L’etica dell’anonimato, la vita della filosofia e le maschere del potere

Alexandre F. Mendes

La critica sentenziosa mi fa addormentare; mi piacerebbe una critica fatta con scintille d’immaginazione. Non sarebbe sovrana o vestita di rosso. Porterebbe con sé i raggi di possibili tempeste.
(Michel Foucault)

Nel periodo in cui ho lavorato come difensore pubblico a Rio de Janeiro, ricordo di aver partecipato a una prima riunione con gli abitanti della favela Metrô Mangueira, la quale si trovava sulla Avenida Radial Oreste, di fronte al Maracanã. Essi portavano, afflitti, decine di risultati di perizie, i quali sancivano come necessarie le interdizioni dalle loro case, affermando che la prefettura voleva sgomberarli in quanto si trovavano in aree a rischio.

Ricordo che ci colse di sorpresa il fatto che l’interdizione fosse stata giustificata con una descrizione identica per tutte le case (un paragrafo breve e generico), così come ricordo l’informazione che la protezione civile aveva montato una “tenda” nella comunità, avvisando che chiunque non avesse firmato la propria interdizione sarebbe stato espulso senza alcuna alternativa.

In seguito fummo informati che circa un centinaio di famiglie, terrorizzate con tutti i tipi di minacce e intimidazioni, si era appena trasferito nel lontano quartiere di Cosmos, negli appartamenti di “Minha Casa Minha Vida” (Casa Mia Vita Mia). Altre famiglie, eccetto un gruppo di commercianti, riuscirono a resistere e a lottare “fino alla fine” per i loro diritti. Se la memoria non mi inganna, fu nei fatti una grande manifestazione, incorporata al “Grito dos Excluidos” (Grido degli Esclusi), il giorno sette di settembre del 2010, la quale segnò l’inizio di un cambiamento importante per la questione.

In seguito a molte pressioni e alla chiusura della stessa Avenida Radial Oreste, gli abitanti e i commercianti riuscirono ad ottenere una riunione con l’allora Segretario Municipale per l’Abitazione, il sig. Jorge Bittar. La difesa pubblica accompagnò gli abitanti e quello stesso giorno tutti conobbero, con molta sorpresa, la ragione per cui venivano sgomberati. Si trattava in realtà del progetto di “riqualificazione” urbanistica del Complesso del Maracanã, che avrebbe guadagnato nuovi e pomposi investimenti pubblici ed era oggetto di interessi privati. I divieti furono riconsiderati e le negoziazioni iniziarono a ruotare intorno a proposte di reinsediamento in locali più prossimi (Conjunto Mangueira II), il che venne alla fine accettato. Riguardo i commercianti, sembra vi siano tuttora controversie, essendo stato il sindaco recentemente sul posto.

Nell’imminenza del prossimo sette di settembre, sono stato preso da questi ricordi e ho pensato alle famiglie che furono trasferite forzatamente a Cosmos (limite del comune), le cui vite sono state, in prevalenza, profondamente perturbate o distrutte dall’azione della prefettura di Rio. Non c’è dubbio che queste sono state colpite da un potere che minaccia, attacca e non mostra il suo volto. Che necessità c’era di mascherare il progetto? Perché ripetere lo stesso schema di attività in luoghi come Prazeres, Estradinha (Tabajaras), Labouriaux (Rocinha), Vila Harmonia, Restinga, Vila Autódromo, Providência, nelle occupazioni urbane del centro e, adesso, all’Horto, per fare soltanto alcuni esempi?

Alcuni mi dicono: “Poteva andare peggio, la polizia è lì a dimostrazione”. Ebbene, nel 2010, soltanto nelle aree con la Unidade de Policia Pacificadora (Unità di Polizia di Pacificazione), vi furono 119 scomparsi secondo l’Istituto di Pubblica Sicurezza (ISP). Quello stesso anno, secondo il medesimo istituto, abbiamo avuto 885 casi di morte in seguito ad azioni di polizia, registrati come “atti di resistenza”. Secondo Michel Misse, che adesso partecipa alla commissione creata dalla OAB-RJ (Ordine degli Avvocati Brasiliani - sezione di Rio de Janeiro) sui desaparecidos della democrazia, in dieci anni (2001-2011) è stato possibile contare niente meno che dieci mila morti registrate sotto questo titolo. Sono forse gli atti di resistenza e gli atti di interdizione due maschere dello stesso potere esercitato sui poveri?

Nel 2013, il "Grito dos Excluídos" è iniziato prima del 7 settembre e ha acquisito proporzioni senza precedenti nella storia politica brasiliana. Da giugno a settembre hanno avuto luogo tante proteste, eventi, episodi e discussioni che sarebbe impossibile delineare in questa sede qualsiasi narrazione di sintesi. Forse in nessun altro momento il tempo cronologico si è convertito tanto vorticosamente in intensità effettiva. Perdere un giorno significa rinunciare a capire tutta una serie di deflagrazioni e cambiamenti repentini tessute dal Kairós prodotto nelle strade e nelle reti. Il tempo ha guadagnato consistenza ed è divenuto produttivo: una nuova nervatura del reale si è costituita!

E non si producono soltanto avvenimenti, ma, principalmente, il filo che lego il processo di lotta è la costituzione della verità. Nella dinamica materiale della sua costituzione, le mobilitazioni hanno strappato al potere confessioni intimidite e insperate: il Globo ha appena riconosciuto di aver appoggiato la dittatura; il prefetto ha ammesso di essere stato “nazista” con le favelas sgomberate o minacciate di sgombero e il governatore si è ricordato di aver perso completamente la capacità di dialogo cadendo nel puro autoritarismo. E altrettanto gli sono state strappate decisioni poco piacevoli: le tariffe non sono aumentate, gli sgomberi iniziano ad essere sospesi, il progetto del Maracanã è stato modificato, il museo è tornato agli índios, i movimenti sociali e sindacali tornano ad essere ricevuti, etc.

Come fermare il tempo e ripristinare il vecchio ordine? Ecco il dilemma che il potere, a partire da giugno, tenta incessantemente di risolvere. L’andirivieni nell’uso della forza poliziesca, le contraddizioni negli editoriali, le disastrose infiltrazioni nelle proteste e persino l’intervento di Pelé, a giugno, dimostrano che innumerevoli tentativi sono stati sperimentati finora senza successo. Dentro questo permanente lancio di dadi, credo che stiamo passando attraverso un nuovo tentativo di cattura, svuotamento e repressione delle mobilitazioni che hanno affrontato, quotidianamente, la violenza e il segreto del potere.

