Reddito minimo

Davide Gallo Lassere

Per appoggiare l’idea di un reddito minimo garantito non bisogna per forza di cose decretare la fine del lavoro, come se l’enorme sviluppo tecnico e la razionalizzazione produttiva del neocapitalismo fossero davvero dei processi inarrestabili o non avessero alcuna ricaduta sistemica dall’altra parte del globo. Tanto meno appare necessaria una ferrea presa di posizione critica contro le logiche capitalistiche di messa in valore della forza-lavoro, con le loro appendici di sfruttamento, dominio e alienazione. Molto più modestamente, l’attrazione sempre più diffusa per la creazione di forme minimali di distribuzione di ricchezza in moneta sonante segna l’avvenuto disincanto nei confronti del vecchio mito di Sinistra secondo cui il lavoro configura la via maestra per conquistare l’emancipazione materiale ed esistenziale.

Senza entrare nel merito di uno dei dibattiti più appassionanti che ha attraversato le scienze sociali e la filosofia antropologica degli ultimi decenni, è qui sufficiente operare una distinzione ortografica, concettuale e politica tra Lavoro e lavoro. Non è infatti importante, almeno in questa sede, discutere la teoria del valore-lavoro o vagliare l’ipotesi di Karl Polanyi a proposito del ruolo fondamentale giocato dalla mercificazione del lavoro (la terza “merce fittizia”, oltre a terra e denaro) nei meccanismi di genesi e sviluppo del capitalismo moderno. Ciò che più conta è sottoporre a dubbio radicale il culto incondizionato del Lavoro; ossia la santificazione dell’attività lavorativa quale suggello di ogni vita umana riuscita. Il lavoro (con la minuscola questa volta) è sempre esisto e sempre esisterà. Rappresenta un’invariante antropologica. È infatti ineluttabile per l’uomo doversi plasmare in continuazione con il sudore della propria fronte le condizioni materiali adatte in cui vivere e potersi riprodurre. Ciò che, invece, appare meno assoluta ed essenziale è la valorizzazione unanime dell’animal laborans.

Neoliberali e veteromarxisti potranno rinfacciare che l’oziosità fu privilegio di piccoli strati agiati delle società premoderne, come la nobiltà guerriera e possidente o il clero religioso. Chi scrive, sulla scorta di autorevoli studiosi, è convinto che la realizzabilità delle politiche di pieno impiego, perlomeno allo stato attuale delle cose, rappresenti tutt’al più una pia illusione. Alla stessa maniera, il lettore vagamente informato ben sa che la stabilità e la gratitudine lavorative, almeno per una fetta sempre più larga di popolazione, hanno ormai l’amaro sapore di un sogno svanito a tempo indeterminato. Ecco allora che, nonostante tutte le pecche – anche gravi – dell’attuale proposta di legge, finalmente pure in Italia (uno dei pochi paesi occidentali a non prevedere ancora alcun sostegno diretto al reddito) comincia timidamente ad affiorare sulla scena pubblica una tematica ben presente su altri palcoscenici nazionali da oltre vent’anni.

Per quanto emendabile, l’attuale iniziativa popolare (alla quale si può aderire fino al 31 dicembre) offre comunque un’ottima base di partenza per proporre delle interessanti politiche di partecipazione alla vita sociale che aggirino la ricompensa salariale. Se è pur vero, infatti, che identità personale e legame sociale – il riconoscimento – trovano nel lavoro un terreno proficuo in cui germogliare, allo stesso tempo non si può più rigettare moralisticamente (o ideologicamente!) l’ipotesi per cui la realizzazione di sé e la gratificazione personale incontrino nell’otium del tempo libero una valida alternativa viabile sotto tutti i punti di vista: economico-finanziario, politico, culturale e sociale.

Aldilà delle impietose origini etimologiche (labor, da cui lavoro, significa fatica, mentre il tripalium, da cui travail o trabajo, era uno strumento di tortura), l’immagine del mondo sottostante alle proposte di reddito garantito rappresenta quanto di più seducente ed entusiasmante possa regalare il panorama attuale delle idee politiche: limitare al massimo il regno della necessità, appacificare per quanto possibile la conflittualità sociale che ne deriva, non far più dipendere la soddisfazione dei bisogni primari dall’aleatorietà dello sforzo individuale; rendere insomma ognuno libero dalla costrizione più immediata, al fine di perseguire autonomamente la ricerca della felicità, senza vincoli di ordine biecamente materiale.

