Ancora il popolo?

Ricardo Gomes

La forza rivoluzionaria del cinema di Glauber Rocha, ci dice Deleuze, è l’assenza del popolo. Ma assenza vuol dire unire un desiderio esasperato con una potenza inventiva e assolutamente libertaria, anarchica (come emerge in Estetyka do Sonho, 1971) di creazione di un popolo. Quindi quello che manca è la mancanza di un popolo, perché ciò che è proprio del popolo rivoluzionario è di essere un processo costante di attualizzazione della sua deviante linea creativa.

Per tale motivo, il popolo è sempre stato lì ed è sempre fuggito. Come una grande linea tagliando e intensificando i desideri che, sebbene esasperati, hanno saputo produrre divenire o quel di fuori (Foucault, 1986) assoluto tanto ricercato da Glauber e dagli altri. Molti lo hanno cercato in modo sbagliato, non comprendendo che questo di fuori è soprattutto immanenza che si insinua nelle deviazioni delle grandi collettività identitarie o in certe deformazioni civilizzatrici.

La favela, ad esempio. Spazio che si ribella e che in un movimento errante scrive le proprie geografie mostruose in un territorio che non doveva essere il suo, praticando una deterritorializzazione statale. Porta con sé la lunga storia di una diaspora che per lo più non ha accettato di entrare in un processo di costante indebitamento/sottomissione alla quale tutti gli uomini civilizzati devono cedere. Essere civilizzato è soccombere a un processo penoso d’indebitamento e di conseguente colpevolizzazione per il debito originale, costante e infinito.

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foto di Katja Schilirò

Processo che non dimentica, che non permette dimenticanza, che segna i corpi in relazione a una legge immanente che da un lato modula le soggettività e dall’altro crea una macchina sociale di tortura quotidiana, macchina che crea le condizioni affinché desideriamo la nostra propria sottomissione. Per questo parliamo di deformazione, in quanto si tratta di un processo di invenzione di un modo di essere che problematizza necessariamente, deforma l’ordine stabilito. La favela è resistenza, fuga da tutto ciò. Invenzione che per prima ha permesso che un’altra socialità fosse sperimentata e diffusa al di là dei suoi confini. Per tale motivo diciamo che resistere è continuare in un processo senza obiettivi, senza intenzioni.

Nella misura in cui tutta la follia capitalista si mostra, in un primo momento, razionale e necessaria, insistere in un flusso grezzo di desiderio che non considera perdite e guadagni, ma percorre e costituisce vicoli e stradine che seguono un ritmo indifferente a quello del capitale, è forzare le macchine desideranti verso una mobilizzazione dove le linee di forza e di produzione possano incontrare i flussi liberi nel loro processo reale di lotta e di autopoiesis.

Diciamo ad esempio che laddove vi è un’economia lucrativa dell’ozio è perché prima vi è stato un ozio che ha generato un profitto al di fuori dall’economia che essa ha dovuto riconoscere, affrontare e mobilizzare da dentro la macchina capitalista, ovvero, l’economia capitalista ha montato una struttura di limite e liberazione, produzione e anti-produzione (per usare i termini dell’Anti-Edipo, 1972), infine, ha articolato, sempre di forma immanente, un grande blocco sociale regolato per riterritorializzare quel flusso ancora libero e infiltrare in esso una mancanza, la produzione della mancanza è la forza maggiore del capitalismo.

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foto di Katja Schilirò

Detto ciò possiamo tornare al popolo. Se il popolo è il di fuori assoluto che s’insinua, è corretto dire che le manifestazioni brasiliane sono uno dei momenti forti di questa insinuazione violenta e costituente. Quello che accade nelle strade brasiliane ha la forma dell’immediato e sembra essere la piega di questo di fuori. La folla inattesa, ma da sempre all'erta, ha ridotto in frantumi il consenso dei governi, sbloccato la riproduzione di omicidi selettivi e sistematici. Se l’uccisione di poveri e neri da parte dello Stato era naturale, adesso già non lo è più.

Abbiamo un nome, che è meno e più di un’identità, Amarildo (abitante della favela della Rocinha che è scomparso dopo essere entrato in un’automobile della polizia) è la vita stessa nella sua fragilità e potenza davanti all’istinto distruttivo delle democrazie neo-liberali. Il popolo resiste anche ai più recenti atti autoritari di un governo senza sostegno popolare, ma che è riuscito a costituire un mostro legandosi a un potere giudiziario per la maggior parte servile e corrotto, a imprenditori avidi di controllare ogni volta di più la città e ai media che temono qualsiasi tipo di conflitto sociale, ovvero, a un élite che non accetta di perdere nessuno spazio.

