La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

La scena a Roma

Augusto Illuminati

L'happening teatrale che si è svolto itinerante fra il teatro Capranica e Montecitorio offre validi spunti di interesse, malgrado la prolissità dello svolgimento (ben tre giorni e non è finita) e la prestazione mediocre della maggior parte degli attori. Ottime invece le calcolate interferenze del pubblico e l'ingerenza degli operatori mediatici. Il carattere gratuito della manifestazione va a onore degli impresari, malgrado il susseguirsi dei colpi di scena e la crescente tensione, eccedente l'interesse della trama, potesse invogliare a biglietti e abbonamenti settimanali.

Deplorevole, invece, l'uso degli animali nei momenti più evocanti il mondo del circo. Lo smacchiamento del giaguaro ha causato un senso diffuso di pena, soprattutto per il suo esito parziale, disastroso sul piano estetico e forse doloroso per l'insofferente felino. Braccare e azzoppare il lupo marsicano significa accanirsi contro una specie protetta. Non ci soffermiamo sulla confezione della mortadella, cui concorrono, presumibilmente, quadrupedi di dubbia origine etnica e spesso provenienti da branchi dopati. La vendita della pelle dell'orso è stata pratica ricorrente e un po’ truffaldina di tutti i maneggi articolati nei tre giorni.

L’intero zoo sovrastato dal catoblepa di Fabrizio Barca, l'animale mitico i cui occhi non possono essere guardati, sotto pena di morte istantanea. L’happening ha avuto un tema fisso e tre scenari variabili. Il tema fisso era giocare a non vincere, sprecare le carte, puntare sulle occasioni sbagliate, bluffare a perdere. In altre parole evitare accuratamente di conseguire, sin dalla prima votazione per il Quirinale, una larga maggioranza a favore di un candidato quale Stefano Rodotà, che avrebbe, per di più, garantito l’incarico di Premier a Bersani o altro esponente del Pd con il concorso dei voti del M5S. Sarebbe stato perfino un Presidente largamente popolare e la stessa destra avrebbe avuto difficoltà a fare scandalo. Non digiuno di politica, un tempo perfino presidente del Pds. Tutti eccellenti motivi per scartare la soluzione, che rischiava di far vincere il Pd e magari anche di trarre l’Italia fuori dal marasma politico. Dio ne scampi.

Primo scenario: Bersani, dopo aver condotto la campagna elettorale promettendo un’alleanza a tutti i costi con Monti, visti i risultati proclama che lui con Berlusconi non si metterà mai, piuttosto va a pescare nel campo di Grillo. La battuta di pesca è trasmessa in streaming e va a puttane. Il governo (monocolore, minoritario e antiberlusconiano) di cambiamento regge virtualmente fino a mercoledì mattina. «Combatterò, procomberò sol io... Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi. E di carri e di voci e di timballi», intesi forse come tortelli.

Secondo scenario, andato in scena al Capranica mercoledì notte. Tutto il rovescio del primo. Presentare una rosa di candidati decotti e impopolari e scegliere nel mazzo, presentandolo quale “sorpresa”, il più sbiadito di tutti, un superstite della Prima Repubblica, dall’eloquio improbabile e di totale verginità internazionale. E che, vogliamo fare concessioni alla globalizzazione? Avrebbe dovuto fare da ponte con Berlusconi, l’unico ad appoggiarlo fuori dal Pd (ma anche dentro il Pd, visti i risultati), per propiziare un governo delle larghe intese che avrebbe distrutto il Pd, sfasciato l’alleanza con Sel e impedito qualsiasi rapporto con M5S. Purtroppo lo scenario è stato recitato in modo maldestro la mattina dopo, quando dentro il bel recinto berniniano Marini non ha raccolto neppure tutti i voti del Pd, tanto meno quelli di Sel. Bersani, nel frattempo, si esibisce in un abbraccio ad Alfano. Fra lo sgomento generale.

