Dall’ora globale all’ora locale

Franco Piperno

“Il presente musicale viene costruito permettendo a dei suoni d’essere in sincronia mentre altri stanno in un rapporto di prima e di dopo. Il presente della comunità è costruito permettendo ad alcune azioni di dispiegarsi in contemporanea mentre altre sono soggette alla relazione di prima e di dopo. Il tempo non ha direzione, non scorre.” Pataturk.

I. La crescita esponenziale ed il tempo dell’impero

Via via  che l’unificazione del mercato mondiale impone a masse crescenti d’esseri  umani  d’adottare, sotto la maschera  dei diritti  universali,  l’interesse composto -- ovvero la crescita esponenziale --  anche i ritmi e gli strumenti di lavoro diventano simili, mentre quelli scientifici per parte loro risultano identici. Va così  rattrappendosi  la molteplicità dei modi temporali costruiti fin dall’inizio della storia della nostra specie. A differenza delle religioni o delle ideologie politiche che, pur essendo intolleranti le une verso le altre, ammettono al loro interno ampie variazioni, la civilizzazione ipermoderna – ovvero la crescita esponenziale --  consente solo differenze irrilevanti da un paese ad un altro; mentre il calcolo scientifico, come il gioco degli scacchi,  non ne consente nessuna.

Si badi, gli Imperi a noi contemporanei -- USA, Unione Europea,Cina, India, Federazione Russa, Brasile -- non si contrappongono  come civilizzazioni alternative,irriducibilmente diverse;  si limitano a competere tra di loro In quanto capitalismi imperiali per i quali la misura del successo è data dai tassi di crescita  nella produzione di merci per il mercato mondiale unificato. Emerge, così, proprio nell’attualità della crisi che stiamo vivendo, una inedita e qualche po’ raccapricciante forma di cooperazione generalmente umana, quella di un mondo globale temporalmente omologato, dove la tecno-scienza  assicura, in primo luogo tramite il computer, la così detta “governance”, ovvero il dominio del progresso, il dominio dell’interesse composto.

Marx, sia detto per inciso, che pure intuiva la tendenza famelica del capitale a mangiarsi il mondo, aveva pure intravisto, in questa sciagura, una uscita di sicurezza : l’omologazione mercantile come condizione di possibilità per il riaffiorare di una potenzialità naturale, quella dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza del la specie. Va da sé che il capitalismo non ha aspettato la globalizzazione  per imporre, tramite i missionari ed il mercato -- che usano andare insieme --  la sua temporalità alle comunità umane; giacché, in effetti, un mercato mondiale è sempre esistito. Ciò che è proprio all’epoca nostra è che il mercato, prima segmentato dai confini di stato, oggi è unificato e governato dallo stesso criterio, quello della crescita esponenziale.  Sicché i diversi mercati mondiali che prima costituivano dei sotto-sistemi aperti oggi sono collassati nel mercato unico che è per sua natura un sistema chiuso. In un sistema chiuso, che confida  solo sulle energie e le informazioni  che esistono al suo interno, ogni trasformazione anche quella più minuta e irrilevante, poniamo una truffaldina operazione di borsa,  può dar luogo a grandi instabilità ed ad una degradazione del suo ordine interno. E questo con ragione perché un sistema chiuso è tanto più instabile quanto più complesso.

II. Complessità e computer

Ora non v’è dubbio che l’unificazione del mercato mondiale abbia comportato un drastico aumento della complessità del sistema -- complessità che, grosso modo, è proporzionale al quadrato del numero degli elementi del sistema. Il grado di complessità del mercato globale è tale che non può avere nessuna rappresentazione mentale: l’esperienza corporea è del tutto muta davanti a sistemi composti da un grande, grandissimo numero di elementi, ovvero le proprietà di questi sistemi sono contro intuitive. Ed è ben per questo che si usano i saperi statistici, il calcolo delle probabilità e le macchine informatiche in grado di effettuare milioni d’operazioni al minuto – così  le burocrazie imperiali sono burocrazie computerizzate. Detto altrimenti: nella nostra epoca la tendenza capitalistica ad unificare il mercato a livello planetario si compie perché esistono dei saperi ed una tecnologia adeguata, il computer.

Nella produzione e negli scambi tra i diversi imperi, nei paesi  intrecciati dal mercato globale, oltre un miliardo di persone usa  quotidianamente il computer come strumento di lavoro e di comunicazione. Sicché si può dire  che sapere usare il computer è divenuta una condizione comune alla stessa stregua che guidare l’automobile o leggere  l’orologio. Il computer, come ogni macchina, richiede un tipo specifico d’interazione che comporta l’impiego di categorie concettuali; queste a loro volta vengono inconsapevolmente trasferite nel modo d’organizzare e valutare anche esperienze totalmente altre dalla fabbricazione di algoritmi; ora, la natura è fatta in modo tale che il numero di telefono non somigli in alcun modo a colui che possiede quel telefono. Infatti, il passo decisivo nella diffusione del computer si è verificato, come osserva J.T.Fraser, non quando il computer è diventato “user  friendly” ma quando, viceversa, l’utilizzatore è divenuto “computer friendly “, ovvero l’uomo appare come protesi della macchina.

La stessa parola computer, un prestito dall’inglese, deriva etimologicamente dal latino ed indica l’azione del computo, del calcolare; il termine italiano corrispondente suona “calcolatore”, ma è scomparso dall’uso, nella nostra lingua, da almeno un ventennio -- e questo con ragione a testimonianza dell’egemonia anglosassone nell’uniformare la lingua tecnico scientifica planetaria.