Questo governo attacca la popolazione e la costituzione del paese con arresti illegali e persecuzione, disprezzando i desideri della popolazione. Il popolo resiste e continua nelle strade il suo processo costituente nella creazione di un soggetto collettivo e unico, un divenire puro e sperimentale, un divenire-brasile-minore che, nelle lotte, ha forgiato allegramente orizzonti possibili con le curve caotiche delle linee del di fuori.

Il “di dentro del di fuori” emerge nei nuovi gruppi che sorgono e agiscono, sempre in cooperazione, nei retrocessi dei poteri istituiti, nella costante mobilizzazione decentrata e, infine, nella continuità dei desideri emergenti di produrre altre forme di vita e socialità. È lo splendore della costruzione del popolo.

La vita che sboccia dall’asfalto

Pedro B. Mendes1

La storia del Brasile è piena di rotture negoziate, di false conciliazioni e di voci messe a tacere. Il consenso violento, forgiato dall’alto, sembra caratterizzare dispute politiche di qualsiasi natura. Tuttavia, a partire da giugno scorso qualcosa si è rotto. Ancora adesso un sonoro boato riecheggia nell’aria.

Invadendo le città, in agguato a ogni angolo, moltiplicandosi a velocità infinite, una placca tettonica si è staccata dal continente uniforme che governava le nostre vite in modo sovrano e ora minaccia la sicurezza dei cittadini perbene, il design creativo della città-impresa, il consenso severo del tutto va bene. Dappertutto è possibile vedere i segni della rivolta: la presenza del battaglione dell’ordine della PM è solo il preannuncio di una città in costruzione. L’ira della moltitudine ha una destinazione sicura: le vetrine rotte delle banche, le telecamere di vigilanza distrutte, i bidoni dell’immondizia in fiamme, le fermate dell’autobus a pezzi.

Ancora portiamo con noi i segni dell’ultima battaglia: gli occhi bruciati dal gas, i corpi doloranti, i suoni vividi del conflitto mischiati alla musica che anima la folla. Ma, soprattutto, la solidarietà di coloro che, fino a poco tempo fa sconosciuti, ora condividono con noi ben più della bottiglia di aceto: poco a poco, stanno permettendo alla lotta per il bene comune della metropoli di fiorire.

Dall’incontro improbabile fra militanti di lunga data, giovani della periferia, autonomi, studenti, artisti, medici di primo soccorso, avvocati attivisti, cittadini comuni e curiosi di tutti gli strati, si è originato un corpo-movimento altamente combattivo e ricco, capace di affrontare il potere e di attaccarlo simultaneamente e coordinatamente in vari punti della catena dei biopoteri che governano la città.

E con ogni gruppo o segmento che contribuisce con quello che ha di più forte, il mostro che ha occupato le strade a partire da giugno dimostra l’agilità e la perspicacia di quelli che sono abituati a guadagnarsi la vita in strada, il coraggio di quelli che portano sul proprio corpo i segni della violenza della polizia, l’ethos di quelli per cui la libertà è possibile solo se strappata alle grinfie del potere, la potenza infinita dei giovani precari collegati in rete, la creatività di quelli che fanno della resistenza la più viva fra le arti. Dimensioni che, insieme, aiutano a formare una moltitudine capace di auto organizzarsi nel momento stesso in cui partecipa alle lotte della metropoli, affermando definitivamente il passaggio di un soggetto politico corporativo a un corpo politico contemporaneamente multiplo e cooperativo: non più un corpo, ma carne!

