo: Monicelli «fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco “autore” da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile» (Masolino D’Amico, Quell’ultimo sorriso contro la retorica, in «La Stampa», 15 settembre 2012, p. 31).

Il punto è sempre quello: collegare dati, fatti, eventi, personaggi, processi storici, osservarli da vicino e produrre senso (un senso che possa essere condiviso), anche a costo di rinunciare a una fetta di «autorialità» (tutta di facciata, in ogni caso). La narrazione – coinvolgente, efficace, ulcerante, oltraggiosa – è ciò che veicola questo meccanismo. Esattamente ciò che manca, quasi del tutto, nell’Italia di oggi. Risultato: è assente la rappresentazione culturale di un’intera epoca; non esiste racconto per la nostra nuova, terrificante condizione. Quindi, non c’è ancora comprensione diffusa (e, del resto, confusione e paura e bisogno di rassicurazione sono gli ingredienti imprescindibili di ogni distopia che si rispetti: ogni forma di controllo sociale si fonda cioè su periodici «due minuti d’odio», come in 1984).

E qual è questa nostra condizione? Basta considerare con attenzione il linguaggio della distopia italiana (a suo modo, una peculiare variante di neolingua): per Mario Monti, ad esempio, i giovani italiani sono stati ridotti senza mezzi termini negli ultimi anni a «scudi umani», alla mercé dei diversi corporativismi nazionali. La nostra si configura cioè da tempo come una distopia «generazionale», in gran parte inedita nella storia occidentale: come ha scritto di recente Nicola Lagioia, «attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso». (E c’è sempre questa idea del sequestro, della costrizione in spazi claustrofobici, che sembra perseguitare e ossessionare come un fantasma attitudinale, sin dal 1978 di Moro e dal 1981 di Alfredino, la nostra società e i suoi testimoni: questo sequestro riguarda i discorsi e le interpretazioni, cioè ancora una volta la cultura, prima ancora che i beni, le risorse, le opportunità.) Sono metafore crudeli, ma indubbiamente efficaci – e umilianti.

L’umiliazione collettiva è stata del resto riconosciuta da più parti come un tratto caratteristico, fondante addirittura, per comprendere ciò che è accaduto agli italiani negli ultimi decenni: «un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socio-economico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginarioe viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata» (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, in «minima & moralia», 6 dicembre 2011).

Costruire un’opposizione di sinistra

Carlo Formenti

Fiscal compact, spending review e dismissione del patrimonio pubblico come linee guida di una corretta gestione dell’amministrazione pubblica e per una integrazione sempre più stretta nella Ue (cura tedesca); ulteriore abbattimento del costo del lavoro, decentramento della contrattazione salariale e liquidazione dei «riti della concertazione» (cura Marchionne); «semplificazione» delle regole del mercato del lavoro per attirare gli investimenti diretti esteri in Italia (cura cinese); subordinazione della didattica e della ricerca universitaria agli interessi delle imprese; privatizzazione dei sevizi pubblici e dei beni comuni; economia verde intesa non come altro, bensì come parte integrante dell’economia (leggi: orientata al profitto e non alla tutela dell’ambiente e dei territori).

Questo il programma politico dell’agenda Monti, che potremmo riassumere come il tentativo di far compiere un decisivo balzo in avanti alla controrivoluzione liberal-liberista nel nostro paese. Esiste una concreta possibilità che le imminenti elezioni possano frapporre un argine alla realizzazione di tale disegno? Francamente è difficile fondare tale speranza sulla probabile vittoria del centro-sinistra alla Camera. Sia perché, grazie all’attuale legge elettorale, rischia seriamente di essere castrata da un altrettanto probabile «pareggio» al Senato che, nella migliore delle ipotesi, obbligherebbe il Pd ad accordarsi con Monti per mettere in piedi un governo stabile, nella peggiore potrebbe propinarci un Monti-bis sostenuto da una nuova grande ammucchiata. Ma anche perché Bersani ha detto chiaramente che, pure in caso di vittoria, farà il possibile per accordarsi con il centro (nel qual caso sarà divertente vedere come se la caverà Sel, che oggi strepita contro Monti e il liberismo, ma domani dovrà rispettare il vincolo della leadership di Bersani). Infine, perché la politica economica dei governi italiani di centro-sinistra è sempre stata incline a seguire la «terza via» dei Blair e dei Clinton, piuttosto che ispirarsi alle scelte delle altre socialdemocrazie europee.

