Il Panorama esistenziale di Motus

Dalila D'Amico

Migranti, rifugiati, clandestini, sono termini vessillo dell'attuale agenda politica, nazionale e internazionale. Termini vomitati giorno dopo giorno come mantra. Parole che pian piano sbiadiscono di senso, ne assorbono uno nuovo, per poi essere risputate come significanti scollati dai loro referenti: le persone. E la scena teatrale non fa da meno: abbondano progetti, laboratori e spettacoli che affrontano una problematica viva e scottante dei nostri giorni, stemperandone, replica dopo replica, la complessità, sostituendo alla persona il personaggio, al problema la soluzione, alla comprensione la compassione, alla voce altrui la propria. Negli ultimi anni a teatro si riesce a fatica a distinguere l'impegno civile dal rendiconto economico, la militanza dalla spettacolarizzazione o ancora peggio dal paternalismo. Non è il caso però di Panorama l'ultima produzione di Motus, andato in scena al Teatro Vascello di Roma dal 31 Ottobre al 3 Novembre nell'ambito del Romaeuropa Festival. Uno spettacolo che non lascia alcun dubbio: assistiamo a uno sforzo politico e onesto di raccontare la realtà, senza edulcorazioni consolatorie o intenti moralistici.

è una coproduzione tra Italia, Stati Uniti, Spagna, Belgio e Corea del Sud e coinvolge i performer della Great Jones Company, compagnia residente al La Mama Theatre di New York. L'idea dello spettacolo nasce nel 2016, quando Motus conduce a La MaMa il workshop “Furious Diaspora”, un progetto itinerante in varie città, il cui titolo rimanda al Manifesto “Noi diciamo rivoluzione” di Paul B. Preciado. L'obiettivo di questa serie di laboratori era la costruzione di identità/biografie immaginarie da far interagire con casuali passanti in spazi pubblici delle città. A quel punto, Mia Yoo, direttrice artistica del La Mama invita Enrico Casagrande e Daniela Nicolò alla creazione di uno spettacolo che coinvolgesse il gruppo interetnico di attori e attrici che costituisce la Great Jones Repertory Company. A partire dalle loro esperienze diasporiche, Motus, con il supporto del drammaturgo Erik Ehn, immagina nuovi panorami esistenziali, costruendo una caleidoscopica biografia collettiva che si fa portavoce della battaglia per la Green Card, l'autorizzazione che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato.

Quello dell'identità nomade è un tema caro alla compagnia romagnola, già brillantemente esplorato in MDLSX. Mentre però quest'ultimo spettacolo rielaborava il romanzo di Jeffrey Eugenides e estratti filosofici impostando un gioco di auto-fiction, in Panorama tutto ciò che è raccontato in scena è vero, anche se spesso sembra incredibile. Il testo deriva dalle lunghe interviste effettuate ai membri della compagnia. Il dispositivo utilizzato è quello del finto casting cinematografico, emblematico per un racconto sulla società americana, perché lì, il mercato del cinema e del teatro è alimentato da audition per asiatici, afroamericani, latinos e altre etnie che stereotipizzano i ruoli. La scena è costituita da un green screen centrale, dove vengono proiettate le immagini in presa diretta o preregistrate dei casting, e da due piccoli schermi laterali a forma di smartphone, che accolgono i volti dei performer seduti in attesa del proprio turno, o di immagini, fotografie e tavole grafiche che gli stessi agiscono sotto le telecamera.

Il risultato è un'identità esplosa in una complessa orchestrazione del senso e dello sguardo. L'occhio è costretto ad indagare tra i vari livelli multimediali della scena in un nomadismo dello sguardo che coincide con la multisoggettività nomade raccontata. Le esperienze narrate sono difficilmente attribuibili ai performer che le raccontano, le immagini preregistrate contraddicono quanto detto in scena, spostando il soggetto sempre un po' oltre quello che vediamo e sentiamo. Le biografie si mescolano, costringendo lo spettatore ad astrarre il fatto e a preservare la parola: “Il potere del potere è immenso”; “Solo in America mi sono reso conto di essere nero e ho capito che la mia pelle fosse un fatto politico”; “Qualsiasi personaggio interpreti ciò che sembri sei sempre tu”. Non c'è confine tra la vita dell'uno e dell'altra, come non c'è confine nel “Panorama” terrestre che Motus disegna come un'utopia. Utopia perché gli attori non si stancano di ricordare il razzismo serpeggiante nell'America di Trump, che poi è la nostra Italia, che poi è il Brasile, che poi è l'Europa.