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foto di Katja Schilirò

La Commissione di Inchiesta2 recentemente costituita, come esempio massimo della violenza eccessiva e allo stesso tempo normalizzatrice del potere, rivela l’intenzione di restituire alle ombre dei corridoi di palazzo il gioco politico mascherato da democrazia rappresentativa. Fatta su misura per mettere a tacere gli Amarildo che, più vivi che mai, gridano, ruggiscono e sputano in faccia ai poteri della città, iniziative come questa sono destinate al fallimento, dato che per mantenere inaccessibili certi segreti al potere è chiesto di rivelare costantemente gli accordi – e i mezzi – con cui mantiene la struttura iniqua della città. Così, i militari si assumono il compito di studiare il sistema dei trasporti e presentano leggi la cui unica finalità è intimidire e zittire la lotta (ancora una volta, sempre!); alla polizia è richiesto di selezionare meglio i suoi bersagli e di mostrare sull’asfalto il repertorio spaventoso di metodi che usa quotidianamente per pacificare l’enorme disuguaglianza: metodi biopolitici per selezionare a partire dal colore/razza, origine familiare, indirizzo e reddito.

Quello che diventa sempre più chiaro è il funzionamento ambivalente della democrazia brasiliana, in cui mandati di perquisizione e di arresto diventano l’opportunità perfetta per creare prove, per l'abuso istituzionalizzato del potere e per arresti illegali ingiustificati – e nonostante ciò inappellabili; e quindi la detenzione per accertamenti – residuo della dittatura che è servita e che serve da sfondo alla costituzione del 1988 che di tutto ciò non si è mai riuscita a liberare – che nasconde la possibilità sempre presente dell’esercizio della violenza brutale, della scomparsa e, infine, del mettere a tacere.

La grammatica politica brasiliana, bisogna ammetterlo, funziona ed è sempre funzionata in funzione del suo doppio: un para-stato che opera nell’ombra per produrre le condizioni minime, basiche di governabilità e che permette che uno Stato di diritto fondato sotto l’egida del potere di signori padreterni, di capitani della foresta e del patriarcato funzioni. È il silenzio della pace armata; il grido mortificato di chi paga con la propria vita per l’insolenza di sfidare i poteri schiavisti che sono presenti al punto da diventare invisibili – a tutti gli effetti- agli occhi della normalità democratica3.

Tuttavia, diciamo, da giugno in avanti qualcosa è effettivamente cambiato. I riti di facciata, le negoziazioni d’ufficio e le regole ad hoc fatte su misura per l’espoliazione della nuova imprenditoria 2.0, sono diventate improvvisamente il bersaglio di una moltitudine allo stesso tempo irascibile e lucida che, al grida di “la Coppanon ci sarà!” e “senza tregua!”, lancia raggi di luce sugli quegli spazi della politica nazionale e rappresentativa che prima sembravano inaccessibili agli abitanti della città.

Inaspettata come solo gli incidenti possono essere, una tempesta di proteste ha spazzato Rio de Janeiro e il Brasile rompendo il richiamo all'ordine e sviluppando un dibattito sul futuro della città e del paese nell’ambito di un conflitto aperto e, quindi, indeterminato. L’enormità espressa nelle strade si contrappone alle negoziazioni fatte di bon ton che portano a Parigi e alla nuova città globale con i suoi mega-eventi, tanto milionari e mediatici quanto escludenti. Ora più che mai è necessario andare avanti a scoprire i meccanismi del potere, le sue carte truccate, senza incorrere, tuttavia, nell’errore di lasciarsi coreografare; senza cadere nella tentazione di seguire ciecamente l’itinerario che anche noi stessi tracciamo. È necessario andare avanti attenti e forti.

Può essere che i cambiamenti siano ancora piccoli, “appena” definiti nell’immaginazione delle persone che si trovano nelle strade: quelle linee invisibili che ci organizzano la vita e i corpi; la forma con cui percepiamo le relazioni che intrecciamo nel quotidiano della metropoli. Cambiamenti come questi, però, rientrano nell’ordine degli avvenimenti, non producono sintesi, ma restano come gas che aderisce alla pelle, attivandosi e reagendo, producendo trasformazioni alchemiche e tracciando linee di fuga fino a irrompere nuovamente in forma di nuovi ethos, e costruire nuove relazioni.

Sebbene non si sappia dire con precisione né come né quando, da giugno in avanti qualcosa di sostanziale è cambiato; e qualcosa pieno di vita e ancora senza nome ha invaso definitivamente le strade del Brasile. È impossibile dire ora quale sarà il risultato di tutto ciò, ma una certezza risplende limpida all’orizzonte: la carne della moltitudine, in modo errante, sebbene persistente, ostinato, si è messa in cammino.