III. Computer e burocrazia imperiale.

Nella storia secolare più recente solo l’orologio è stato l’oggetto merce di uguale potenza simbolica. Come è accaduto per l’orologio da polso, il computer non è solo un oggetto che usiamo ma è anche una merce che ci usa costringendoci spontaneamente in una nicchia ecologica o meglio una sorta di “mondo-ambiente” dove tutto si svolge in maniera affidabile, senza ambiguità e secondo procedure fisse.

Si pensi alla burocrazia di Strasburgo e alla sua trasformazione in computer burocratico europeo, privo di giudizi di valore,z eppo di criteri general-generici che favoriscono l’omogeneizzazione delle condotte e del senso comune. L’uniformizzazione continentale del senso comune ovvero la drastica semplificazione  della varietà delle simbolismi collettivi costruiti nel corso di una storia millenaria mutila la cooperazione umana che si nutre di differenze, impoverendo considerevolmente il magazzino di idee comuni tra le quali scegliere per far fronte ai problemi sociali – niente è più irrazionale che questo mantra secondo il quale bisogna che tutti i paesi  rincorrano la media o adottino la “best practise” a livello europeo.

Il mercato mondiale si regge ormai sugli scambi computerizzati e le borse stesse funzionano su programmi automatici alla elaborazione dei quali hanno contribuito in modo decisivo giusto le “disinteressate“ scienze fisiche e matematiche. Nel mondo della finanza, in un giorno come un altro, la burocrazia computerizzata scambia, tra le banche del pianeta,  oltre duemila miliardi di dollari – equivalente, grosso modo, al valore annuale della produzione lorda del nostro paese;  vengono trasferiti accrediti ed addebiti su centinaia di milioni di conti correnti; si può investire in titoli a Wall Street -- mentre la borsa è chiusa -- e disinvestire qualche ora dopo, il tutto, che so, tra le tre e le cinque della notte. Val la pena notare che i titoli a lungo termine, poniamo ventennali, preferiti fino a qualche decennio fa, sono stati sostituiti  dai titoli ad un anno, un mese, un giorno o forse più -- e questo comporta una velocità, nell’acquisire informazioni ed elaborare le decisioni, che solo i computer sono in grado di raggiungere e mantenere.

Nelle grandi istituzioni sanitarie, i pazienti sono divenuti utenti o meglio semplici numeri mentre il medico appare come mediatore tra l’industria farmaceutica  da una parte ed il malato dall’altra. Il burocrate-computer sanitario è del tutto indifferente nei confronti delle diversità individuali come ben sa chiunque abbia tentato di rimediare ad un suo errore. D’altro canto, solo il computer può assolvere al compito di soddisfare i bisogni sanitari su larga scala -- non ci sono abbastanza persone per servire i clienti gestiti dal computer; ed è per questo, del resto, che si usano i computer.

La gestione gerarchica  del mercato mondiale, la cosidetta “governance”, si compie così attraverso il computer,  nodo di controllo e disposizione della immane quantità di collegamenti elettromagnetici che nella loro totalità costruiscono il presente globale: il ritmo impresso dall’interesse composto, il  destino di essere costretti a crescere nella produzione di merci e servizi, tensione sistemica che si offre come la temporalità omogenea dell’intera umanità. Si noti che questa “computerizzazione” dei movimenti di uomini e merci non dà alcuna immunità dalle truffe come mostrano con bella evidenza i conti pubblici truccati della Grecia, dell’Irlanda, dell’Italia e così via; ne esenta dagli errori statistici la probabilità dei quali aumenta in ragione della lunghezza  della striscia o riga d’istruzioni : la presenza di errori imprevedibili se non fatali, nel seno di programmi che richiedono milioni di righe d’istruzioni, è una certezza statistica.

IV. Computer e senso comune

L’introduzione ossessiva del computer nella industria e nei servizi svaluta la cooperazione in presenza a favore della cooperazione a distanza o virtuale. La comunicazione umana che è innanzi tutto trasmissione di significati, verbali o non verbali ma in presenza, risulta stravolta e mutilata. Così, nella misura in cui la burocrazia viene innervata dal computer, è inevitabile che le grandi organizzazioni rinuncino ad acquisire conoscenza tramite l’inchiesta sui casi esemplari per alimentare invece e nutrirsi di una conoscenza dirò così statistica, di natura probabilistica. Emerge in questo modo uno  specifico “Umwelt”: l’insieme degli aggregati statistici ordinati secondo il pregiudizio che s’attende che accada ciò che è più probabile.

La statistica per altro tratta solo di oggetti identici; non occorre di più perché l’essere umano trascorra la vita  privato della sua singolarità e gettato nell’anonimato. I computer costringono gli utenti a porre le domande in termini accettabili per la macchina; e perché le risposte non risultino insopportabilmente dispendiose, le domande ammettono solo risposte semplici, in forma alternativa, e.g. sì o no. Così domande che vengono formulate dal senso comune in termini della complessità del presente vissuto, per loro stessa natura cariche d’ambiguità e pluralità di significati – come le questioni  etico-politiche o economico-politiche -- vengono poste e risolte tramite calcoli.