Si capisce quindi il motivo per cui molti amici e compagni che lamentano l’assenza di una sinistra in grado di rappresentare gli interessi delle classi subordinate vedano nell’astensione l’unica possibilità di testimoniare l’esistenza di umori antagonisti nel paese: meglio coltivare le esperienze di democrazia diretta e partecipativa (dai movimenti universitari alla No Tav, dai comitati per l’acqua alle occupazioni di luoghi pubblici dismessi) che perdere tempo in avventure elettorali?

È vero che le uniche alternative disponibili alle due versioni del «pensiero unico» che si fronteggiano nell’attuale campagna elettorale non suscitano entusiasmo. Il Movimento 5 stelle ha offerto il meglio (o il meno peggio) di sé finché ha dato voce alle frustrazioni della nostra striminzita «classe creativa», coltivando un’utopia di democrazia diretta e partecipativa mediata dalla rete, ma ultimamente è sembrato concentrare piuttosto l’attenzione sugli interessi della microimprenditoria, nel tentativo di strappare voti alla Lega e al Pdl (non a caso ha rivendicato sempre più spesso di non essere «né di destra né di sinistra», il che equivale a dichiararsi di destra).

Quanto al generoso ma abborracciato (anche a causa del precipitare della scadenza elettorale) tentativo di "Cambiare si può" ( ora diventato "Rivoluzione civile"), è evidente che si tratta di un progetto che avrebbe avuto bisogno di tempo per maturare fino a costituire un primo passo verso un’aggregazione federativa delle sinistre di classe, mentre, nel momento in cui scrivo, rischia di trasformarsi in un’occasione persa, in una specie di riedizione della lista Arcobaleno rafforzata da apporti giustizialisti.

Eppure esistono ugualmente valide ragioni per non astenersi. Penso, in primo luogo, ad alcuni elementi qualificanti contenuti nel programma di “Rivoluzione civile” – difesa del welfare e dei diritti sindacali, reddito di cittadinanza, rinegoziazione del debito pubblico, imposizione fiscale fortemente progressiva, no a operazioni di guerra e taglio delle spese militari, no alle privatizzazioni di beni comuni e servizi pubblici – che vale la pena di sostenere, soprattutto laddove verranno presentate liste coerenti con tale impostazione programmatica (un ragionamento che può essere fatto anche laddove le liste di centro-sinistra ospitassero compagni non disponibili a pateracchi con il centro). Perché rinunciare a priori alla possibilità di dare voce a un’opposizione degna del nome anche in Parlamento, senza dimenticare che il vero terreno di scontro sta in fabbrica, nelle scuole, nelle città e sui territori?

Il cuore dello stato

Andrea Cortellessa

Una cassa di legno. Di quelle che si usano per trasportare oggetti fragili, come le opere d’arte. Alta meno di tre metri, profonda quasi altrettanto, larga poco più d’un metro. Dentro la cassa, due vani. Il primo fa da anticamera all’altro, che non ha ulteriori aperture all’esterno: vi si può guardare da uno spioncino ricavato nella porta. All’interno il minimo indispensabile. Una branda pieghevole; su una mensola una risma di carta, una penna, una bottiglia d’acqua minerale, un asciugamano, una saponetta, un rotolo di carta igienica; in basso un WC chimico, una bacinella di plastica, un condizionatore d’aria.

La cella così ottenuta riproduce in scala 1:1 l’ambiente di Via Montalcini 8, a Roma, dove tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 Aldo Moro venne tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. Ed è un piccolo classico dell’arte contemporanea: 3,24 mq di Francesco Arena, realizzato nel 2004. Come ha scritto Stefano Chiodi (La bellezza difficile, Le Lettere 2008), l’opera di Arena – nato proprio nel ’78, nella stessa Puglia da cui proveniva Moro… – «non serve, non dimostra, non sostiene, non invita all’azione. Ha il pudore degli oggetti nuovi. La loro strana pulizia. E incongruenza. Sta in attesa». Ma cosa attende? Aggiunge Chiodi che «è il combustibile per alimentare domande su ciò che vediamo, sulla connessione tra passato e presente, tra il piano dell’arte e quello dell’esperienza quotidiana». Come forse ogni opera d’arte degna di questo nome, si tratta cioè di uno schermo. Ciascuno di noi vi proietta se stesso: le sue aspettative, i suoi bisogni, i suoi desideri e i suoi incubi. In questo senso funziona come un accumulatore della nostra inquietudine, alla stregua del famoso pezzo silenzioso di John Cage, 4’33”, del quale parodia infatti il titolo. Una gabbia, una trappola del pensiero.