 

  1. Pedro B. Mendes fa parte della Rede Universidade Nômade (Rete Università Nomade) e del Coletivo Das Lutas []
  2. CEIV – Commissione Speciale d’Indagine sugli Atti di Vandalismo in Manifestazioni Pubbliche, creata dal governo dello Stato di Rio de Janeiro con il fine di contenere gli atti di vandalismo nelle manifestazioni, ma con poteri ampi affinché possa ingannare i limiti costituzionali relativi al fermo e all'arresto dei manifestanti. []
  3. Il timore di un colpo di stato o conflagrazione di uno stato di eccezione alimentato ad ogni momento da frammenti obsoleti della sinistra, non è coerente con il funzionamento normale della democrazia brasiliana, in cui l’eccezione diventa regola, in cui tutto ciò che eccede lo stato di diritto o si trova ai margini dello Stato o è da esso catturato e mobilizzato per far funzionare la macchina []

Incalzare il futuro

Fabricio Toledo de Souza

In Brasile i venti della democrazia soffiano già da molto tempo, ma sembrano più forti da giugno 2013, quando un ciclo d’insurrezioni ha invaso tutto il paese. Giornate di Giugno è uno dei nomi dati a questo ciclo. In un breve lasso di tempo, un tempo immenso si è aperto.

È soprattutto a Rio de Janeiro che questo ciclo di lotte ha trovato la sua espressione più calda e continua. Nel centro della città, la moltitudine ha fatto brillare la verità sul potere: la potenza della Città è nelle mani della moltitudine. È stata questa moltitudine a mettere sotto accusa il potere per la scomparsa del povero favelado chiamato Amarildo, la carneficina dei poveri della Rocinha e del Vidigal, la gestione mafiosa del trasporto urbano, il genocidio degli indiani, l’espropriazione della gioia dal calcio; questi sono alcuni fra i vari crimini contro la collettività.

L’indignazione è giunta a un punto critico ed è esplosa, ma gli indignati erano pieni di dignità. Non la dignità astratta dei principi universali, ma la dignità materiale delle lotte. Quella che ha una sua storia, che è sempre la storia minore forgiata nelle lotte delle minoranze. Lotta materiale e concreta, con nomi, date, sangue e gioia. E per la quale passano tutte le minoranze del mondo; dall’emigrato del nord-est che diventa operaio, sindacalista e Presidente, fino alle giovani che hanno ostentato il seno e la libido (la Marcha das Vadias) fra i pellegrini cattolici ( la Xota-M-Xota durante la Giornata Mondiale della Gioventù).

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foto di Katja Schilirò

È stata questa dignità che ha portato all'occupazione dell’Aldeia Maracanã, alle manifestazioni contro l’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, che ha portato alle occupazione davanti alla casa del Governatore, e che – questo non sarà mai dimenticato – ha permesso la riduzione del prezzo dei trasporti pubblici. I famosi venti centesimi.

La lotta è per la liberazione, la giustizia e la democrazia, come già è stata in passato e come sempre sarà. La storia, alla fine, è sempre la storia delle lotte. Storia della potenza. E questo è quanto scritto dai giovani nelle piccole pietre tirate contro la storia del presente. Oggi si fa democrazia, si fa lottando per la circolazione libera, per il miglioramento delle condizioni dei trasporti pubblici e per mettere fine alle tariffe ingiuste. La complessità di questa lunga giornata – che non è riassumibile nel mese di giugno, che non è cominciata qui in Brasile, non è cominciata ora nel 2013 e che non sembra vi sia un tempo in cui finirà – ci invita sondare pazientemente i piccoli movimenti sotterranei, a discernere le voci fra le grida, e comprendere i piccoli sussurri. Come dice Michel Foucault, è in agguato «al di sotto della storia, ciò che la spezza e la agita» e bisogna «vigilare, un po' a ridosso della politica, su quello che la deve limitare incondizionatamente».

In questi termini, le insurrezioni nelle città brasiliane non sono povere di argomenti, le accuse in questo senso sono ormai un luogo comune, né si possono riassumere in una supposta violenza che si scatena negli scontri con la polizia. Le insurrezioni sono impregnate di richieste, lotte e desideri. Si tratta proprio di definire il limite dell’intollerabile, urlare l’indignazione. Lottare per migliori condizioni di lavoro comporta ora, nel tempo di una cittadinanza-produttiva, la distribuzione delle ricchezze (immateriali e materiali) prodotte in comune. Si lotta per migliorare i servizi pubblici, compreso il trasporto, ma anche l'abitare, il tempo libero, le connessioni internet etc. Lo sciopero nelle fabbriche o nei servizi genera una paralisi di tutta la produzione urbana. E se i giovani mirano alla paralisi del traffico, all’occupazione degli spazi politici istituzionali, la depredazione dei simboli più evidenti dell’espropriazione, è perché queste sono le forme strategiche per sabotare l’intero complesso produttivo.

