Per il reddito e la dignità

Giacomo Pisani

Alcuni sembrano già essere spaventati dalla manifestazione prevista sabato 19 Ottobre a Roma, per il reddito minimo e il diritto alla casa. In molti sembrano aver già cominciato a tessere la tela della denigrazione e della demolizione mediatica.

Era scontato. La manifestazione di sabato mira al cuore del sistema. È differente dalle mille rivendicazioni corporative tese a difendere il proprio spazio di esistenza nell’attuale modello economico capitalista. Rivendicando un reddito per tutti, la manifestazione del 19 punta a strappare spazi di autonomia all’interno del sistema. E lo fa riappropriandosi di un diritto che è già maturato in seno alla società. Perché non c’è più spazio di esistenza nell’economia della finanza e degli standard europei, non c’è alcuna possibilità per le eccedenze nelle politiche dell’austerity.

Ma è proprio quando non c’è più argine di iniziativa nel sistema, quando una generazione resta tagliata fuori dal lavoro e dalla possibilità di progettare la propria esistenza a lungo termine, e i diritti sociali risultano inadeguati, che si apre una possibilità. Il reddito minimo universale è il riconoscimento della possibilità di esistere al di fuori del mercato, senza la necessità di dover sottostare a qualsiasi ricatto pur di sopravvivere. È la rivendicazione della libertà di decidere la propria esistenza senza essere mortificati da una realtà che non accetta la diversità, che si nutre dell’immobilismo per riprodursi.

Oggi non c’è più spazio per aggiustamenti. C’è una generazione che preme e che irrompe sulla scena del mondo con i propri bisogni e le propria istanze, inconciliabili con il paradigma dominante. Incontenibili persino da quel postmoderno che ha anestetizzato le differenze con la neutralizzazione degli spazi e delle identità, pur di mettere a valore i soggetti. È in atto una rottura paradigmatica, data dall’insufficienza delle categorie del mercato. Persino il welfare e la sua matrice lavorista perdono presa di fronte alla dilatazione estrema dell’inoccupazione.

Quella di sabato a Roma è la cifra di una spaccatura fra il reale e la vita, è il segno di un cambiamento che è già in atto e che chiede spazi di crescita e di riconoscimento. È la riaffermazione della dignità, che non può essere legata agli standard del mercato, alle regole della produzione, ed esige uno spazio di affermazione autonomo. Il reddito minimo, strappando la sopravvivenza al mercato, non sottrae l’individuo all’ambito sociale in cui si è formato, ma gli permette di decidere ed, eventualmente, di rimettere in discussione le categorie sistemiche.

Sabato a Roma si sperimenta un nuovo modo di costruire il reale, condiviso, per una politica che non sia ancorata alla gestione tecnica del potere ma che si apra ai movimenti costituenti e ne riconosca la dignità al di fuori delle regole del mercato. Perché è proprio al di fuori di quest’ultimo che si sta costituendo uno spazio di rielaborazione che preme sulle forme di riconoscimento giuridico costituite per sopravvivere alle miserie di una gestione tecnica dell’esistente.

Non c’è tempo per strumentalizzazioni e provocazioni. La posta in gioco è troppo alta. La fissazione del reale che si contorce pur di sopravvivere alle proprie contraddizioni è una morsa mortale che schiaccia i sogni e distrugge esistenze. Ma quando il reale raggiunge l’apice della disumanizzazione, lì c’è lo spazio per ricominciare, per riappropriarsi delle possibilità e per riscrivere la storia.

Per farvi penetrare la voce degli uomini e delle donne che lottano per la casa e per un’esistenza dignitosa, il grido dei migranti assassinati ogni giorno al di là del Mediterraneo. Roma non è un evento fra gli altri, Roma è già qui.

Un Brasile minore contro un Brasile maggiore

Intervista di Lola Matamala a Giuseppe Cocco

Giuseppe Cocco, professore di Teoria Politica presso l'Università Federale di Rio e membro della rete Universidad Nómada, è senz'altro uno degli osservatori più attenti delle vicende brasiliane. In italiano ha pubblicato, con Antonio Negri, Global. Biopotere e lotte in America Latina (manifestolibri) e recentemente in spagnolo MundoBraz. El devenir mundo de Brasil y el devenir Brasil del Mundo (Traficantes de Sueños).

