Daniel Spoerri

Le opere riprodotte nel numero 21 di alfabeta2 (luglio/agosto 2012) sono dell'artista Daniel Spoerri.

Qui una galleria delle immagini pubblicate:

Sommario del n° 21 – luglio/agosto 2012

Alberto Burgio Europa, una nuova guerra civile Conseguenze del «fiscal compact»
G.B. Zorzoli Dalla Green Economy alla Green Society

(NOT) OCCUPY
Anna Curcio, Gigi Roggero Perché in Italia non c’è Occupy? Ripensare rappresentanza e organizzazione
David Lloyd Una rivoluzione di fantasia Intervista di Alessio Trabacchini
Alessio Trabacchini Dietro la maschera
Michael Hardt Il comune come organizzazione Oltre il privato e il pubblico. Intervista di Anna Curcio Leggi tutto "Sommario del n° 21 – luglio/agosto 2012"

Mangiare Bere Abitare

Giancarlo Alfano, Carmelo Colangelo

Il Paese della fame: così storici e antropologi hanno descritto l’Italia del passato. Dalla dieta a base di polenta del Settentrione padano al pane e cipolle del contadino calabrese; dalle bacche alpine del pastore alle minestre di cicoria delle campagne romane, lungo tutto lo Stivale la lotta per restare in vita è stata per secoli innanzitutto lotta contro la fame. Quel medesimo spettro sembra oggi tornato ad abitare le nostre città, semmai assumendo il volto ancora esotico di un homeless africano o di una bag lady pachistana o cinese, ma sempre più spesso con la spossata fisionomia nostrana di chi non riesce più ad «arrivare a fine mese».

Sul modello della cattedra Saperi contro povertà, istituita presso il Collège de France di Parigi, anche a Napoli si costruisce una rete di saperi e di pratiche per affrontare la terna dei bisogni primari (mangiare, bere, abitare) coinvolgendo le associazioni, le scuole, la cittadinanza – ma anche l’imprenditoria e il mondo della finanza – in un progetto che attraversa, a maglie strette, la città, la regione, il Paese. Come dire il bisogno? Come evitare che i discorsi culturali ricoprano con la patina dell’intelligenza la sconvolgente apparizione della povertà radicale? Il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare si propone come un luogo di apertura e contaminazione in cui i saperi dell’economia e della politica siano animati dalle forme del pensiero e dell’immaginazione, in un’epoca in cui quei fenomeni che sembravano la piaga esclusiva del cosiddetto Terzo Mondo si affermano anche nel Primo.

La Fondazione Premio Napoli, la cui missione è la diffusione della cultura letteraria e umanistica in generale, promuove l’interazione di percorsi formali e modelli conoscitivi differenti, validi su scala mondiale, che permettano di comprendere il bisogno e di sfidarlo, di riconoscerne la singolarità e al contempo assumerne il tratto universale, per poi tornare al reale, ciascuno identificando con più chiarezza il proprio compito in una nuova, necessaria lotta per l’eguaglianza.

Animato dunque da questo progetto, il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare inizia per quest’anno a occuparsi della Fame, prima forma dell’inferno dell’esclusione. L’evento di apertura – intitolato, sulla base di un discorso di Artaud del 1933, La fame non aspetta – è fissato per il 10 luglio 2012 all’Albergo dei Poveri di Napoli, spettacolare emblema settecentesco in cui si rappresentavano, al tempo stesso, il centralismo urbano e l’affermazione della società disciplinare. I successivi appuntamenti del 2012 saranno intitolati Pane selvaggio, La scala della fame, Un campo che non è quello di grano e infine Il nuovo abolizionismo. Sradicare la fame.

Biennale de L’Havana: la decomposizione è un sogno

Christian Caliandro

Nella sala del Museo de la Revolución dedicata a Ernesto Che Guevara e a Camilo Cienfuegos ci sono le statue di cera dei due eroi che, in un angolo di foresta meticolosamente riprodotto, puntano lo sguardo verso l’avvenire. È come assistere alla decomposizione di un sogno. Tutto impolverato, tutto rovinato, tutto rotto e aggiustato e poi rotto ancora. Può essere affascinante.