Se il tempo è denaro, il tempo libero è denaro che non si vuole o non si ha (più) bisogno di guadagnare. A partire da una solida base di reddito garantito, può perciò essere rimessa in moto l’immaginazione sociale, escogitando forme di vita e pratiche sociali che prescindano dall’esigenza di acquisire sempre più denaro o che si impernino attorno a usi alternativi dello stesso o a monete parallele e complementari – capaci cioè di retribuire quei tipi di attività (socialmente utili o ludiche e ricreative) difficilmente remunerabili altrimenti.

Una crisi da paura. Intervista a André Orléan

[da "il manifesto" 6 giugno 2010]

a cura di Andrea Fumagalli

I mercati finanziari sono per loro natura instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel libero mercato finanziario la soluzione della crisi.

Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»: definizione che non troverebbe d'accordo André Orléan. André Orléan è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20 anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes, Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in grado di condizionare i mercati finanziari. Leggi tutto "Una crisi da paura. Intervista a André Orléan"

Sull’uso capitalistico della crisi

Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano. L’occupazione dei luoghi conta, guardarsi in faccia è importante, discutere senza bastare a sé stessi e senza ridurre l’altro a una “tiro a segni” è possibile; altrimenti “la ricomposizione delle lotte... animate da soggettività diverse” rimane un pensiero lontano, un’eco mentale.

Oggi La crisi messa a valore è un ebook liberamente scaricabile dal web, concepito in un tempo che precede l’attentato parigino a Charlie Hebdo e le elezioni greche (di cui però tiene conto il dialogo fra Gigi Roggero e Christian Marazzi). “L’incapacità di fare i conti con la diversità della composizione di classe, l’ansia di armonizzare che ha come contropartita la riduzione della possibilità di produrre innovazione”, sono i due fuochi attorno ai quali si sviluppano ipotesi e narrazioni di esperienze concrete, oltre che riletture anche critiche delle categorie e delle pratiche politiche messe in campo in questi tempi duri. Leggendo si cerca di riprender fiato per uscire dall’oceano di crisi nel quale si è naufragati, fra colpi di reni insufficienti a risalire, piedi che sbattono e corpi che si agitano in un’acqua melmosa in cerca delle correnti amiche.

E tornano alla mente le parole che Paolo Volponi rivolgeva a Francesco Leonetti nel 1994: “La nostra avanguardia è rimasta sempre legata alla crisi: criticandola dall’interno e perciò subendola, esibendola; la crisi può essere infinita, senza soluzione: si continua ad andare sempre secondo il filo della crisi, che è imprendibile, imprecisabile, inconsumabile. Questo è un esercizio prezioso, una ricerca che si svolge; ma resta sempre quel che è: un esercizio, un laboratorio. Non è mai una proposta del tutto nuova, anche se difende una condizione di vigilanza storica, aiutando a capire le difficoltà, a capire che la realtà è deformata. C’è un arrendersi alla crisi, continuando a giocare con la crisi, senza produrre le condizioni per una novità. La crisi, poi, è la condizione perenne della supremazia capitalistica”.

Contro questo pericolo rileggiamo innanzitutto il sottotitolo dell’e-book: ci colpisce l’espressione “la composizione da costruire”. Non si parla dunque solo di classe da ricomporre, ma si lascia intendere che la stessa azione del comporre vada ricostruita. Nulla di auto-celebrativo dunque dalla galassia neo-operaista! Prendiamo sul serio questa necessità di ricostruzione del gesto primo che consente di camminare insieme, di lottare insieme, e in fin dei conti di salvarci.

La prima parte del libro affronta il problema degli scenari geopolitici: i contorni assunti dalla crisi, lo spazio effettivo che essa viene a definire, hanno le caratteristiche della globalità e della diversità. Il lettore potrà chiedersi: come possono essere globali e insieme diversi i contorni di una crisi? Possono, perché siamo in presenza di una rottura globale dell’ordine pre-esistente che produce diverse forme di ri-assestamento. Un punto questo, tematizzato soprattutto negli interventi di Fumagalli e di Sciortino. In questo processo disordinato e sofferto è forte la tentazione di sostenere, come fa Fumagalli, che la crisi non è la stessa che esplose nel 2007. C’è un’eterogeneità che si va definendo su spazi diversi, per ragioni politiche, storiche e sociali, sebbene, il primato accordato alla redditività finanziaria continua a rappresentare, a mio avviso, il punto di convergenza di questi processi. Questo andrebbe ricordato e indagato più a fondo anche quando in gioco sono gli scenari geopolitici. In particolare la politica monetaria è ovunque funzionale alla contestuale tenuta degli indici borsistici e alla realizzazione delle plusvalenze. Eppure ciò avviene in assenza di una convenzione finanziaria durevole e chiara. Si naviga a vista.

Ma in che modo la crisi è messa a valore? Per rispondere a questa domanda è probabilmente necessario re-interpretare il rapporto tra articolazione capitalistica della forza-lavoro, nella sua relazione con le macchine, o meglio, con il macchinico (inteso come introiezione/imitazione della forma produttiva delle macchine, che interessa l’umano), e processi di soggettivazione. Ecco dunque il nesso fra la prima e la seconda parte del libro dedicata appunto alla composizione da costruire. I luoghi in cui si ri-articola la forza-lavoro rispondono ad una pianificazione capitalistica della divisione transnazionale del lavoro? Oppure gli scenari geopolitici della crisi non seguono un’unica logica di valorizzazione e dipendono da scontri tra assetti istituzionali tutto sommato coincidenti con degli Stati sovrani? Sciortino sostiene – non senza ragioni – che gli Stati Uniti continuano tutt’oggi a ricoprire un ruolo sistemico imperiale “producendo sempre più caos e di rimando insofferenze ai quattro angoli del globo”, e che la funzione imperiale vacilla, ma sembra difficilmente sostituibile.

La sovranità vacillante sembra emergere anche nel contributo di Battaglia sulla Cina – incapace di incorporare le proprie biodiversità interne - e in quello di Cava sul Brasile – dove il patto sociale lulista ha favorito la formazione di una nuova composizione di classe che trova un limite allo sviluppo istituzionale che potrebbe determinare (ma è proprio in grado di farlo?) in una sinistra falsamente progressista che comanda la restaurazione del consenso neoliberista. D’altro canto lo stesso Marazzi ricorda che il terrorismo islamico - foraggiato anche dagli Stati Uniti - rappresenta in qualche modo un risultato coerente con questa forma precaria di sovranità imperiale, che presuppone tuttavia anche la comprensione delle mancanze e delle incapacità europee di proporre dei dispositivi di ricomposizione, delle forme adeguate di Welfare State magari messe in moto dalle politiche monetarie espansive (“Proviamo allora a trasformare il concetto stesso di liquidità in moneta del comune... Non c’è uscita dalla crisi senza redistribuzione della ricchezza”).

Sulla politica economica europea si concentra l’intervento originale e rigoroso di Orsola Costantini, che mette in luce come la stima del bilancio pubblico, in assenza di fluttuazioni cicliche, su cui poggiano i vincoli europei, è in realtà arbitraria e plasmabile sulla base dei rapporti di forza in campo (“La stima di bilancio strutturale... non può, per costruzione, riconoscere un effetto sul reddito potenziale degli sforzi di politica economica volti a sostenere la domanda aggregata, cioè la spesa pubblica”). I redditi non possono che diminuire nel nome dell’austerità espansiva. Se siamo o di fronte ad una sorta di sclerotizzazione (o addirittura alla costituzionalizzazione) di uno “stato di eccezione”, è un problema che viene posto da Guareschi, che mette in dubbio le capacità esplicative del concetto di “stato di eccezione”. Egli suggerisce l’uso della categoria del “sublime” per definire politiche economiche che tuttavia, per essere fronteggiate, mi pare non abbisognino dell’estetica applicata alla filosofia del diritto. Contano di più gli esercizi noiosi e snervanti che presuppongono (come fa Costantini) l’immersione nei tecnicismi dell’analisi economica ed econometrica per svelare senza appelli la violazione dei diritti umani retrostante a questa tecnocrazia.