Per conseguenza il computer comporta un apprendimento meramente imitativo, come del resto accade per tutta la strumentazione tecnica – per guidare un automobile, perfino per ripararla, non occorre conoscere la termodinamica. La deduzione come l’induzione o l’analisi critica non viaggiano certo nella testa dell’utente, ma divengono attività specializzate di nuovi scribi annidati nei centri di ricerca, nelle fondazioni private, in qualche università o nelle scuole di formazione dei grandi manager.

Detto in altri termini, l’unificazione del mercato mondale comporta un accrescimento della complessità che, come abbiamo notato, è, grosso modo, proporzionale al quadrato del numero dei partecipanti al mercato stesso. Ora la facoltà mentale dell’essere umano di rappresentare la complessità è antropologicamente limitata dalle capacità cerebrali --  e queste limitazioni sono piuttosto severe. Si tenga presente che uno studioso ben allenato da decenni di consuetudine con libri e documenti, riesce a leggere ad un ritmo che al massimo è di un migliaio di parole al minuto; laddove un comune computer portatile può immagazzinare o richiamare, insomma manipolare ben oltre un milione di parole al minuto. Allo stesso modo, la capacità umana  di perseguire tematiche diverse simultaneamente è del tutto modesta; si pensi che se il corpo umano viene sottoposto ad un certo numero di stimoli degli organi di senso, in generale,  non sarà in grado di distinguerne più di sette o otto alla volta. E questo stesso numero indica il ventaglio dei diversi scopi che il cervello può contemporaneamente tenere in mente, senza ricorrere alla memoria, e esaminarli tutti allo stesso tempo prima di prendere una decisione attorno a qualcosa.

Quelle sette o otto idee che siamo in grado di tenere tutte insieme presenti, non sono in generale informazioni dettagliate ma piuttosto idee complesse o teorie che sintetizzano in un unico concetto una massa enorme di minuti dettagli. La capacità d’inventare nomi gravidi di informazioni, e.g: il neutrino, l’universo, l’associazione esterna alla ‘ndrangheta, lo spread tra titoli tedeschi ed italiani, l’atomo, i beni comuni, il big bang, l’eredità genetica, la classe operaia, le equazioni di Maxwell, Ulisse, Amleto, Cicilla, La Gioconda --  questa capacità è il solo utensile immateriale che l’essere umano ha per adattarsi alla complessità della natura. Senza questi attrezzi immateriali che sono le teorie ed i concetti, l’uomo contemporaneo sarebbe costretto all’alternativa spiacevole: o prendere decisioni sulla base di sette o otto dati specifici o affidarsi ad un computer. Ed è quello che, sempre più frequentemente, avviene.

V. Computer e trasmissione del sapere

Si noti che la crescita esponenziale è una  tendenza che attraversa tutta la prassi sociale e non solamente quella propriamente mercantile. Basta pensare alla crescita, anch’essa esponenziale, delle informazioni scientifiche pubblicamente disponibili : vi sono nel mondo oltre centomila riviste scientifiche ed il loro numero raddoppia  ogni quindici anni. Non v’è nessun studioso  in grado di elaborare  tutte queste informazioni e neanche di avere un rapido accesso ad esse; ma se sa usare la biblioteca o ancor meglio la rete è in grado di trovare il dato che cerca – tutto questo, stante la mole dell’informazione, non senza fatica, tanto è vero che qualche volta conviene riscoprire un fenomeno piuttosto che cercare qualcuno che lo abbia già scoperto e descritto.

Una conseguenza significativa  della immane quantità d’informazioni  è che essa accelera la specializzazione del sapere scientifico. Poiché il fisico o il biologo di oggi non ha una capacità cerebrale più sviluppata di quella posseduta da un filosofo della natura, poniamo, all’inizio del settecento, quando le riviste scientifiche erano solo dieci; ne consegue che lo studioso odierno deve per forza restringere il ventaglio di tematiche sulle quali è ben informato. Anche se il fattore di contrazione non dell’ordine di svariate migliaia perché, come abbiamo già osservato, moltissime informazioni  sono compresse dentro teorie ovvero “racconti” relativamente facili da acquisire. Un'altra faccia della crescita esponenziale delle informazioni pubblicamente disponibili è la loro rapida obsolescenza, giacché esse vengono per così dire schiacciate da nuove informazioni -- per dare una idea, secondo una inchiesta  dell’ APS, l’associazione americana dei fisici, considerando un laureato che abbia completato il suo corso in fisica nel  1997, oggi, quindici anni dopo, se non ha continuato a studiare dopo la laurea, metà delle informazioni  a lui attualmente accessibili non esistevano neppure nell’anno della sua laurea. Si tratta di un giudizio statistico,quindi rozzo, ma può essere considerato un indice qualitativo di quanto rapidamente una frazione considerevole dello “stock” di informazioni di un ricercatore scientifico si inabissi nell'obsolescenza, divenendo inutile.

La conoscenza, almeno quella legittimata come tale, procede secondo un criterio esponenziale; e prescinde dall’esperienza vissuta; non occorre di più per spiegare la condizione di marginalità  costosa che avvolge la vita che invecchia – poiché il mondo si produce e si riproduce via simulazioni ed esperimenti, un giovane studioso può rapidamente saperne di più di un anziano -- dissolta l’esperienza, la vecchiaia è socialmente inutile. Ancora: muta così  la divisione della conoscenza che è la base sulla quale si fonda la divisione del lavoro socialmente necessario, e quindi la “governace” imperiale, la gerarchia delle classi e dei ceti.

