Isobel

Canzone per Björk

Sjòn

in a forrest pitch-dark
glowed the tiniest spark
it burst into flame
like me
like me

my name isobel
married to myself
my love isobel
living by herself

in a heart full of dust
lives a creature called lust
it surprises and scares
like me
like me

my name isobel
married to myself
my love isobel
living by herself

when she does it she means to
moth delivers her message
unexplaind on your collar
crawling in silence
a simple excuse

nana na nana
nana na nana

in a tower of steel
nature forges a deal
to raise wonderful hell
like me
like me

my name isobel
married to myself
my love isobel
living by herself

when she does it she means to
moth delivers her message
unexplaind on your collar
crawling in silence
a simple excuse

nana na nana
nana na nana
nana na nana
nana na nana

Paradiso e Inferno

Jón Kalman Stefánsson

I monti incombono sulla vita e sulla morte e su

queste case che si stringono una all’altra sulla lingua

di terra. Viviamo nel fondo di una conca, il giorno

passa, si fa sera, si riempie a poco a poco di tenebre,

poi si accendono le stelle. Brillano in eterno sopra

di noi, come se portassero un messaggio urgente, ma

quale, e da parte di chi? Cosa vogliono da noi, o

forse piuttosto: cosa vogliamo noi da loro?...

 

Il ragazzo, il mare e il paradiso perduto

 

…i monti e il mare regnano sulla nostra vita, sono il nostro

destino, o per lo meno così la pensiamo qualche

volta, e anche tu di sicuro ti sentiresti così

se ti fossi svegliato e addormentato per decine

di anni sotto le stesse montagne, se il tuo petto

si fosse dilatato e contratto al respiro del mare

sulle nostre barchette fragili come gusci di noce.

Non esiste quasi niente di più bello del mare

nelle giornate serene o nelle notti terse, quando

anche lui sogna e la luna è il suo sogno. Ma

il mare non è per niente bello e lo odiamo più

di qualsiasi altra cosa quando le onde si alzano

anche di dieci metri sopra la barca, quando i

frangenti la travolgono e il mare ci beve come

miseri cuccioli, e poco importa quanto dimeniamo

le braccia, quanto invochiamo Dio e

Gesù, quello ci beve come miseri cuccioli. E lì

tutti sono uguali. Le carogne e i giusti, i colossi

e i mingherlini, i felici e gli afflitti. Qualche grido,

qualche frenetico agitarsi di braccia e poi è

come se non fossimo mai esistiti, il corpo inerte

cola a picco, il sangue si raffredda, i ricordi si

cancellano, i pesci vengono a sfregare il muso

contro quelle labbra che, ancora ieri baciate,

pronunciavano parole essenziali, sfiorano le

spalle che portavano il figlioletto a cavalcioni e

gli occhi che non vedono più nulla, posati sul

fondo del mare. Il mare è blu, freddo e mai

calmo, un mostro gigantesco che inspira, quasi

sempre ci sostiene, ma qualche volta no e così

noi affoghiamo; la storia dell’uomo non è poi

tanto complicata.