L'aumento di 20 centesimi del trasporto pubblico è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha esaurito la pazienza della società brasiliana che si è trasformata in una polveriera accesa da una serie di manifestazioni che hanno attraversato tutto il paese. La presenza di milioni di brasiliani nelle strade e nelle piazze ha colto di sorpresa il governo del paese e ha attirato l'attenzione stupita dei mass media di mezzo mondo e degli abitanti di molti posti diversi in tutto il pianeta. Secondo lei come si sono sviluppate queste mobilitazioni?

In primo luogo, per le manifestazioni iniziate a Porto Alegre e che poi si sono diffuse nel resto del paese, gli obiettivi e gli interlocutori erano i comuni e i governi dei singoli Stati, non coinvolgevano il Governo Federale. A partire da lunedì 17 giugno, e sopratutto a partire dal 20, le manifestazioni hanno raggiunto un livello di massificazione che ha superato questi limiti iniziali, senza comunque tradursi in un attacco diretto a Dilma Rousseff e al Governo Federale. D'altra parte il Partito dei Lavoratori (PT) e il Governo federale della Rousseff non si sono accorti dell'arrivo dello tsunami: hanno sentito la terra tremare sotto i piedi ma sono rimasti in attesa nella speranza che la casa non gli crollasse addosso. E così il PT non si è pronunciato, i ministri neppure (e quando hanno parlato è stato per dire qualcosa di sbagliato). Invece Dilma sì che si è pronunciata, ma il 21 di giugno: troppo tardi e inoltre il suo è stato un intervento troppo timido.

Lei ha detto che la rivolta brasiliana si nutre delle rivolte arabe, del 15M e delle manifestazioni in Turchia. Ma c'è una differenza, e cioè che il presidente Rousseff ha già lanciato una serie di proposte.

Le proposte sono insufficienti e la loro traduzione materiale, così come suggerita da Lula, è sbagliata. Il PT e Lula non hanno interlocutori e credono che parlare con le organizzazioni dei giovani patrocinate dal Governo risolva qualcosa, quando il movimento si caratterizza proprio per essere irrapresentabile e per una richiesta di cambiamento a sinistra che richiede una determinazione molto maggiore. Non è con la retorica o con le ONG e altri dispositivi simili che si potrà dare una risposta convincente a quello che sta succedendo.

Considera insufficiente la proposta del governo brasiliano per iniziare un processo costituente?

La proposta di riforma politica di Dilma era in discussione già da tempo. Inizialmente la Rousseff ha parlato di una costituente ristretta e sottoposta a un plebiscito. Penso che si tratti di un modo per offrire qualcosa alle piazze, ma in maniera comunque limitata.

Si è detto che l'aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico è stato il detonatore delle manifestazioni, ma per per capire meglio e sciogliere eventuali dubbi, ci può dire che ruolo ha giocato la destra brasiliana in queste mobilitazioni?

La destra non ha avuto nessun ruolo in queste mobilitazioni, e non è lei che ha dato l'ordine di caricare contro i manifestanti. Il presunto ruolo giocato dalla destra è frutto di voci diffuse nella prima fase del movimento da alcuni settori del governo che paralizzati da quanto stava accadendo hanno provato a insinuare il pericolo del fascismo per tentare di giocare la carta dell'«unità». Un doppio paradosso: dopo che lunedì 17 giugno milioni di persone sono scese in strada, la destra ha approfittato del monopolio che comunque esercita sui mezzi di comunicazione per provare a influenzare il movimento. È stato allora, il giorno 21 dello stesso mese, che il governo e il PT hanno reagito, con l'unica dichiarazione di Dilma.

Qual è il ruolo della popolazione afro in queste mobilitazioni?