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foto di Katja Schilirò

E sul futuro delle insurrezioni? A quale destino ci conducono queste giornate? Fin dai primi giorni c’era già una certa preoccupazione sul futuro, un’inquietudine sulla possibilità reale e concreta di cambiamenti. C’è anche un malcelato pessimismo, risultato forse delle innumerevoli delusioni dovute a promesse non mantenute e a speranze frustrate. Pessimismo che è soprattutto frutto di un’abitudine inevitabile di concepire il futuro sulla base della paura o come utopia. Interrogare il futuro è inevitabile: ma deve essere inevitabile anche aprire già ora nuove brecce per la produzione costituente. Divenire-sinistra, divenire-rivoluzione. Rivoluzione permanente. «Dove sarà il nostro prossimo incontro?», sembra la domanda più in sintonia con il ritmo di questo tempo.

Incalzare il futuro non perché qualcosa avvenga subito, ma per investire nel proprio desiderio e costituire così il tempo. E congiurare contro qualsiasi utopia. La definizione del nostro futuro, o meglio, del nostro investimento nel futuro e nel futuro del potere costituente, non risiede nel suo esito, ma nello sforzo effettivo di tentare sempre un nuovo esito e, in questo sforzo, la produzione di una soggettività, la soggettività della creazione.
La crescita del potere costituente non dipende dall’accumulazione ma da un percorso, da un’azione soggettiva. È la storia di ciò che Spinoza definirebbe passione costituente della multitudo.

Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

Archiviare la disobbedienza

Elvira Vannini

Rispetto all’emersione attuale delle biennali e mostre cosiddette politiche, che non hanno prodotto alcuna trasformazione reale (ne lo vogliono), Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini, assume invece una precisa posizione già a partire dalla sua prima apparizione a Berlino nel 2005, e permette di sviluppare un ragionamento sulla genealogia della mobilitazione antagonista a partire dai modi della sua rappresentazione dentro lo spazio dell’arte.

“Dopo diversi progetti artistici e attivisti di rilievo come Collective Creativity di WHW, Ex Argentina di Andreas Sieckmann, The Interventionists di Nato Thompson e Disobedience di Scotini, possiamo affermare - scrive Gerald Raunig - che si è sviluppato un ambito transnazionale (anche se fragile) di pratiche trasversali. Se qualche volta sono viste come egemoniche lo sono nell’ottica del sistema artistico borghese”. Ma l’attuale proliferare di large-scale exhibitions con velleità sociopolitiche, a cui non sfugge nemmeno l’ultima edizione di Kassel o della biennale di Berlino, si limita a esibire superficialmente la politica come oggetto d’attrazione, senza uscire dalle formule codificate degli apparati museografici ed espositivi tradizionali. “La politica di queste biennali, come di altre, non è interventista - precisa Charles Esche sulle pagine di ArtForum - come invece lo sono le proteste documentate nell’importante video-archivio Disobedience”, che dopo 10 anni di occupazioni itineranti nelle maggiori istituzioni e strutture museali internazionali finalmente approda in Italia, al Castello di Rivoli, proprio in quella Torino, dove storicamente un ciclo di lotte operaie è deflagrato a partire dall’estensione del lungo ‘68.

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Rispetto al trend dominante che propone la politica come documento d’indagine, Disobedience non è sommariamente una mostra-archivio, se così si può definire, ma ospita molteplici “focolai d’enunciazione”, seppur irriducibili a qualsiasi tassonomia del potere e della storia: è piuttosto la forma che la contingenza assume in quella ridistribuzione sociale della creatività che Hal Foster ha indicato come una “miriade di interventi”, riarticolazione di pratiche di lotta affermative legate alla disobbedienza sociale e a una moltitudine di insorgenze molecolari - dall’uscita italiana del ’77 alle proteste post-Seattle, fino alle recenti insurrezioni del mondo arabo - preludio inconsapevole delle forme di sollevazione globale, dentro la crisi, dei vari Occupy.