La gente vive, ha il suo momento, i suoi baci,

le risate, gli abbracci, le sue parole dolci, le sue

gioie e i suoi dolori, ogni vita è un universo che

poi crolla su se stesso e non lascia niente dietro

di sé se non pochi oggetti resi preziosi e attraenti

dalla scomparsa del proprietario, diventa45

no importanti, a volte sacri, come se un frammento

di quell’esistenza che è sparita si fosse

trasferita sulla tazza del caffè, sulla sega, sulla

spazzola, sulla sciarpa. Ma tutto alla fine svanisce,

i ricordi si cancellano e tutto muore. Dove

prima c’era la vita e la luce adesso c’è il buio e

l’oblio. Il padre del ragazzo muore, il mare lo

inghiotte e non lo restituisce più. Dove sono i

tuoi occhi che mi rendevano bella, le mani che

solleticavano i bambini, la voce che teneva lontano

il buio? Lui annega e la casa si disgrega. Il

ragazzo viene mandato da una parte, suo fratello

dall’altra, cinque ore a piedi di buon passo

li separano, sua madre e la sorellina di poco

più di un anno finiscono in un’altra valle. Un

giorno erano insieme nello stesso letto, si sta

stretti ma è bello ed è quasi l’unico vantaggio

dell’assenza del padre, e poi tra di loro si erge

una montagna di settecento metri, vertiginosa

e brulla, il ragazzo la detesta ancora di un odio

senza limiti. Ma è così inutile odiare le montagne,

sono più grandi di noi, stanno lì al loro posto,

immobili, e non si muovono di un passo in

decine di migliaia di anni, mentre noi andiamo

e veniamo più veloci di quanto l’occhio fatichi

a vederci. Le montagne però non fermano le

lettere. Sua madre gli scriveva. Gli descriveva

suo padre perché non lo dimenticasse, perché

vivesse dentro di lui, una luce a cui scaldarsi,

una luce di cui sentire la mancanza, scriveva per

salvare suo marito dall’oblio. Raccontava le loro

conversazioni, le loro letture insieme, il modo in

cui si occupava dei figli, i nomignoli affettuosi

con cui li chiamava, le canzoni che cantava per

loro, il modo in cui si fermava sulla soglia con

lo sguardo perduto lontano… “

Il mare è freddo e a volte tetro. È un mostro

gigantesco che non riposa mai e qui nessuno sa

nuotare, a parte Jónas che d’estate lavora alla

stazione di pesca alla balena dei norvegesi, sono

stati loro a insegnargli a nuotare, lo chiamano il

Merluzzo o il Pescegatto, ed è questo il soprannome

che gli sta, considerando il suo aspetto. La

maggior parte di noi è cresciuta qui sulla costa

e non ha vissuto un solo giorno senza sentire la

voce della risacca, gli uomini vanno per mare da

quando hanno tredici anni, così è stato per oltre

mille anni, eppure nessuno sa nuotare tranne

Jónas, che va a temprarsi dai norvegesi. Però noi

sappiamo fare altre cose, sappiamo pregare, sappiano

farci il segno della croce, lo facciamo appena

svegli, quando indossiamo le cerate, benediciamo

gli attrezzi, le esche, segniamo ogni gesto,

i banchi su cui sediamo quando ci rimettiamo

a te, Signore, proteggici con la tua misericordia,

fai tacere i venti, calma le onde che possono farsi

tanto minacciose. Rimettiamo tutta la nostra

fede in te, Signore, che sei l’inizio e la fine di

tutto, perché quelli che cadono in mare colano

a picco come pietre e annegano, anche quando

la superficie è uno specchio e quando la terra è

così vicina che chi sta a piede fermo sulla nostra

terra benedetta distingue le loro espressioni,

le ultime, prima che il mare si prenda la vita, il

corpo, questo pesante fardello. Ci rimettiamo

a te, Signore, che ci hai creato a tua immagine,

hai creato gli uccelli con le ali perché potessero

volare in cielo e ricordarci la libertà, che hai

creato i pesci con le branchie e le pinne perché

potessero nuotare nelle profondità che tanto

temiamo. Certo, tutti noi potremmo imparare

a nuotare come Jónas, ma Signore, in questo

modo non mostreremmo sfiducia in te, un po’

come se ci credessimo capaci di correggere la

tua creazione? Inoltre il mare è molto freddo,

nessuno può nuotarci a lungo, no, ci fidiamo

solo di te, Signore, e del tuo figlio Gesù, che

non sapeva nuotare nemmeno lui, e non ne aveva

neanche bisogno, visto che camminava sulle

acque. Immagina se avessimo una fede autentica

e pura e potessimo camminare sul mare, passeggiare

sulle acque in cui peschiamo, correre

veloci laggiù e poi tornare a casa, magari in due

spingendo una carriola carica di pesci.