Un'altra stupidaggine sostenuta dal Governo e dalla sinistra al governo è che ci sarebbero pochi poveri e pochi neri nelle mobilitazioni. A Rio de Janiero, in quattro giorni, hanno manifestato due o tre milioni di persone, ovvero una parte decisamente importante della città. Lunedì 24 giugno ci sono state manifestazioni nelle due grandi favelas della città. La prima è stata repressa nel sangue, causando 10 morti. La Polizia Militare e quella della Rocinha (una delle grandi favelas di Rio) si giustificano adducendo come scusa la lotta contro il narcotraffico. È stata la prima volta che 10.000 abitanti delle favelas si sono presi il diritto di scendere dalla Rochina fino alla casa del governatore situata nel quartiere ricco di Leblon, dove poi ha preso vita una acampada! Da un giorno all'altro le manifestazioni della periferia di Rio si sono diffuse in tutto il paese.

Dal suo punto di vista, perché i partiti di sinistra non capiscono o non vogliono accettare quella che lei chiama Rivoluzione 2.0?

I partiti di sinistra non capiscono assolutamente nulla, e il PT ancora meno. Chi sta tentando di articolare una risposta è Lula, ma in modo insufficiente perché si limita, come ho già detto prima, a promuovere come rappresentanti alcune piccole organizzazioni che lui stesso patrocina. In questo momento il movimento sta passando dalle grandi mobilitazioni (ricordiamo quella dello scorso 1 luglio in occasione della finale della Confederations Cup) a iniziative più decentralizzate: assemblee di quartiere e occupazioni di consigli comunali come è successo qualche giorno fa a Belo Horizonte (la capitale dello Stato di Minas Gerais).

In alcuni suoi interventi lei ha prospettato uno scenario piuttosto complicato in questo «divenire Brasile». Perché?

Se le cose continuano così, tutto dipenderà dal movimento. Se si indebolisce, con una sinistra sostanzialmente conservatrice, ci sarà il rischio che venga capitalizzato elettoralmente dalla destra. Inoltre, stando agli ultimi sondaggi, Roussef ha perso il 30% dei voti. Quel che è certo è che la #Brevolution si inserisce pienamente dentro il ciclo di lotte che abbiamo visto e vediamo dispiegarsi in piazza Tahrir, Puerta del Sol o in Piazza Taksim, e nessuno può dire dove ci porterà questo incredibile movimento. Tuttavia possiamo dire che nello stesso paese ci sono un Brasile Minore e un Brasile Maggiore.  Il divenire Brasile del mondo (come divenire mondo del Brasile) conferma la necessità di creare nuovi valori e di non lasciarsi omologare da quelli ormai estenuati del capitalismo globale.

 Traduzione di Nicolas Martino

Fonte: Diagonalperiódico.net

 

 

Questo non è un manifesto

Nicolas Martino

«E gli domandò: 'Qual è il tuo nome?'. 'Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti'» [Mc 5,9]. La moltitudine va esorcizzata, è il demoniaco per l'Occidente e la sua ontologia politica attraversata dall'ossessione dell'Uno. E intorno a questa ossessione si è organizzata la Modernità, l'ordine Sovrano che crea il Pubblico e il Privato, il Popolo e l'Individuo, Lo Stato e l'Identità, che neutralizza la differenza, la maledetta multitudo. Ma quella Modernità è finita, è stata sconfitta - si è suicidata direbbe qualcuno - con il divenire mondo del capitale, nella fase della sussunzione reale della società sotto il capitale, quando cioè è la vita stessa che viene messa al lavoro e la misura del valore è sostituita dalla dismisura di un bìos che produce ricchezza e comune. La grande trasformazione però non è pacificazione, non segna la fine del conflitto e dell'antagonismo, come avrebbero voluto i cantori di un postmoderno debole e neomanierista che finiva per essere nient'altro che l'ideologia - consolatoria e apologetica - della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta.