La formula non è così nuova, si tratta della classica inversione secondo cui la dittatura fu esortata a salvare la “democrazia”, secondo il famoso editoriale del giornale carioca. Il potere, sempre mascherato e ultraviolento, trasferisce ad altri la sua infamia e, nello stesso movimento, agisce per rimanere esattamente come tale. Il finale è prevedibile: le citazioni della polizia sono arrivate più rapidamente nelle casse dei manifestanti rispetto al risultato della ricostruzione della morte di Amarildo, il tutto in nome di una “democrazia” che ha bisogno di essere ristabilita.

Meno classica, tuttavia, è la partecipazione a quest’operazione dei settori che collaborarono e lottarono per la ridemocratizzazione del paese a partire dagli anni ’80. Diciamo che per loro, convenientemente, il giorno 20 giugno del 2013 il tempo si è fermato. La comparsa sulle strade di ciò che già esisteva, una destra ultranazionalista, ha fatto in modo che una parte della sinistra, in particolar modo quella di governo, rimproverasse tutti di “fascismo”. Poco importa se quei gruppuscoli hanno definito o no la traiettoria del movimento. Il tempo semplicemente si è fermato il giorno 20.

Il problema è che questa diffidenza generalizzata nei confronti del movimento assume, adesso, contorni veramente repressivi. Questi vennero disegnati, a poco a poco, da una sintomatica unione tra i grandi media e i blog governativi, tra alcuni filosofi di sinistra ed editorialisti di estrema destra, tra critiche opportuniste e concreti atti di governo. Tutti a intonare un unico e astratto giudizio: “i mascherati sono violenti e attentano alla democrazia”.

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foto di Katja Schilirò

In questo discorso, la memoria della dittatura è usata e vilipesa in nome della manutenzione di un ordine che, neppure troppo da lontano, è minacciato da qualunque tipo di fascismo. Al contrario, la tattica governativa è la stessa, ogni volta più simile, con la dottrina della ragion di stato, in cui l’auto-salvazione dello stato medesimo costituisce l’unico obiettivo della politica. Ogni sedizione è minaccia, ogni resistente è nemico.

L’ultimo contributo in questo campo fu notoriamente realizzato dalla filosofa Marilena Chaui. In un’intervista alla rivista Cult e, in seguito, in un intervento per niente meno che la Polizia Militare di Rio de Janeiro, la professoressa della USP ha abusato di deliri punitivisti. In primo luogo, costei ha fatto riferimento ad una “violenza fascista” da parte di alcuni gruppi di sinistra, la quale avrebbe lo scopo di “distruggere l’altro”. E successivamente, rispondendo ad un’indagine della polizia, ha affermato che “intellettuali di sinistra”, lettori di Foucault, Negri e Agamben, starebbero incitando alla violenza in questi gruppi.

Coincidenza o no, la ripugnante intervista è assolutamente in sintonia con le tattiche di repressione inaugurate negli ultimi giorni. Per le strade, la repressione del 27 di agosto è stata, nelle parole dei manifestanti, “la più violenta di tutte”. I poliziotti hanno concentrato l’uso delle armi sulle donne e sui media che seguivano la manifestazione. Una giovane militante e studentessa di diritto, che tra l’altro ha lottato assieme a me contro gli sgomberi coatti, è stata colpita alla testa mentre si trovava ancora nel concentramento. Altre sono state picchiate da diversi poliziotti, anch’esse con colpi alla testa. Bossoli di armi da fuoco sono stati trovati per terra, secondo quanto registrato dagli avvocati della OAB-RJ.

Nelle reti iniziano a giungere citazioni della Delegazione per la Repressione dei Crimini Informatici, volte ad appurare il crimine di pubblica apologia di reato (art. 286, CP), dimostrando che molti sostenitori delle manifestazioni possono essere criminalizzati genericamente. Qui il termine “incitare alla violenza” non si trova nella grammatica punitiva della rivista Cult per caso: esso permette un vago e conveniente utilizzo dell’apparato punitivo a partire dall’espressione di opinioni e dalla condivisione di immagini. Vi sono segnali, pertanto, del fatto che i prossimi passi possono consistere in una coreografia violenta tra manganelli, bombe e criminalizzazione dell’opinione.

Non sembra esserci battuta d’arresto, tuttavia, nella disposizione dei manifestanti, i quali paiono intendere la strategia di repressione. Domenica scorsa l’Ocupa Cabral ha promosso una svolta culturale in cui i partecipanti hanno spiegato, pur senza perdere l’umorismo, la ragione dell’uso delle maschere: “perché mi posso trasformare in Amarildo”; “perché se lo scopre mia mamma sono fritto”; “a causa della persecuzione politica”; “perché la trovo fashion”; “perché lo garantisce la costituzione”; “perché è fondamentale fare un po’ di fiction”, etc.

Sembra evidente che l’anonimato nelle manifestazioni è fondamentalmente una garanzia effettiva e necessaria contro criminalizzazioni abusive, sequestri lampo, torture, sparizioni forzate e morti. Bisogna ammettere che il diritto di espressione, di riunione e di manifestazione è esercitato, in questo momento, in un luogo dove muoiono ripetutamente dieci mila cittadini ogni dieci anni in seguito ad azioni di polizia. L’anonimato in uno stato che ha nella violenza la sua zavorra è, quantomeno, la scappatoia che i giovani della periferia hanno trovato per potersi esprimere politicamente, come sembra essere il caso.

Oltre a ciò, le maschere sono una protezione efficace contro le armi meno letali. Chi non si è messo un panno sul viso quando è stato colpito da spray al peperoncino o gas lacrimogeni? Non sarà questa la caratteristica principale della “revolta do vinagre”? Quello che cerca il potere è proprio di rendere fragili i manifestanti affinché resti loro il sapore di un uso eccessivo degli strumenti di repressione. In questo senso, la maschera è tanto autodifesa quanto potente costituzione dei corpi che mettono in discussione gli arcani del governo. Urge, pertanto, non confondere le maschere della resistenza con le maschere del potere.

Questa importante distinzione non è passata inosservata a uno dei più significativi pensatori del ventesimo secolo. Volendo rivolgersi più direttamente al proprio lettore, Michel Foucault pubblicò nel 1980 un’intervista per Le Monde Diplomatique intitolata “Il filosofo mascherato”, che restò anonima fino alla sua morte. Qui Foucault traccia, col suo stile bello e peculiare, le relazioni tra l’esercizio della filosofia, la produzione di verità, la costituzione etica del soggetto e il lavoro dei movimenti sociali. Al contrario di Marilena Chaui, sempre ardita nel lanciare verdetti sugli intellettuali, indagando su di loro Foucault rispose:

Intellettuali, non ne ho mai incontrati. Ho incontrato persone che scrivono romanzi e persone che curano denti. Persone che studiano economia e persone che compongono musica elettronica. Ho incontrato persone che insegnano, persone che dipingono e persone di cui non ho capito se facevano qualcosa. Ma non ho mai incontrato intellettuali. Al contrario, ho incontrato molte persone che parlano dell’intellettuale. E, ad ascoltarli tanto, mi sono costruito da solo un’idea di che tipo di animale si tratta. Non è difficile, egli è il colpevole. Colpevole un po’ di tutto: di parlare, di tacere, di non fare nulla, di impicciarsi di ogni cosa… Insomma, l’intellettuale è la materia prima da giudicare, da condannare, da escludere…

Egli era preoccupato, di certo, di tutti i giudizi violenti cui siamo soggetti quando siamo osservati dagli occhi del potere nella figura dell’intellettuale. “Mi dica, non ha per caso sentito parlare di un certo Toni Negri? Per caso non si trova in prigione proprio perché intellettuale?”, domandava Foucault nella stessa intervista. La condanna effettiva di Negri per “partecipazione intellettuale” gli parve l’esempio concreto di un uso etico dell’anonimato. La maschera qui non significa frode o astuzia del sapere, al contrario, essa è il dispositivo che permette alla produzione di verità e di soggettività di poter avere luogo eticamente.