Nella formazione accademica del mondo occidentale,ad esempio, la storia, è ormai divenuta una disciplina residuale, perché senza l’esperienza la memoria collettiva diviene letteralmente irrilevante. Il mondo giace in un sonno adolescenziale popolato dallo spettro del futuro, dalla ingiustificata speranza o dal timore superstizioso del futuro. Le questioni politico-economiche acquistano un aspetto paradossale; la burocrazia europea, ad esempio, affronta il problema della mancanza di reddito e di lavoro per i giovani, occupandosi di loro ma solo in quanto potenziali vecchi, per assicurare  pensioni future e certe, anche se del tutto improbabili. E d’altro canto, perfino tra i giovani che si sentono estranei se non nemici della crescita esponenziale, si odono i lamenti per essere stati derubati del futuro; quando l’unica cosa certa che, in base all’esperienza generalmente umana, può dirsi del futuro è che non sarà come lo si aspetta – si pensi alla faraonica e minuziosa  programmazione del futuro tramite piani quinquennali nell’Unione Sovietica e alla rovinosa fine del socialismo di stato che ne è conseguita.

Il riverbero epistemico più ingombrante  che il computer ha nella organizzazione e trasmissione pubblica dei saperi scientifici è la frantumazione della conoscenza in idiozie specializzate, dove i risultati sono valutati  sulla base di parametri bibliometrici che, guarda caso, sono quelli elaborati dal complesso militare-industriale americano – nel confronto, l’idiozia del luogo, attribuita dalla modernità alla antica civiltà contadina, ci appare certo meno maniacale.

VI. L’esodo dalla temporalità imperiale: Il rifiuto del futuro migliore

La fusione di una pluralità di mercati in uno solo ma di  dimensioni planetarie, fosse anche solo un tentativo aberrante destinato al fallimento, inietta pur sempre un unico ritmo temporale alla produzione ed agli scambi mercantili. Le comunità umane, massimamente quelle di destino, come le città, vedono scalzati i loro tempi propri, locali, basati sui diversi calendari tradizionali, su cicli modulati dal “genius loci”; la storia viene rimossa e con essa la continuità con il passato; la differenza nelle consuetudini, nelle condotte e nei pregiudizi collettivi si dilegua --  e quando sopravvive si limita a risuonare negli slogan spettrali del folklore, come “richiamo” dell’industria turistica.

A ben vedere, siamo di fronte ad un sentimento della trasformazione, una temporalità appunto, generata dalla funesta passione d’arricchirsi in fretta, della crescita economica, della riproduzione allargata. Ora, la condizione di possibilità di questa  passione triste, risiede laddove si fabbrica il denaro, non in quanto strumento di scambio o di conto, ma nella sua determinazione autonoma, nella forma estrema di denaro che crea denaro. Le fabbriche del denaro sono le grandi agenzie finanziarie; pubbliche o private che siano. Da qui parte e si impone e fa nido  nella mente inconsapevole del consumatore, dall’esterno, come portato razionale ed inevitabile dell’unificazione del mercato, quel sentimento del tempo che valorizza a dismisura il futuro e contrae il presente fino a renderlo un punto . Insomma, un sentimento  di massa certo, ma indotto, che secerne una sorta di male comune interiorizzato; esso espropria, per via amministrativa, il cittadino del suo essere arbitro e misura del suo tempo, cedendo la sovranità sua, la più  intima e singolare, ad una cattiva astrazione, quella dell’interesse composto, della crescita esponenziale --  che è, non a caso, la temporalità di un “non-luogo”, dell’indicibile mercato  mondiale unificato.

A questa tendenza innovativa del capitalismo imperiale che punta alla omologazione della temporalità a livello planetario --  tendenza biopolitica, naturale e contro natura insieme, come accade ai processi cancerogeni; a questa tendenza si oppongono, in forme finalmente manifeste, ormai da un decennio e più, i movimenti che difendono i luoghi, il “genius loci”, i tempi propri ai luoghi; ovverosia: i ritmi sociali, i comportamenti periodici, le convenzioni linguistiche costruite lungo i secoli e che esprimono la potenza della specie, l’adattamento biologico delle forme di vita urbane ai luoghi che le accolgono. I  diversi moti  insurrezionali  che si sono succeduti, in questi anni, nel Mediterraneo --  da Scanzano, così sgraziata, piccola e innocua, al Cairo, dalla tonda magnificenza, lussuriosa e crudele --  raccontano di questa impresa comune e vanno letti in questo senso.

Ma certo, in Italia la forma più compiuta di resistenza dei luoghi al tempo imperiale europeo è l’insurrezione  “No Tav “ in Val di Susa. Qui siamo di fronte ad un movimento che ha una qualità profondamente trasformativa proprio perché si oppone all’innovazione capitalistica per difendere ciò che ha già. In altri termini,l ‘amore per  il luogo, la cura delle forme di vita che lo abitano conferisce quell’energia sociale sufficiente per resistere alle tentazioni del futuro migliore. In  Val Susa ,la cura del luogo si contrappone all’uso di quel luogo come mero transito di merci asservito alle sorti, magnifiche e progressive, del mercato imperiale europeo.

Per paradossale che possa sembrare, la carica sovversiva degli avvenimenti in Val di Susa risiede tutta nel rifiuto dell’utopia, fosse quella tecnologia o quella antagonistica. Semmai, là è in corso di svolgimento una “topia”. L’appartenenza al luogo è interamente risolta nel comune presente, nella nuda presenza dei corpi tutti insieme alla volta. La comunità desidera  ciò che ha già e lotta per difenderlo; e così facendo diviene ciò che già è; ecco allora che mezzo e fine coincidono; il che testimonia una condizione umana semplicemente perfetta.