Ed è, 3,24 mq, uno degli oggetti di cui si parla (lo fa Tiziana Migliore) in Le polaroid di Moro: capitolo terzo, e com’è ovvio cruciale, d’una trilogia sull’uso pubblico delle immagini della storia recente che Sergio Bianchi ha iniziato l’anno scorso con Storia di una foto (l’immagine d’innesco era in quel caso quella celebre dell’autonomo in passamontagna che punta la pistola, a Milano nel maggio del ’77; ce ne siamo occupati sul secondo numero di alfalibri, giugno 2011) e proseguito quest’anno con Daddo e Paolo (stavolta a partire dal «servizio» di Tano D’Amico sullo scontro a fuoco di Piazza Indipendenza, a Roma, febbraio sempre del ’77; foto oggi celebri ma sconosciute sino al ’97, quando vennero pubblicate nel primissimo libro edito da DeriveApprodi). La strategia di Bianchi è sempre duplice, strabica: da un lato ricostruire il contesto sincronico dell’immagine-innesco (who, what, when, where, why venne scattata), dall’altro quello diacronico, e anzi anacronistico (nel senso, positivo, che la categoria ha in Didi-Huberman): per come cioè quell’immagine ha agito sui contesti a venire e, con ulteriore strabismo, tanto in quelli politici (storico-politici, cioè) che in quelli artistico-espressivi. Per com’è entrata nel nostro immaginario, insomma. È significativo, per esempio, che in quest’occasione abbia chiamato accanto a sé una giovane quanto intelligente storica dell’arte, Raffaella Perna: che in Storia di una foto già aveva studiato i détournements artistici cui negli anni è stato sottoposto lo «sparatore solitario» (e lo stesso fa qui, con ottimi risultati: da Ando Gilardi e Mimmo Rotella a Mario Schifano, da Maurizio Cattelan sino a Elisabetta Benassi).

Ancora oggi – a quasi trentacinque anni di distanza – se dobbiamo restare alle famose cinque w non sappiamo in effetti chi, dei brigatisti, scattò quelle due fotografie. Sono alla lettera «immagini senza autore», come (in altro senso) dice Tano D’Amico. Ma non c’è dubbio che, se per who intendiamo invece chi vi è raffigurato, ciascun italiano sarebbe in grado di riconoscerlo. Se non altro perché quell’immagine è divenuta negli anni un simbolo storico, un’icona. Come schermo proiettivo, tanto più efficace quanto meno precisamente riprodotta (se è vero per esempio, come dice Francesco Galluzzi, che su di essa è modellata la postura di Roberto Herlitzka in Buongiorno, notte di Marco Bellocchio; ha invece torto Giuseppe Fiorentino – come ha mostrato Belpoliti su doppiozero riproducendo le perizie della Commissione d’inchiesta parlamentare – a sostenere che gli originali delle foto fatidiche, prima d’essere riprodotti su tutti i giornali italiani, fossero a colori).

Tanto imprecisa, la nostra memoria di Moro, che in genere vi serbiamo una immagine, laddove quelle diffuse dalle BR furono invece com’è noto due fotografie, e ben diverse fra loro: la prima uscì il 19 marzo, a tre giorni da Via Fani; la seconda più d’un mese dopo, il 21 aprile, ed è come dice Belpoliti una «meta-fotografia» – vera e propria mise en abîme – perché Moro tiene in mano la prima pagina di «Repubblica» del giorno prima, con ben leggibile (anche se nel «taglio» operato dai giornali il margine inferiore dell’immagine s’è perduto, in misura variabile da testata a testata: vedi la rassegna delle prime pagine in Le polaroid di Moro, pp. 76-77) il titolo a caratteri cubitali Moro assassinato?. Serviva diffondere una seconda immagine – una seconda prova di esistenza in vita dell’ostaggio – perché tre giorni prima, nel trentennale del 18 aprile, era stato diffuso il comunicato apocrifo, un falso grossolano al quale però allora quasi tutti credettero, che dava la condanna per eseguita e il cadavere di Moro occultato nel lago della Duchessa, sull’Appennino reatino. Fu dunque esigenza pratica, certo. Ma che conferma il destino di doppiezza, di diplopia (per dirla col termine usato da Clément Chéroux per definire quelle dell’11 settembre 2001) che è sempre in qualche modo collegato alle immagini del terrore.