La “vita della filosofia” non è, per Foucault, una critica sentenziosa - quella che si presta alla funzione di giudicare, definire colpevoli e riempire le pagine dei processi criminali. Essa risiede nel vincolo complesso tra la costituzione della verità e di noi stessi, tra le molteplici possibilità del pensiero e le varie forme di azione, tra la pratica della ricerca e la riflessione nei movimenti, tra la critica formulata e la “scintilla dell’immaginazione”. L’attività filosofica non emana giudizi, ma “emette segnali di vita”. Una vita che insiste nel resistere e, contro le maschere del potere, ha coraggio di dire il vero. Ecco l’etica di un filosofo mascherato.

 Traduzione di Luca Guerreschi
Questo testo è comparso su Commonware

La vita che sboccia dall’asfalto

Pedro B. Mendes1

La storia del Brasile è piena di rotture negoziate, di false conciliazioni e di voci messe a tacere. Il consenso violento, forgiato dall’alto, sembra caratterizzare dispute politiche di qualsiasi natura. Tuttavia, a partire da giugno scorso qualcosa si è rotto. Ancora adesso un sonoro boato riecheggia nell’aria.

Invadendo le città, in agguato a ogni angolo, moltiplicandosi a velocità infinite, una placca tettonica si è staccata dal continente uniforme che governava le nostre vite in modo sovrano e ora minaccia la sicurezza dei cittadini perbene, il design creativo della città-impresa, il consenso severo del tutto va bene. Dappertutto è possibile vedere i segni della rivolta: la presenza del battaglione dell’ordine della PM è solo il preannuncio di una città in costruzione. L’ira della moltitudine ha una destinazione sicura: le vetrine rotte delle banche, le telecamere di vigilanza distrutte, i bidoni dell’immondizia in fiamme, le fermate dell’autobus a pezzi.

Ancora portiamo con noi i segni dell’ultima battaglia: gli occhi bruciati dal gas, i corpi doloranti, i suoni vividi del conflitto mischiati alla musica che anima la folla. Ma, soprattutto, la solidarietà di coloro che, fino a poco tempo fa sconosciuti, ora condividono con noi ben più della bottiglia di aceto: poco a poco, stanno permettendo alla lotta per il bene comune della metropoli di fiorire.

Dall’incontro improbabile fra militanti di lunga data, giovani della periferia, autonomi, studenti, artisti, medici di primo soccorso, avvocati attivisti, cittadini comuni e curiosi di tutti gli strati, si è originato un corpo-movimento altamente combattivo e ricco, capace di affrontare il potere e di attaccarlo simultaneamente e coordinatamente in vari punti della catena dei biopoteri che governano la città.

E con ogni gruppo o segmento che contribuisce con quello che ha di più forte, il mostro che ha occupato le strade a partire da giugno dimostra l’agilità e la perspicacia di quelli che sono abituati a guadagnarsi la vita in strada, il coraggio di quelli che portano sul proprio corpo i segni della violenza della polizia, l’ethos di quelli per cui la libertà è possibile solo se strappata alle grinfie del potere, la potenza infinita dei giovani precari collegati in rete, la creatività di quelli che fanno della resistenza la più viva fra le arti. Dimensioni che, insieme, aiutano a formare una moltitudine capace di auto organizzarsi nel momento stesso in cui partecipa alle lotte della metropoli, affermando definitivamente il passaggio di un soggetto politico corporativo a un corpo politico contemporaneamente multiplo e cooperativo: non più un corpo, ma carne!

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foto di Katja Schilirò

La Commissione di Inchiesta2 recentemente costituita, come esempio massimo della violenza eccessiva e allo stesso tempo normalizzatrice del potere, rivela l’intenzione di restituire alle ombre dei corridoi di palazzo il gioco politico mascherato da democrazia rappresentativa. Fatta su misura per mettere a tacere gli Amarildo che, più vivi che mai, gridano, ruggiscono e sputano in faccia ai poteri della città, iniziative come questa sono destinate al fallimento, dato che per mantenere inaccessibili certi segreti al potere è chiesto di rivelare costantemente gli accordi – e i mezzi – con cui mantiene la struttura iniqua della città. Così, i militari si assumono il compito di studiare il sistema dei trasporti e presentano leggi la cui unica finalità è intimidire e zittire la lotta (ancora una volta, sempre!); alla polizia è richiesto di selezionare meglio i suoi bersagli e di mostrare sull’asfalto il repertorio spaventoso di metodi che usa quotidianamente per pacificare l’enorme disuguaglianza: metodi biopolitici per selezionare a partire dal colore/razza, origine familiare, indirizzo e reddito.

Quello che diventa sempre più chiaro è il funzionamento ambivalente della democrazia brasiliana, in cui mandati di perquisizione e di arresto diventano l’opportunità perfetta per creare prove, per l'abuso istituzionalizzato del potere e per arresti illegali ingiustificati – e nonostante ciò inappellabili; e quindi la detenzione per accertamenti – residuo della dittatura che è servita e che serve da sfondo alla costituzione del 1988 che di tutto ciò non si è mai riuscita a liberare – che nasconde la possibilità sempre presente dell’esercizio della violenza brutale, della scomparsa e, infine, del mettere a tacere.

La grammatica politica brasiliana, bisogna ammetterlo, funziona ed è sempre funzionata in funzione del suo doppio: un para-stato che opera nell’ombra per produrre le condizioni minime, basiche di governabilità e che permette che uno Stato di diritto fondato sotto l’egida del potere di signori padreterni, di capitani della foresta e del patriarcato funzioni. È il silenzio della pace armata; il grido mortificato di chi paga con la propria vita per l’insolenza di sfidare i poteri schiavisti che sono presenti al punto da diventare invisibili – a tutti gli effetti- agli occhi della normalità democratica3.