Guareschi ha tuttavia il merito innegabile di mettere a fuoco uno dei problemi principali che mi pare scaturisca da questi esercizi intelligenti di critica, la dimensione costituente della crisi, cioè l’uso capitalistico della crisi stessa: da ciò deriva la ridefinizione di ciò che è legittimo all’interno della nuova costituzione materiale che sta emergendo a mezzo di attacchi virali nelle carte costituzionali vigenti, verso un diritto naturale dello stato consolidato. Tornano allora non solo utili, ma vitali, le riflessioni e le pratiche costruite a partire dal punto di vista dell’antagonismo del lavoro vivo (è questa – come ci ricorda Vercellone – la forza dirompente insita nel concetto di composizione di classe), e dall’analisi della configurazione oggettiva del rapporto di produzione capitalistico (cioè principalmente ciò che può essere colto attraverso la composizione organica e la composizione tecnica del capitale – è sempre Vercellone a ricordarlo).

Principalmente si tratta di storie di non-lotte o di lotte potenziali, o di lotte in un contesto di aspettative decrescenti (dobbiamo essere grati a Sciortino per questa espressione), dove può incidere l’incapacità di giudizio critico e di bombardamento informativo (la nuova ignoranza su cui si concentrano i compagni del Cantiere), e che comportano dunque innanzitutto un disimparare, per decostruire l’ideologia del merito (Morini e Vignola lo sottolineano), aggiornando la critica al lavorismo (“Possiamo dire che la valorizzazione economica in un call center passa necessariamente per la produzione di soggettività alienata” scrive Pezzulli), e, soprattutto rovesciando il dispositivo della paura. La crisi andrebbe usata per interrompere le segmentazioni cui siamo soggetti, sul piano razziale e di genere (vedi l’intervento di Curcio), ma più in generale risollevandoci per abitare veramente le nostre città secondo i nostri tempi, i tempi leggeri e vitali della riproduzione sociale (allargata). Quegli stessi tempi che reggono le esperienze dolcemente conflittuali che i Wu Ming raccontano in Cantalamappa, il loro primo libro dedicato ai ragazzi, quindi al futuribile che si erge contro l’uso capitalistico della crisi.

La voce della moneta

Elvira Vannini

Se il pensiero operaista ha considerato il linguaggio come “mezzo di produzione” al centro del lavoro contemporaneo, la “svolta linguistica” dell'economia postfordista – come sostiene Christian Marazzi nel breve scritto The Linguistic Nature of Money and Finance, commissionato lo scorso anno da Semiotexte in occasione della Biennale del Whitney - ha mutato radicalmente il rapporto tra moneta e linguaggio. Una ristrutturazione del capitale (che per Guattari è un elemento semiotico) ha reso direttamente produttivi la comunicazione, la cooperazione intersoggettiva, il sapere e le relazioni, ora al centro dei processi di valorizzazione e di “messa al lavoro del linguaggio” stesso.

E proprio all’azione del linguaggio è dedicata l’ultima produzione di Stefano Boccalini, in mostra allo Studio Dabbeni di Lugano: dall’indagine antropologica e urbana nell’ambito della sfera pubblica, cui aveva improntato gli ultimi anni rivolti alla costruzione di processi comunitari e di partecipazione sociale, ha spostato il campo d’osservazione al centro dell’attuale dibattito socioeconomico, segnato dalla pervasività della finanziarizzazione e le sue ricadute nella realtà, quanto nell’immaginario collettivo, piegato alla logica del profitto e non più del conflitto, della compatibilità e non della trasformazione.