Disobedience vive nel tempo e nello spazio dell’esposizione e lascia al fruitore la scelta di cosa guardare e cosa selezionare, perché tutto in esso è posto in modo orizzontale, paratattico e senza successione lineare: nei suoi dieci anni di spostamenti l’archivio ha assunto ogni volta una nuova configurazione spaziale e adesso occupa un parlamento di legno disegnato da Céline Condorelli, che perde ogni efficacia normativa in quanto la sovranità è solo tecnica di governo, istituzione di rappresentanza che non ha più valore, e si sovrappone al Circo di Martino Gamper, sullo sfondo del wallpainting di Erick Beltran, ispirato a Spinoza e al concetto di democrazia (naturalmente upside down).

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Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Precedono l’ingresso due anticamere, che contengono ephemeral, documenti e opere, la prima dedicata alla defezione italiana degli anni Settanta, in cui il concetto di autonomia diffusa si applicava a istanze di rottura, rifiuto del lavoro, comportamenti sovversivi e illegali - dalle radio libere come fuoriuscita dalla letteratura, il libro come agente di enunciazione collettiva con Nanni Balestrini, all’Oratorio di supporto agli scioperi operai del Living Theatre, fino a Rivolta femminile nel momento fondativo in cui Carla Lonzi lascia il mestiere della critica d’arte e irrompe come soggetto imprevisto, che abbandona una cultura della presa del potere maschile, rovesciando anche il canone che la storia ci aveva consegnato nella dialettica dello scontro tra operai-capitale, servo-padrone, in un processo artistico che diventa atto politico ma di cui non ne conosciamo ancora i confini.

L’assetto complessivo della seconda sala dedicata agli anni 2000 della controrivoluzione neoliberale, rappresenta invece il cambio di paradigma nella storia del dissenso civile (Negri-Hardt) in cui l’avversario è ben identificato, a cominciare dalla rivolta contro il vertice del WTO di Seattle che inaugura un nuovo ciclo di lotte, reticolare, moltitudinario e non ancora concluso, di sperimentazione politica e sociale aperta a processi orizzontali, in uno spazio indistinto tra attivismo e militanza, dentro il quale l’artista fornisce gli strumenti della protesta, soprattutto gadgets e props, e i suoi modi di organizzazione anche linguistica.

Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.
Disobedience Archive (The Republic), a cura di Marco Scotini
Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Foto Andrea Guermani, Torino 2013.

Riprendendo teoricamente il laboratorio politico post-operaista Scotini colloca giustamente al vertice della riflessione filosofica il problema di escogitare pratiche di lotta che facciano male a chi comanda e decostruisce così il display espositivo all’interno di uno spazio della contestazione che crea luoghi di self-empowerment, in cui l’organizzazione conosce, nella struttura assembleare e interrotta del parlamento, una discontinuità. Disobedience è una mostra politica non perché mette in scena, nel teatro della rappresentazione contemporanea, una grammatica del dissenso attraverso format sperimentali, ma perché proprio in quella discontinuità è in grado di produrre nuove soggettività radicali.

La riattivazione di memorie contro-storiografiche militanti, sia storicamente che sul terreno dei nuovi protagonismi sociali, trasforma lo spettatore in soggetto politico e a differenza di altri dispositivi narrativi l’archivio diventa un tool, che sfuggendo all’autorità della storia produce emancipazione e traiettorie di fuga: perché in fondo non obbedire più all’ordine sociale apre uno spazio costituente dove non riconosci più il potere ma solo il conflitto.

Alla mostra Disobedience Archive (The Republic), alfabeta2 dedica lo speciale «alfaDisobedience» (a cura di Manuela Gandini), un inserto di 8 pagine con testi di: Marco Scotini, Manuela Gandini, Omar Robert Hamilton / Mosireen, Silvia Maglioni, Graeme Thomson, Nomeda & Gediminas Urbonas, Laboratorio di comunicazione militante, Céline Condorelli, Giovanni Anceschi, Critical Art Ensemble, Piero Gilardi, Gerald Raunig
Nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno, insieme al nuovo numero del mensile alfabeta2 (n.30, giugno 2013)