Cosa rende Panorama una narrazione diversa dal continuo dire sulla migrazione, l'accoglienza e i muri che continuamente si erpicano? A prendere parola sono persone che esperiscono quotidianamente sulla propria pelle l'esclusione e l'affanno per il diritto di cittadinanza. Non si ricamano soluzioni su queste vite, non si regalano alternative alla retorica populista e protezionista dilagante. Il qui ed ora agito in scena è prepotentemente un qui e ora che ci appartiene, drammatico. Non c'è spazio per la speranza o la consolazione, ma forse al momento non è quello che ci serve. In un'intervista di qualche tempo fa Daniela Nicolò diceva: «Quindi che resta? Il lavoro artistico, come amplificazione dell’umano, come critica impietosa e spazio per re-immaginare è l’unica nostra vera possibilità di incidere nel reale. Ma per reinventare il reale occorre buttarcisi dentro a capofitto, con furore e con amore. Ci proviamo».


Motus, per farla finita con la dittatura del genere

rafficheAnnalisa Sacchi

In origine ci fu Splendid’s, messo in scena dai Motus nel 2002. In Splendid’s un gruppo di gangster si asserraglia nella suite di un sontuoso hotel. Sette uomini circondati dalla polizia. Al centro un cadavere, quello di una donna presa in ostaggio e poi uccisa. Splendid’s era un piano inclinato verso la sconfitta di chi non rispetta la legge eppure continua a ribellarsi, in cui i corpi degli attori colavano sempre più rapidamente nella voragine del loro abbattimento finale. Lo spettatore sostava ai bordi di questo piano, in una perturbante prossimità in cui spartiva con i gangster lo stesso spazio lussuoso e concentrazionario.

Splendid’s è una pièce teatrale di Jean Genet: scritta nel 1948 e mai rappresentata, l’autore stesso dichiarò di averla distrutta nel ’52. Quarant’anni più tardi venne ritrovata, e pubblicata postuma, una versione superstite dell’opera. Genet non esercitò mai, dunque, alcun diritto su questo lavoro. Tanto più grottesco appare allora il fatto che l’agenzia che gestisce per gli eredi il diritto d’autore abbia negato a Motus la possibilità di rimetterlo in scena sebbene, nelle intenzioni del gruppo, il testo sarebbe rimasto intatto, come già nel lavoro del 2002.

Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande volevano Splendid’s nella sua versione originale, ma intendevano farlo interpretare a un gruppo esclusivamente femminile. E questo, per chi detiene il diritto d’autore, non è accettabile. La risposta di Motus è stata allora quella di riscrivere l’opera, dedicandola a Genet e opponendo alla logica del copyright una scrittura relazionale e collaborativa, a firma di Magdalena Barile e Luca Scarlini.

Non si è trattato di riassegnare, a delle interpreti donne, dei ruoli che furono in origine maschili. Nel testo di Barile e Scarlini sono state rimescolate le carte, altri temi si sono imposti: in Raffiche i gangster sono adesso un gruppo di attiviste che compie azioni dimostrative e di resistenza al regime di dominio e di controllo eterosociale. Donne con nomi maschili, quelli dell’opera originale, che imbracciano armi (giocattolo?) come critica radicale ai dispositivi disciplinari e coercitivi imposti dalla tecnologia biochimica e dal farmacopotere che, attraverso gli ormoni, detiene dagli anni Cinquanta del Novecento il controllo sui corpi, sui generi, e sulla nozione di «normalità».

C’è insomma, nel nuovo ordito drammaturgico, Paul B. Preciado e c’è Judith Butler, ci sono le Pussy Riot ma c’è anche il Terry Gilliam dell’Esercito delle dodici scimmie a galvanizzare questa scena che si impone come un laboratorio eco-sessuale, a sostenere queste attrici che superano il binomio sesso/genere per dare voce e potere a ciò che è relegato come minore, osceno, deviante.