In Val di Susa è in corso di farsi uno esodo multitudinario dalla temporalità imperiale. E per chiudere senza concludere,annotiamo, per ricordacene quando l’occasione si presenterà, che tre sono i pilastri concettuali comuni che garantiscono la potenza di quella  esperienza sentimentale: la  durata che ha permesso la condensazione delle condotte in consuetudini; la democrazia diretta contrapposta alla delega della rappresentanza; e per ultimo,ma non ultimo, la determinazione a difendersi dalla violenza di stato. Lunga vita, quindi, alla Val di Susa. Mentre a noi, sulle labbra, affiora, per coazione a ripetere, lo slogan: una, cento, mille Val di Susa.

documenta

Le opere riprodotte nel numero 20 di alfabeta2 (giugno 2012) sono relative a dOCUMENTA (13).

Qui una galleria delle immagini pubblicate:

Sommario del n° 20 – giugno 2012

TERRITORIO 1 – IL TEMPO MATERIALE
Andrea Cortellessa Liberare il tempo Risignificare il 2 giugno
Franco Piperno Dall’ora locale all’ora globale (leggi online)

TERRITORIO 2 – NO TAV
Mario Cavargna Inutilità di un’opera Previsioni, costi e impatto
Dario Fracchia L’Osservatorio di Virano ha fallito Parola di sindaco
Davide Grasso La valle e il nostro tempo Autonomi in Valsusa

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I banditi dell’arte e l’invenzione del selvaggio

Ornella Volta

Due esposizioni ora in corso a Parigi ispirano una comune riflessione: fino a che punto ognuno di noi dipende da costruzioni culturali che si riveleranno, un giorno o l'altro, irrimediabilmente caduche? I Banditi dell'Arte è la prima mostra presentata in un museo francese con un titolo italiano: una maniera di denunciare il fatto che le opere prescelte dall'italo-argentino Gustavo Giacosa, appassionato animatore della associazione ContemporArt e di un Ospedale d'Arte a Genova, sono state costrette all'esilio non avendo trovato ospitalità in nessun sito artistico qualificato nel loro paese.

Messe «al bando» in Italia (nel consueto rispetto della massima nemo propheta in patria), sono invece visibili durante tutto quest'anno ai piedi di Montmartre, al Museo della Halle Saint-Pierre, che da oltre tre lustri si è specializzato nella presentazione di opere d'arte per definire le quali si è ancora alla ricerca di una formula adeguata: art naìf, art brut, art singulier, art visionnaire, art populaire, folkart, art irrégulier, art sans frontières, art outsider, art hors normes? Nessuno ha ancora osato proporre la definizione «arte anormale» che tutte queste etichette sottintendono, ma che equivarrebbe a fissare alla creazione artistica dei limiti per definizione inconcepibili.

Carlo Zinelli, "Trois Pinocchio", "Serpents et animaux" (© Halle Saint Pierre)

E se fosse la parola «arte» a non convenire a una produzione allergica al mercato e, salvo rare eccezioni, vista con una certa condiscendenza, quando non completamente ignorata, anche dagli artisti professionisti? Affermando su un tono dei più perentori, «Art nègre? Connais pas», Picasso è stato il primo a mettere il dito sul vero problema. Interpretata dalla maggior parte degli esegeti come un rifiuto di riconoscere l'influenza, subita da lui stesso, delle sculture cosiddette «primitive», scoperte in Occidente all'inizio del ventesimo secolo, quest'affermazione di una ammirevole lucidità, mirava in realtà a distinguere la figura dell'artista così come è vista e vissuta dalle nostre parti, da quegli esseri, dotati di una sensibilità medianica particolare nonché di un notevole talento espressivo, che riuscivano a soddisfare il bisogno di accattivarsi le forze oscure da cui si sentiva minacciata la comunità alla quale appartenevano, con la creazione di simulacri capaci di esercitare una funzione rituale comparabile agli esorcismi di uno sciamano.

Il discorso evidentemente non può essere lo stesso per i «banditi» italiani e per tutti i loro omologhi delle società occidentali, dove sono percepiti come sismografi di ossessioni incontrollabili e probabilmente contagiose, e condannati di conseguenza all'esclusione e all'autismo. Per restare in Italia, se molte delle loro opere, realizzate nell'Ottocento, non sono andate perdute, lo si deve paradossalmente al Museo di Antropologia criminale fondato da Cesare Lombroso per provare con le pitture, sculture, grafismi e altri manufatti indefinibili, reperiti nelle carceri o negli asili psichiatrici, la pericolosità dei loro autori, già chiaramente identificabile nelle loro malformazioni fisionomiche particolari. Come si sa, le teorie di questo eminente criminologo - autore anche di un saggio sulla «degenerescenza mentale», non troppo dissimile dalla follia, dell'Uomo di genio - sono state, tra l'altro, utilizzate dalla critica contro l'avanguardia artistica degli inizi del Novecento.