Solo dopo vent’anni queste immagini sono state prese seriamente in esame – laddove durante i 55 giorni, e anche in seguito, ossessiva sino alla sovrainterpretazione è stata invece la lettura degli scritti di Moro, le lettere e il «memoriale» – da parte degli storici. Un ruolo pionieristico, fra questi, lo ha svolto Marco Belpoliti: che appunto nel 1998, sulla rivista d’arte «Ipso Facto» diretta da Elio Grazioli, pubblicò col titolo Attraverso l’occhio il primo embrione del saggio giunto ora a definizione ultima (?), presso Guanda, col titolo Da quella prigione. Ma persino lui ha fatto lo stesso curioso lapsus, intitolando La foto di Moro – al singolare – una versione intermedia del suo lavoro (pubblicata come «Sasso» nottetempo nel 2008). Da quell’episodio, in ogni caso, derivano da un lato il saggio d’apertura di Settanta (Einaudi 2001 e 20102), dedicato all’interpretazione del caso Moro da parte degli scrittori (Sciascia, Arbasino, Morante) e dall’altro la serie «biopolitica» Il corpo del capo (Guanda 2009), Pasolini in salsa piccante (ivi 2010) e La canottiera di Bossi (ivi 2012). Non si sbaglia dunque a indicare, in questo punto cieco della storia d’Italia che è la doppia immagine di Moro, l’episodio decisivo di un percorso intellettuale, il suo, che è fra le vicende più singolari e, non solo per me, più formative degli ultimi decenni (che è difficile, per esempio, pensare ininfluente su alcuni degli artisti di cui tratta Raffaella Perna).

Doppia, la storia di quest’icona, anche in altro senso. Si diceva prima dello sguardo tanto storico-politico che artistico-immaginario, del libro DeriveApprodi (due piani sempre intrecciati, come mostra il documento più impressionante che solo ora si può vedere nella sua integrità, dopo che tanto se n’è letto – svolgeva un ruolo importante, e faceva persino da immagine di copertina, nel primo libro dedicato alla vicenda da Miguel Gotor, l’edizione delle Lettere dalla prigionia di Moro, Einaudi 2008 –, ossia il fumetto di Giuseppe Madaudo e «Melville», alias Rosalinda Socrate, pubblicato dalla rivista «Metropoli» nel giugno del ’79). Ma la domanda difficile è: a parte il loro decisivo significato storico hanno un senso, queste fotografie, dal punto di vista artistico? È legittimo cioè leggerle, come fa Belpoliti, all’ombra dell’uso dell’istantanea da parte di Warhol, o già prefigurando l’interpretazione di Bellocchio? Domanda scandalosa solo per chi confonda intenzione estetica con valore estetico (come chi per decenni ha considerato un ossimoro parlare, per esempio, di cultura fascista).

Pare innegabile che fra i terroristi vi fosse chi aveva una consapevolezza, e dunque un’intenzione, estetica (in questo senso poté parlare Stockhausen dell’11 settembre come di un’«opera d’arte»): se è vero che l’uso delle immagini, da parte delle BR, fu anche di questa natura. Spiega Belpoliti che fra gli scopi dei brigatisti, diffondendo quelle immagini, c’era quello di scoronare il Capo, di presentarlo sconfitto e in stato di cattività: in una parodia delle foto segnaletiche che, appunto all’atto della cattura, vengono scattate ai carcerati. E tale fu appunto l’effetto-choc della prima foto. La celebre e tremenda vignetta di Vincino («scusate, abitualmente vesto Marzotto»), rifiutata da Lotta continua e pubblicata dal Male, coglieva con cinica esattezza questa intenzione umiliante. (L’icona del capo democristiano, aggiunge Belpoliti commentando la terza foto che suggella questa storia, quella del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault 4 a Via Caetani, era sempre ammantata dal simbolo-corazza del cappotto; presentarlo in maniche di camicia significava denudarlo: con tutta la simbologia che alla nudità storicamente è connessa.) Ma con la seconda foto accadde qualcosa d’imprevisto. È per questo che si pensa sempre a una foto. Quella riprodotta in formato gigante dalla copertina del volume DeriveApprodi. Dice giustamente Pio Marconi, nell’importante saggio che lo apre, che «tra le cause della sconfitta etica e politica delle BR» vi fu «il comportamento e il comunicare del prigioniero» (e sottolinea come la sua richiesta di aver salva la vita – anziché espressione di «familismo amorale» come la lesse allora, strumentalmente, il «partito della fermezza» ma come pure, a posteriori, la volle presentare Mario Moretti – fosse coerente con l’impostazione sin dall’inizio data da Moro alla sua azione politica).