Questo non è un manifesto

Nicolas Martino

«E gli domandò: 'Qual è il tuo nome?'. 'Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti'» [Mc 5,9]. La moltitudine va esorcizzata, è il demoniaco per l'Occidente e la sua ontologia politica attraversata dall'ossessione dell'Uno. E intorno a questa ossessione si è organizzata la Modernità, l'ordine Sovrano che crea il Pubblico e il Privato, il Popolo e l'Individuo, Lo Stato e l'Identità, che neutralizza la differenza, la maledetta multitudo. Ma quella Modernità è finita, è stata sconfitta - si è suicidata direbbe qualcuno - con il divenire mondo del capitale, nella fase della sussunzione reale della società sotto il capitale, quando cioè è la vita stessa che viene messa al lavoro e la misura del valore è sostituita dalla dismisura di un bìos che produce ricchezza e comune. La grande trasformazione però non è pacificazione, non segna la fine del conflitto e dell'antagonismo, come avrebbero voluto i cantori di un postmoderno debole e neomanierista che finiva per essere nient'altro che l'ideologia - consolatoria e apologetica - della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta.

Il conflitto ora è tra il 99% della forza lavoro e l'1% del capitalismo che in forma di finanziarizzazione ha messo al centro lo sfruttamento del comune. Ed è a questa moltitudine del 99% che si rivolge il non manifesto di Hardt e Negri: non è un manifesto infatti, perché «i manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine. Gli agenti del cambiamento sono scesi in strada e hanno occupato le piazze non solo minacciando e rovesciando monarchi, ma evocando altresì visioni di un mondo nuovo. Nella loro ribellione, le moltitudini devono scoprire il passaggio dalla dichiarazione di nuovi diritti a una nuova costituzione».

I movimenti del 99% sono chiamati a scrivere una nuova costituzione del comune, ad attraversare un processo costituente che mandi definitivamente in soffitta quelle costituzioni Repubblicane nate dalla dialettica tra capitale e lavoro e ormai irriformabili, messe fuori gioco dalla nuova realtà produttiva e inutilmente difese da una Sinistra istituzionale sempre più impotente. Su come costituire il comune questo agile libretto offre delle indicazioni e dei principi generali, ma il compito è demandato sostanzialmente all'invenzione e alla sperimentazione delle soggettività protagoniste del conflitto sociale.

Sperimentare, è questa la parola d'ordine di un movimento che ha ricostruito un pensiero critico e materialista oltre la crisi del marxismo, e che ha riscoperto l'anomalia selvaggia di uno Spinoza sovversivo nel calore delle lotte contro un heideggerismo controriformista che invece voleva liquidare la sperimentazione per meglio servire ciò che splende. Il Commoner è la soggettività che realizza il comune e si costituisce dalla ribellione e dalla rivolta delle quattro figure soggettive fabbricate dal trionfo e dalla crisi del neoliberismo: l'indebitato, il mediatizzato, il securizzato e il rappresentato. Nel disertare quella servitù volontaria straordinariamente indagata da La Boétie - ovvero liberandosi da quella libido serviendi messa a valore dal capitale per cui accade che le persone lottino per la propria condizione di servitù come se fosse la salvezza - ripudiando il ricatto del debito, sottraendosi allo spettacolo dell'informazione, fuggendo dalla prigione e rifiutandosi di essere rappresentati, si riscoprono le nostre capacità di azione sociale e politica, il nostro potere costituente.

Qui il preferirei di no di Bartleby mette contemporaneamente in moto un processo creativo chiamato a interpretare un'ontologia plurale del politico con l'obiettivo di costituire una società della democrazia assoluta. Nel frattempo bisogna difendersi, ci si può rendere invisibili al potere così come insegna Torquato Accetto «all'incontro dell'ingiusta potenzia», quando il tiranno non lascia respirare. Ma nel preparare il terreno per un evento che non possiamo prevedere e sapere quando accadrà, non è più il caso di avere paura e non bisogna sperare. Bisogna solo creare nuove armi.

Michael Hardt, Antonio Negri
Questo non è un manifesto
Feltrinelli (2012), pp.112
€ 10,00

La riappropriazione sociale del comune

Antonio Negri

La fase attuale è caratterizzata dalla crisi di tutte le sinistre che non si vogliono costituenti. Viviamo in un periodo di lotte contro la crisi economica e politica del capitalismo – lotte che rivelano in maniera sempre più ampia uno spirito rivoluzionario. I movimenti insurrezionali nei paesi arabi come nei paesi europei si rivolgono contro la dittatura politica di élites corrotte o contro le dittature politico-economiche delle nostre democrazie di facciata. Non intendiamo certo confondere le une con le altre, ma è sicuro che c’è ormai una voglia di democrazia radicale che traccia un «comune di lotta» a partire da fronti diversi. Le lotte oggi si presentono in maniera diversa ma sono unificate dal fatto di ricomporre le popolazioni contro le nuove miserie e l’antica corruzione. Sono lotte che dall’indignazione morale e dalle jacqueries moltitudinarie muovono verso l’organizzazione di una permanente resistenza e l’espressione di potenza costituente; che non attaccano semplicemente le costituzioni liberali e le strutture illiberali dei governi e degli stati, ma elaborano anche parole d’ordine positive come il reddito garantito, la cittadinanza globale, la riappropriazione sociale della produzione comune. Per molti aspetti l’esperienza dell’America latina nell’ultimo decennio del secolo ventesimo può essere considerata preambolo a questi obiettivi, anche per i paesi centrali del capitalismo altamente sviluppato.

Può la sinistra andare oltre il moderno? Ma che cosa significa andare oltre il moderno? Il moderno è stato accumulazione capitalista sotto il segno della sovranità dello Stato-nazione. La sinistra è stata spesso dipendente da questo sviluppo e quindi corporativa e corrotta nella sua attività. C’è anche stata, però, una sinistra che si è mossa dentro e contro lo sviluppo capitalistico, dentro e contro la sovranità, dentro e contro la modernità. È di questa seconda sinistra che ci interessano le ragioni, quelle almeno che non siano divenute desuete. Se la modernità capitalista subisce uno stato di crisi irreversibile, anche le pratiche antimoderne, progressiste nel passato, hanno perso le loro ragioni. Se vogliamo ancora parlare di ragioni della sinistra, oggi vale solo farlo per una «ragione altermoderna», capace di rivitalizzare radicalmente lo spirito antagonista dell’antico socialismo.

Né gli strumenti regolatori della proprietà privata né quelli del dominio pubblico possono interpretare i bisogni di quest’alternativa al moderno. Il solo terreno sul quale attivare il processo costituente è oggi il comune – «comune» concepito come la terra e le altre risorse di cui partecipiamo, e anche e soprattutto come quel comune prodotto dal lavoro sociale. Questo comune, tuttavia, deve essere costruito e organizzato. Proprio come l’acqua non è resa del tutto comune finché non sia montata un’intera rete di strumenti e di dispositivi per assicurarne la distribuzione e l’utilizzo, così la vita sociale basata sul comune non è immediatamente e necessariamente qualificata da libertà e uguaglianza. Non solo l’accesso al comune ma anche la sua gestione devono essere organizzati e assicurati dalla partecipazione democratica. Preso in sé, dunque, il comune non taglia il nodo gordiano delle ragioni della sinistra, ma scopre il terreno sul quale esse devono essere ricostruite.

La sinistra deve capire che solo una nuova Costituzione del Comune (e non più la difesa delle costituzioni ottocentesche o postbelliche) può ridarle esistenza e potenza. Le costituzioni esistenti, come abbiamo già ricordato, sono costituzioni di compromesso, ispirate da Yalta più che dai desideri dei combattenti antifascisti. Esse non ci hanno reso giustizia e libertà ma hanno semplicemente consolidato, con il diritto pubblico della modernità, le strutture capitalistiche della società. Anche negli Stati uniti la sinistra subisce lo stesso ricatto costituzionale. Deve superarlo. Deve farlo per andar oltre la tragica periodica ripetizione di una sinistra al governo che rifinanzia le banche che hanno determinato la crisi, continua a pagare guerre imperiali, ed è incapace di costruire un welfare degno di un grande proletariato com’è quello statunitense.

Oggi si esige una costituzione del comune, e questa fabbrica del comune esige un Principe. Non crediamo che qualcuno pensi a questo principio ontologico e a questo dispositivo dinamico come lo pensarono Gramsci o i padri fondatori del socialismo. È solo dalle nuove lotte per la costituzione del comune che questo Principe potrà emergere. È solo un’assemblea costituente dominata da una sinistra alternativa che potrà mostrarlo.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di Antonio Negri, «Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte» in uscita il prossimo 26 aprile per ombre corte.