Tuttavia, diciamo, da giugno in avanti qualcosa è effettivamente cambiato. I riti di facciata, le negoziazioni d’ufficio e le regole ad hoc fatte su misura per l’espoliazione della nuova imprenditoria 2.0, sono diventate improvvisamente il bersaglio di una moltitudine allo stesso tempo irascibile e lucida che, al grida di “la Coppanon ci sarà!” e “senza tregua!”, lancia raggi di luce sugli quegli spazi della politica nazionale e rappresentativa che prima sembravano inaccessibili agli abitanti della città.

Inaspettata come solo gli incidenti possono essere, una tempesta di proteste ha spazzato Rio de Janeiro e il Brasile rompendo il richiamo all'ordine e sviluppando un dibattito sul futuro della città e del paese nell’ambito di un conflitto aperto e, quindi, indeterminato. L’enormità espressa nelle strade si contrappone alle negoziazioni fatte di bon ton che portano a Parigi e alla nuova città globale con i suoi mega-eventi, tanto milionari e mediatici quanto escludenti. Ora più che mai è necessario andare avanti a scoprire i meccanismi del potere, le sue carte truccate, senza incorrere, tuttavia, nell’errore di lasciarsi coreografare; senza cadere nella tentazione di seguire ciecamente l’itinerario che anche noi stessi tracciamo. È necessario andare avanti attenti e forti.

Può essere che i cambiamenti siano ancora piccoli, “appena” definiti nell’immaginazione delle persone che si trovano nelle strade: quelle linee invisibili che ci organizzano la vita e i corpi; la forma con cui percepiamo le relazioni che intrecciamo nel quotidiano della metropoli. Cambiamenti come questi, però, rientrano nell’ordine degli avvenimenti, non producono sintesi, ma restano come gas che aderisce alla pelle, attivandosi e reagendo, producendo trasformazioni alchemiche e tracciando linee di fuga fino a irrompere nuovamente in forma di nuovi ethos, e costruire nuove relazioni.

Sebbene non si sappia dire con precisione né come né quando, da giugno in avanti qualcosa di sostanziale è cambiato; e qualcosa pieno di vita e ancora senza nome ha invaso definitivamente le strade del Brasile. È impossibile dire ora quale sarà il risultato di tutto ciò, ma una certezza risplende limpida all’orizzonte: la carne della moltitudine, in modo errante, sebbene persistente, ostinato, si è messa in cammino.

 

  1. Pedro B. Mendes fa parte della Rede Universidade Nômade (Rete Università Nomade) e del Coletivo Das Lutas []
  2. CEIV – Commissione Speciale d’Indagine sugli Atti di Vandalismo in Manifestazioni Pubbliche, creata dal governo dello Stato di Rio de Janeiro con il fine di contenere gli atti di vandalismo nelle manifestazioni, ma con poteri ampi affinché possa ingannare i limiti costituzionali relativi al fermo e all'arresto dei manifestanti. []
  3. Il timore di un colpo di stato o conflagrazione di uno stato di eccezione alimentato ad ogni momento da frammenti obsoleti della sinistra, non è coerente con il funzionamento normale della democrazia brasiliana, in cui l’eccezione diventa regola, in cui tutto ciò che eccede lo stato di diritto o si trova ai margini dello Stato o è da esso catturato e mobilizzato per far funzionare la macchina []

Il 15M è ancora vivo?

Montserrat Galcerán (Fundación de los comunes)*

Dopo aver fatto la sua comparsa nel maggio del 2011, il 15M spagnolo si è affermato come nuovo soggetto nell'agitato panorama politico contemporaneo. Oggi, dopo oltre due anni di mobilitazioni e di lotte, continua a porci degli interrogativi.

Il 15M è ancora vivo?
Una delle prime domande, e tra le più frequenti, che viene posta agli attivisti del 15M è se il movimento esiste ancora. La risposta è decisamente affermativa: Il 15M è vivissimo, e come tutto ciò che è vivo si trasforma e cambia. Ora non ci sono più le acampadas nelle piazze, il 15M non è più la notizia principale sui giornali e in TV, però continuano a esistere un'infinità di assemblee nei quartieri e nelle città, decine di collettivi e associazioni come la PAH (Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari), o il collettivo delle vittime degli investimenti in azioni preferenziali (ad altissimo rischio), continuano a esserci lezioni universitarie in strada e moltissime altre iniziative. Continuano anche le assemblee pubbliche nelle piazze con una notevole affluenza di pubblico e dibattiti molto partecipati.

A seguito del 15M sono sorte le mareas, mobilitazioni di cittadini e lavoratori di quei settori maggiormente colpiti dai tagli, come l'educazione (marea verde), la sanità (marea blanca) o i funzionari della giustizia (marea negra). Le mareas costituiscono un'innovazione rispetto al sindacalismo tradizionale perché rompono con il corporativismo dei lavoratori di quei settori, come per esempio i professori e i medici, e danno vita a un movimento più ampio che vede la partecipazione sia dei lavoratori di quel particolare settore, sia di numerosi utenti del servizio. Così, per esempio, l'ampia mobilitazione che si è prodotta intorno al mondo della scuola, da un lato ha sostenuto le occupazioni e dall'altro ha fatto sì che il conflitto si estendesse anche ai quartieri intorno alle scuole. Qualcosa di simile è accaduto con la sanità. Insomma, anche se ha perso visibilità, il movimento in realtà continua a essere vivo e a muoversi sul territorio come un enorme millepiedi, lentamente ma senza fermarsi.

Chi c'è dietro il 15M?
La mentalità paranoica e cospirazionista del potere ha contagiato anche i giornali che non smettono di chiedersi chi ci sia dietro al 15M. La nostra risposta è molto semplice: tutti e nessuno. Dietro al movimento, a dare una mano e a farlo crescere ci siamo tutti/e e nessuno in particolare. Secondo le statistiche circa il 70-80% della popolazione è a favore del 15M o simpatizza comunque con il movimento. Questo non significa che tutte queste persone partecipino attivamente, significa però che tutte queste persone hanno comunque partecipato almeno qualche volta, sono d'accordo con le rivendicazioni del movimento al quale guardano con simpatia, hanno firmato delle petizioni, hanno partecipato a un'assemblea e si sono interessate ai problemi che lì sono emersi e/o hanno fatto sentire la loro voce intorno alle questioni dalle quali sino sono sentite più direttamente coinvolte.

In generale possiamo dire che il 15M è un gigantesco movimento nato in risposta a tutti quei provvedimenti di austerità economica suicidi messi in campo dal governo e dalle autorità europee, a quelle politiche che la popolazione ha deciso di smettere di subire passivamente iniziando a contestarle pubblicamente. Un ruolo fondamentale lo svolgono tutte quelle centinaia di persone che assicurano il funzionamento della logistica e della comunicazione, che preparano gli incontri a poi redigono i verbali e che profondono le loro energie per assicurare continuità al movimento.