Tanto s’è scritto della commovente tessitura affettiva delle ultime lettere di Moro ai famigliari; anche il volume DeriveApprodi riproduce in clausola, a mo’ di epigrafe, frasi che fanno ormai parte del sillabario della storia repubblicana («Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo»). E tanto s’è congetturato, da Sciascia a Gotor, circa l’intenzione obliqua delle medesime lettere, la loro capacità cioè di parlare in codice, anzi in diversi codici, ai diversi destinatari. Ma se Moro ha condotto a sua volta una guerriglia semiotica, nel carcere di Via Montalcini, è stato soprattutto con lo sguardo della seconda foto. Cesare Zavattini, in un trattamento mai realizzato per un instant movie sulla vicenda (riportato da Galluzzi), ne parla così: «Osserviamola a lungo, la fotografia di Aldo Moro. Avviciniamola, allontaniamola, scomponiamola nei suoi fattori fisici che acquistano altri significati. Ci sembra che lo stesso Aldo Moro diventi, per la prima volta, sotto i nostri occhi un nostro simile, un fratello». È esattamente quanto fa Belpoliti, in pagine mirabili, con filologica pietas visiva. La caratteristica di questa seconda immagine, il suo punctum, è la «dissimmetria dello sguardo». Questo sguardo è davvero obliquo, e l’immagine ancora una volta è doppia: «guarda verso di noi, ma non guarda noi». È per questo che «se l’intento delle BR era quello di fotografare un ostaggio […], lo sguardo di Moro in questa seconda istantanea annulla ogni intenzione, e ci raggiunge». È l’«appello assoluto» di cui parla Tano D’Amico. Un appello al quale non si può resistere.

L’intenzione, estetica e insieme politica, con la quale le BR diffusero questa seconda immagine, si tramutò per loro in un boomerang. Denudare il re non significò più sconfessarlo e ridicolizzarlo, bensì trasformarlo in uomo (o, come scrisse Sciascia, in «creatura»). Che gli italiani – tutti insieme e all’improvviso – percepissero che quella segregazione, quella tortura psicologica e infine quella brutale soppressione non riguardavano più un simbolo del potere astratto e inumano bensì in primo luogo un uomo, un uomo come tutti, fu per le BR l’inizio della fine.

Marco Belpoliti
Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse
Guanda 2012, pp. 77, € 8.90

Le polaroid di Moro
a cura di Sergio Bianchi e Raffaella Perna
DeriveApprodi 2012, pp. 211, € 20

I bambini sono moderni?

Michele Emmer

Nel 1983 il dipartimento di Matematica dell’Università di Roma decise di realizzare uno dei primissimi centri, se non il primo, attrezzato con personal computer a disposizione degli studenti del corso di laurea in Fisica. Praticamente nessuno studente aveva un computer a disposizione in quegli anni. Stava anche nascendo la rete internet. Dopo due anni di sperimentazione dell’uso dei personal nei corsi di analisi matematica, furono svolti dei test sugli studenti, circa 300. Il risultato fu che l’uso dei computer non aveva migliorato le qualità degli studenti più bravi ma aveva innalzato il livello degli studenti di livello medio e medio-basso. Erano gli anni in cui i personal erano della Olivetti o della Ibm. Con migliori prestazioni dei personal Olivetti. Una delle grandi tragedie dimenticate della industria italiana la sparizione della Olivetti.

Da allora sono passati diversi anni. Siamo circondati dalla tecnologia, una parte importante della economia mondiale ruota attorno al mondo tecnologico. I nostri figli vivono immersi in questo mondo, dove Dvd, videogame, iPad e simili sono da anni delle vere e proprie babysitter dei ragazzi più piccoli e degli adolescenti. Al concerto di Natale all’Accademia di Santa Cecilia un fesso ha continuato a scattare fotografie col telefonino, una dietro l’altra, all’orchestra mentre sul podio Lorin Mazel dirigeva la Nona sinfonia di Beethoven, era una serata a inviti. Capita spesso in un ristorante di vedere ragazzi e non che smanettano tutto il tempo sui telefonini o sui videogame tra una portata e l’altra e anche mentre mangiano.