Giovanni Bosco, Dessin (© Halle Saint Pierre)

Un consimile razzismo scientifico si è verificato in Europa, dal XVIII secolo agli inizi del XX, nei confronti dei «selvaggi» degli altri continenti, simultaneamente alle evangelizzazioni praticate su vasta scala dai missionari e alla consolidazione degli imperi coloniali. Dopo avere dimostrato che gli esseri umani, fino ad allora convinti di essere stati creati a immagine di Dio, appartenevano più modestamente al regno animale, sembra che Carl von Linné sia stato il primo a stabilire un ordine gerarchico, secondo il quale l'homo europaeus si situava al livello più alto, e l'homo afer al più basso.

Probabilmente confortato anche dal saggio di de Gobineau sull'Inégalité des races humaines, Darwin preciserà poi più dettagliatamente questa gerarchia identificando nell'ottentotto namibiano l'anello mancante nell'evoluzione biologica che ha permesso la trasformazione progressiva dello sgraziato gorilla in un bell'uomo bianco. Parallelamente al processo di decolonizzazione, anche il pensiero scientifico evolverà però notevolmente nel Novecento, ma non senza qualche dura battaglia come quella a lungo condotta da Claude Lévi-Strauss nelle sfere universitarie per ottenere che, anziché di «popoli non civilizzati», si parlasse di «popoli senza scrittura».

Una recente dichiarazione di un alto membro del governo francese sulla indiscutibile superiorità della moderna civiltà occidentale su tutte le altre, dimostra comunque che, ancora oggi - nel 2012 ! - il principio della relatività culturale che consiste nella valutazione di una cultura secondo i valori della comunità che l'ha prodotta, e non con il metro di un'altra cultura, non è stato ancora completamente assimilato nemmeno dalle cosiddette élites. Benché dopo la prima guerra mondiale, non si parli più di «selvaggi» ma di «indigeni», si è trovato normale, fino agli anni trenta, includere nelle Esposizioni Universali o Coloniali, degli «zoo umani» - chiamati proprio così, senza falsi pudori - in cui numerosi membri di tribù africane e oceaniche erano indotti a esibire i loro usi e costumi non lontano dalle gabbie delle bestie feroci. Per i più spettacolari, si organizzavano anche rappresentazioni nei circhi e nelle fiere, in prossimità di altri «mostri» prediletti dai visitatori, quali donne barbute, sorelle e fratelli siamesi, uomini-tronco, giganti e lillipuziani.

Come dice il proverbio però, non tutto il male vien per nuocere: è probabile che proprio grazie all'inevitabile dispersione degli accessori di questi zoo itineranti, sia capitata sotto gli occhi di Vlaminck e dei suoi amici quella maschera Fang che li avrebbe impressionati al punto di spingerli a rivoluzionare e rigenerare l'arte occidentale.

LE MOSTRE
Banditi dell'arte,
Halle Saint Pierre, fino al 6 gennaio 2013
L'Invention du Sauvage
, Musée du Quai Branly, fino al 3 giugno 2012


Turbativa d’incanto

Giancarlo Alfano

Sin dall’esordio di Sciarra amara (1977), nella poesia di Jolanda Insana c’è stato uno scontro. Uno scontro teatrale, proiettato verso l’esterno; e uno scontro covato nella più fonda interiorità, dove non c’è più un «io», ma si agitano le forze della biologia. Nei sei poemetti dell’ultimo libro della poetessa messinese, si ritrova questo medesimo scontro: estroflesso (con la contrapposizione di due voci, ma intercambiabili) e rivolto verso lo sfondo biologico: «umani per il 10 per cento / e microbi per il resto / conviviamo con miliardi di vite minime / ignorando le comunità che ospitiamo».

Polarizzazione e materialità restano dunque i caratteri principali di una poesia tesa alla manipolazione energica della lingua, sia attingendo alla tradizione sia spingendo in direzione deformante. Troviamo così ricordi da Dante («e se non piangi di questo / di che piangi»: cfr. XXXIII dell’Inferno), o allusioni a un lessico arcaico («penurietà» invece che «penuria») o il ricorso al repertorio espressionistico («putassa mutangola smargossa»), nonché sezioni in cui ripullula la «s prefissale intensiva e sottrattiva (Bello Minciacchi). Insomma, il «disagio al cospetto di una voce assolutamente non conciliante» che ha confessato Roberto Galaverni si spiega anche con la sua autonomia rispetto alla «tradizione del Novecento», accolta e stravolta al pari di ogni altro elemento linguistico e ritmico.

Ma il fatto formale è tutt’uno con la disposizione ideologica. In questo libro, in particolare, colpisce la scelta di annettere, all’interno dello scontro teatralizzato, materiali, scene, episodi della realtà storica. Anche negli altri libri appariva la contemporaneità, ma veniva canalizzata in sezioni distinte rispetto al dialogo/sciarra tra i due io ed era spesso risolta in epigrammi (cfr. Satura di cartuscelle, 2009). Qui invece il riferimento allo strazio delle popolazioni divise che dialogano a distanza sulle alture del Golan o l’orrore di Baghdad e dell’Afghanistan (vi allude Maria Antonietta Grignani nel risvolto di copertina) sono direttamente assunti nello scambio dialogico, non più materiali separati ma fatto bruciante che irrompe nel vociare conflittuale e paraonoico che attraversa la raccolta.

