L’arte delle mostre

Michele Emmer

Parigi è uno dei luoghi privilegiati nel mondo per le mostre d’arte. Ogni settimana, ogni mese grandi e piccole mostre, di argomenti i più diversi, molte interessanti, alcune affascinanti. Ma anche i francesi alle volte sbagliano. Il Musée d’Orsay è uno dei templi dell’arte. Sino al 20 gennaio 2013 vi si svolge una mostra organizzata insieme con il The Metropolitan Museum di New York e l’Art Institute di Chicago. Tema: L’Impressionnisme et la Mode. Con l’intento di “confrontare il lavoro degli impressionisti e la moda del loro tempo, per interrogarsi sul modo in cui nella loro pittura hanno tenuto conto dei vestiti dell’epoca, ma anche della capacità della creazioni di moda di alimentare le ricerche plastiche di una avanguardia artistica”. Una mostra nel cui titolo sono presenti due parole che agiscono come una calamita sul pubblico: moda e impressionismo. Insomma una mostra che è predestinata al successo. Ed infatti quando sono andato a visitarla, in una mattina di un giorno feriale, all’apertura, vi era già una notevole fila in attesa di acquistare il biglietto.

Non ci sono dubbi, in mostra ci sono alcune delle opere più belle degli Impressionisti: Jeune dame en 1866, detta anche La Femme au perroquet di Edoaurd Manet, Le Chemin de fer di Edouard Manet del 1873, Rue de Paris, temps de pluie di Gustave Caillebotte, La loge del 1874 di Pierre August Renoir, Camille ou la Femme à la robe verte di Claude Monet, Portrait de Madame Charpentier et de ses enfants di Pierre August Renoir, e sempre di Renoir La Parisienne, e con lo stesso titolo di Edouard Manet. Ed ancora Le Balcon di Edouard Manet e Nana del 1877. E nell’ultima sala il famosissimo Le Dejeuner sur l’herbe di Claude Monet, del 1865-66, e l’altrettanto bellissimo Femmes au jardin. Ed allora quale è il problema? Intanto ci sono molte altre tele, che come ha scritto Le Monde sono di pittori di un altro livello, pittori che però sono, come dire, molto più aderenti al tema della mostra, perché descrivono nei minimi dettagli i particolari dei vestiti dell’epoca. Sono gli anni subito prima e subito dopo della guerra franco-prussiana, della sconfitta, della Comune di Parigi, della guerra civile. Il problema è l’allestimento della mostra.

Ultima sala, con le celeberrime opere di Monet Le Dejeuner sur l’herbe e Femmes au jardin e altri capolavori. Sala enorme, pareti dipinte di bianco. Ma dobbiamo dare l’impressione che siamo all’aperto, sull’erba. Quindi una bella moquette finta erba per terra! E per ammirare i quadri, delle belle panchine verdi come quelle che ci sono nei parchi di Parigi, e, tocco finale di gran classe, si sentono i canti degli uccellini! E così l’illusione è completa. Le Monde ha parlato di un allestimento da supermercato, di una mercificazione dell’arte con lo scopo di avere più visitatori che oramai ha superato di molto il livello di guardia. Una cosa realmente inimmaginabile. Ma non solo.

I quadri, ripeto alcuni assoluti capolavori, sono una sorta di abbellimento alla vera mostra che è quella dei vestiti basati quasi tutti sui quadri di meno interesse, perché quei benedetti grandi impressionisti non stavano lì a dipingere tutti i dettagli! Ed inoltre, per dare l’illusione di essere ad una grande sfilata, due sale piene di sedie in due file a destra e sinistra, con i nomi degli invitati, il conte di qua e la contessa di là, in cui il pubblico si può sedere ed osservare la sfilata… dei quadri che sono messi al centro della sala. Ogni sala inondata di riviste, disegni, figurini, foto di vestiti dell’epoca. I quadri sono un di più. Uno dei rari casi in cui il catalogo, dove necessariamente hanno più spazio le riproduzioni dei quadri che non i figurini di moda è migliore della mostra stessa. Il responsabile dell’allestimento è Robert Carsen.