La Biennale – qui ancor più che in qualsiasi altra città d’Europa e, forse, del pianeta – è decisamente un corpo estraneo. Un circo triste, che piomba in un contesto urbano di cui nulla sa e su cui non interviene. In queste rovine non c’è desolazione (almeno, a me non sembra: ma posso sbagliarmi). Sono rovine «vive», per così dire, che se ne fregano del fascino proiettato verso gli sguardi esterni, che resistono alle semplificazioni da cartolina e che conducono la loro esistenza insieme alle vicende umane che ospitano. Questa è una città realista. Ma il mondo dell’arte non lo è, e non può dunque conoscerla se non molto superficialmente. Semplicemente, non gli interessa conoscerla. Fa il suo numero, ignorando ed essendo ignorato, e poi va via per installarsi in qualche altro posto. Il mondo dell’arte contemporanea è una muffa culturale.

Test1: inaugurazione della mostra al Centro Guayasamín. Subito si articola l’atmosfera surreale – come al solito. Nella corte si affacciano perfomer cubani a dire incomprensibili messaggi performativi, nel totale disinteresse e nel bel mezzo di un casino infernale. Nessuno sente nessuno, nessuno sente niente. A nessuno importa realmente. Sai che c’è un’azione, un rito sociale in corso, e questo è quanto. Al piano di sopra, devi levarti le scarpe per guardare le scritte per terra di Carlos Garaicoa, come se fosse una moschea o un tempio buddista.

Test2: questi sono i vampiri, ma i vampiri veri. Dietro una vetrina (sempre, rigorosamente dietro una vetrina), gli spettatori osservano gente che lavora. Si configura una costante relativamente nuova: è come se gli esseri umani fossero ormai talmente disabituati alla pratica del lavoro manuale (sentendola enormemente estranea alla propria quotidianità), da poterla percepire ormai solo come oggetto ‘esotico’. In modalità, per così dire, Museo di Storia Naturale o al massimo di Etnografia. La vetrina registra una distanza incolmabile dalla familiarità con la realtà materiale.

Test3: al Gran Teatro de l’Habana, la megamostra autocelebrativa del mondo dell’arte. I giovani artisti sudamericani invitati, educati nelle scuole e nella accademie di Londra e di New York, hanno fatto esattamente ciò che ci si attendeva da loro. I lavori-compitini – tutti ordinati nelle loro scatoline, disposte in bell’ordine all’interno di questo spazio oggettivamente strepitoso eccessivo e fuori scala che è il Gran Teatro (strepitoso, eccessivo e fuori scala proprio perché appartiene ad un altro ordine di idee e di valori rispetto a ciò che adesso, occasionalmente, contiene) – ruotano nominalmente attorno al tema «Practicas Sociales». Ironia della sorte, verrebbe da dire. Ma qui la sorte non c’entra: queste opere rafforzano il canone bislacco dell’arte dell’ultimo quarantennio.

Tutto attorno e in mezzo, i soliti rituali di bacini e «come stai?!?», «che ci fai qui?» (che ci faccio secondo te a L’Havana?). E nessuno, ma proprio nessuno, che si domandi come mai questo luogo, questo evento e questo momento appaiano così disconnessi dalla realtà rumorosa e vivace che si anima appena fuori dalle enormi finestre (effettivamente nessuno si affaccia neanche, a queste finestre). O forse no, forse se lo stanno domandando in molti (anche perché la cosa è troppo evidente): solo, la questione viene mentalmente derubricata con un «non pertinente».

Potremmo essere ovunque, adesso: a Gwangju, a Venezia, a Caracas, in India o negli Stati Uniti. E questo vuol dire che il modello delle Biennali ha fagocitato tutto il resto. Questa tribù irrispettosa, e tutto sommato pacchiana, continuerà a vagare per il globo, per posti con cui non ha pressoché nulla in comune. Finché qualcosa di nuovo e di grosso non interverrà a modificare radicalmente lo scenario.