Questa spinta a non distinguere tra interno ed esterno, tra dialogicità e monologo, diventa infine interrogazione sul fare poetico. Se la poesia è da sempre lavoro della memoria, se cioè la poesia è la risorsa con cui gli uomini combattono il trascorrere del tempo affidandolo alla icasticità e alla ripetibilità, ebbene colpisce che Turbativa d’incanto si muova tra memorabilità e flusso, tra incisività della formula («Se sono fiori marciranno», etc.) e dispersione delle voci. Anche per questo il lavoro di Insana sembra arrivato a una delle sue configurazioni più risolte: inscenando lo scontro delle due vocine – soprano e contralto – è il lavoro stesso della poesia che avanza sul proscenio. E c’interroga, lasciandoci sospesi tra l’assunzione del fatto increscioso e lo scivolamento costante che è la vita.
Qui, tra Storia e Biologia, scriveva Roland Barthes più di cinquant’anni fa, si colloca la Scrittura. Qui il suo insegnamento.

IL LIBRO
Jolanda Insana
Turbativa d’incanto

Garzanti (2012), pp. 131
€ 16.60

La Repubblica del 99%

Amador Fernández-Savater

«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l'intero edificio della moderna civiltà sociale. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non esiste nessuna pianificazione possibile e tanto meno a lunga scadenza: l'unica strategia in opera è quella di usare tutta la legna necessaria per continuare a far correre la locomotiva. Il capitalismo è diventato completamente punk: «No future».

Qualcosa si è rotto. Facciamo finta di niente, ma in fondo lo sappiamo. C'è una sensazione diffusa, ed è che: «tutto è possibile»: che l'Unione Europea estrometta dall'euro uno di paesi PIGS, un ulteriore e drastico giro di vite, un'insurrezione, qualsiasi cosa. E però continuiamo ad aggrapparci con forza all'eventualità più remota, ovvero che nulla cambi e tutto resti così com'è, che si riesca a tornare alla «normalità». Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti di opposizione fanno lo stesso. Le bussole sono inutili, le mappe che abbiamo sono inservibili, non sappiamo dove stiamo andando. Sembra che l'unica possibilità rimasta sia quella di seguire ciò che accade giorno per giorno: la cronaca politica più spicciola, domani poi si vedrà. Il tempo è fuori asse diceva Shakespeare.

Protestare sembra ormai inutile. I greci hanno organizzato più di dieci scioperi generali senza riuscire a frenare neanche di un punto l'assurda corsa della locomotiva e la sua terribile forza di devastazione. È come se il potere si fosse ormai sganciato dalla società e non esistesse più alcuna possibilità di colpirlo. Dal 2008 a oggi la velocità di distruzione del capitalismo si è moltiplicata per mille, è davvero pauroso: in pochi secondi è capace di distruggere conquiste sociali costate anni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermare tutto questo. Se tutto precipita, partecipiamo almeno al crollo. Un amico di Barcellona mi fa notare che durante l'ultimo sciopero generale le azioni violente hanno goduto di un appoggio consistente: «Tu tagli, io brucio». Una risposta legittima. Cos'è un cassonetto bruciato di fronte a milioni di vite bruciate? Più legna, siamo in guerra: tagli, repressioni, bugie. La rabbia, l'odio, la violenza, sono normali, ovvie. È vero, sono risposte legittime, però inutili. Testate al muro, sempre più forti, cieche e disperate. La parete però non cede.

A porre le questioni, a decidere i tempi e disegnare gli scenari, sono loro. Sempre loro. Noi ci limitiamo a reagire.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Qualcuno ha visto Michael Collins? Il film sulla vita del leader rivoluzionario irlandese inizia con la rivolta di Pasqua del 1916. L'IRA occupa una serie di edifici, ma gli inglesi riescono a sbaragliarli. Non è la priva volta, sul terreno della guerra convenzionale l'IRA è condannata alla sconfitta. Nell'organizzazione c'è chi pensa che il continuo «sacrificio di sangue» finirà per aiutare la nascita della nazione irlandese, perché la repressione provocherà adesioni alla causa e quindi nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio. Michael Collins la pensa diversamente. In carcere riflette e propone di cambiare radicalmente strategia: «D'ora in avanti ci comporteremo come se la Repubblica Irlandese fosse già una realtà. Combatteremo l'Impero Britannico ignorandolo. Non seguiremo più le sue regole, inventeremo le nostre». Ha inizio così una guerra di guerriglia che metterà in scacco gli inglesi per anni, costringendoli alla fine a negoziare il primo trattato di pace e indipendenza con gli irlandesi.

Quello che propone Collins è di smettere di sbattere la testa al muro. Non gli basta avere ragione, e non vuole sacrificare nessuno in nome di un futuro migliore. Vuole vivere e vincere. E questo significa: produrre realtà. Il vero contrattacco consiste nel creare una nuova realtà. È in questo senso che Collins propone di mettere in atto una finzione paradossale: facciamo «come se» la Repubblica irlandese fosse già un dato di fatto.

Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del XVIII secolo decisero di fare «come se» non fossero più sudditi dell'Ancien Régime, comportandosi come cittadini capaci di pensare e di redigere una Costituzione. I proletari del XIX secolo decisero di fare «come se» non fossero quelle bestie da soma che la realtà li costringeva a essere, ma persone uguali a tutte le altre, capaci di leggere, di scrivere, discutere e autorganizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione diventa una forza materiale quando crediamo in essa e ci organizziamo di conseguenza. È finito il tempo per indignarsi, reagire e rivendicare. Bisogna piuttosto comportarsi da subito come se la Repubblica del 99% fosse già una realtà, combattere il potere ignorandolo, non seguire più le sue regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Immaginiamo che tutte le piazze insieme si dichiarino pronte a una rottura netta con la realtà ormai putrida dell'economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: «Siete licenziati, addio». Sarà il nostro giuramento della Pallacorda. Quindi dovremo trarne tutte le conseguenze pratiche: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa comporta questo? Decidere noi i tempi, porre noi le questioni, disegnare noi gli scenari. Fargli esistere e rispettare, durare e crescere. Abitare già da subito un altro paese: reale e fittizio, visibile e invisibile, intermittente e continuo allo stesso tempo.