Ma visto che in ogni assemblea si decide sempre di nuovo chi deve redigere il verbale, chi deve moderare o animare, è sempre possibile che si aggiungano nuove persone, e che altre al contrario si sgancino. È proprio questo rinnovamento continuo ad assicurare la persistenza del movimento. È davvero raro incontrare le stesse persone negli stessi posti: trovi sempre persone nuove, c'è sempre qualche sconosciuto che ha deciso di riscoprire un ruolo più attivo in un continuo processo di politicizzazione. D'altra parte è anche vero che continuano a esistere vari gruppi e collettivi politici strutturati in maniera stabile e che partecipano al 15M, ma lo fanno allo stesso livello di chiunque altro e senza nessuna prerogativa particolare.

Quand'è che il 15M si trasformerà in un partito politico?
Questo nuovo modo di fare politica disorienta tutti quelli che riducono la politica a un gioco istituzionale, e ritengono che gli unici soggetti politici legittimi siano i partiti. Secondo loro un movimento sociale come il 15M dovrebbe trasformasi in un partito politico e presentarsi alle elezioni. A questa richiesta di trasformazione la risposta è sempre negativa: noi non ci trasformeremo in un partito politico e se dovesse emergere qualche candidatura vicina al 15M, questa dovrà preservare il modo di agire particolare che stiamo inventando.

Questo significa respingere quella distinzione secondo la quale i movimenti, in quanto spazi di incontro e mobilitazione, avrebbero solo la capacità di far emergere le problematiche che interessano la popolazione, mentre i partiti politici, in quanto detentori di un saper-fare particolare, sarebbero gli unici in grado di produrre soluzioni efficaci nel quadro delle loro ideologie. Questo modo di pensare, benché sia ancora diffuso, sta perdendo terreno giorno per giorno.

Un esempio in questo senso ce lo offre la Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari. Questa piattaforma è stata capace non solo di mettere in campo una resistenza efficace, come testimonia il fatto che centinaia di sfratti sono stati bloccati, ma è stata in grado di sviluppare tutta una serie di misure per risolvere, almeno parzialmente, l'emergenza, come la dazione in pagamento e l'affitto sociale. Queste misure sono il risultato di uno studio approfondito della legislazione e di una pratica continua di negoziazione con le banche. Si aggiunga a questo la preparazione di una proposta di legge d'iniziativa popolare per gli ipotecati che ha raccolto un milione e mezzo di firme (la soglia minima è di 500.000), molto più realista ed efficace della legge promulgata dal governo.

Questo è solo un esempio che dimostra come sia sbagliato pensare che i politici siano i custodi di una serie di saperi tecnici che gli permetterebbero di trovare soluzioni adeguate ai problemi dei cittadini, saperi dei quali noi saremmo invece carenti e che richiederebbero un impegno particolare a tempo pieno da ricompensare con privilegi economici e sociali. Al contrario, siamo proprio noi cittadini, pressati da tutti i nostri problemi, che collettivamente siamo in grado di trovare soluzioni nuove e inedite a molti problemi, proprio perché sappiamo anteporre agli interessi di una minoranza predatoria, gli interessi delle moltitudini. Senza dubbio è necessario mettere in campo un certo tipo di saperi, ma possiamo contare su un numero più che sufficiente di specialisti e professionisti: dalla nostra parte abbiamo avvocati, giuristi, ricercatori sociali, urbanisti, banchieri, economisti, esperti di mass media... Tutte queste persone padroneggiano una serie di saperi specifici adatti ad analizzare adeguatamente le varie situazioni e a proporre soluzioni adeguate. Basta mettercisi d'impegno.

Non abbiamo davvero bisogno dei politici di professione, e non dobbiamo neanche pensare di trasformare noi stessi in politici tradizionali. Piuttosto quello che vogliamo è riappropriarci della politica impegnandoci a controllare da vicino quei pochi politici di professione ai quali magari possiamo pensare di affidare alcuni compiti particolari. Ma il potere rimane a noi perché la sua fonte siamo noi, non loro. Se decideremo di presentarci alle elezioni, siano esse politiche o amministrative, dovremo farlo con liste aperte, decise in assemblee pubbliche, con opzioni specifiche per i diversi problemi e l'accordo di favorire quanto più possibile la democrazia diretta e partecipativa, riducendo contemporaneamente i vantaggi e privilegi della politica rappresentativa.

Movimento-rete. Il virtuale in azione
Uno degli elementi più importanti nel nuovo paesaggio politico a cui ha dato vita il 15M è il ruolo fondamentale svolto dai social network: Facebook, Twitter, N-1, Youtube, i siti web, la viralità delle informazioni, la velocità dei contatti, è questo l'ambiente naturale del movimento. Le notizie viaggiano a una velocità tale per cui tutti possono essere informati puntualmente ed entrare in contatto reciprocamente. Ma la rete funziona anche come archivio: si conservano i documenti prodotti delle assemblee, si tiene memoria delle decisioni che sono state prese, delle questioni discusse, degli accordi e dei dissensi. E sulla rete prendono forma le nuove linee del dibattito ed emergono i nuovo problemi da discutere.

Senza dubbio questo nuovo modo di fare politica in rete è ancora gli inizi e molte delle sue potenzialità ci sono sconosciute. Riuscirà, per esempio, il Partito X (partidodelfuturo.net), un partito nato sulla rete e nel movimento, ad affermarsi ulteriormente e a guadagnare credibilità? Anche Democracia Real Ya (DRY) è un movimento nato sulla rete, ma sarà possibile inventare nuove congiunzioni politiche attraverso la rete? Possiamo dire quali sono i limiti di queste nuove forme politiche? In questo ambito tutto rimane ancora da inventare, ma stiamo progressivamente passando da un utilizzo della rete come spazio di comunicazione e interconnessione, all'affermazione di tutte le potenzialità proprie della rete per dare vita a una nuova politica.

Potere e politica: la gestione comune dei problemi comuni
Noi diciamo, forse con un po' di presunzione, che stiamo reinventando la politica. E questo perché noi non intendiamo la politica come la gestione da parte di alcuni dei problemi che interessano gli altri, ma la intendiamo come la gestione comune dei problemi comuni.

Il capitalismo trionfante ci ha fatto perdere qualsiasi nozione del carattere comune di molti dei problemi che viviamo, e di come sia necessario creare un ambito comune per poterli risolvere. Nessuno può fare niente da solo contro uno sfratto, un licenziamento, i tagli alla sanità e all'istruzione pubblica. L'individuo, se isolato, è condannato all'impotenza. Ma noi diciamo che juntos sí podemos. Per potere bisogna riunirsi e comunicare, creare comunità e scoprire come possiamo, grazie al nostro numero e alla nostra intelligenza, cortocircuitare il potere dei nostri avversari che, asserragliati negli spazi della rappresentanza, inventano ogni giorno nuovi espedienti per convincerci della nostra impotenza. La democrazia reale consiste proprio in questo: trovare il modo di far crescere il potere collettivo del 99%. Solo così possiamo vincere.