Crisi di coscienza dopo i fischi degli spettatori e avvio di uno scenario di nuovo rovesciato: stavolta l’unità già compromessa di partito si fa su Prodi, acclamato all’unanimità, sperando che qualche soccorso arrivi dal M5S, che invece sempre più baldanzoso conferma Rodotà. Berlusconi è furioso e grida al tradimento, Bersani aveva già firmato l’accordo e ora se lo rimangia (temiamo che stavolta il menzognero Cav. abbia ragione). L’inciucio sembra sepolto, anche con il rischio di elezioni a luglio. Dalemiani e teodem remano contro e venerdì pomeriggio, alla fatidica quarta votazione a maggioranza assoluta, Prodi va sotto di 100 voti. È lo scrutinio segreto, ragazzi, vatti a fidare. L’happening ricomincia al Capranica venerdì notte, la notte dei lunghi coltelli. Sta a vedere che tornano in campo Amato e D’Alema, intanto le dimissioni a catena sono già cominciate...

If…

Augusto Illuminati

Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.

Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.

Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.

A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.

Per un teologo (sia pur dilettante), i segni sono chiari: è arrivato l’Anticristo, la scimmia della rivoluzione. Arriva di soppiatto, anche l’imitatore viene «come un ladro nella note», sparpaglia tracce e produce eventi assurdi, installa la catastrofe nella forma che tutto procede come prima, che i cambiamenti sono strillati ma inavvertibili, la sovversione liscia e appiccicosa. Non è servito il katechon (anzi, quello Cacciari-Napolitano era complice), perché l’Anticristo e i suoi fautori non si sono presentati come in Rosemary’s Baby – malgrado le fattezze inquietanti del profeta di Gaia – ma si sono calati con tutte le scarpe nella stupidità abissale di cui la banalità del Male si compiace e avvale.

Satana è la fuga di specchi all’infinito, la mise en abîme, appunto, dove ogni uno non solo vale ma si replica in infiniti uno. Il seriale, il merito certificabile mediante CV, la trasparenza, il certificato penale pulito a dimostrazione che non ci è mai opposti al male rischiando di agire. La legge del mercato e il Codice: una coppia vincente sin da Napoleone.

Ordine Nuovo a Cinque Stelle

Andrea Cortellessa

«Gaia: un Nuovo Ordine Mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054.
I conflitti razziali, ideologici, religiosi e territoriali appartengono al passato. Ogni uomo è un cittadino del mondo, soggetto alla stessa legge». È l’inizio di Gaia. The future of Politics, un video d’animazione lungo sette minuti e mezzo, con un testo in inglese letto da una voce di donna fuori campo, diffuso in Rete da Casaleggio e Associati il 21 ottobre 2008: a metà strada dunque fra il successo del V day,  l’8 settembre 2007, e la fondazione del Movimento Cinque Stelle, il 4 ottobre 2009.

Marco Belpoliti su doppiozero  ha avuto buon gioco a decodificarne l’inconscio grafico da meeting aziendale (e il sincretismo del logo di Indymedia con un’infografica da aeroporto),
la musica da sigla di telegiornale e l’immaginario fricchettone e New Age (lo stesso termine «Gaia» è preso dal popolare libro di James Lovelock, che nel 1979 profetizzava una Nuova era glaciale).

Vale la pena ascoltarla però, questa voce calda e quietamente imperativa, anche per quello che dice. Dopo un bigino di storia universale riletta alla luce dell’estendersi delle comunicazioni – dal sistema viario dell’Impero romano all’Encyclopédie –, il punto zero «all’inizio del 21° secolo» viene descritto così: «le sorti del mondo sono ancora determinate da gruppi massonici, religiosi e finanziari. 130 tra le persone più influenti del mondo, il Gruppo Bilderberg» (sullo schermo appare un logo con tre omini reclinati su un tavolo a complottare), «tengono riunioni private ogni anno per discutere del futuro dell’economia mondiale». Perché «prima della Rete, comunicazione conoscenza e organizzazione appartengono al Potere. Con la Rete appartengono al Popolo».

Certo, per giungere a tale Controllo dal Basso tocca passare per una guerra che dura vent’anni, dal 2020 al 2040, tra «l’Occidente della democrazia diretta e del libero accesso a Internet» da una parte e, dall’altra, «Cina, Russia e Medio Oriente con dittature orwelliane e l’accesso a Internet sotto controllo». Imperturbabile come uno Stranamore, la voce assicura che la popolazione mondiale si ridurrà purtroppo a un miliardo di individui ma alla fine, per fortuna, l’Occidente vincerà e così, nel 2047, ciascuno dei superstiti avrà la propria identità garantita «in un social network mondiale creato da Google chiamato Earthlink».

«Per esistere», intima la voce, «devi stare in Earthlink o non esisti». (Per fortuna che le «dittature orwelliane» hanno perso la guerra.) Su con la vita: «le organizzazioni segrete» (torna il logo coi tre omini a capo chino) sono state nel frattempo «abolite»: «in Gaia partiti, politica, ideologie, religioni scompaiono. L’uomo è l’unico fautore del proprio destino». L’uomo, s’intende, in quanto cliente di Google: sennò deve far parte di un’organizzazione segreta da abolire.

Su YouTube si legge che «Gaia non rispecchia in alcun modo le intenzioni o la volontà né di Casaleggio, né del Movimento Cinque Stelle», ma la struttura retorica del testo – sospeso fra la storia e la visione del futuro che la prosegue senza soluzione di continuità – ne denota una piena appartenenza alla tradizione dei manifesti politici, come quello di Marx ed Engels – o Mein Kampf di Hitler. Dall’analisi della situazione attuale, e da una più o meno ampia memoria del passato personale e/o collettivo, si prende lo slancio per l’enunciazione di un programma volto, com’è ovvio, a un compimento futuro.

Relativamente nuova è però la componente apocalittica con cui viene esposto questo programma a metà strada fra Imagine di John Lennon e la Scientology di Ron Hubbard, e vengono ripetute le classiche parole d’ordine sul complotto pluto-giudaico-massonico (ancorché si è spesso ripetuto quanto vicino a Bilderberg sia quell’Enrico Sassoon che infine, a settembre dell’anno scorso, ha scelto di lasciare la Casaleggio Associati di cui era socio di minoranza). Un portato delle letture di science-fiction non proprio di prima qualità di Gianroberto Casaleggio, o qualcosa di cui cominciare a preoccuparsi?

 

Franceschiello e Masaniello

Alessandro Dal Lago

Come esempio della confusione che, soprattutto a sinistra, avvolge la figura di Grillo si possono citare un interessante intervento del comico-attore sul suo celebre blog e alcuni articoli stampa a proposito di papa Francesco. Ma andiamo con ordine. Ecco che cosa ha scritto Grillo sul suo blog il 16 marzo 2013: "L’importanza di chiamarsi Francesco, […] Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne, alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina, per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?”

“Stanno scavando”? Il papa “crocifisso”? La verità è che gran parte della stampa italiana dedica una decina di pagine entusiastiche ogni giorno al nuovo papa, mentre accuse circostanziate provengono dal giornalista Horacio Verbitsky, autore di un libro di denuncia della complicità della Chiesa con la dittatura argentina (L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina Fandango Libri, Roma 2006). Una consultazione online del giornale di Buenos Aires “Pagina 12”, su cui scrive Verbitsky, rivela facilmente quanto sia debole la smentita del Vaticano (Cfr. B. Febbro, Una desmentida que no alcanza a desmentir [“Una smentita che non riesce a smentire”], 16 marzo 2013).

Ma il punto è che si tratta comunque di una questione apertissima e che, indipendentemente dal ruolo di Bergoglio al tempo della dittatura, è tutta la Chiesa di Roma a essere stata sempre ambigua e reticente su una persecuzione che ha riguardato anche tanti preti e suore impegnati in attività sociali o di opposizione al tempo dei generali argentini. E ancora più importante è il fatto che Verbitsky veda oggi in papa Francesco un oppositore non tanto e non solo delle sette evangeliche, quanto dei regimi progressisti dell’America latina. Questo è il papa che fa tanta simpatia a uno dei nuovi padroni d’Italia, cioè Beppe Grillo.

Ma il buon Francesco fa anche simpatia a un tal Giuseppe Cassini che sul “Manifesto”, sempre il 16 marzo 2013, vede in papa Francesco I niente meno che un poverello anti-Curia, un fustigatore delle perversioni vaticane. Leggiamo: Aver scelto per sé il nome di Francesco è una chiara sfida alla Curia romana, perché è sinonimo dei migliori “P” del cristianesimo: pietà, pace, preservazione ambientale..[…] perché lascia presagire un arretramento delle milizie integraliste (Opus Dei, Legionari di Cristo) che hanno tradito il Concilio Vaticano II… (G. Cassini, Forse esiste davvero lo Spirito santo, “Il manifesto”, 16 marzo 2013, p. 15).

Io non sono abbastanza addentro ai misteri del Vaticano per sapere se questo papa farà arretrare le milizie dell’Opus Dei (comunque, ne dubito). Ma so che, oltre a essere ferocemente contrario ai matrimoni gay e, come minimo, assai reticente sugli orrori della dittatura argentina, Bergoglio è teologicamente integralista. Nella sua prima omelia, Francesco ha citato il motto “Chi non prega Gesù Cristo prega il diavolo”, che viene dallo scrittore Léon Bloy. E chi era costui? Uno polemista francese iper-cattolico e iper-integralista, poeta visionario e apocalittico, libellista reazionario e antisemita.

Il suo antisemitismo era raffinato ed escatologico, anche se riteneva che la simpatia per gli ebrei fosse una “turpitudine”. Per Bloy, gli ebrei erano un “accidente” della storia, la cui unica funzione è quella di essere stati una condizione del sacrificio di Cristo. La traduzione di un suo libello antisemita da parte di Adelphi (Dagli ebrei la salvezza, 1994) a suo tempo provocò forti polemiche sulla stampa e anche fratture e dimissioni nella casa editrice. Che papa Francesco abbia citato Bloy è dunque una chiara indicazione di rotta, come ha notato “Il foglio” il 16 marzo in prima pagina (è curioso che sia un giornale di destra a farlo, mentre sul “Manifesto” si scomoda lo Spirito Santo per salutare il nuovo papa). Una rotta che non sembra andare proprio in una direzione progressista e anti-fascista.

Quanto a Grillo, dopo le battute mai ritrattate sui “sacri confini della patria” minacciati dagli immigrati, ecco le parole sul poverello di Buenos Aires trapiantato in Vaticano. Niente di meglio per l’Italia che una bella decrescita, un po’ di povertà equamente distribuita, benedetta dall’acqua santa d’Oltretevere. Mentre il povero Bersani corre dietro al Movimento 5 stelle, Casaleggio e Grillo già pensano a quando governeranno da soli e quindi come accaparrarsi le simpatie del Vaticano, condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi governo in Italia.

Questo articolo è apparso il 18/03/2013 su manifestiamo.eu

Neoparresia

Giorgio Mascitelli

Non mi sembra che il modo in cui l’apparato mediatico sta trattando gli eletti del Movimento Cinque Stelle sia particolarmente utile per la società. Questa spasmodica ricerca di coglierli in castagna per delle inezie, da una laurea annunciata prima di essere stata effettivamente ottenuta al fatto che i neodeputati nonostante le loro rinunce incasseranno uno stipendio comunque alto rispetto alla media nazionale, diventa ridicola, se si pensa ai ben più gravi addebiti mossi a numerosi esponenti degli altri partiti.

Inoltre ha anche un aspetto autolesionistico perché evidenzia che la scelta di Grillo di non parlare con i giornalisti italiani è una banale precauzione anziché un segno di arroganza o totalitarismo. Ma questi infondo sono aspetti che riguardano gli strateghi dello spettacolo, quello che è più grave è che questo fare le pulci produce effetti di imbarbarimento.

Infatti in un paese come l’Italia, che ha, per usare un eufemismo, qualche problema di ethos pubblico, trattare nello stesso modo mediaticamente, che vuol dire dedicargli lo stesso spazio, chi è responsabile o è sospettato di gravi malversazioni e chi ha commesso qualche incongruenza perlopiù trascurabile, significa mandare il messaggio che tutti sono uguali, che è precisamente il brodo di cultura sia della mentalità affaristico-criminale sia di quella qualunquista. Eppure questo accanimento giornalistico denota anche che gli esponenti del M5S possono essere particolarmente vulnerabili sul piano dei comportamenti personali perché la loro integrità è uno dei motivi principali del loro successo. In altri termini il successo del M5S ha qualche cosa a che fare con la figura della parresia, cioè con il dire la verità anche attraverso le proprie scelte di vita.

Solo un singolare cocktail di una società radicalmente depoliticizzata, di un ceto politico totalmente screditato e di un potere effettivo nelle mani di èlite tecnocratiche non responsabili di fronte a nessuno, poteva determinare le condizioni per un ritorno nell’ambito politico di questa figura, che ormai nella società moderna e postmoderna era confinata in altri ambiti. Alla base di questo processo c’è probabilmente la stessa prassi della politica come pura amministrazione, in Italia aggravata dall’incapacità di amministrare, e come rimozione dei conflitti, che è sostenibile solo nelle fasi di benessere economico diffuso.

Che il M5S abbia avuto origine almeno in parte nella riproposizione del tema del dire la verità è anche dimostrato dal fatto che esso si è concepito postmodernamente non come un movimento per prendere il potere, ma per controllare chi lo detiene, anche se il ruolo a cui è stato chiamato dalle elezioni è oggettivamente diverso da quello che si aspettavano i suoi fondatori. Il che pone i Cinque Stelle non solo di fronte al problema del governo (alludo non a quello di Bersani quanto alla prospettiva di governare), ma anche a quello di una verità, più moderna e più precaria di quella del parresiaste, collettiva, sociale, insomma una verità storico-politica.

Infatti non va dimenticato che chi ha il coraggio di dire la verità parla per sé nella polis antica, così come è individuale la verità detta, non sa e non può sapere nulla di questa verità che trascende l’individuo e che talvolta riserva scherzi fastidiosi alle coscienze individuali. Da come il M5S si rapporterà a questa seconda verità collettiva emergerà la sua natura regressiva o meno, anche se, mentre gli apparati finanziari internazionali scaricano la loro crisi sulle democrazie, c’è poco da essere ottimisti sulle possibilità progressive di chiunque.

Il katechon, il katechon!

Augusto Illuminati

Che tanti intellettuali si siano scoperti grillini ex post non stupisce. Saltare sul carro del vincitore è normale - pensiamo con raccapriccio agli altri intellettuali che salteranno sul carro del perdente, proclamando il voto utile per il Pd-Sel per scongiurare l’apocalisse prossima ventura in un probabile secondo turno elettorale. Il disgusto per i balletti parlamentari che hanno coperto la tragedia sociale del governo Monti a sostegno bi-partisan copre tutto e gli “onorevoli”, che hanno votato senza batter ciglio il pareggio di bilancio in Costituzione e la riforma Fornero esodati inclusi, non sono meno ridicoli e sciagurati di quanti hanno votato che Ruby era nipote di Mubarak.

Ma qualche riflessione spassionata su Grillo bisognerà pur farla, visto che io finora sono stato vergin di servo encomio e di codardo oltraggio. Prendiamo la sua intervista al settimanale Time: «I channel all this rage into this movement of people, who then go and govern. They should be thanking us one by one. If we fail, [Italy] is headed for violence in the streets». Ovvero: «Io ho incanalato tutta questa rabbia in questo movimento di popolo, che poi va e governa. Ci dovrebbero ringraziare uno per uno. Se noi falliamo, (l'Italia) è destinata alla violenza nelle strade».

Si evoca lo spettro della violenza, ma quanto viene esorcizzato è, in realtà, il conflitto, incanalato nell’ordine della rappresentanza mediante consultazione elettronica unidirezionale, saltando ogni orizzontalità intermedia e ogni vissuto di esperienza (di gruppo, di presenza viva, di assunzione solidale di rischio in uno sciopero, in un corteo, in un’occupazione). Uno vale uno, ma nella pace di un rapporto isolato con il proprio computer o smartphone (su server proprietà di Casaleggio), non nella discussione o nella lotta in cui i corpi e le idee si confrontano.

Certo, in tal modo la violenza nelle strade è esclusa, la proprietà immobiliare non si tocca, l’ingiustizia ingrassa in attesa di una regolamentazione parlamentare. Beninteso, protesta e indignazione non scompaiono, anzi sono il presupposto materiale per captarle e indirizzarle irenicamente verso una rappresentanza rinnovata e resa più credibile. Vi sto evitando un’Alba Dorata – si premura di annunciare Grillo. Ed è vero, perché fermenti di tal tipo sono presenti nella disgregazione della crisi e in masse allo sbando. Ma dovrebbe aggiungere: vi sto evitando gli indignados e Occupy, perché quella spinta (che in Italia sarebbe prevalente) viene riassorbita dall’illusione elettronico-plebiscitaria, gestita in cerchie ristrette con metodologie da web 1.0.

Grillo non è riducibile a sintomo della crisi e neppure va diffamato come un comico capopopolo. Sicuro, è un pagliaccio, ma non più del satiro di Arcore o del clown-triste Bersani. E ricordiamoci il salvifico Monti con in braccio il cucciolo Empy. Anzi, Grillo nel suo ruolo possiede un’innegabile professionalità e infatti il collega Crozza ha qualche difficoltà a mimarlo. Grillo incarna oggi piuttosto il katechon, la forza che trattiene. Trattiene cosa? Trattiene il conflitto, nella sua radicalità, violenza, immediatezza singolare e anonima. Lo trattiene in anticipo, perché sarebbe ingiusto dire che Grillo soffochi qualcosa che sia in atto in modo generalizzato e forse non lo fa neppure in modo cosciente, tanto meno agli ordini di qualcuno.

Grillo e Casaleggio sono una versione comica, neppure nichilistica, del katechon, la parodia alla Ciccio e Ingrassia di un tempo rispetto ai film su Scientology o sull’Anticristo. L’elemento tragico – quello del Grande Inquisitore dostoevskiano alla Schmitt o Cacciari – è svaporato, rendendo ancor più incomprensibile il panico in cui è precipitato un sistema politico italiano evidentemente marcio sino al midollo. Come, si presenta il katechon dicendo: sono Torquemada, ho 35 anni, faccio il dentista, ecc. e Bersani smette di smacchiare il giaguaro e Berlusconi contrae l’uveite bilaterale?

Loro se lo meritano, il panico e il katechon e gli appelli di Cacciari a Napolitano – salvaci tu - ma resta un problema: perché i movimenti si sono lasciati scippare iniziativa, parole d’ordine (in primo luogo il reddito di cittadinanza), capacità di mobilitarsi e occupare la piazza? Forse se lo sono meritato, ma –a differenza dai partiti e dal ceto politico – sono ancora in grado di riprendersi trasformando l’insoddisfazione e la speranza, che hanno spinto tanta gente a votare per il meno peggio, in qualcosa di concreto: in conflitto reale e non arginabile, non “catecontizzabile”. Questa è la scommessa e non i volenterosi appelli alla Se non ora quando per creare un’alleanza fra sinistra bollita e populismo grillino su parole d’ordine buone soltanto a gettar fumo negli occhi, dato che si tratta (in buona fede) di promesse che il Pd non accetterebbe mai di mantenere e cui il M5S non è così sciocco da prestar fede.