Il modo migliore di difendere qualcosa è reinventarlo completamente. Non solo per te e per i tuoi compagni, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno). La nostra vendetta è essere felici.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

Modesta proposta a proposito dei suicidi

Augusto Illuminati

Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. In questo senso sarebbero raffrontabili al comportamento di alcune tribù semi-umane che vanno al disastro per scelte cieche, pensiamo ai leghisti della Brianza o ai pieddini alle primarie e al ballottaggio di Palermo.

Nella decisione individuale al suicidio si manifesta, in negativo, l’indeterminata unfitness umana all’ambiente e la possibilità di rapporti plurimi con un «mondo». La dissonanza cognitiva con il mondo, fra aspettative legittime e suo andamento reale o percepito, è l’anomia che Durkheim riteneva lo sfondo storico-naturale del suicidio. Vi rientrano molte considerazioni personali difficilmente identificabili da un osservatore esterno, che dunque deve mostrar loro pietà e rispetto, riconducendole a quell’esser vinti da cause esterne e così indotti a scegliere un male minore in confronto a uno maggiore, di cui parla Spinoza, Ethica IV, pr. 20, sch. Fino all’ammirato consenso in alcuni casi storici: vittime della tirannide, gesti pubblici di protesta, ma anche rifiuto di un’estrema medicalizzazione. Da Seneca a Bobby Sands, da Deleuze a Monicelli. In altri casi constatiamo che la barca dell’amore si è infranta sulla vita.

L’ondata di suicidi oggi concomitante con la crisi mostra invece, a livello di gruppi sociali (imprenditori in difficoltà, lavoratori precari e disoccupati cronici, tartassati dal fisco) e facendo la tara sulle fragilità psicologiche e sugli effetti di emulazione, il nesso micidiale fra indebitamento e colpevolizzazione che fa dell’homme endetté la figura centrale dell’economia e delle pratiche sociali del neoliberismo finanziario globale. Finché le cose vanno bene, l’indebitamento produce ricchezza per i signori della finanza, rischio e rapido degrado per gli indebitati. Quando le cose cominciano ad andar male, i finanzieri e i loro reggicoda pubblicitari (nel mondo accademico e professionale si chiamano: economisti) rastrellano bonus e si tirano indietro, e quelli che non hanno più credito ma solo debiti e mutui da rimborsare e tasse da pagare stanno alla fame, loro e le loro famiglie.

Stranamente, i primi non saltano giù dai grattacieli vecchiotti di Wall Street, della City e da quelli postmoderni di Pudong, mentre ad ammazzarsi sono artigiani-imprenditori veneti, precari e disoccupati assortiti, impiegati «in mobilità» di Telecom France, operai stremati della Foxconn. E, se non si ammazzano, sprecano la loro carica di violenza non dirigendola più contro se stessi ma scegliendo altre persone solo simbolicamente responsabili dello stato di cose che induce al suicidio: sequestri di impiegati di Equitalia, gambizzazioni di dirigenti inquinatori o tagliateste, bombette varie...

Ci piacerebbe persuadere suicidi e shahid a trattenersi, ad adottare altre forme collettive di resistenza e protesta. Ci piacerebbe altresì incoraggiare i veri responsabili a togliersi di mezzo, in senso proprio o figurato (mi sento buono stamani). I dirigenti delle banche fallite o salvate con i soldi pubblici, che hanno scaricato i debiti sui clienti e sugli Stati (dunque sui contribuenti). I dirigenti delle banche prospere, che evidentemente sono riusciti a dissanguare clienti, imprese e bilanci statali senza finire in rosso. Gli economisti accademici e mediatici, singoli e in coppie gemellari (Giavazzi-Alesina, Alesina-Ichino, Ichino 1 e 2), che hanno proclamato per decenni l’homo oeconimicus imprenditore di se stesso e adesso invece i sacrifici lacrime & sangue, che hanno lodato le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale e, per l’Italia, hanno detto prima che la crisi non c’era, poi che era meno grave del resto d’Europa, infine che c’è, è gravissima e quindi occorre fronteggiarla abbassando i salari, tagliando e procrastinando le pensioni, precarizzando il lavoro, togliendo le tutele sui licenziamenti e la maternità. I giornalisti specializzati che hanno suggerito l’acquisto dei bond Cirio, Parmalat, argentini, che hanno spiegato come farsi una pensione integrativa con i fondi privati.

I governanti che hanno gioiosamente applicato tutte le indicazioni di cui sopra, i parlamentari di maggioranza e di opposizione che, con commovente simultaneità, difendono i loro sozzi privilegi, i rimborsi zombies e l’impunità giudiziaria, mentre introducono unanimi in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, ovvero la messa fuori legge delle opzioni keynesiane. Una media di tre suicidi al giorno di povera gente mi sembra eccessiva. Una media di zero suicidi nel ceto politico-giornalistico-finanziario mi sembra troppo esigua.