Traduzione di Nicolas Martino

* Montserrat Galcerán (Barcellona, 1946), filosofa e militante, insegna all'Università Complutense di Madrid. Tra le sue ultime pubblicazioni Deseo y libertad (Traficantes de Sueños, 2009) e Spinoza contemporaneo (Tierradenadie, 2009)

Per il reddito e la dignità

Giacomo Pisani

Alcuni sembrano già essere spaventati dalla manifestazione prevista sabato 19 Ottobre a Roma, per il reddito minimo e il diritto alla casa. In molti sembrano aver già cominciato a tessere la tela della denigrazione e della demolizione mediatica.

Era scontato. La manifestazione di sabato mira al cuore del sistema. È differente dalle mille rivendicazioni corporative tese a difendere il proprio spazio di esistenza nell’attuale modello economico capitalista. Rivendicando un reddito per tutti, la manifestazione del 19 punta a strappare spazi di autonomia all’interno del sistema. E lo fa riappropriandosi di un diritto che è già maturato in seno alla società. Perché non c’è più spazio di esistenza nell’economia della finanza e degli standard europei, non c’è alcuna possibilità per le eccedenze nelle politiche dell’austerity.

Ma è proprio quando non c’è più argine di iniziativa nel sistema, quando una generazione resta tagliata fuori dal lavoro e dalla possibilità di progettare la propria esistenza a lungo termine, e i diritti sociali risultano inadeguati, che si apre una possibilità. Il reddito minimo universale è il riconoscimento della possibilità di esistere al di fuori del mercato, senza la necessità di dover sottostare a qualsiasi ricatto pur di sopravvivere. È la rivendicazione della libertà di decidere la propria esistenza senza essere mortificati da una realtà che non accetta la diversità, che si nutre dell’immobilismo per riprodursi.

Oggi non c’è più spazio per aggiustamenti. C’è una generazione che preme e che irrompe sulla scena del mondo con i propri bisogni e le propria istanze, inconciliabili con il paradigma dominante. Incontenibili persino da quel postmoderno che ha anestetizzato le differenze con la neutralizzazione degli spazi e delle identità, pur di mettere a valore i soggetti. È in atto una rottura paradigmatica, data dall’insufficienza delle categorie del mercato. Persino il welfare e la sua matrice lavorista perdono presa di fronte alla dilatazione estrema dell’inoccupazione.

Quella di sabato a Roma è la cifra di una spaccatura fra il reale e la vita, è il segno di un cambiamento che è già in atto e che chiede spazi di crescita e di riconoscimento. È la riaffermazione della dignità, che non può essere legata agli standard del mercato, alle regole della produzione, ed esige uno spazio di affermazione autonomo. Il reddito minimo, strappando la sopravvivenza al mercato, non sottrae l’individuo all’ambito sociale in cui si è formato, ma gli permette di decidere ed, eventualmente, di rimettere in discussione le categorie sistemiche.

Sabato a Roma si sperimenta un nuovo modo di costruire il reale, condiviso, per una politica che non sia ancorata alla gestione tecnica del potere ma che si apra ai movimenti costituenti e ne riconosca la dignità al di fuori delle regole del mercato. Perché è proprio al di fuori di quest’ultimo che si sta costituendo uno spazio di rielaborazione che preme sulle forme di riconoscimento giuridico costituite per sopravvivere alle miserie di una gestione tecnica dell’esistente.

Non c’è tempo per strumentalizzazioni e provocazioni. La posta in gioco è troppo alta. La fissazione del reale che si contorce pur di sopravvivere alle proprie contraddizioni è una morsa mortale che schiaccia i sogni e distrugge esistenze. Ma quando il reale raggiunge l’apice della disumanizzazione, lì c’è lo spazio per ricominciare, per riappropriarsi delle possibilità e per riscrivere la storia.

Per farvi penetrare la voce degli uomini e delle donne che lottano per la casa e per un’esistenza dignitosa, il grido dei migranti assassinati ogni giorno al di là del Mediterraneo. Roma non è un evento fra gli altri, Roma è già qui.

Da Istanbul

Franco La Cecla

Istanbul, martedì 10 settembre Da circa due ore una grande folla di manifestanti è riunita tra piazza Taksim e il quartiere di Cihangir per protestare contro l'uccisione di un ventiduenne da parte di un lacrimogeno della polizia ad Antikya. La polizia ha caricato anche qui, usando i gas proprio sotto al nostro albergo. La tattica dei manifestanti è magnifica. Disperdersi e concentrarsi. E quando si riconcentrano lanciano dei fuochi d'artificio.

È un po il simbolo di questa protesta che va avanti da cinque mesi. E come sempre giovani, donne e uomini e nessuna protesta da parte dei commercianti, ma anzi pieno appoggio. Perfino il tassista ottantenne che ci ha portato qui protestava per la stupidità della risposa del governo. Il problema del governo è che ogni manifestazione fa perdere credito internazionale. Da poco Istanbul ha perso la candidatura alle Olimpiadi, proprio a causa dell'attuale situazione politica. Quello che più stupisce è la serenità dei manifestanti, la loro eleganza, la loro modernità, la bellezza di uomini e donne e la brutalità della macchina poliziesca con i suoi cannoni a fiamma e a gas.

Il gas che brucia gli occhi e la gola ed è proibito nelle manifestazioni. Questo ha fatto si che anche gli strati più prudenti della classe media abbiano preso posizione, una timida ricercatrice universitaria che era rimasta fuori da tutto ci ha raccontato che adesso che anche lei ha provato i gas ha capito ed è passata dall'altra parte. Intanto la sera tardi la gente si riunisce in tutta la Turchia nei parchi per qualcosa che è stato battezzato "forum" dove si discute cosa fare politicamente e alla fine per non disturbare non si applaude , ma si sventolano le mani.

In più l'altra cosa che colpisce è che il turismo non è diminuito, nonostante le affermazioni di Erdogan e il governo ha perfino revocato la proibizione di bere a duecento metri dalle moschee. Un governo che fa tiramolla con la religione. Che ha decretato la ritrasformazione di Santa Sofia in Moschea e qualcuno ci ha raccontato che è il primo museo - Agia Sofia è infatti un museo ed è patrimonio Unesco - in cui si sentono i cinque richiami alla preghiera.