Il conflitto ora è tra il 99% della forza lavoro e l'1% del capitalismo che in forma di finanziarizzazione ha messo al centro lo sfruttamento del comune. Ed è a questa moltitudine del 99% che si rivolge il non manifesto di Hardt e Negri: non è un manifesto infatti, perché «i manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine. Gli agenti del cambiamento sono scesi in strada e hanno occupato le piazze non solo minacciando e rovesciando monarchi, ma evocando altresì visioni di un mondo nuovo. Nella loro ribellione, le moltitudini devono scoprire il passaggio dalla dichiarazione di nuovi diritti a una nuova costituzione».

I movimenti del 99% sono chiamati a scrivere una nuova costituzione del comune, ad attraversare un processo costituente che mandi definitivamente in soffitta quelle costituzioni Repubblicane nate dalla dialettica tra capitale e lavoro e ormai irriformabili, messe fuori gioco dalla nuova realtà produttiva e inutilmente difese da una Sinistra istituzionale sempre più impotente. Su come costituire il comune questo agile libretto offre delle indicazioni e dei principi generali, ma il compito è demandato sostanzialmente all'invenzione e alla sperimentazione delle soggettività protagoniste del conflitto sociale.

Sperimentare, è questa la parola d'ordine di un movimento che ha ricostruito un pensiero critico e materialista oltre la crisi del marxismo, e che ha riscoperto l'anomalia selvaggia di uno Spinoza sovversivo nel calore delle lotte contro un heideggerismo controriformista che invece voleva liquidare la sperimentazione per meglio servire ciò che splende. Il Commoner è la soggettività che realizza il comune e si costituisce dalla ribellione e dalla rivolta delle quattro figure soggettive fabbricate dal trionfo e dalla crisi del neoliberismo: l'indebitato, il mediatizzato, il securizzato e il rappresentato. Nel disertare quella servitù volontaria straordinariamente indagata da La Boétie - ovvero liberandosi da quella libido serviendi messa a valore dal capitale per cui accade che le persone lottino per la propria condizione di servitù come se fosse la salvezza - ripudiando il ricatto del debito, sottraendosi allo spettacolo dell'informazione, fuggendo dalla prigione e rifiutandosi di essere rappresentati, si riscoprono le nostre capacità di azione sociale e politica, il nostro potere costituente.

Qui il preferirei di no di Bartleby mette contemporaneamente in moto un processo creativo chiamato a interpretare un'ontologia plurale del politico con l'obiettivo di costituire una società della democrazia assoluta. Nel frattempo bisogna difendersi, ci si può rendere invisibili al potere così come insegna Torquato Accetto «all'incontro dell'ingiusta potenzia», quando il tiranno non lascia respirare. Ma nel preparare il terreno per un evento che non possiamo prevedere e sapere quando accadrà, non è più il caso di avere paura e non bisogna sperare. Bisogna solo creare nuove armi.

Michael Hardt, Antonio Negri
Questo non è un manifesto
Feltrinelli (2012), pp.112
€ 10,00

La seconda volta di Obama

Michael Hardt

Come molti hanno fatto notare, la rielezione di Obama ha visto la mobilitazione di un numero molto minore di attivisti, e a sinistra la campagna elettorale ha generato un entusiasmo e una speranza molto più modesti rispetto al 2008. Questo spiega, almeno in parte, un margine di vittoria così ridotto. I suoi sostenitori, oggi, non si sono più fatti inebriare dal sogno del cambiamento come avevano fatto dopo la prima vittoria, ma sono stati spinti dalla più sobria considerazione che l'alternativa sarebbe stata un disastro. E forse ora, paradossalmente, la rielezione di Obama potrebbe avere un effetto diretto più positivo sul fermento dei movimenti sociali antagonisti rispetto al primo mandato.

La vittoria del 2008 ha prodotto reazioni complesse e contraddittorie da parte dei movimenti negli Stati Uniti. Da un lato, l'imponente mobilitazione per la sua campagna elettorale e l'eccitazione seguita alla vittoria hanno portato, subito dopo l'insediamento, a un debole quanto rapido calo dell'attivismo. L'amministrazione Obama non ha dato spazio ai movimenti, al contrario, ha cercato di metterli a tacere. La prassi generale è stata quella di zittire la sinistra e negoziare con la destra, perseguendo una linea politica moderata e distante dalle ardenti speranze dei sostenitori di Obama. Ma oltre a mettere a tacere i movimenti, questa pragmatic strategy ha fallito miseramente anche nel conseguimento degli obiettivi più modesti.