Ma quello che in Judith Butler rimane attestato a livello testuale qui torna a ingorgarsi nei corpi: l’identità è costruita attraverso un processo performativo e il performativo ha pur sempre una scena come orizzonte e come desiderio. E poi il fatto che i corpi, tutti i corpi, sono elementi di estrema densità politica, per cui anche la loro dissidenza, il loro meticciarsi, si pone immediatamente come azione di guerriglia. I corpi sono qui quelli delle terroriste del gruppo delle Raffiche, che si rifiutano di essere messi a valore, che si addensano e si respingono, catalizzati attorno alle due polarità centrali del lavoro e dal loro antagonismo: Jean (Silvia Calderoni), che fu Valerie e che è il capo carismatico e non violento della banda, a cui si oppone Riton (Alexia Sarantopoulou) con una serie di azioni che determineranno la rovina del gruppo. Ma ogni attrice è poi una polarità a sé, sostenuta di volta in volta da tutte le altre: c’è Rafale (Ilenia Caleo), che viene da tre anni di guerriglia nella foresta, c’è Scott (Emanuela Villagrossi) che fino alla fine dominerà la situazione con l’ironia e il cinismo dell’intellettuale del gruppo, c’è Bravo (Sylvia De Fanti) che prima era un’attrice di porno e che rivendica il suo ruolo guida nell’educazione all’eccesso, c’è Bob (I-Chen Zuffellato) che si ammutina da subito in una professione di individualismo, ma si lancia poi a sostenere il peso della disperazione di Pierrot (Ondina Quadri), la superstite delle due «gemelle terribili» cui la polizia ha appena ucciso la sorella. E infine c’è il Poliziotto (Federica Fracassi) che anche nel suo votarsi alla causa del gruppo passando dall’altra parte incarna un aspetto infame e opportunista del potere.

La musica ha un ruolo fondamentale nel sostenere la trama delle relazioni che si articolano come coreografie, e a sua volta accosta una scena radicale e queer (con brani di Amanda Palmer e di R.Y.F.) a un omaggio indiretto a Genet, quando risuona la voce di Barbara.

Queste Raffiche femminili non sono antagoniste di quelli che furono i loro doppi precedenti e maschili. Le presenze si configurano anzi, spesso, come archivi affettivi in cui balenano i gesti, le immagini, le inflessioni degli attori di Splendid’s. È questo dialogo sottile e segreto che mostra a noi, spettatori due volte, spettatori di una scena attuale e di una scena fantasmatica, che il teatro è sempre, e qui in particolare, il luogo di un tempo disallineato, mai del tutto concluso e mai completamente dimenticato. E che, soprattutto, è un luogo di ritorni – di immagini, ma anche di presenze, di affetti, di vite – capace di far esorbitare una memoria che continua a differire il tempo istituzionale dell’evento e quello biologico di un’esistenza.

Ed è nello specchio ustorio di questa scena presente e memoriale che la presenza dello spettatore viene inclusa senza forzature, senza inviti a rompere la cornice, eppure in una prossimità così intima da produrre un regime empatico che si impenna nel finale, quando la diaspora rabbiosa di questa armata di amanti finisce nel sangue e nel tradimento.

Ma Rafale continua a sparare. A sparare ancora. Per inventare i gesti di una rivoluzione, l’alienazione del genere, la rete degli affetti che si rinsaldano nel rifiuto di aderire alla legge. Sparare perché nella canna del mitra canti una voce nuova, si spezzino gli enunciati, vibri una parola che non appartiene più ad alcun autore, sganciata dalla miseria di un diritto negato. Gli spari, le esplosioni, le raffiche in arte non hanno niente a che spartire col terrorismo e col terrore del mondo. Semmai sono un modo per attaccarlo, per farlo smottare, per smascherarne il fondo grottesco e vigliacco, per liberarci dalla paura. E allora se davvero a teatro esiste per lo spettatore qualcosa come una catarsi – la purificazione, la liberazione dal terrore – i Motus, e le loro otto magnifiche attrici, l’hanno saputa scatenare.

Raffiche ha debuttato il 18 ottobre all’Hotel Carlton di Bologna, nell’ambito del progetto «Hello Stranger» che festeggia i 25 anni di vita di Motus e nella programmazione del Festival Vie (www.motusonline.com)