Un Brasile minore contro un Brasile maggiore

Intervista di Lola Matamala a Giuseppe Cocco

Giuseppe Cocco, professore di Teoria Politica presso l'Università Federale di Rio e membro della rete Universidad Nómada, è senz'altro uno degli osservatori più attenti delle vicende brasiliane. In italiano ha pubblicato, con Antonio Negri, Global. Biopotere e lotte in America Latina (manifestolibri) e recentemente in spagnolo MundoBraz. El devenir mundo de Brasil y el devenir Brasil del Mundo (Traficantes de Sueños).

L'aumento di 20 centesimi del trasporto pubblico è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha esaurito la pazienza della società brasiliana che si è trasformata in una polveriera accesa da una serie di manifestazioni che hanno attraversato tutto il paese. La presenza di milioni di brasiliani nelle strade e nelle piazze ha colto di sorpresa il governo del paese e ha attirato l'attenzione stupita dei mass media di mezzo mondo e degli abitanti di molti posti diversi in tutto il pianeta. Secondo lei come si sono sviluppate queste mobilitazioni?

In primo luogo, per le manifestazioni iniziate a Porto Alegre e che poi si sono diffuse nel resto del paese, gli obiettivi e gli interlocutori erano i comuni e i governi dei singoli Stati, non coinvolgevano il Governo Federale. A partire da lunedì 17 giugno, e sopratutto a partire dal 20, le manifestazioni hanno raggiunto un livello di massificazione che ha superato questi limiti iniziali, senza comunque tradursi in un attacco diretto a Dilma Rousseff e al Governo Federale. D'altra parte il Partito dei Lavoratori (PT) e il Governo federale della Rousseff non si sono accorti dell'arrivo dello tsunami: hanno sentito la terra tremare sotto i piedi ma sono rimasti in attesa nella speranza che la casa non gli crollasse addosso. E così il PT non si è pronunciato, i ministri neppure (e quando hanno parlato è stato per dire qualcosa di sbagliato). Invece Dilma sì che si è pronunciata, ma il 21 di giugno: troppo tardi e inoltre il suo è stato un intervento troppo timido.

Lei ha detto che la rivolta brasiliana si nutre delle rivolte arabe, del 15M e delle manifestazioni in Turchia. Ma c'è una differenza, e cioè che il presidente Rousseff ha già lanciato una serie di proposte.

Le proposte sono insufficienti e la loro traduzione materiale, così come suggerita da Lula, è sbagliata. Il PT e Lula non hanno interlocutori e credono che parlare con le organizzazioni dei giovani patrocinate dal Governo risolva qualcosa, quando il movimento si caratterizza proprio per essere irrapresentabile e per una richiesta di cambiamento a sinistra che richiede una determinazione molto maggiore. Non è con la retorica o con le ONG e altri dispositivi simili che si potrà dare una risposta convincente a quello che sta succedendo.

Considera insufficiente la proposta del governo brasiliano per iniziare un processo costituente?

La proposta di riforma politica di Dilma era in discussione già da tempo. Inizialmente la Rousseff ha parlato di una costituente ristretta e sottoposta a un plebiscito. Penso che si tratti di un modo per offrire qualcosa alle piazze, ma in maniera comunque limitata.

Si è detto che l'aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico è stato il detonatore delle manifestazioni, ma per per capire meglio e sciogliere eventuali dubbi, ci può dire che ruolo ha giocato la destra brasiliana in queste mobilitazioni?

La destra non ha avuto nessun ruolo in queste mobilitazioni, e non è lei che ha dato l'ordine di caricare contro i manifestanti. Il presunto ruolo giocato dalla destra è frutto di voci diffuse nella prima fase del movimento da alcuni settori del governo che paralizzati da quanto stava accadendo hanno provato a insinuare il pericolo del fascismo per tentare di giocare la carta dell'«unità». Un doppio paradosso: dopo che lunedì 17 giugno milioni di persone sono scese in strada, la destra ha approfittato del monopolio che comunque esercita sui mezzi di comunicazione per provare a influenzare il movimento. È stato allora, il giorno 21 dello stesso mese, che il governo e il PT hanno reagito, con l'unica dichiarazione di Dilma.

Qual è il ruolo della popolazione afro in queste mobilitazioni?

Un'altra stupidaggine sostenuta dal Governo e dalla sinistra al governo è che ci sarebbero pochi poveri e pochi neri nelle mobilitazioni. A Rio de Janiero, in quattro giorni, hanno manifestato due o tre milioni di persone, ovvero una parte decisamente importante della città. Lunedì 24 giugno ci sono state manifestazioni nelle due grandi favelas della città. La prima è stata repressa nel sangue, causando 10 morti. La Polizia Militare e quella della Rocinha (una delle grandi favelas di Rio) si giustificano adducendo come scusa la lotta contro il narcotraffico. È stata la prima volta che 10.000 abitanti delle favelas si sono presi il diritto di scendere dalla Rochina fino alla casa del governatore situata nel quartiere ricco di Leblon, dove poi ha preso vita una acampada! Da un giorno all'altro le manifestazioni della periferia di Rio si sono diffuse in tutto il paese.

Dal suo punto di vista, perché i partiti di sinistra non capiscono o non vogliono accettare quella che lei chiama Rivoluzione 2.0?

I partiti di sinistra non capiscono assolutamente nulla, e il PT ancora meno. Chi sta tentando di articolare una risposta è Lula, ma in modo insufficiente perché si limita, come ho già detto prima, a promuovere come rappresentanti alcune piccole organizzazioni che lui stesso patrocina. In questo momento il movimento sta passando dalle grandi mobilitazioni (ricordiamo quella dello scorso 1 luglio in occasione della finale della Confederations Cup) a iniziative più decentralizzate: assemblee di quartiere e occupazioni di consigli comunali come è successo qualche giorno fa a Belo Horizonte (la capitale dello Stato di Minas Gerais).

In alcuni suoi interventi lei ha prospettato uno scenario piuttosto complicato in questo «divenire Brasile». Perché?

Se le cose continuano così, tutto dipenderà dal movimento. Se si indebolisce, con una sinistra sostanzialmente conservatrice, ci sarà il rischio che venga capitalizzato elettoralmente dalla destra. Inoltre, stando agli ultimi sondaggi, Roussef ha perso il 30% dei voti. Quel che è certo è che la #Brevolution si inserisce pienamente dentro il ciclo di lotte che abbiamo visto e vediamo dispiegarsi in piazza Tahrir, Puerta del Sol o in Piazza Taksim, e nessuno può dire dove ci porterà questo incredibile movimento. Tuttavia possiamo dire che nello stesso paese ci sono un Brasile Minore e un Brasile Maggiore.  Il divenire Brasile del mondo (come divenire mondo del Brasile) conferma la necessità di creare nuovi valori e di non lasciarsi omologare da quelli ormai estenuati del capitalismo globale.