Qualcuno si è chiesto anche in Italia se la scuola può restare fuori da tutto questo. Bisogna essere moderni. Nessuno si scandalizza che partiti (?) si presentino alle elezioni con programmi virtuali, mai discussi in pubblico, entità astratte in cui comandano coloro che gestiscono e manipolano i dati. In cui gli eleggibili sono realtà virtuali viste su YouTube. E in cui uno, con pochi eletti selezionati, decide quale è il suo programma o agenda.

Di tutt’altro tenore l’idea del Ministro della pubblica istruzione di avviare sin dall’anno prossimo la diffusione delle lavagne elettroniche nelle scuole sin dai primi anni delle elementari. Niente più libri di carta ma e-book da leggere su Tablet. Modernità, combattiamo l’uso improprio delle nuove tecnologie nelle scuole adottando lo stesso tipo di linguaggio. Per fare cosa? Uno dei danni collaterali della diffusione di internet è l’accesso ad una quantità sterminata di dati. Milioni di studenti cercano informazioni in rete, con google, Wikipedia ecc. Leggono ovviamente solo le prime pagine, difficile che arrivino alla seconda schermata e se devono comporre un qualche scritto pensano che la cosa si risolva con un buon uso del copia ed incolla senza nemmeno preoccuparsi di capire che anche a un semianalfabeta salta agli occhi l’utilizzo di frasi di diversi autori, con stili, parole ed espressioni diverse. L’idea che i dati in rete non sostituiscono la cultura ma la integrano, non li sfiora nemmeno, e si sta parlando di studenti universitari.

E sulla cultura devono operare coloro che si occupano a tutti i livelli di trasmissione del sapere, soprattutto in un mondo in cui, nei paesi più fortunati, la vita media si è allungata tantissimo. Per cosa usare questa porzione di vita in più se non per essere il più possibile parte e partecipe della vita di tutti? Il problema si risolve con la diffusione delle tavolette elettroniche. C’è qualcuno che pensa che l’istruzione dipenda in maniera essenziale dallo strumento elettronico che dovrebbe risvegliare l’interesse e la fantasia sviluppando anche la capacità di comprendere e di concentrarsi?

Non ha ragione chi, il maestro elementare Franco Lorenzoni, ha lanciato un appello per non mettere in contatto gli studenti più piccoli dai 3 agli 8 anni con nessun strumento elettronico? Come fanno in Francia, a Parigi, dove le mie nipoti di 10 e 8 anni toccano un computer una volta o due l’anno? Magari chiedendo agli insegnanti di convincere i genitori di resistere alle pressioni pubblicitarie e di mercato per impedire che anche fuori della scuola sia bloccato un approccio a strumenti che a quella età non possono che essere dannosi? Bisogna disegnare, contare, raccontare, scoprire, inventare, i primi anni sono essenziali.

Certo è molto piu facile, non ci si deve sforzare molto, si usano gli strumenti messi a disposizione. E si sarà moderni. Diranno i professori universitari, di università di grande prestigio: la tecnologia è neutra, non è né di destra né di sinistra. Contro chi non vuole il nuovo, non vuole cambiare. Al contrario, cambiare per sviluppare un modo sempre diverso di ragionare, di costruire la propria vita, utilizzando tutto quello che possiamo avere a disposizione anche per contrastare questo modello di società in cui gli strumenti, finanziari soprattutto, stanno diventando il fine. Formeremo poi superstudenti selezionati, delle elite supertecnologiche che decideranno il futuro, in università superselezionate per scegliere i grandi protagonisti del futuro. E questo il modello che si deve affermare? In cui i tagli alle rette dei disabili partiti il primo gennaio non sono né di destra né di sinistra.