Peraltro, è facile supporre che tutti quei militanti che si erano impegnati così tanto per l'elezione di Obama, fossero restii ad attaccare il nuovo governo sul piano politico, nonostante il protrarsi della guerra in Afghanistan, la mancata chiusura di Guantanamo, le deludenti politiche sociali, e così via. Di conseguenza, ecco che gli anni successivi al novembre 2008 sono stati caratterizzati da un'attività piuttosto blanda dei movimenti sociali. D'altro canto, sono convinto che l'esplosione di Occupy Wall Street e degli altri movimenti Occupy che si sono diffusi nel resto del paese nel 2011, sia stata in larga misura partorita e supportata da una sorta di contraccolpo provocato dall'esperienza dell'elezione di Obama. La mia opinione è che molte delle persone che avevano riposto ogni fiducia in Obama per poi rimanere profondamente deluse dal suo operato, siano confluite nei movimenti di occupazione.Visto da questa prospettiva, il disincanto nei confronti di Obama ha innescato delle conseguenze decisamente positive. Passato l'innamoramento, e come per reazione, Occupy è diventato qualcosa in cui credere di nuovo.

Durante il periodo degli accampamenti, i militanti di Occupy si sono tenuti ben alla larga dal governo Obama, e anche dopo gli sgomberi e l'inizio della campagna elettorale hanno rifiutato di prendere parte alle dinamiche elettorali. Se c'è una cosa che ha messo d'accordo una componente così variegata come quella di Occupy, è stata proprio la diffidenza e l'avversione verso i programmi elettorali. È dunque ragionevole presumere che, almeno indirettamente, Occupy e la sua retorica abbiano avuto un ruolo significativo nelle elezioni presidenziali del 2012. I candidati sono stati costretti a tornare continuamente sul tema del divario tra ricchi e poveri, il 99%, il 47%, e via dicendo, e la scelta politica di Romney di incarnare i valori della finanza e dei poteri forti si è rivelata perdente, soprattutto grazie al terreno preparato da Occupy. Ma il vantaggio che Obama ha tratto da tutto questo non è scaturito da un sostegno diretto da parte degli ex-attivisti.

Ora che Obama è stato rieletto, due sono i possibili scenari che a mio parere si apriranno, ed entrambi agevoleranno il riemergere dei movimenti. Una possibilità è che nel secondo mandato Obama si svincoli dai calcoli elettorali e orienti le sue scelte politiche a sinistra. Dare voce ai movimenti su immigrazione, poteri forti, sanità e welfare potrebbe essergli utile nel conflitto con l'intransigente partito repubblicano, anche solo per raggiungere i più modesti risultati.

L'altra possibilità, forse più verosimile, è che la svolta a sinistra non avvenga, e che Obama rimanga indifferente ai movimenti, continuando presumibilmente le sue negoziazioni con la destra. Solo che stavolta i movimenti non hanno puntato molto su di lui, e saranno quindi molto meno restii ad attaccare il suo operato. Di conseguenza, è probabile che assisteremo a un'evoluzione molto più aggressiva dell'opposizione dei movimenti, i quali ormai non hanno più la pazienza di sopportare l'incapacità e la reticenza di Obama a generare quel cambiamento in cui tanti avevano sperato. Credo quindi che la mancanza di entusiasmo della sinistra nei confronti di Obama in queste elezioni, e il lucido riconoscimento dei suoi limiti, potrebbero dar vita a una situazione potenzialmente favorevole, e che la sua rielezione potrebbe inaugurare, per i movimenti, una stagione di lotte molto più partecipate e antagoniste di quanto non si sia visto durante il primo mandato.