 Traduzione di Nicolas Martino

Fonte: Diagonalperiódico.net

 

 

Étienne Balibar – Il governo dell’Europa

Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna

La gestione neoliberale della crisi del capitalismo ha imposto quella che Étienne Balibar definisce, riprendendo le analisi schmittiane, una «dittatura commissaria»: una ridefinizione dell’assetto istituzionale europeo secondo stati d’eccezione che impongono una gestione dall’alto della crisi tramite gli ormai noti governi nazionali imposti dalla troika.

Il processo di finanziarizzazione ha provocato una violenta trasformazione delle forme stesse della politica, ora subordinate al ciclo economico di cui sono la piena espressione. L’architettura istituzionale e la possibile costituzione di un’unione europea sono divenute uno dei temi più dibattuti in questa fase di transizione in cui permangono il deficit di democrazia e la divaricazione tra poteri democratici – quelli che Balibar definisce «contropoteri insurrezionali» – e le istituzioni europee.

Se la dittatura commissaria costituisce una delle forme privilegiate della governance europea, è pur vero che quest’ultima inizia a intravedere limiti nelle politiche di austerità finora applicate. La gestione politica della crisi neoliberale è completamente incapace di rilanciare politiche espansive o un ripensamento complessivo del «progetto Europa». Questi nodi costituiscono sia la posta in palio sia il terreno di scontro per poter costruire nuove istituzioni democratiche all’interno dello spazio europeo dei movimenti.

La scorsa settimana il presidente François Hollande ha dichiarato che secondo il governo francese sarebbe opportuno giungere a una unione politica più marcata dell’Europa entro il 2015. Alla costituzione di un bilancio comune, di una politica fiscale, di difesa e sicurezza comune, fa da contraltare un processo europeo estremamente deficitario dal punto di vista democratico. Come si colloca questa affermazione in confronto al costante deficit di democrazia?

L’impressione immediata è che la preoccupazione principale sia, come negli ultimi anni, quella di raggiungere un certo livello di efficacia o di funzionamento organizzato dei poteri dall’alto, piuttosto che cercare una forma più democratica. Questo ha a che vedere con il fatto che generalmente gli Stati europei, o le classi politiche per essere più concreti, soprattutto nel caso della Francia, non hanno mai avuto veramente l’idea di introdurre il popolo come «terzo giocatore» nel confronto complicato tra Stati nazionali ed elementi federali europei.

L’elemento nuovo è stato introdotto dalla crisi monetaria e dal nuovo ruolo della Bce. Il cosiddetto deficit democratico, infatti, è sempre già concepito come un deficit di legittimità. Secondo me, il problema della legittimità esiste ed è un problema politico importante, ma la questione democratica non si riduce al problema di legittimare le istituzioni europee. Occorrerebbe rovesciare l’ordine di importanza dei due aspetti. Ciò di cui i cittadini europei hanno bisogno è un’Europa più democratica, non un governo europeo più legittimo, sebbene anche questa sia una cosa importante.

Una seconda questione che vorremmo porle è relativa alle politiche di austerità. Recentemente ci sono stati interventi, anche da parte di esponenti dei governi europei, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche di austerità. In alternativa a ciò viene spesso proposto un nuovo progetto di welfare europeo o un’evocazione del New Deal. Vorremmo sapere quali sarebbero le caratteristiche di questo New Deal, di un nuovo patto per rifondare l’Europa da un punto di vista politico, prima di tutto, e poi economico.

Non sono un economista, ma leggo quanto posso di queste discussioni. Per me ci sono due aspetti, quasi due misteri, due problemi irrisolti in questa discussione. Il primo aspetto è la razionalità della politica di austerità dal punto di vista capitalista o, anzi, di equilibrio del sistema economico europeo. Non tutti, ma la stragrande maggioranza degli economisti, già da anni, spiega che l’austerità in questa forma è un’imbecillità dal punto di vista economico. In principio dovrebbe servire a risolvere i deficit enormi, i debiti pubblici, ma nei fatti il risultato è una compressione del reddito nazionale – anche per la Germania – e quindi le possibilità di rimborso del debito non aumentano ma diminuiscono.

La questione immediatamente successiva è: perché ostinarsi nella via sbagliata? Da alcuni mesi l’Fmi ha cominciato a spiegare che bisognerebbe cambiare direzione, ma per anni sono state mantenute queste politiche. Allora le spiegazioni che sentiamo sono di due tipi, non incompatibili forse. Da un lato, una spiegazione ideologica, puramente ideologica, che ci rimanda alla concezione cosiddetta «ordoliberista» dominante in Germania, che è la potenza principale. L’altra spiegazione, che non possiamo eliminare, è che nei fatti l’austerità non serve a risolvere la crisi dal punto di vista sistemico o complessivo, ma è una fonte di profitti e di benefit molto importanti per alcuni, compresa la stessa Germania, a breve termine. Leggevo l’altro giorno su «Die Zeit», che non è sempre stata molto critica rispetto a ciò, un articolo molto interessante sul modo in cui la Germania finanzia le proprie attività economiche sfruttando il famoso spread dei tassi ecc.

Cioè, il fatto che le difficoltà di credito dei paesi dell’Europa meridionale producono come risultato indiretto tassi di prestito minimi o anche negativi per la Germania stessa. Questo è il primo problema: a chi giova, non a che giova, l’austerità? Il secondo problema riguarda il New Deal di cui si stava parlando: è una prospettiva seria, per me molto interessante, ma che non può e non deve essere percepita in modo puramente tecnico o tecnocratico. Un New Deal sistematico, complessivo, naturalmente adattato alle circostanze di oggi, non può esistere senza tre – diciamo – pilastri o elementi.

Uno è ovviamente quello che la politica attuale impedisce, cioè investimenti pubblici, piani di sviluppo, un nuovo piano Marshall per l’Europa meridionale, un altro progetto economico per l’Europa. Il secondo, naturalmente, è una politica della domanda e non solo una politica dell’offerta. Il che vuol dire un cambio radicale nella distribuzione del reddito tra la popolazione europea. Questo va completamente contro la tendenza attuale di raggiungere una competitività sufficiente a livello globale abbassando il livello di vita della maggioranza della popolazione. E quindi, terzo aspetto, un ruolo più attivo delle forze popolari e democratiche a livello nazionale.

Il New Deal americano, le politiche sociali dell’immediato dopoguerra in Europa e soprattutto in Inghilterra: non so se avete già visto il film di Ken Loach sulle nazionalizzazioni inglesi, The Spirit of ’45; quella non fu una rivoluzione socialista, ma un momento di equilibrio. Per il momento i progetti del cosiddetto New Deal prendono in carico i primi due aspetti, ma escludono il terzo, che ci rimanda alla questione precedente.
Il New Deal non è semplicemente un modo di gestire il reddito, è una politica complessiva, o sarebbe una politica complessiva, se la parola volesse significare qualcosa.

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