La terra continua a sprofondare nel

buio e nel mare, ma presto a est sorgerà l’alba.

Distinguono qualche stella, nuvole di ogni genere,

blu, quasi nere, chiare e grigie, e il cielo,

perennemente mutevole come il cuore. Bárður

ansima e borbotta qualcosa, versi a brandelli

per la fatica… a deporre il manto… greve d’ombre…

il cuore batte forte a tutti loro. Il cuore

è un muscolo che pompa il sangue, la dimora

della sofferenza, della solitudine, della felicità,

l’unico muscolo capace di toglierci il sonno. La

dimora dell’incertezza: ci sveglieremo ancora

vivi, pioverà sul fieno, abboccherà il pesce, mi

ama, attraverserà la brughiera per dirmi le sole

parole che contano? incertezza riguardo a Dio,

allo scopo della vita e, non meno, allo scopo

della morte. Remano e il loro cuore pompa sangue

e incertezza sul pesce e sulla vita ma non

su Dio, no, perché altrimenti a stento oserebbero

salire in quel guscio di noce, in quella bara

aperta in mezzo a un mare che in superficie è

azzurro ma sotto è nero come carbone.

I sei uomini attendono a bordo il pesce che

nuota nei mari da più di centoventi milioni di

anni. Altre specie animali si sono evolute e si

sono estinte, ma il merluzzo continua a nuotare

per conto suo, l’uomo non è che un breve

passaggio nella sua esistenza. Il merluzzo nuota

tutta la vita a bocca spalancata, talmente vorace

che batte tutte le altre specie, tranne ovviamente

la specie umana, ingoia tutto quello che trova

sulla sua strada e non ne ha mai abbastanza,

una volta il ragazzo ha contato centocinquanta

capelin adulti nello stomaco di un merluzzo di

taglia media ed è stato pure rimproverato aspramente

per aver perso tempo a contarli. Il merluzzo

è giallo, gli piace nuotare, sempre in cerca

di qualcosa di nuovo da mangiare, succede ben

poco che sia degno di nota nella sua vita, e una

lenza che oscilla cosparsa di esche infilzate sugli

ami è considerata una gran novità, è un avvenimento

importante. Che cos’è questa roba,

si chiedono i merluzzi a vicenda, finalmente

qualcosa di nuovo, osserva uno, e morde senza

esitare, e allora gli altri si precipitano a mordere

anche loro perché nessuno vuole rimanere

indietro, è bello stare appesi qui, dice il primo

con l’angolo della bocca, e gli altri annuiscono.

Passano le ore, poi tutto comincia ad agitarsi,

si sentono tirare, una forza possente li solleva

verso l’alto, più in alto, sempre più in alto verso

il cielo che tutt’a un tratto si apre e cede il posto

a un altro mondo popolato di pesci strani.

Ma ora non ci sono stelle, non in questa attesa.

Non più. Sono tutte sparite dietro le nuvole

che si addensano sopra di loro e portano il

maltempo con sé. Il giorno si avvicina, il vento

rinforza e si raffredda, è nato dal ghiaccio che

riempie il mondo dall’altra parte dell’orizzonte,

guardiamoci bene dal remare in quella direzione,

l’inferno è gelido. Si infilano le cerate sopra

perché malgrado i maglioni siano ben feltrati,

il vento artico li trapassa facilmente, e l’essere

bagnati di sudore non migliora la situazione.

Tutti afferrano la loro giubba, tutti tranne

Bárður, che afferra il vuoto, la mano sospesa a

mezz’aria, si immobilizza e impreca a voce alta.

Che cosa c’è? chiede il ragazzo. Accidenti, la

cerata, l’ho dimenticata, e Bárður impreca ancora

una volta, impreca per essersi inutilmente

impegnato a memorizzare i versi del Paradiso

perduto, concentrandosi a tal punto da dimenticare

di prendere la sua cerata. Andrea se n’è

sicuramente accorta e sarà preoccupata per lui

che ora trema di freddo, esposto al vento polare.

