Il Grande Progetto è deragliato

Bruno Cava

«Il terzo mondo esploderà!» Questa affermazione è tratta da uno dialogo di O bandido da luz vermelha di Rogério Sganzerla. Il film del 1968 rappresenta il sottosviluppo come un’esperienza disarticolata e paradossale, sull'orlo dell'abisso. Sottraendosi alla cultura delle avanguardie dell’epoca, compreso il Cinéma Nôvo di Glauber Rocha, O bandido da luz vermelha rifiuta i messaggi edificanti per presentare i tropici semplicemente come una bomba a orologeria. Invece delle contraddizioni interne alla formazione di uno spazio nazionale, alle tensioni fra sviluppo ed emancipazione, il cineasta preferisce raccontare l’impossibilità congenita di un Brasile a immagine e somiglianza del colonizzatore (lo stato, il capitale, la modernità).

Rifiuta così qualsiasi Patto Nuovo fra classi popolari e borghesia nazionale orchestrato dalle sinistre, e quindi il gusto e i miti civilizzatori propri della retorica «nazional-popolare». Sganzerla propone invece, con l'ironia pop di un Oswald de Andrade, l'intelligente messa alla berlina di un Grande Progetto che gioca solo a favore delle élite colonizzatrici e colonizzate. Nel film, il vicolo cieco e la catastrofe non inducono al pessimismo, ma piuttosto alla paradossale percezione che l’unica uscita dal sottosviluppo sia nel sottosviluppo stesso. L’inadeguatezza rispetto al progresso non richiama nostalgie di un’identità anteriore né un passato da riscattare. All’epoca il film non venne classificato né come di sinistra né come di destra.

Oggi, quando moltitudini amorevolmente vestite di nero, che sembrano uscite direttamente dai fumetti, si riversano per le strade, la profezia sganzerliana trova la sua conferma. L’azione sfugge alla comprensione delle sinistre che continuano a non capire niente, capiscono solo che qualcosa di completamente nuovo sta accadendo, qualcosa che loro non comprendono. Nel 2013, Rio è esplosa. Il Grande Progetto è deragliato. Si è sbagliato chi credeva che con la crescita economica e le politiche sociali, tra la Confederation Cup e le Olimpiadi, le persone si sarebbero politicamente adeguate. È successo il contrario. La nuova composizione sociale cresciuta negli ultimi 10 anni ha definito il luogo e il tempo delle lotte, si sono moltiplicati i collettivi, le assemblee e i territori dell'organizzazione.

I governi e una sinistra il cui discorso era già obsoleto nel 1968 ora sono spaventati, sono storditi, ma il mostro che hanno allevato era fuggito dal laboratorio ormai da molto tempo. I sintomi erano molti, ogni volta più frequenti: piccole rivolte contro le mega-opere, rimozioni urbane, super valorizzazione immobiliare, disordini, domicili coatti e la sempiterna uccisione di neri e indios, in nome del progresso. Il movimento è cresciuto man mano che cresceva la questione dei trasporti e ha acquisito visibilità grazie alla Confederation Cup, durante la più autentica e calorosa festa del paese. Il futuro ha bussato alle porte della Nuova Rio. Ma non ha niente a che vedere con il progresso pacifico e pacificatore sognato dalla borghesia/sinistra nazionale e dal suo «compromesso storico».

C'è chi non si stanca di ripetere che le manifestazioni sono tornate al punto di partenza. Lo si ripete inutilmente. Le proteste hanno già percorso un lungo cammino, hanno trasmesso impulsi, indignazione e un chiaro segnale di invito alla mobilizzazione politica e produttiva. Queste lotte configurano un vero e proprio ciclo, con effetti a breve e lungo termine. Solo chi rimane isolato in casa a seguire le notizie che arrivano dai mass media può avere l’impressione che sia una minoranza confusionaria quella ancora mobilitata. Il PT, dal canto suo, ha ridotto la lettura di quanto accaduto alla teoria dei gruppetti irresponsabili con tratti fascisti. Secondo questa idea, le proteste, senza avere né ragioni né obiettivi, e manipolate dalla destra golpista, avrebbero avuto come unico risultato quello di destabilizzare i governi gestiti dal PT e dai loro alleati. La sinistra agita questi fantasmi per criminalizzare le lotte.

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foto di Katja Schilirò

Con gli sviluppi di agosto, la convergenza criminalizzante di destra e sinistra ha rafforzato la teoria del «gruppo di esagitati che spaccano tutto». Diffusa da tutti i notiziari, dagli opinionisti sulle colonne dei giornali, e tra gli intellettuali organici, non è servita solo ad affermare un senso comune a cui la popolazione dovrebbe moralmente aderire, ma anche per mettere in moto i meccanismi del potere punitivo, a cui i media hanno storicamente e da sempre partecipato. Al di là della brutalità della polizia nelle strade, si moltiplicano gli arresti basati sul nulla, le intimidazioni a fronte di opinioni postate su Facebook, il divieto generale di usare maschere e quindi le minacce rivolte agli attivisti. Una militante ricercata per la sua partecipazione ai black bloc si trova in esilio virtuale in Argentina e sta pensando di chiedere asilo politico. Questo senza parlare del sistematico spionaggio delle conversazioni sui social network e delle intercettazioni telefoniche, in quello che può essere considerato il Watergate brasiliano.