Staccare la spina e leggere le fiabe ai nostri figli, in modo che da grandi siano capaci di inventare e raccontare fiabe, utilizzando le parole che capiranno, che scriveranno, che racconteranno. Usando tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo e che saranno inventati in futuro, ma in grado di manipolare quegli strumenti, non di manipolare donne e uomini, che sono invece il fine.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Monti. O Il Gattopardo

Lelio Demichelis

Molte parole, molte promesse. E molta ideologia. Con molte parole-chiave utili per la propaganda neoliberista: competitività, merito, crescita, mercato, liberalizzazioni. Un’Agenda, quella di Monti – la nuova come la vecchia – in realtà del tutto svincolata dalle leggi della realtà: una realtà fatta di -4,4% in un anno del potere d’acquisto degli italiani, di disoccupazione che cresce in tutta Europa, di un 40% di famiglie italiane che fatica ad arrivare a fine mese. Una realtà sociale drammatica che l’Agenda però di fatto de-rubrica sotto la voce: necessità (dettata da mercati e Ue).

Neoliberismo allo stato puro. Un neoliberismo biopolitico che dagli anni Ottanta ha imposto – conquistando l’egemonia sulla base di un corrotto concetto di libertà individuale e di edonismo/godimento illimitato – la sua surrealtà, poi ri-declinata in austerità, impoverimento e disciplina sociale. Un neoliberismo che vive – facendoci vivere – in una bolla ad alto tasso di arroganza (la sua) e nella «presunzione di verità» delle proprie congetture (gli algoritmi dei mercati, i moltiplicatori dell’Fmi, la mano invisibile), inattaccabili anche dalle più evidenti confutazioni.

Surreale, dunque anche la nuova Agenda-Monti. Perché è surreale e quindi falso scrivere che il processo di integrazione europea ha subito una accelerazione grazie alla crisi (è accaduto il contrario). È surreale leggere che: «La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane», quando la crescita e il benessere dell’Europa, nei decenni passati sono venuti solo grazie a politiche keynesiane e non liberiste. È surreale insistere sulla (presunta) razionalità del pareggio di bilancio strutturale, se perfino il Fondo monetario ha dovuto infine ammettere che politiche di austerità basate sulla riduzione della spesa pubblica hanno effetti pesanti su reddito, domanda interna e sulla stessa competitività di un paese – per cui, si dovrebbe dire, non meno spesa pubblica ma più spesa pubblica (e ovviamente: buona spesa pubblica). Così come è surreale leggere che ricerca e istruzione sono i «motori della crescita»; o l’invocazione a maggiori liberalizzazioni dei servizi pubblici (dimenticando il no degli italiani al referendum sui beni comuni). Surreale, ancora, è voler decentrare ulteriormente la contrattazione sindacale e quindi i diritti, estendendo il devastante modello Marchionne-Bonanni-Angeletti.

Monti, dunque, come Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: per il quale tutto deve cambiare (in apparenza, con la crescita dopo la recessione, con la nuova agenda dopo la vecchia) perché nulla cambi, cioè il tecno-capitalismo. A Monti tecnocrate, poco interessa la distinzione tra destra e sinistra (cosa appunto del passato), essenziale è che destra e sinistra, ormai indistinguibili, e seguano ciò che l’apparato tecnico-capitalistico, nella sua irrefrenabile volontà di potenza e Monti come suo funzionario richiedono. Perché il capitalismo è trasformista per natura, cambia incessantemente per non cambiare nulla della sua essenza fatta di profitti, di accrescimento di sé come apparato di messa al lavoro e al consumo della vita degli uomini e di nichilismo, portando tutto a niente, uomini e società.

Occorre dunque e urgentemente cambiare Agenda, quella di Monti ma anche quella di Bersani&Vendola, troppo simili tra loro. In nome della società; dell’autonomia dell’individuo contro l’eteronomia indotta dal neoliberismo ma anche del comune; del futuro e della responsabilità. La nuova Agenda è già pronta, si chiama Costituzione. Dove chiarissimo è non solo il programma (termine preferibile ad agenda), ma anche la distinzione tra progresso (la Costituzione) e conservazione (ancora Monti e la sua Agenda).

O tra sinistra e destra – e qui vale ricordare quanto scriveva Pasolini, che la destra vuole lo sviluppo (oggi diremmo la crescita) – ovviamente, questo sviluppo, solo quantitativo – mentre la sinistra vuole il progresso («nozione ideale, sociale e politica») con valore ovviamente qualitativo. Il problema, ancora Pasolini, è che la sinistra poi confonde il progresso con lo sviluppo (oggi: con la crescita). E invece la sinistra deve evitare di rincorrere Monti, rivendicando nuovamente la distinzione tra destra e sinistra, che esiste e che è più viva che mai. Uscendo dalla sua ormai patologica paura di vincere.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