Ecco che scherzi può giocarci la poesia.

Ha letto una poesia ed è morto di freddo.

Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove

le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti

portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma

per lo spazio di un istante e diventa bella,

limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti

cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie

che ti portano a dimenticare, a dimenticare la

tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata,

il gelo si impadronisce di te, preso! e sei morto.

Chi muore si trasforma immediatamente in

passato. Poco importa quant’era importante,

quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse,

o come sia impensabile l’esistenza senza di lui:

la morte dice preso! e la vita svanisce in un secondo

e la persona si trasforma in passato. Tutto

quello che era legato a lei diventa un ricordo

che lotti per conservare, che è un tradimento

dimenticare. Dimenticare il suo modo di bere

il caffè. Il suo modo di ridere. Il suo modo di

alzare gli occhi. Eppure lo dimentichi. È la vita

che lo pretende. Dimentichi a poco a poco, ma

con costanza, e può essere talmente doloroso

che fa male al cuore.

I numeri non hanno immaginazione e quindi

non devi darci troppa importanza. Secondo le

carte geografiche del nostro paese, le montagne

si levano in aria per novecento metri, il che è

esatto, in certi giorni è così, ma un bel mattino,

quando ci risvegliamo dai sogni della notte

e gettiamo un’occhiata fuori, ecco che sono di

colpo cresciute e sono alte almeno tremila metri,

graffiano il cielo e i nostri cuori si accartocciano

su se stessi. In quei giorni è difficile stare chinati

sui mucchi di pesce salato. Le montagne non

fanno parte del paesaggio, sono il paesaggio.

La lingua di terra su cui sorge il Villaggio si allunga

come un braccio contorto nel fiordo stretto

e raggiunge quasi l’altra sponda. La distesa

d’acqua che delimita d’inverno gela e si trasforma

in una pista di pattinaggio, noi fischiettiamo

alla luna e usciamo di casa con i pattini. Spesso

tutto è calmo perché le montagne fermano i

venti, ma non devi per questo credere che da

noi regni un’eterna quiete e che le piume perdute

dagli angeli in volo scendano fino a qui

volteggiando dolcemente, succede, è vero, ma

aspetta un po’, può anche levarsi la tormenta!

Le montagne rendono la quiete più profonda,

ma possono anche far impazzire i venti che si

incuneano indisturbati nel fiordo, venti polari

gonfi di desideri omicidi, e tutto quello che non

è stato assicurato a terra vola via e scompare.

Legname, vanghe, carretti, tegole, tetti interi,

stivali di piedi destri, pensieri, tiepide dichiarazioni

d’amore. Il vento urla tra le montagne, la128

cera la superficie del mare, la salsedine si deposita

sulle case e filtra nei seminterrati. Quando

il vento si placa e possiamo mettere il naso fuori

senza morire, le strade sono coperte di alghe,

come se il mare ci avesse starnutito addosso.

Ma arriva sempre la calma, dopo, le piume degli

angeli scendono di nuovo a terra volteggiando,

noi torniamo sulla riva ad ascoltare le piccole

onde che si rompono con un lieve sciabordio,

l’agitazione si acquieta, il sangue rallenta nelle

vene, il mare diventa un seducente giaciglio su

cui desideriamo riposare, sicuri che ci cullerà

fino a farci addormentare, l’edredone si alza in

volo e si riabbassa, un continuo ciangottio, e allora

non è più tanto doloroso pensare a coloro

che l’oceano ha voluto chiamare a sé.

A volte è nel sonno che si è più felici, sei al

sicuro, il mondo non può raggiungerti. Sogni

zucchero candito e giorni di sole.