 Traduzione di Maddalena Bordin

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post


I movimenti, l’amore e l’evento

Amador Fernández-Savater

Secondo il filosofo Alain Badiou, l'amore è un evento: una rottura che irrompe nella normalità e propone una nuova maniera di stare al mondo. È un regalo meraviglioso, ma al tempo stesso inquietante. Perché non sappiamo molto bene di cosa si tratta, che cosa ci succede e dove ci porta. Prima di tutto è necessaria un'apertura: lasciarlo entrare. E non è per niente facile. Dell'altra persona non possiamo scegliere solo ciò che ci conviene lasciando perdere il resto. È tutto o niente. Viene messo in questione il nostro Io sovrano, calcolatore, egoista e autosufficiente. Senza generosità non c'è amore.

Ma il fatto che sia l'amore a scegliere noi e non noi a scegliere lui, non significa passività. Ci troviamo a essere sedotti dalle circostanze («love is an accident»), ma la ricettività è una posizione attiva. Implica un'invenzione, l'estasi dell'incontro non basta, non si tratta di una fusione. Bisogna costruire una relazione a partire dalla differenza (e non dall'identità). Questo è ciò che Badiou chiama «fedeltà», un processo rafforzato da alcune prove (il sesso, i figli, la casa, le vacanze, ecc.), che ci richiede di rinnovare il nostro amore più e più volte, di tornare a esprimerlo.

In questo senso si può dire che il 15M è stato un regalo: ci siamo regalati l'un l'altro la possibilità di reinventare il nostro modo di essere e di stare al mondo. Una possibilità meravigliosa e inquietante allo stesso tempo, perché ci richiedeva un grado di generosità con la differenza e di intimità con l'altro, lo sconosciuto, a cui non eravamo affatto abituati. Le piazze erano luoghi troppo difficili da capire, davvero troppo strani: dov'erano i leader, gli intellettuali, dov'erano il programma e l'organizzazione? Alcuni lasciavano le piazze disgustati, perché c'era troppo di questo e troppo poco di quell'altro. Come se fosse possibile controllare gli eventi a piacere, con un lieto fine assicurato.

Ora ci resta da fare la cosa più difficile: costruire una relazione, un processo di fedeltà. Badiou ci spiega che la fedeltà ha due grandi nemici, la rinuncia e la ripetizione. Rinunciare sarebbe tornare alla soluzione più facile: leader che ci dirigano, intellettuali che ci pensino, organizzazioni che ci organizzino, programmi che ci programmino. Ripetere sarebbe tornare allo stesso, ovvero ripetere semplicemente i gesti e le parole della prima volta.

Fedeltà non vuol dire continuità, significa piuttosto essere capaci di ricreare, reinventare, tradurre e anche tradire le forme già sperimentate: tradurre è sempre tradire. Accettare le sfide della contingenza ed essere capaci di rinnovare ancora lo spirito delle piazze: mobilitazione della gente comune (non solo degli specialisti della politica) per farsi carico - in comune - del comune (senza limitarsi a chiedere e a rivendicare), dando vita a una nuova realtà (senza limitarsi a criticare quella che c'è). Esprimersi ancora.

 Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

Primavera dell’anno Uno (editoriale n° 12)

Andrea Cortellessa

Diciamo la verità, questa rivista ci piace molto (altrimenti non la faremmo). Ma a farla non ci divertiamo. E non si diverte tanto, forse, nemmeno chi ci legge – neppure coloro a cui la rivista, magari, piace molto (altrimenti non la acquisterebbero). Il fatto però, ed è un fatto da cui non si può prescindere, è che in Italia e nel mondo – nel tempo iniziato giusto dieci anni fa, una mattina di settembre a New York – c’è stato poco da divertirsi. Il paradosso degli «anni Zero» è che si intitolavano a un esponente «puntuale», liminare e istantaneo – proprio come il tempo quasi impercettibile passato fra le 8:46 e le 9:03 di quella mattina di settembre – ma, a differenza della nozione comune di anno Zero, che postula in sé il momento successivo di un nuovo inizio e di una ricostruzione, designavano un’estensione. Un’estensione nemmeno tanto breve, quella che da allora è seguita. Dieci inverni – di nuovo – sfiancanti. Leggi tutto "Primavera dell’anno Uno (editoriale n° 12)"