L’onda rosa elettorale

Letizia Paolozzi

Sulla campagna elettorale non soffia proprio un vento di rinnovamento. Nell’ordine: poco si parla dei veri problemi aperti dalla crisi nella vita di uomini e donne; non si capisce quale sia la visione del paese che si vuole proporre; i partiti procedono sfarinati e indeboliti. Sarà sufficiente l’ingresso della società civile, dopo anni in cui ha sparato a zero sulla «casta», negli stessi luoghi della «casta»? Convinta di essere antropologicamente migliore, la società civile si prepara a raggiungere, a sostituire (solo in parte, naturalmente) il ceto politico. «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno», promette Grillo suonando lo spartito dell’antipolitica. Quanto alla politica, la stranezza è che stenta a riconquistare autorità, nonostante il candidarsi di molti magistrati, giornalisti, esperti vari.

Se dalla composizione delle liste elettorali si sperava in una specie di redenzione, il Pdl ha preferito affidarsi al «pifferaio magico» e alle sue gag. I candidati di Monti somigliano ai manager licenziati a Manhattan, in attesa del provino per il film Wall Street: il denaro non dorme mai. Quanto al centrosinistra, ha impastrocchiato tra listini e consenso procurato dalle primarie. Ma nelle liste ci sono giovani donne. Possiedono freschezza, serietà, onestà, pragmatismo. Mica somigliano ai marpioni di una volta. Annunci enfatici: con i ticket e la presenza dei due sessi, «non meno di quaranta, non più di sessanta», siamo alla rivoluzione. In effetti, Sel non si discosta da questo trend che ha coinvolto pure i grillini (nelle primarie sul web).

Meno sensibile all’onda rosa il centro dei cosiddetti eredi dello Scudo crociato. Nonostante il ridicolo di guardare a liste elettorali composte unicamente da maschi in giacca e cravatta. Gli uomini dovrebbero farsi più in là dopo aver combinato tanti disastri. Adesso proviamo noi donne ad andare nei «luoghi dove si decide». Ovvero in Parlamento. Dove però il margine di decisione è stretto, a causa della tirannia del debito. Comunque la carica femminile è evidente. Intanto, il tecnico ora «totus politicus» Mario Monti, nella sua agenda, ha chiamato in causa le donne. Non è il primo. In fondo, a modo suo, l’ha già fatto Silvio Berlusconi puntando sfacciatamente sull’estetica (ma anche sulla voglia di vincere) più che sulla competenza femminile. Arrivano (dopo la Banca mondiale e tanti istituti di ricerca e faldoni di cifre) i professori Alesina e Giavazzi sul «Corriere della Sera». Lamentano le «troppe donne con grandi potenzialità chiuse all’interno delle mura domestiche». Un capitale umano sottoutilizzato. Che invece bisogna portare al mercato.

Perché il capitalismo ha bisogno delle donne. In termini quantitativi, si intende. Della soggettività femminile ai professori Alesina e Giavazzi non interessa un baffo. Non hanno capito (sarà colpa del «liberismo di sinistra»?) che una vita degna tiene insieme il lavoro (con le domande sui tempi e modi del produrre) e la cura (di un bambino, della vecchia madre, di una relazione, di una piazza in una città, del greto di un fiume). Peraltro, oggi, accanto al lavoro di tipo fordista cresce quello immateriale, cognitivo: prendersi cura non può ridursi implicitamente al dominio biologico della riproduzione. Ma chi glielo dice ai due professori?

Certo, nel capitalismo sfruttamento e liberazione si incrociano, si contrastano. Assieme al conflitto, alla socialità, alla società. Io ci metterei anche quello che spregiativamente viene chiamato «consumo»: di musica, ballo, web. La rivolta in India contro l’orrore dello stupro ha sollevato un movimento di protesta nel quale hanno sfilato insieme padri e madri, studenti e studentesse, maschi e femmine. Non voglio negare le differenze enormi tra ciò che sta avvenendo lì e l’episodio del magistrato di Bergamo che, dopo l’ennesimo allarme sulle violenze, ha sentenziato: «Le donne non devono uscire da sole la sera» (del genere: «Ve la siete cercata»). Tuttavia, per battere un sistema che perpetua meccanismi di potere, che pretende obbedienza e conformismo, conosco un solo modo: quello che fa perno sulla soggettività e sulla presa di parola. Per questo mi sono simpatiche le Pussy Riot e la loro «bestemmia sociale».

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale