Il gigante al bivio

Andrea Cortellessa

Sono l’angelo della realtà,
visto un attimo ritto sulla porta.

Sono uno di voi ed essere uno di voi
vale essere e sapere quel che sono e so.
Eppure sono l’angelo necessario della terra,
perché, nel mio vedere, vedete la terra nuovamente

Chissà che non finisca per acquisire un senso involontariamente testamentario, la monumentale edizione nei «Meridiani» Mondadori dell’opera poetica completa di Wallace Stevens: dal momento che vede la luce proprio mentre voci sempre più insistenti fanno circolare l’idea – al momento non smentita dagli interessati – che la casa editrice, che dalla fine degli anni Sessanta proprio questa collana annovera a sua insegna di «ammiraglia», avrebbe deciso di espungere dai propri progetti, almeno da quelli a lungo termine, la poesia. Ossia quell’«anti-merce» – paradossale parte maledetta di qualsiasi impresa editoriale – che non troppo paradossalmente Arnoldo Mondadori (imprenditore puro, se ce n’è stato uno nella storia dell’editoria) nell’affacciarsi sulla «grande» scena, negli anni Trenta del secolo scorso, elesse a fondamento cardine della propria impresa.

L’amoroso curatore del volume, Massimo Bacigalupo (che lavora su questo poeta da trent’anni, istigato in origine da Giovanni Raboni; e che qui ci offre un insight nella sua bottega traduttoria), conclude la propria nota all’edizione con parole dello stesso Stevens (bibliofilo appassionato e competente) sull’«industria del libro», parole alate che si spera non debbano, oggi, suonare amaramente ironiche: «C’è intorno a ogni poeta un vasto mondo di altre persone da cui egli deriva se stesso e attraverso se stesso la sua poesia […]. La sua poesia appartiene a loro e la loro è la sua, a causa dell’interazione fra il poeta e il suo tempo, che editori, librai e stampatori fanno più di chiunque altro al mondo per estendere e approfondire».

La passione di Stevens per i libri – in particolare per i propri – trovò piena soddisfazione quando nel 1954 Einaudi pubblicò in grande spolvero (dieci anni prima di fondare la collana «bianca») Mattino domenicale e altre poesie, nella cura di un illustre émigré a Harvard (couche accademica di Stevens), Renato Poggioli. Col quale il poeta, entrato nel suo ultimo anno di vita (morirà dopo una breve malattia, a settantasei anni, il 2 agosto 1955), intrattiene una fitta corrispondenza e al quale regala un inedito di grande bellezza, The river of rivers in Connecticut (una delle diverse poesie di quest’ultimo periodo, raccolte nella sezione Opus postumum del volume, che acquistano un valore, questo sì, intenzionalmente testamentario); e ha ragione Bacigalupo di sperare che anche quest’ultimo volume risulti all’altezza degli standard pretesi dall’esigentissimo Stevens.

La meditazione pluridecennale sulle versioni, l’accuratezza degli apparati (esaurientissima, come quasi sempre nei «Meridiani», la Cronologia, in gran parte fondata sul vasto epistolario ancora inedito in italiano), e direi soprattutto l’assiduo commento a ogni singolo componimento (commento, a realizzarsi, ancora più arduo di quello a poeti per antonomasia ardui: se è vero quando dice Bacigalupo all’inizio della sua introduzione, e cioè che in questo poeta «è tutto chiaro e incomprensibile, come un disegno giapponese»), fanno di questo volume senza dubbio la maggiore edizione che di Stevens sia mai stata pubblicata fuori dai confini patrî: proprio come Mattino domenicale e altre poesie fu, in assoluto, la prima (primissime versioni di Stevens in italiano le avevano date, nel 1949 su antologie, Gabriele Baldini e Carlo Izzo). Un esempio, a dir tutto, di quella passione artigianale nel fare al massimo livello possibile il proprio lavoro, che è – o dovrebbe essere – uno dei motivi, se non il principale, per i quali un editore pubblichi opere di poesia; e che risponde a perfezione, fra l’altro, proprio alla modestia (apparente) di Stevens nel fare il suo, di lavoro, accuratamente evitando pose da uomo d’eccezione o maudites (scrive in una lettera del ’42: «il poeta contemporaneo è semplicemente un uomo contemporaneo che scrive poesia. Si presenta come chiunque altro, agisce come chiunque altro, porta gli stessi vestiti e certamente non è un incompetente»).

Quando leggiamo che la biquotidiana passeggiata di Stevens fra casa e ufficio (la Hartford Accident and Indemnity Company, maggiore compagnia d’assicurazioni degli Stati Uniti, di cui era vicepresidente; passeggiata si fa per dire, erano quasi quattro chilometri…), ripetuta cinque giorni a settimana per ventitre anni, è stata di recente decorata da un’associazione di suoi ammiratori con tredici cippi che recano i versi celebri di Thirteen Ways of Looking at a Blackbird, vengono in mente Kant e i suoi concittadini a Königsberg… Volentieri Bacigalupo lo paragona, invece, all’Hans Sachs dei Maestri cantori wagneriani: «un calzolaio della poesia» che per tutta la vita allinea poesie come «scarpe sui loro scaffali, ben fatte, lucide e in ordine. Da portare nei giorni di festa e in quelli feriali» (e, se è vero che è dato riscontrare un’affinità sottile, in più punti, fra il pensiero di Stevens e quello di Heidegger – che il poeta, a una certa altezza, lesse con attenzione –, è inevitabile andare con la mente a quanto, nell’Origine dell’opera d’arte, scriveva il filosofo delle scarpe, certo non così lucide e in ordine, di Van Gogh…).

Ecco, proprio il nodo concettuale con Heidegger (ma, aggiungerei e più alla radice, con la sua matrice fenomenologica) è stato con ogni probabilità decisivo, nel ritorno d’interesse su Stevens della cultura italiana negli anni Ottanta. Nell’introdurre, nel 1994, alla precedente silloge complessiva del poeta (Harmonium. Poesie 1915-1955, in un non meno fastoso volume dei «Millenni» Einaudi), lo stesso Bacigalupo ricordava come Stevens, dopo Mattino domenicale, fosse mancato per oltre trent’anni dalle librerie italiane: per ri-esplodere nella seconda metà degli anni Ottanta. In rapida successione uscivano nel 1986 Il mondo come meditazione (raccolta degli ultimi componimenti in ordine di stesura, a cura sempre di Bacigalupo; il quale due anni dopo curava pure, per Coliseum, i saggi del poeta, L’angelo necessario), nel 1987 le Note verso la finzione suprema tradotte da Nadia Fusini, nell’88 la riedizione di Mattino domenicale nella «bianca», e nel ’92 l’ultima raccolta compiuta da Stevens, Aurore d’autunno, di nuovo nella traduzione di Fusini. Nell’86, a conferma di un culto in progress, Massimo Cacciari intitola un suo saggio con un titolo stevensiano, L’angelo necessario; e sempre nell’86 «il verri» pubblica una lunga e problematica rassegna critica di Marjorie Perloff (uscita negli Stati Uniti quattro anni prima) dal titolo Pound / Stevens: Whose Era?

Perloff, come Bacigalupo del resto, è studiosa tanto di Stevens che di Pound; e, in qualche misura mettendo fra parentesi Eliot, è su questo derby che entrambi gli studiosi impostano la partita canonica del secolo. I trent’anni di oblio di Stevens in Italia (ma non solo in Italia, direi) sono, dice Bacigalupo, «gli anni di Eliot e di Pound»: in cui non solo la neoavanguardia, ma in generale la cultura poetica italiana, ha considerato questi i propri assoluti maestri. Che a cotanto senno, negli anni Ottanta, si aggiunga Stevens – irriducibile a detta koinè, e che per parte sua non fece mistero, in particolare, della propria avversione per Eliot – apre il «bivio» di cui parla Antonio Porta (recensendo Il mondo come meditazione sulla prima «alfabeta», nel marzo 1987). Un bivio al quale Porta, nel ripubblicare il suo testo l’anno seguente, dà il nome allora d’ordinanza (ma che, al netto delle revisioni nominalistiche d’oggidì, resta ancora di piena attualità): quello fra moderno e postmoderno.

Non che Stevens, nato nel 1879 e all’esordio, ancorché tardivo (Harmonium vede la luce quando il poeta ha 44 anni), nel 1923, possa essere di per sé ascritto alla temperie postmoderna. È «l’ora della sua leggibilità» (per parafrasare un altro grande modernista, Benjamin, eletto a nume dai postmodernisti) che vi s’inquadra, invece, a perfezione. Insomma: the age demanded Stevens negli anni Ottanta, postumamente dunque, almeno quanto avesse fatto con Pound, invece in sincronia col suo tempo, negli anni Dieci e Venti; e poi, di nuovo, nei Cinquanta e Sessanta (è dello stesso Pound l’immagine: da Hugh Selwyn Mauberley, 1920). Che siano proprio due di quei Novissimi che nel 1961 senza dubbio avevano guardato assai più a Eliot e Pound, Antonio Porta e Alfredo Giuliani (il quale nel ’54 era rimasto comunque colpito dall’epifania einaudiana di Stevens, e che nel ’92 recensisce su «la Repubblica» – in spazi e con agi, sia detto per inciso, oggi inconcepibili sui media generalisti – Aurore d’autunno), a firmare gli articoli più acuti e coinvolgenti che a Stevens siano stati dedicati in quella temperie climaterica, e così a memorabilmente registrare tale passaggio di stagione, la dice piuttosto lunga.

Rivelatorio in particolare è il testo di Porta. Dall’andamento nervoso e a scatti, come spesso la sua scrittura critica, ci fa capire subito che per lui (che a quell’altezza sta elaborando la sua personale icona d’angelo, l’Airone che si leva sul cielo della raccolta poetica terminale, Il giardiniere contro il becchino) il discorso è tutt’altro che occasionale – assai personalmente sentito, invece. Il nodo, si capisce, è in quell’«aggiustarsi col mondo» che in quegli anni da molti veniva interpretato, in letteratura e ovviamente non solo, quale opportunistica abdicazione al pensiero critico, e cinico allinearsi al conformismo dell’anything goes. E che per Porta invece – proprio eleggendo a suo portabandiera un pensiero poetante rigoroso quale quello di Stevens – va declinato come modo diverso di pensare il mondo, cioè di pensarsi nel mondo (era insomma, il suo, un postmodernismo critico: per dirla con una formula troppo presto passata di moda). Il platonismo abbassato di cui parla Giuliani, con una delle sue immagini critiche folgoranti, o la nudità suprema alla quale si avvia Stevens sin dall’inizio della sua parabola, secondo quanto ci scrive ora una degna continuatrice quale Antonella Anedda (uno stile che è «tardo» – verrebbe da postillare nel senso adorniano rilanciato da Edward Said – sin dalla prima giovinezza…), sono altri modi per circoscrivere il suo «posto», per paradosso sfuggente proprio in quanto centrale (quella del centro è immagine ricorrente, nell’ideario di Stevens), e che Montale – nel recensire con l’abituale sufficienza Mattino domenicale – definiva «panteismo assoluto».

Più radicalmente: se Stevens rappresenta un’alternativa, ancor oggi avvertita così forte, all’«adorazione del negativo» modernista – come la chiama Porta – è perché pur partendo dal dualismo fra soggetto e mondo (scrive nel ’42, in piena Seconda Guerra Mondiale: «la poesia di un’opera d’immaginazione illustra costantemente la lotta fondamentale e interminabile con il reale») – che è postura tipica, appunto, del modernista: la fantasque escrime di Baudelaire come la legge Benjamin… – Stevens mira costantemente a un punto di fusionalità (erede in questo del panteismo o panpsichismo romantico, certo, ma fenomenologicamente aggiornato) che non consenta più neppure, in senso proprio, di considerarli separatamente l’uno dall’altro. Allo stesso modo, come dice Porta, il soggetto del tempo successivo al moderno non si pone più quale contendente, sfidante, agonista nei confronti del reale: «vale solo il suo esistere e agire ponendosi quale “cosa tra cose”». (Come si legge in Variations in a Summer Day: «Cambiare natura, non meramente cambiare idee, / sfuggire dal corpo, per sentire così / le sensazioni che il corpo rigetta, / le sensazioni delle nature qui intorno a noi: / quel che una barca sente nel fendere l’acqua blu». In senso non così diverso, forse, già Kafka diceva: «fra te e il mondo scegli il mondo».) In questo restando fedele, fra l’altro, a quello che con ogni probabilità resta l’assunto più saldo del tempo dei Novissimi, ossia la «riduzione dell’io» (non a caso l’«impersonalità» è pure, a dire di Bacigalupo, forse l’unico punto di tangenza di Stevens con la koinè Pound-Eliot).

Tutto questo in Stevens, oltretutto, senza prendere la scorciatoia della trascendenza («siamo esseri fisici in un mondo fisico», scrive in una lettera del ’40). Per una volta viene detto con grande nettezza in un componimento tardo dall’autore (magari proprio a causa di questa esplicitezza) non considerato riuscito, The Sail of Ulysses: «conoscere e conosciuto sono tutt’uno / così che conoscere un uomo è essere / quell’uomo, conoscere un luogo è essere quel luogo». Anche il primo dei saggi dell’Angelo necessario, scritto nel ’41, è al riguardo abbastanza chiaro: il poeta si trova a compiere «una scelta, giungere a una decisione intorno all’immaginazione e alla realtà, ed egli troverà che non è più una scelta di una sopra l’altra né una scelta che le divida, ma qualcosa di più sottile, una realizzazione che qui, anche, come fra due poli, esiste l’interdipendenza universale, sicché la sua scelta e decisione deve essere che sono eguali e inseparabili».

Ed è a ben vedere proprio su questo che ruotano le grandiose, enigmatiche Notes toward a Supreme Fiction (che sono proprio del ’42): «Egli dovette scegliere. Ma non fu una scelta / fra termini escludentisi. Non fu una scelta // fra, bensì di. Scelse di includere le cose / che a vicenda si includono, il tutto, / la complicata armonia dell’accumulo». La complicata armonia dell’accumulo è, se vogliamo, pure la sigla migliore della complessa, solo in apparenza semplice, scelta formale di Stevens: che per lo più usa versi tradizionali (la pentapodia giambica della grande tradizione inglese) senza peraltro lesinare – specie nella prima parte della sua opera – uno straordinario virtuosismo logico-sintattico e lessicale, cui si aggiunge un brulicante lavorio intraversale di assonanze, paronomasie e contrepèteries. Un’efflorescenza manieristica in grado di farne davvero – in modo opposto e complementare a Pound, appunto – un Connoisseur of Chaos (componimento a buon diritto celebre, questo, che inizia mimando un andamento sillogistico da manuale: «A. Un ordine violento è disordine; e / B. Un grande disordine è un ordine. / È la stessa cosa. (Pagine di illustrazioni.)»). Nella mente del pensive man si «libra l’aquila / per cui le Alpi intricate sono un unico nido».

Insieme all’interdipendenza fra io e mondo – quello che Stevens chiama il suo «complesso realtà-immaginazione» – proprio la dialettica interminabile fra norma e infrazione, fra tradizione e innovazione, fra quelli insomma che Apollinaire aveva a suo tempo codificato – in quella che è la vera tavola della legge modernista – come ordine e avventura, rappresenta il proprium, il «centro» dell’avventura concettuale e poetica di Stevens. Ma, anche, del miglior postmodernismo. Nel ’48 aveva scritto, Stevens, che è l’immaginazione «il potere che ci permette di percepire il normale nell’anormale, nel caos il suo opposto»; al punto che questo attributo magico, questo dispositivo misterioso cui tante volte fa riferimento senza ovviamente mai definirlo del tutto, l’immaginazione appunto, finisce per apparirci quasi il suo caduceo, un ramo d’oro o la spada luccicante della poesia (quella che brilla nella Defence of poetry di Shelley): in questo caso capace di miracolosamente invertire, a livello locale, il per il resto inarrestabile clinamen dell’entropia. Come (dirà tanti anni dopo Ilya Prigogine) quelle strutture dissipative che, disperdendo il disordine all’esterno di un sistema, permettono l’organizzarsi di quegli equilibri, fragili e complessi, che definiamo vita. (Così mi pare si possa leggere il concetto di ordine, spesso ritornante in Stevens: il quale intitola Ideas of Order, nel 1935, la sua seconda raccolta.)

Si deve a quest’uomo di destra, per tutta la vita restato fedele al proposito (espresso nel ’36, quando a un certo punto, in Florida, si trovò a scazzottare con Hemingway: degustatore etilico almeno quanto lui ma dall’orientamento politico, notoriamente, pressoché opposto al suo) di non volersi occupare di «mutamenti politici e sociali», pur «riflettendoli», optando invece per una «poesia pura» che «cerca di illustrare il ruolo dell’immaginazione nella vita, e in particolare nella vita presente», la formulazione più appassionante, proprio in quanto preterintenzionale, che nella letteratura moderna (e post-) sia stata data di uno dei concetti a più lento rilascio – e nel pensiero odierno, dunque, più resistenti – dell’ideario marxiano: quello di general intellect (nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse), almeno come negli ultimi anni lo ha declinato Paolo Virno: col paragonarlo al «pensiero senza portatore» di Gottlob Frege e al «preindividuale» di Gilbert Simondon (ma anche alle disquisizioni sugli angeli del medievale Duns Scoto: il che non può non colpire, ovviamente, pensando all’«angelo della realtà» di Stevens…).

Lette in questa chiave, le Notes toward a Supreme Fiction (come del resto, a ogni rilettura, ogni grande opera di poesia) ci appaiono in una luce completamente diversa. È nell’alveo indifferenziato del preindividuale, infatti, che s’insedia il cantiere dell’immaginazione: «Il verso rinfresca la vita, e per un attimo / noi dividiamo l’idea primigenia…». Un campo che non ci appartiene, e al quale semmai apparteniamo: «Da questo nasce la poesia: che viviamo / in un luogo non nostro, e che non siamo noi». Ma questa «astrazione», «l’idea dell’uomo», va «rinsanguata, come l’uomo dal pensiero»: «la forza esilarante / del nostro sentire e pensare, del pensiero / pulsante nel cuore, come rinnovato sangue, / elisir, brivido, potenza pura. / La poesia, col candore, ci riporta / una potenza che dà candore a tutto». Come il pensiero (l’immaginazione) dà vita all’uomo in quanto individuo, così quest’uomo sarà «più fecondo come principio che come particella, / lieta fecondità, forza fiorabbondante, / nell’essere più che un’eccezione, parte, / sebbene parte eroica, del comune volgo. / La grande astrazione è appunto il volgo, / il volto inanimato e arduo». Qui mi sentirei di emendare la versione proposta dal «Meridiano»: che in quest’unico caso non è peraltro di Bacigalupo, bensì di Glauco Cambon, il quale traduce commonal con «comune volgo», così piegando il termine in accezione piuttosto negativa, mentre pare a me che Stevens stia qui delineando un processo d’individuazione che nel commonal ha un punto di partenza fondamentale, e non una mera antitesi dalla quale affrancarsi: being more than an exception, part, / Though an heroic part, of the commonal. / The major abstraction is the commonal (dove ovviamente neppure abstraction ha, in Stevens, un senso negativo). Solo se tale processo s’interrompe, si blocca (diremmo noi, in un’alienazione), solo in questo caso subentra un giudizio negativo: «il nostro disgusto per questo mondo consunto // è che non è cambiato abbastanza. Rimane, / è una ripetizione»; mentre è vita quella in cui «si partecipa di quello che ci cambia» (siamo all’inizio della sezione che predica che «DEVE CAMBIARE», quella fiction – anche questo termine non ha, in inglese in generale e in Stevens in particolare, connotati negativi – che altresì «DEVE ESSERE ASTRATTA» e «DEVE DARE PIACERE»). Commonal e major man (quello dotato di imagination) sono, anziché contrapposti, in relazione strettissima fra loro: «Due cose opposte sembrano dipendere / l’una dall’altra, come l’uomo dalla donna, / il giorno dalla notte, e dal reale // l’immaginario. È qui l’origine del mutamento. / Inverno e primavera, freddi sposi, s’abbracciano, / e ne sgorgano gli elementi della gioia». In termini più specificamente linguistici, la relazione è fra peculiar e general: il poeta cerca di parlare una favella (speech – diciamo, saussurianamente, parole) «che trascende la lingua» (tongue o, diciamo, langue): «Con un idioma (speech) particolare prova a esprimere // la peculiare potenza del generale, / di comporre il latino della fantasia (imagination) / con la lingua franca et jocundissima».

Quest’ultima formulazione annuncia la perfetta letizia di un mundus laicamente renovatus: in cui «la freschezza del cambiamento è la freschezza // di un mondo. È tutta nostra, è noi stessi, / la freschezza di noi, e quella necessità / e quella presentazione altro non sono // che sfregamenti di un cristallo ove scrutiamo. / Di questi esordi, gai e verdi, proponete / gli amori adatti. Il tempo li trascriverà». Sta insomma a noi compiere un atto, sfregare un cristallo come fosse una lampada magica, perché in quel cristallo (come nello speculum della Seconda lettera ai Corinzî) si possa finalmente «scrutare»: cioè vedere noi stessi al «centro» di noi stessi (come recita, in clausola, il proemio alle Notes: «per un momento nel centro del nostro essere / la trasparenza vivida che tu porti è pace»). Ci dice Bacigalupo che a più riprese Stevens fu tentato di aggiungere una quarta Note, che alla finzione suprema avrebbe dovuto aggiungere un ulteriore predicato, «DEVE ESSERE UMANA»; per infine convincersi a lasciare invariato il magistrale poemetto. Probabilmente fu per la stessa renitenza dall’esplicito che gli faceva prediligere espressioni tanto semplici quanto enigmatiche. Ma quest’uomo che si voleva (e che fu) sommamente impolitico fu invece capace, nella sua opera, di realizzare il programma enunciato nel primo dei suoi saggi, sulla funzione del poeta: «Non è certo quella di condurre la gente fuori della confusione in cui si trova, e neppure, credo, quella di darle conforto mentre segue i suoi leader qua e là. Penso che la sua funzione sia far sì che la sua immaginazione diventi la loro, e che egli raggiunga il suo scopo solo quando vede la propria immaginazione divenire una luce nella mente degli altri. Il suo ruolo, in breve, è aiutare le persone a vivere la loro vita». Davvero, come si legge in An Ordinary Evening in New Haven, è il «più severo», il «più insistente maestro» quello che ci insegna che «la teoria / della poesia è la teoria della vita».

Wallace Stevens
Tutte le poesie
a cura di Massimo Bacigalupo
«Meridiani» Mondadori, 2015, CXL-1325 pp.
€ 80

Non distrarti

Fabio Donalisio

I diari dell’adolescenza (specie di oggetto forse destinata a estinguersi) sono zeppi di frasi che vorrebbero spiegare il senso della vita, variamente attribuite e possedute ormai in una sorta di immaginario banalizzato, ma indubbiamente attinente al vero.

Mi è stato raccontato, negli anni, in più versioni (e avrebbe dato un tono al diario di cui sopra), che per capire se un libro è buono bisogna accostarne le prime e ultime parole, e verificarne il suono. La vulgata, almeno quella che è giunta fino a me, attribuisce il metodo per lo più a Caproni, o comunque a una forma mentis poetica.

Decido dunque di sperimentarlo sulla nuova raccolta di Mario Benedetti, dal titolo folgorante e terso, appunto, sparato dal giallo canarino e dal nuovo-antico minimalismo dello Specchio ultima incarnazione. Anni che non dovrebbero più / guardi con gli occhi della malinconia. E c’è il libro, sì. Funziona. Perché questo è un libro di evidenza, di ostensione a beneficio (e danno) degli occhi, ed è un libro di tempo, indubitabilmente passato, sempre compresso, inafferrabile tanto più viene ancorato al discrimine della data. Un libro in cui si dà per impossibile la compresenza del presente con la morte, condizione intimamente tragica alla quale il poeta, e noi con e per lui, siamo costretti. Procede dall’esperienza di sé, Benedetti. E non è fatto nuovo.

Estirpa dal ricordo insopportabile le persone care che sono diventate, implacabili, lutto, sempre vivo e sempre protratto. Parla parole semplici ma immediatamente ne smantella la sintassi, come se l’unica frase possibile – fu, non c’è, mai più – fosse, com’è, del tutto indicibile. I versi si spezzano tanto più vorrebbero, forse, esalare un sospirato e liberatorio racconto. E dunque il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità, e quante parole non ci sono più ma soprattutto non sono per chi non c’è più. La realtà, le cose, ci sono ancora ma non sono guardabili con la veloce transitorietà del prima. Sono lucide. Sono quello che sono. Mandami le ossa, mandami il cranio senza occhi, / la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti. Si è costretti a vedere nuda la vita / mentre si parla una lingua per dire qualcosa.

C’è una secchezza antica in questi versi, si sentono gli schiocchi delle cose contro la terra dura. Nonostante la civiltà, nonostante Milano e i luoghi del vivere dati per acquisiti, la morte riporta alla zolla e alla roccia, costringe a scavare la fossa, a guardare quello che, al contrario di noi, non passa, almeno secondo la nostra egoistica scala del tempo. La coazione a guardare, però, non si subisce supinamente, fomenta un rancore che si trattiene a mala pena, verso gli «altri», coloro che il dolore non lo sanno. E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni, / e una vita così come sempre da farmi solo del male.

Chi soffre, chi sceglie di farlo, corre il rischio della mistica del lutto, della superiorità. Che l’ostensione si tramuti in ostentazione. In merce, alla fine della fiera. Benedetti non rifiuta di addossarsi questo pericolo, lo corre, ci cade, e poi si riassume in una nuova, comunicabile, sobrietà. Il libro è anche questo percorso, è aggiungere la parola tersa alla morte senza in qualche modo sentirsene unto, santificato. E così, verso metà strada, il poeta si apre in un accorato consiglio, in un verso e mezzo che valgono il libro. Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

Mario Benedetti
Tersa morte
Mondadori, 2013, pp. 92
€ 16,00

 

Su Alice Munro

Intervista di Sara Sullam

Già traduttrice di un’altra grande “signora del racconto” – Flannery O’ Connor – Marisa Caramella ha fatto conoscere Alice Munro al grande pubblico dei lettori italiani. E nel 2013 ha curato il Meridiano dell’autrice canadese.

Il Nobel alla Munro è il primo Nobel al Canada. Pensi sia un dato significativo?
Io non credo tanto al Nobel al Canada. Nel 2003 ho accompagnato John M. Coetzee a ritirare il premio a Stoccolma: durante la cena mi sono ritrovata seduta accanto all’addetto culturale del Canada e gli ho chiesto subito: “Perché non Alice Munro?” Lui mi ha risposto che prima c’erano Mordechai Richler e Margaret Atwood, molto più conosciuti e popolari, mentre la Munro era troppo schiva; insomma l’avrebbe difficilmente avuto..

E invece…
E invece il Nobel è arrivato: sicuramente ci sono state pressioni, anche se non quelle della “lobby” canadese. In fondo, nel 2009 era già stata insignita di un premio importante come il Man Booker International Prize.

Però in lizza c’era Philip Roth
Roth scrive benissimo: se ti interessano le sue storie, però. E se ti interessa lui. Le scene di sesso sono così aliene! Trovo sciocche le accuse di misoginia ma Roth è troppo spesso autoreferenziale, mentre la Munro è il contrario, parla a tutti.

Perché?
Perché la sua scrittura funziona come la memoria: tira fuori cose che di solito affiorano in tutti noi, che però ignoriamo, e che comunque non siamo capaci di mettere insieme. E questo viene fuori anche dalla sua immaginazione, non dalla sua realtà vissuta: la realtà serve per cominciare, poi la l’immaginazione si scatena e la Munro attinge a cose che ha dentro. E che riesce a comunicarci. La realtà storica, sociale non le interessa, la lascia agli scrittori di sesso maschile. Lo dice lei stessa in una delle prime interviste. Quello che le interessa è la realtà “marginale”.

È per questo che non ha mai scritto un romanzo?
Non so se abbia mai davvero voluto scrivere un romanzo. Ci ha provato, gli editori glielo hanno chiesto. Il tentativo è stato Lives of Girls and Women: ma non è un romanzo. I suoi non detti sono difficili da mettere in un romanzo: diventa noioso. Se si inizia a dare una scansione cronologica a storie come le sue che cosa viene fuori? La storia di un divorzio faticoso con le bambine che restano con il padre: si può benissimo presentare tre famiglie diverse per allargare il contesto, ma alla fine che cosa si ottiene più che con un racconto?

E il Nobel alla Munro, fin nella motivazione – “maestra del racconto breve contemporaneo” – è anche un riconoscimento a un genere letterario. Bisogna risalire al 1910, al Nobel del teorico della novella Paul Heyse, per ritrovare un precedente simile. Eppure – almeno da noi – i racconti brevi rimangono un genere di minore successo, da cui spesso gli editori rifuggono.
Vero; anche se va detto che la Munro scrive racconti lunghi. In America il genere gode di maggiore successo: basta pensare a Flannery O’Connor, a Raymond Carver, e tanti altri, ma nessuno ha preso il Nobel. Munro però ha una produzione sterminata, e non fa che migliorare.

E non a caso è approdata nei Meridiani. Il volume da te curato è uscito con un tempismo perfetto. Ti aspettavi già il Nobel?
Sì, me l’aspettavo già l’anno scorso, e tremavo perché il libro non era ancora pronto!

Come hai selezionato i racconti? La maggior parte appartengono alla fase più tarda della scrittrice.
Ho cercato di scegliere una quantità equa di racconti delle prime raccolte; quelli che mi piacevano di più, ma soprattutto quelli che hanno conosciuto un’evoluzione in racconti successivi. Questo è importante: per esempio “Botte da re” viene ripreso in Dear Life, diventa un piccolo memoir. E poi da Il sogno di mia madre la Munro diventa molto più brava, non c’è dubbio.

Quindi c’è anche un giudizio di valore
Certo. Lei migliora tantissimo da quando torna nella sua terra, l’Ontario, da quando lascia Vancouver e le figlie – scelta difficile, certo. Gli ultimi dieci anni della sua produzione sono diversi dagli altri. In ogni caso è difficile scegliere: la Munro si sarebbe meritata due Meridiani, per dare conto di tutta l’opera, ma c’era urgenza di pubblicare.

Nell’introduzione al Meridiano ti soffermi a lungo sul rapporto, in Munro, tra scrittura e geografia.
È la cosa che mi interessa di più. In Canada non ci sono altri “scrittori geografici,” tranne la Laurence. Mavis Gallant – che è bravissima – scrive di Parigi o della Guerra Mondiale, che ha vissuto. Richler avrebbe potuto scrivere ovunque, Robertson Davies anche. Lo stesso vale per gli scrittori di lingua francese. E poi non esiste un’epopea della frontiera canadese, che pure c’è stata: del Canada come continente e come geografia non ha scritto nessuno tranne, in parte, la Laurence.

Mentre nella Munro il Canada è molto presente: non tanto negli spaccati sociali, ma nel paesaggio, nella sensazione che ti dà. Non a caso è sposata a un geografo, con il quale ha approfondito le conoscenze che già le aveva trasmesso il padre raccontandole le origini geologiche del continente: in questo senso il ritorno in Ontario ha rappresentato una svolta. Non credo che esista uno scrittore bravo che non si ancori nella sua geografia, anche immaginaria. Ma deve essere radicato da qualche parte.

E tu hai fatto mettere radici alla Munro in Italia.
Sì, l’ho proposta io a Einaudi. Serra e Riva, La Tartaruga ed e/o avevano pubblicato già alcuni racconti, in parte a cura di Oriana Palusci. Poi la sua agente volle cambiare editore e mi propose The Love of a Good Woman (Il sogno di mia madre) e Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage (Nemico, amico, amante).

Allora lavoravo alla Einaudi, che secondo me era il marchio giusto per un’autrice come questa. Ed è stato un successo, anche grazie alla traduzione di Susanna Basso, che è in perfetta sintonia con lo stile della Munro. Poi è arrivata la recensione entusiasta di Pietro Citati. La Munro ha spiccato il volo. E ora, finalmente, è arrivato il Nobel.

Alice Munro
Racconti
Mondadori - I Meridiani (2013), pp. CXVI - 1840
a cura di Marisa Caramella
traduzione di Susanna Basso
65, 00

Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Allungare il brodo. L’industria culturale contro sé stessa

Raffaele Alberto Ventura

Per riflettere in maniera proficua sul “caso Mondadori” – ovvero sui paradossi del pubblicare per l’editore Mondadori – si potrebbero lasciare un attimo da parte la proprietà del gruppo, il conflitto d’interessi e le chiacchiere sulla resistenza dall’interno. Perché dietro le contraddizioni e le piccole ipocrisie sta un paradosso più vasto, quello di un’industria culturale ossessivamente impegnata a produrre e vendere critiche di sé stessa. C'è chi accusa certi autori di sputare nel piatto in cui mangiano. Ma se sputare nel piatto fosse soltanto un modo di allungare il brodo? In questo senso, il “caso Mondadori” è un’ottima occasione per liquidare una concezione obsoleta dell’industria culturale. Leggi tutto "Allungare il brodo. L’industria culturale contro sé stessa"

Tecno-laici e tecno-dissidenti

Lelio Demichelis

Basta distinzioni manichee tra tecno-entusiati e tecno-fobici. Basta considerarci dinosauri tecnologici e conservatori e magari anche reazionari solo perché osiamo cercare di far cadere il muro dell’ideologia della rete con un poco di sano pensiero critico. Basta con le retoriche ormai stucchevoli su come è bella la rete, su come è innovativa la rete e magari anche un poco anarchica e molto libertaria, quando è sempre più autoritaria e peggio del Grande Fratello (Big Data&Datagate).

Basta con le presunte rivoluzioni dei social network, fantasia dei tecno-entusiasti e dei tecno-feticisti occidentali per i quali basta cingettare per cambiare il mondo. E basta con le paginate ossequiose sull’internet delle cose e su come sono buoni e bravi gli oligopolisti della rete quando fanno un po’ di filantropia in giro per il mondo. E basta anche continuare a credere che la rete ci liberi dal lavoro e dalla fatica, visto che è accaduto esattamente l’opposto.

È ora di dire - laicamente e illuministicamente: basta! Dobbiamo essere orgogliosamente laici anche verso la nuova religione e la nuova chiesa della rete. Dobbiamo essere dissidenti contro il cyber-totalitarismo e chiedere e pretendere che la rete sia davvero democratica, davvero libera, davvero controllabile da adeguati contropoteri democratici. Perché se un tempo si diceva che la democrazia non doveva fermarsi ai cancelli delle fabbriche ma entrarci dentro, bene allora la democrazia deve entrare anche nella rete, passarne i cancelli e poi lasciarli aperti, perché non basta dire social per farne qualcosa di davvero sociale e democratico e non basta dire condivisione per far pensare a una libera società di umani.

Oggi però e finalmente - dopo anni di retorica, di sfacciata propaganda a favore della rete, dopo anni di si deve essere connessi come nuovo imperativo categorico e come dovere sociale e politico (tecno-politico) - si può gridare, come il bambino della favola, che la rete è nuda, che non è libera né democratica (come il titolo dell’ultimo splendido Idòla di Laterza del Gruppo Ippolita), né libertaria e che anzi è proprio il contrario di ciò che dice/promette/manipola di essere.

(In verità non è proprio così: le resistenze della chiesa-rete, dei suoi teologi, dei suoi missionari in giro per il mondo, dei suoi retori sui mass-media e dei suoi intellettuali organici in servizio permanente effettivo, dei suoi pedagoghi a tempo pieno e delle sue inquisizioni tecnologiche sono ancora fortissime. Essere laici poi è sempre stata una pratica da minoranze e i dissidenti che fanno pensiero critico danno sempre fastidio. Ma qualcosa sta forse cambiando davvero).

Fino a qualche tempo fa eravamo pochi, eravamo solitari ed emarginati. Quando nel 2008 e poi nel 2010 scrivevamo che l’organizzazione del lavoro in rete era del tutto simile alla vecchia catena di montaggio e che la rete era un totalitarismo, anche se tecnologico e non politico come i precedenti, lo facevamo sapendo di dire qualcosa di scomodo. E quando Carlo Formenti parlava di felici e sfruttati per dimostrare che internet non aveva ammorbidito e democratizzato il capitalismo, esaltandone piuttosto le capacità di sfruttamento, allevando una generazione di individui superconnessi e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili accettando felicemente di essere sfruttati ancora di più, faceva qualcosa di analogo.

Ma oggi (dopo Carr, Metitieri, Bauman, Turkle, Simone e altri ancora), il pensiero critico, laico e democratico sulla rete si sta ampliando, è sempre non amato e però…. Due ultimi libri lo dimostrano. Quello di Evgeny Morozov - Internet non salverà il mondo - parla di internet-centrismo e di soluzionismo come drammatici paradigmi ormai immodificabili: dove il soluzionismo è l’idea (forse meglio: la fede, il dogma) secondo la quale per qualsiasi problema esiste una risposta digitale (e il nostro pensiero torma ad Anders o a Ellul che dicevano cose simili molto prima di Morozov); mentre l’internet-centrismo è l’imperativo per cui tutti gli ambiti dell’esistenza, individuale e sociale, politica ed economica, per diventare migliori devono adattarsi alle caratteristiche e alle forme della stessa rete (e si torna ancora ad Anders e alla sua analisi di cinquant’anni fa su come le forme tecniche siano diventate, senza che ce ne accorgessimo, le forme sociali dominanti).

Rete che sarebbe ormai un ecosistema (e notare l’abuso insistito di questo concetto legato al mondo naturale per definire/normalizzare qualcosa di invece assolutamente artificiale), capace di autoregolarsi. Contro questa idolatria della rete, Morozov - uno dei migliori scettici della rete – propone di ritrovare alcuni valori umani che la rete ci sta facendo perdere e soprattutto ci ricorda che l’imperfezione, il disordine, la possibilità di sbagliare e soprattutto la capacità di essere soggetti e non nodi di una rete “sono elementi costitutivi della libertà e qualunque sforzo miri a sradicarli”, affidandoci appunto al soluzionismo e all’internet-centrismo - finirà per sradicare anche la libertà”. Dominati come siamo, per di più da quegli aggregatori di informazione e di conoscenza che somigliano tanto ai poteri eteronomi contro cui si scagliava a ragione il buon Immanuel Kant. Occorre passare allora ad un approccio post-internet, che valuti criticamente i modi in cui le nuove tecnologie vengono prodotte e la propaganda che le sostiene “per farle sembrare inevitabili”. Occorre ‘secolarizzare’ il dibattito sulla rete. Per non scivolare felici e connessi nel nuovo totalitarismo.

E Federico Rampini e questo suo ultimo Rete padrona. Con l’obiettivo di smontare il potere di questa rete che ormai domina e governa le nostre vite. Secondo Rampini, oggi questa rete ha gettato la maschera, facendoci vedere che il suo apparente e retorico libertarismo delle origini nasconde i nuovi padroni del mondo: Apple, Google, Amazon – ma poi la Nsa, il Big Data, il controllo capillare e incessante, la vita dominata dagli algoritmi. Rete padrona, inattaccabile, inafferrabile perché globale e virtuale, capace di aggirare le leggi e le regole del fisco e quei basilari principi che rendono vera una democrazia (con Amazon che vieta il sindacato in fabbrica). Dove la mitica (mitizzata) Silicon Valley sembra essere luogo di scontro tra l’anima anarchico-libertaria e quella monopolistica della rete, dove però per i padroni “l’evoluzione è quasi sempre unidirezionale, idealisti da giovani, avidi di potere da vecchi”.

Tutti avevano promesso di inventare un capitalismo nuovo, ma poi hanno creato una sistema più diseguale. Perché la rete e la sua razza padrona si è presto alleata con la vecchia razza padrona di Wall Street. Perché la rete è neoliberista e soprattutto è strutturalmente capitalista e l’idea della condivisione, del wiki, del prosumer – aggiungiamo – è solo l’evoluzione del vecchio ordoliberalismo tedesco e della sua idea di addestrare ciascuno alla logica della competizione. E dell’essere imprenditori di se stessi.

Anche Rampini parla di tecno-totalitarismo. E come Morozov, di rete come forma religiosa. Ma non risolve (analogamente a Morozov) due questioni invece fondamentali: come conciliare rete e democrazia; e come sapere se la rete è neutra e neutrale oppure se ne siamo dominati e quindi non è neutrale (nella seconda di copertina Rampini scrive che il tecno-totalitarismo non è neutro né innocente, ma altrove scrive che le tecnologie sono neutre e non hanno colore politico).

Chiarire questi aspetti, in particolare il secondo diventa decisivo, perché se la rete è neutra (come i più credono), allora possiamo tornare ad esserne padroni, basta volerlo; mentre se non lo è (come noi crediamo) ma persegue gli obiettivi propri dell’apparato/organizzazione (è cioè un meccanismo autoreferenziale e autopoietico), allora dobbiamo cambiare strategia.

Federico Rampini
Rete padrona
Il volto oscuro della rivoluzione digitale
Feltrinelli (2014), pp. 278
€ 18,00

Evgeny Morozov
Internet non salverà il mondo
Mondadori (2014), pp. 453
€ 19,00