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Stefano Boccalini, Economia, Christian Marazzi (2014)

Economia nasce dal dialogo con Marazzi a cui l’artista ha richiesto un’espressione che fosse significativa per la sua professione e l’ha trasformata in oro, nella parola Affetti che contrasta solo apparentemente con una lettura antagonista dei grandi apparati del sistema economico, dalle biopolitiche del lavoro alla natura sempre più antropogenetica del regime di accumulazione: l’affezione, nel divenire della crisi, allude a una tensione critica verso le forme culturali e politiche esistenti, con l’irriducibilità di essere di parte rispetto alla volontà generale.

Il linguaggio non è neutro. Molti dei rapporti di dominazione passano proprio attraverso il linguaggio. Tutto lo strutturalismo era organizzato intorno al linguaggio che funzionava come modello interpretativo: per Deleuze non esiste struttura se non di ciò che è linguaggio. La ricerca di Boccalini parte da questo assunto e si snoda su un piano linguistico: la scrittura e le definizioni verbali producono una disamina delle concatenazioni logiche e degli enunciati discorsivi, di quella che Benjamin Buchloh aveva indicato come “aesthetic of administration”.

Ma non siamo di fronte a un’investigazione teoretica, di derivazione concettuale, sulla spazializzazione della parola o la temporalizzazione delle formazioni visuali: a dispetto dei paradigmi percettivi il lavoro, come proposta analitica, è un elemento immateriale nella procedura di costruzione del significato, che attraverso una radicalizzazione della nozione semiotica di codice, assume ogni asserzione linguistica come strumento di potere. Sono le parole della crisi in cui anche i diritti sociali diventano debiti.

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Stefano Boccalini, SCHULDKREDIT (2014)

Come nell’installazione SchuldKredit: due stampi in acciaio per la produzione del pane. Già Maurizio Lazzarato aveva assegnato un ruolo centrale alla relazione “debitore-creditore”, come dispositivo di sfruttamento e controllo sociale nel progetto neoliberista, con la costruzione di un rapporto di potere specifico, ultima tappa della contro-rivoluzione liberale e paradigma soggettivo del capitalismo contemporaneo, di un’economia del tempo e della soggettivazione. Contrassegno di un comando sempre più deterritorializzato, il termine tedesco Schuld ha una duplice accezione, significa “debito” ma anche “colpa”. Il controllo di classe è un rapporto monetarizzato, presuppone una relazione politica, non solo economica.

Una serie di pietre litografiche (Europa 2014) sono disseminate a terra, con impressi dei caratteri tipografici rovesciati e inchiostrati. Parole come emergenza, austerità, ridistribuzione, crescita e mercato, tra i diktat imposti della BCE, sono scritte all’inverso, diventano il loro contrario. Ma se “la negazione è il denaro del linguaggio”(Paolo Virno) le parole sono in uno stato di potenzialità, come ambivalenti matrici semantiche, in attesa di essere moltiplicate.

Stefano Boccalini Europa 2014, Disoccupazione 2014
Stefano Boccalini, Europa 2014, Disoccupazione (2014)

Può configurarsi la pratica artistica come una semiotica a-significante, che eccede la rappresentazione (come accade per la moneta, la musica, la matematica o la finanza)? Se il capitale privilegia le logiche a-significanti il suo percorso generativo presuppone tre modi di esistenza: quello virtuale delle strutture semio-narrative, quelle discorsive e quelle testuali.

Il lavoro di Boccalini si sviluppa al terzo di questi livelli, che si da all’immanenza come atto linguistico al grado zero, concentrandosi però sul suo valore performativo piuttosto che di rappresentatività, per cui ogni enunciato, che sia visivo o concettuale, implica un’istanza di produzione di senso che va al di là della forma del significante, come qualcosa a venire, con la stessa ambivalenza circolare del rapporto tra linguaggio e moneta. Attraverso le parole.

 

alfadomenica marzo #2

FUMAGALLI sulla MONETA - MIGLIORE su PALAZZO GRASSI - CAPATTI / RICETTARIO DELLA DOMENICA - MOZZI / POESIE  - LA GRANDE BELLEZZA / VIDEO *

MONETA E CRISI
Andrea Fumagalli

Siamo in un momento di stallo. Con l’avvento del sistema di produzione capitalista, la moneta diventa espressione del capitale e del rapporto sociale di sfruttamento del lavoro. Con il passaggio dal capitalismo taylorista-fordista al bio-capitalismo cognitivo finanziarizzato, la funzione principale della moneta si modifica.
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PALAZZO GRASSI
Intervista di Tiziana Migliore a Martin Bethenod

Nel 2005, a Venezia, la Fiat ha venduto un immobile settecentesco, sede di un centro d’arte prestigioso, a un imprenditore e collezionista francese, François Pinault. Il nome è rimasto Palazzo Grassi.
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LA SERIE DEL PASSATO REMOTO 
Giulio Mozzi

Era nelle acque e non fu vista
alcuna che vedesse
Le acque non si apersero e fu persa
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LA GRANDE BELLEZZA AL VAGLIO DI FANTOZZI - Video
Maria Teresa Carbone

Con le sue duecentomila visualizzazioni in poco più di una settimana La grande bellezza: il video che ha fatto infuriare Sorrentino, può fregiarsi della definizione di video virale.
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LA RICETTA TWITTATA
Alberto Capatti

Ricominciamo, dopo il mese d’agosto 2013, a suggerire delle ricette con cadenza, per ora settimanale, partendo da una domenica che non è più giorno di festa ma di maggiore libertà.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Moneta e crisi

Andrea Fumagalli

Siamo in un momento di stallo. Con l'avvento del sistema di produzione capitalista, la moneta diventa espressione del capitale e del rapporto sociale di sfruttamento del lavoro. Con il passaggio dal capitalismo taylorista-fordista al bio-capitalismo cognitivo finanziarizzato, la funzione principale della moneta si modifica. La funzione di credito, tipica di un sistema D-M-D' (economia monetaria di produzione), dove l'attività di investimento nella produzione di beni richiede una anticipazione monetaria e l'indebitamento degli attori economici (siano essi imprese private o lo Stato), lascia sempre più spazio alla moneta- finanza (economia finanziaria di produzione). La moneta finanza, non a caso, coincide con la dematerializzazione totale di denaro, essendo pura moneta-segno.

È importante sottolineare che tale passaggio dalla moneta-credito alla moneta-finanza implica un cambio di governance monetaria: la prima veniva e viene tuttora emessa sotto il controllo delle istituzioni monetarie (banche centrali), mentre la seconda, invece, dipende dalle dinamiche del mercato finanziario. Fino alla crisi del fordismo, infatti, l'istituzione della Banca Centrale aveva il compito di esercitare un controllo diretto e preciso sulla quantità di moneta (M1) emessa dalle zecche nazionali (fiat money). Ma oltre il 90% della massa monetaria è ora fornito da banche private e investitori finanziari, sotto forma di prestiti o attività speculative, sulla cui quota la Banca centrale ha solo un controllo molto indiretto. Ciò significa che, nonostante la Banca centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi di interesse e di imporre riserve obbligatorie alle banche, la quantità di denaro in circolazione è meno controllabile dalla stessa Banca Centrale.

In un sistema capitalistico che si basa su una economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta è endogeneamente determinata dal livello di attività economica e dall'evoluzione delle convenzioni finanziarie (in termini keynesiani) che governano il mercato finanziario internazionale. La Banca centrale può solo cercare di aumentare o diminuire l'offerta di moneta in circolazione, ma niente di più, inseguendo e assecondando le dinamiche degli stessi indici finanziari. Questa possibilità viene ora ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo svolto dai mercati finanziari nel processo di finanziamento dell’attività di investimento, tramite le plusvalenze e la creazione di titoli altamente liquidi (definiti near money, quasi moneta) .

Ne consegue paradossalmente che i poteri discrezionali delle Banche centrali sono tanto più ridotti quanto più esse stesse sono diventati istituzioni politicamente indipendenti. Come conseguenza, i poteri di controllo e vigilanza della Banca centrale sul settore bancario e, attraverso la variazione dei tassi di interesse, sull'intero sistema economico sono sempre più funzionali alle dinamiche in atto nei mercati finanziari e sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.

Ciò significa che, nel bio-capitalismo cognitivo, la moneta e la determinazione del suo valore non sono più sotto il controllo della Banca centrale. Nel momento stesso in cui la moneta è puro segno sfugge a qualsiasi controllo pubblico, perdendo lo status di "bene di controllo pubblico". Il suo valore è determinato di volta in volta dall’operare delle attività speculative sui mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzi di pagamento e unità di conto (misura del valore ), così come di riserva di valore e dei mezzi di finanziamento della accumulazione /sviluppo, diventano fuori controllo. Nel momento in cui la sua quantità e la modalità di circolazione sono determinati dalle convenzioni che dominano mercati finanziari sempre più concentrati, la moneta diviene ostaggio delle aspettative che l'oligarchia (o meglio, la dittatura dell'oligarchia ) dei mercati finanziari è in grado di esercitare.

Oggi, possiamo dire che la creazione di moneta finanza è l'espressione (distorta) del comunismo libertario del capitale. Lo conferma la dipendenza della politica monetaria dalle dinamiche finanziarie. La moneta diventa espressione del bio-potere finanziario, esito dell'espropriazione del comune, come nuova forma di sfruttamento del lavoro nel bio-capitalismo cognitivo. In questo contesto, tuttavia, si possono aprire spazi nuovi e inesplorati. Non è più possibile agire una “resistenza”: il biopotere dell’oligarchia finanziaria è, al riguardo, troppo forte per pensare a qualche politica di controllo e di riforma degli stessi mercati finanziari in senso più equo. Ma vi è la possibilità e lo spazio per agire forme di esodo all’interno di questo stesso sistema.

Un esodo, si badi bene, che non è fuga verso un “altrove” che non c’è, ma realistica praxis dell’eccedenza presente: forma di contropotere finanziario. Proprio perché la moneta è puro segno, non più soggetta ad un monopolio di emissione (se non per la parte cartacea, una parte irrisoria della liquidità circolante) e quindi non più controllabile dalle istituzioni monetarie oggi esistenti (siano essi Fmi o le varie Banche Centrali, dalla Federal Reserve, alla Bce, alla Bank of China), oggi, la tecnologia ci permette di creare denaro in forma digitale. Una creazione autonoma di moneta che, se indirizzata a incidere sul rapporto di sfruttamento capitale – lavoro, può essere funzionale a creare le premesse per pensare un processo di produzione e di valorizzazione a misura dell’essere umano, antagonista alla mercificazione della vita che oggi impera da Est a Ovest.

Esistono già sperimentazioni di “moneta autonoma”, dalle monete complementari alle cripto-monete (Bitcoin, Litecoin, Freecoin…). Esse però svolgono ancora solo la funzione di mezzo di pagamento e unità di conto: sono funzionali, cioè, all’attività di puro scambio. E, poiché sono prodotte in regime di scarsità, possono essere soggette a attività speculative (come è successo con il Bitcoin) e quindi svolgere la funzione di riserva di valore, per speculare al rialzo sul rapporto di cambio con le monete tradizionali (dollaro, in primis). Da questo punto di vista, vengono “sussunte” nella logica del biopotere finanziario.

Ma se vogliamo creare un’”Autonomia monetaria”, essa deve coniugarsi con un' “Autonomia precaria e di vita”, se è vero che oggi la condizione precaria, strutturale, esistenziale, generalizzata, moderna forma del rapporto di sfruttamento “capitale-lavoro”, è la modalità su cui si fonda il processo di espropriazione della cooperazione sociale e di creazione di ricchezza. Ecco allora che una moneta alternativa, per definirsi tale, deve in primo luogo essere strumento di remunerazione di quella vita produttiva e di quell’attività lavorativa che oggi viene costantemente svalorizzata: deve essere dunque strumento monetario per finanziare il salario minimo, un reddito di base incondizionato, l’accesso (libero e gratuito) ai servizi sociali di base per tutte/i, a prescindere dallo status giuridico di cittadinanza. Non solo mezzo di pagamento, ma strumento di autodeterminazione della propria vita e di libertà di scelta del lavoro.

Per ulteriori approfondimenti visita il sito dei Quaderni di San Precario