La tristezza degli angeli

Jón Kalman Stefánsson

Da qualche parte, in quella densa bufera di neve e nel gelo, comincia a far sera, e la notte d’aprile si introduce tra i fiocchi di neve che si accumulano sull’uomo e sui due cavalli. Tutto è bianco di neve e di ghiaccio, eppure sta arrivando la primavera. Avanzano con difficoltà contro il vento del nord che è più forte di qualsiasi altra cosa, in questo paese, l’uomo si piega in avanti sulla sua cavalcatura, aggrappato alle briglie dell’altro cavallo, sono completamente bianchi e ricoperti di ghiaccio e probabilmente non tarderanno a mutarsi in neve, il vento del nord li porterà via prima che arrivi la primavera. I cavalli sprofondano nella neve molle, quello di dietro porta in groppa un fardello indistinto, un baule, dello stoccafisso oppure due cadaveri e l’oscurità s’ispessisce, senza tuttavia diventare mai buio pesto, è aprile, dopotutto, e progrediscono grazie a una testardaggine ammirevole quanto inerte, caratteristica di chi vive ai confini del mondo abitato. Certo, è sempre una tentazione darsi per vinti, del resto sono in molti a farlo, lasciano che il quotidiano li ricopra dei suoi fiocchi fino a ritrovarsi seduti immobili, finite le avventure, basta fermarsi e lasciarsi rivestire di neve nella speranza che un bel giorno il cielo schiarisca e torni il sereno. Ma i cavalli e il fantino continuano a opporre resistenza, continuano ad avanzare anche se niente sembra più esistere nell’universo se non quella bufera, tutto il resto è sparito, una nevicata del genere cancella i punti cardinali, il paesaggio, anche se in quella neve si nascondono alti monti, gli stessi che ci sottraggono un bel pezzo di cielo, perfino nei giorni migliori quando tutto è azzurro e terso, e ci sono uccelli, fiori e probabilmente anche il sole che splende. Non alzano la testa nemmeno quando d’un tratto il frontone di una casa emerge bruscamente da quella bufera insensata e si fa loro incontro. Di lì a poco appare un altro tetto. E poi un terzo. E un quarto. Ma loro continuano la loro marcia stentata come se nessuna vita, nessun calore li riguardasse più, e che niente importasse loro, se non quel movimento meccanico, s’intravede addirittura una luce tra i fiocchi di neve, e la luce è un messaggio di vita. I tre sono arrivati davanti a una grande casa, il cavallo si avvicina fin sotto i gradini, alza la zampa anteriore e batte con fervore contro lo scalino più basso, l’uomo mormora qualcosa e il cavallo smette, poi aspettano. Il primo cavallo dritto, le orecchie tese, mentre quello dietro a testa bassa, come immerso in meditazione, i cavalli pensano molto, tra tutti gli animali sono quelli che più somigliano a un filosofo.

Infine la porta si apre e un uomo esce sulle scale, socchiude subito gli occhi davanti all’aggressione della nevicata, rattrappito per il vento gelido, il tempo comanda ogni cosa qui, plasma la nostra vita come argilla. Chi è, dice con voce forte e scruta verso il basso, la neve turbinosa spezza la visuale, ma né il fantino né i cavalli rispondono, si contentano di guardarlo a loro volta e attendono, anche l’animale che sta più indietro con il suo fardello. L’uomo sulla soglia chiude la porta, discende cautamente gli scalini scivolosi, si ferma a metà, allunga il collo per vedere meglio e allora il cavaliere emette finalmente un suono rauco e gorgogliante, come dovesse ripulire il linguaggio dalla brina e dalla maldicenza, apre la bocca e chiede: E tu chi diavolo sei?

Il ragazzo indietreggia, sale di un gradino, a dire il vero non lo so, risponde con quella sincerità che non ha ancora perduto e che lo rende un idiota o un saggio: Nessuno in particolare, presumo.

Chi c’è lì fuori, chiede Kolbeinn, il vecchio capitano che siede davanti a una tazza di caffè vuota e rivolge i suoi specchi dell’anima spenti verso il ragazzo che è tornato dentro e muore dalla voglia di non rispondergli affatto, eppure si lascia scappare, è Jens il postino su un cavallo ghiacciato, vuole parlare con Helga, e poi oltrepassa a grandi falcate il capitano seduto nella sua tenebra eterna.

Il ragazzo sale in fretta le scale interne, si riversa lungo il corridoio e poi sale al piano superiore a tre gradini alla volta. Si distrae quasi in quella sfida, sbuca come uno spettro oltre l’apertura e si ritrova poi, ansante, nel sottotetto, assolutamente immobile mentre gli occhi si abituano alla penombra. Fa quasi buio quassù, una piccola lampada a olio sta posata per terra e la vasca si rivela accanto alla finestra piena di neve e di vespro, le ombre fluttuano nell’aria ed è come se fosse proiettato in un sogno. Vede i capelli neri corvini di Geirþrúður, una spalla bianca, gli zigomi alti, una metà del seno e le gocce d’acqua sulla pelle. Distingue Helga accanto alla vasca da bagno, con una mano sul fianco, una ciocca di capelli si è liberata dalla crocchia e ricade di traverso sulla fronte, non l’ha mai vista così scomposta. Il ragazzo gira di scatto la testa, come per svegliarsi, si volta subito e guarda altrove, benché non ci sia niente di particolare su cui poter fissare lo sguardo, se non il buio e il vuoto, luoghi in cui un occhio vivo non dovrebbe mai guardare. Il postino Jens, dice, sforzandosi affinché il battito del cuore non interferisca con la voce, ma evidentemente invano: È arrivato il postino Jens, e chiede di Helga. Puoi anche voltarti da questa parte, o sono forse tanto brutta?, dice Geirþrúður. Smettila di torturare questo ragazzo, dice Helga. Che danno può fargli, vedere una vecchia nuda?, dice Geirþrúður e il ragazzo la sente uscire dalla vasca. La gente fa il bagno, pensa a certe cose, si lava, e poi si alza dalla vasca, sono tutte cose piuttosto banali, ma anche le cose più banali in questo mondo possono costituire una seria minaccia.

Helga: Adesso puoi anche voltarti.

Geirþrúður si è avvolta in un grande asciugamano ma le spalle sono ancora nude e i capelli scuri come dicembre sono bagnati e selvaggi, e senza dubbio perfino più neri che mai. Il cielo è vecchio, non tu, dice il ragazzo, e allora Geirþrúður ride, una risata bassa e profonda, e dice, sarai pericoloso, ragazzo, se un giorno perderai la tua innocenza.

 

Kolbeinn mormora quando sente Helga e il ragazzo avvicinarsi, il volto coperto di rughe e di profonde incisioni lasciate dai colpi di frusta della vita si contrae e la mano destra avanza lentamente sul tavolo, si fa avanti a tentoni come un cane dalla vista debole, spinge la tazza di caffè vuota e carezza un libro, e allora improvvisamente l’espressione si distende, la letteratura non ci rende schivi, ma sinceri, è la sua natura, per questo può essere una forza non da poco. I tratti di Kolbeinn s’induriscono quando il ragazzo e Helga entrano in sala da pranzo, ma lascia la mano ancora sul libro, Otello nella traduzione di Matthías Jochumsson. Trattenete le mani, voi, miei partigiani, e gli altri! Se la mia risposta avesse dovuto formularsi con la spada, l’avrei saputo da me, senza spunto alcuno.1 Helga si è avvolta uno spesso scialle blu intorno alle spalle, lei e il ragazzo passano davanti a Kolbeinn che finge di ignorarli, ed eccoli fuori. Helga osserva Jens e i cavalli, tutti e tre quasi irriconoscibili, bianchi e incrostati di ghiaccio. Perché non entri, buon per te, chiede, un tono un po’ tagliente. Jens alza la testa per guardarla e dice, a mo’ di scusa: A dire il vero, il gelo mi ha incollato al cavallo.

Jens tratta sempre le parole con ponderatezza, e inoltre è particolarmente laconico adesso, appena rientrato com’è da un giro di consegna lungo ed estenuante durato tutto l’inverno, del resto che se ne fa, uno, delle parole se si trova in mezzo a una bufera accecante, in una brughiera spazzata dagli agenti atmosferici dove ogni punto cardinale si confonde? E quando dice di essere incollato al cavallo lo dice sul serio, le parole sono diventate completamente trasparenti e non hanno alcun significato recondito, nessuna ombra, come a volte tendono a fare. Il gelo mi ha incollato al cavallo: significa che l’ultima grande cascata che ha attraversato, più o meno tre ore fa, aveva mascherato la sua profondità in quel tempaccio da lupi, Jens si era inzuppato fino alle ginocchia nonostante il cavallo fosse alto, il gelo di aprile si era consolidato all’istante, il cavallo e l’uomo erano congelati insieme in modo talmente preciso che Jens non poteva muoversi per niente, non riusciva a smontare dalla sella e aveva dovuto lasciare che il cavallo zoccolasse sul gradino inferiore per avvertire della propria presenza.

Helga e il ragazzo devono mettercela tutta per staccare Jens dalla sella e sostenerlo poi su per i gradini, non è roba da poco, è un uomo imponente e pesa certo più di cento chili, lo spesso scialle di Helga è già diventato tutto bianco di neve quando finalmente riescono a farlo smontare, e restano ancora i gradini da salire. Jens sbuffa di rabbia, il gelo gli ha sottratto tutta la virilità e lo ha trasformato in un vecchio indifeso. Avanzano esitanti per le scale. Una volta nella sala da pranzo Helga una volta ha preso un marinaio ebbro, un tipo ben piantato, e l’ha scaraventato fuori come fosse stato spazzatura, Jens inconsciamente le addossa gran parte del proprio peso, ma chi è poi questo ragazzino, non sembra molto robusto, potrebbe spezzarsi sotto i fiocchi di neve, figuriamoci un braccio pesante. I cavalli, mormora Jens sul quinto scalino, sì, sì, risponde Helga. Ero incollato al cavallo e non riuscivo a camminare senza un sostegno, dice Jens a Kolbeinn quando Helga e il ragazzo lo portano, lo trascinano per la stanza. Slega il baule dal cavallo, dice Helga al ragazzo, da qui in avanti mi occupo da sola di Jens, poi conduci i cavalli da Jóhann, dovresti riuscire a trovare la strada, e poi fa’ sapere a Skúli che Jens è arrivato. Ce la farà, questo, con il baule e i cavalli, chiede Jens dubbioso lanciando un’occhiata di sfuggita al ragazzo, è più forte di quanto sembri, dice Helga, e il ragazzo trascina dentro il baule, poi si infila gli indumenti più caldi e si addentra nella notte che si abbuia e in quel tempo da lupi con due cavalli stremati.

Traduzione di Silvia Cosimini, per gentile concessione della casa editrice Iperborea, 2012

1 Otello, atto 1, scena 2 [N.d.T.].

Effimere visioni

Thor Vilhjalmsson

III

Dovremmo urlare o sussurrare
o muti recitare versi non nati

 quello che credi

quello che credi
quello che credi di dire
quello c he potresti dire
quello che ti potrebbe accadere di dire

 Il mare

 Un tempo si chiamava…

Qui non tiscalda né il sole né
il mio canto
cerca sull’erba gessosa
le ali ingessate
dell’uccello che
un tempo si chiamava falco
e non volerà mai più.

Da Thalatta: cinque poesie al mare

 Dove, oh dove?

 Le giostre sui loro perni
non ruotano più
non tritano grani di sabbia né di polvere
rugginiscono e basta
mentre signore gentili che prima
guardavano
coi sorrisi bonari in occhi vacui
avvizziscono e svaniscono
marciscono
appena più sagge oppure no
eppure
né grida né risa di bimbi
a turbare la scena di foglie cadute in autunno
tutto perduto
chissàdove
dove?
altrove
per ogni dove
dove?

 Da Il mare blu profondo, pardon l’oceano
Traduzione di Silvia Cosimini

 

Fluxus è «α-beta»

Stella Succi

Il legame tra «alfabeta» e Fluxus trascende le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del movimento: è infatti un legame storico, che va fatto risalire alla rarissima «serie nera» intitolata «a-beta», costituita da soli cinque numeri usciti tra il marzo del 1975 ed il Gennaio del 1977. L’aneddoto dal quale sorge l’avventura editoriale di «a-beta» è di sapore romanzesco: nella hall deserta dell’hotel Manzoni di Milano, in una notte dei primi mesi del 1975, sono seduti Gino Di Maggio, oggi direttore responsabile di «alfabeta2», e il celebre artista Fluxus George Brecht.

George Brecht ha bisogno di bere: i due aprono la porta del bar e, in uno slancio bohemièn, cominciano a bere e parlare di arte, di politica, di filosofia fino all’alba. Viene naturale, all’albeggiare, dirsi che tutte quelle parole non resteranno semplicemente un ricordo di una notte brava. L’intenzione è di farne una pubblicazione, perché no, una rivista, tramite cui sviluppare l’infinità di spunti proposti in quel momento di divertissement.

Il titolo «alfabeta» è frutto di un lampo di genio e di un gioco artistico quanto mai Fluxus. Nel domandarsi, Di Maggio e Brecht, che titolo dare alla pubblicazione, Brecht adocchia il pacchetto di sigarette nazionali Alfa sul tavolino. Lo raccoglie, e aggiunge a penna da un lato beta, e dall’altro lato bête. La doppia dicitura, beta e bête, non è una tautologia, ma un gioco semantico: la traduzione di bête non è beta bensì bestia, che se da una parte rimanda alla bêtise, a una certa idiozia del Dada, dall’altra rimanda alla Cage aux fauves di Vauxcelle, a un’avanguardia aggressiva e mordace.

Le pagine di «α-beta» si fanno quindi, per quel breve scorcio di anni, portavoce delle istanze del movimento Fluxus, e delle avanguardie artistiche che ne informano modi e contenuti: viene dedicato spazio a dada, al situazionismo, al futurismo (per citarne uno soltanto, viene ripubblicato l’articolo di Antonio Gramsci, Marinetti rivoluzionario, comparso su «Ordine Nuovo», il 5 gennaio del 1921). La sezione centrale, «Presenze», è illustrata con opere Fluxus di notevole sperimentazione grafica, in particolare nel Pop-Up di Gianni-Emilio Simonetti e in Fandango di Wolf Vostell.

L’aspetto tuttavia più Fluxus di «α-beta» consiste forse nella rete di relazione che lega i personaggi coinvolti concretamente nella piccola ma coraggiosa avventura editoriale: Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Sergio Albergoni, Gianni-Emilio Simonetti, le vere anime di questa «serie nera»: nel 1975 sono tre giovani coetanei che gravitano attorno a piazzale Martini. Con la stessa fluida naturalezza con cui nascono le amicizie giovanili di quartiere nasce la rivista. E, proprio come un flusso, si trasforma nel tempo, svanisce, torna come pioggia, e ancora scorre.

Nel 1979, a due anni dall’ultimo numero di «a-beta», il titolo ritorna leggermente modificato in «alfabeta», su un progetto diverso e nuovo: la storica Alfabeta di Umberto Eco, Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Paolo Volponi, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Maria Corti, Mario Spinella, Franceco Leonetti, e più tardi Omar Calbrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti.

Da alfaFluxus supplemento mensile al n.25 (dicembre 2012-gennaio 2013) di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10