Un’altra mostra, Le cercle dell’art moderne, al Musée de Luxembourg, una mostra specializzata sulla collezione di Olivier Senn che creò un sodalizio artistico, appunto Le cercle dell’art modern a Le Havre con un gruppo di artisti, impressionisti e non, agli inizi del Novecento. Esempio quasi unico di un centro d’arte importante lontano da Parigi. Con opere di assoluto valore, di August Renoir, di André Derain, di Camille Pisarro, Raoul Dufy, George Braque, Abert Marquet. Con assoluti capolavori: Pierre-Auguste Renoir, L’Excursionniste, Kees van Dongen, La Parisienne de Montmartre, Albert Marquet, La femme blonde, Amedeo Modigliani, Jeune fenmme eu corsage noir, e una scandalosa Saltimbanque au repos di Charles Camoin, che il collezionista non osava mettere in mostra. Nessuna fila, pochissimi visitatori, certo nel titolo le parole Impressionismo e Moda non c’erano. E nemmeno la moquette finta erba!

Distrazioni romane

Giulio Ciavoliello

Recentemente giornali, siti web, politici di vari schieramenti si sono occupati della nomina di Giovanna Melandri a presidente del Maxxi. Una scelta a sorpresa, avvenuta in modo non ortodosso, non unica nel nostro paese, nella risonanza mediatica è diventata negativa quasi quanto lo shopping di Renata Polverini, fatto percorrendo contromano via del Corso a Roma avvalendosi di auto e scorta di servizio, nello stesso periodo dello scandalo Fiorito alla regione Lazio.

Alla presidenza del Maxxi si è passati da Pio Baldi, tecnico senza competenze specifiche di arte contemporanea, a un ex ministro della cultura determinante per la sua nascita. Il ruolo di presidente non va confuso con quelli di direttore, di conservatore, di curatore. A Melandri non dovrebbe mancare la passione per essere un presidente non ornamentale, capace di muovere e attirare risorse, oltre a interagire bene con addetti ai lavori. È bene aspettare la prova dei fatti, anche perché, come succede sempre più spesso, una grande attenzione su ciò che accade al momento ci distrae da questioni di fondo. E a Roma in fatto di musei d'arte contemporanea il nocciolo della questione è un altro, più profondo, annoso e che condiziona sempre di più il presente e il futuro dell'arte intesa come bene pubblico, quella di oggi non meno di quella del passato.

Il Maxxi fu voluto per creare a Roma un museo attrazione. In una città storicamente attraente si voleva portare attenzione anche sul presente. Il modello è Parigi, che ha affiancato a Notre-Dame e alla Tour Eiffel un contenitore d'arte contemporanea come il Centre Pompidou. Lì l'operazione è riuscita alla grande, a Roma di meno. Fra la concezione dell'uno e dell'altro passano decenni e non è detto che una cosa che ha funzionato in un contesto funzioni altrettanto in un altro. Il Maxxi adesso c'è e va difeso, ma molte questioni rimangono irrisolte: è una fondazione autonoma che si avvale fortemente di risorse pubbliche statali. Di fatto sono in concorrenza Maxxi e Galleria Nazionale d'Arte Moderna, che a sua volta non andrebbe trascurata.

È noto che un ministero finanziariamente povero, con un patrimonio storico immenso e costoso, destina quel che può a Cenerentola, l'arte contemporanea. Da una parte vi è un'architettura più spettacolare che funzionale firmata da un'archistar, da un'altra vi è un patrimonio pubblico importante dentro un'architettura non attrattiva, secondo un'impostazione datata ma non scaduta. Come cittadini ci auguriamo di trovare al Maxxi buone proposte riguardanti l'attualità e alla GNAM vogliamo continuare a poter beneficiare della memoria del contemporaneo.

Naturalmente dove vi sono delle collezioni permanenti non si può subire il ricatto dei numeri, non si può soggiacere al mostrismo, cioè all'obbligo di produrre per forza mostre temporanee perché altrimenti i visitatori sono pochi. La custodia e la tutela di un patrimonio pubblico, così come la ricerca e la formazione, quasi mai si sostengono da sole, hanno bisogno di investimenti perché sono indirettamente remunerative, a media e a lunga scadenza. Fra l'altro, per quanto riguarda, l'arte pubblica contemporanea a Roma, siamo sicuri che si sia percorsa fino in fondo la possibilità di accedere a fondi europei per la cultura? L'Italia in proposito è ai primi posti nella classifica dei paesi che li lasciano inutilizzati.