Il 7 di settembre a Rio, la manifestazione del Grito dos excluídos è riuscita a unire i movimenti tradizionali con i gruppi e le dinamiche sbocciate sulla scia delle manifestazioni. Per la prima volta, si sono potuti vedere i tradizionali carri com musica e bandiere fianco a fianco ai black bloc, le maschere di Anonymous e i molti Media Ninja (l'informazione alternativa di movimento). La tenacità com la quale si è tenuta viva la lotta, lo scontro diretto, nonostante una violenza e persecuzione crescenti, è senz’ombra di dubbio, un dato nuovo. La questione del trasporto pubblico produce rivolte frequenti, a volte molto dure, come quelle del 10 e 11 settembre sui treni. Nel frattempo continua lo sciopero dei professori statali, che negli ultimi giorni ha coinvolto anche gli impiegati delle poste.

Qualcosa di molto solido nella percezione della nuova Rio si è disfatto nell’aria piena di lacrimogeni. Le certezze elettorali sono a pezzi. Le promesse di riscatto sociale legate ai megaeventi non convincono più. Nessuno è più disposto ad accettare una pacificazione sociale fondata sulla paura. La gloriosa scalata a città del primo mondo non ha resistito alle giornate di giugno e ormai suona falsa, finta.

Oltre agli effetti superficiali, anche qualcosa della cordialità brasiliana è svanito. Una trasformazione nella dimensione dei gesti. Il fascismo è uscito fuori dagli armadi, è stato obbligato a scendere dalle colline e a occupare i telegiornali. Il potere sta costando caro a chi pretende di continuare a esercitarlo senza concessioni. Intorno alla violenza, questione controversa, vi è una lotta simbolica e reale. In questo scenario chi pensa di poter valutare ogni violenza con lo stesso metro, perde di vista le questioni razziali, di genere, e di orientamento politico, e finisce così per lavorare a favore della pacificazione repressiva.

Nel 2013, la polvere sotto il tappeto ha finito per sollevare il tappeto, spogliando il potere del suo fascino discreto e della sua fiera superbia. Il tic tac di Sganzerla, almeno a Rio, continua a risuonare.

 Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

La modernizzazione può attendere

Andrea Fumagalli

È molto istruttivo l’editoriale di Giavazzi sul Corriere della Sera pubblicato il 5 giugno scorso. Non tanto per quello che dice ma soprattutto per il tono che utilizza.

La tesi di Giavazzi è molto semplice ed è riassumibile nelle seguente affermazioni: “È ormai evidente che i greci non pensano che la loro società debba essere modernizzata e resa più efficiente” e, poco oltre: “E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare. Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto, metà dell’Irlanda, inferiore a Slovenia e Corea del Sud, che fra qualche anno verrà superato dal Cile”.

Di conseguenza che se ne escano dall’Euro, dall’Europa e si arrangino. È colpa loro se non si vogliono “modernizzare” e diventare “efficienti”. Già, perché la modernizzazione e l’efficienza è, ovviamente, quella che può essere raggiunta solo seguendo le politiche neo-liberiste, quelle stesse che Giavazzi propaganda da anni senza mai chiedersi, però, quali risultati abbiano sortito.

A Giavazzi sarebbero più che sufficienti le risposte date da Tsipras nella lunga intervista sempre sul Corriere della Sera del 9 giugno e quindi non entriamo nel merito. Entriamo nel merito invece di alcuni fatti (tra i tanti) che Giavazzi dovrebbe sapere e che si guarda bene dal denunciare.

1. Giavazzi lamenta che troppi sono stati i crediti concessi alla Grecia, ma si esime dal dire che tali crediti non sono andati al governo ellenico (comunque sdraiato, prima di Tsipras, ai diktat della Troika) bensì al salvataggio delle banche tedesche e francesi più esposte. Come emerge dall’analisi dei documenti della Commissione europea, del Fmi e del Governo greco, nel periodo 2010-2014, la Grecia ha ricevuto 23 tranches di finanziamenti per un totale di 206,2 miliardi (non i 400 miliardi millantati da Giavazzi). Di questi, solo 27 miliardi (pari al 13%) sono stati utilizzati per sostenere il bilancio greco. Il 32% è stato adoperato per pagare il debito in scadenza e ben 83,7 (pari al 33%) miliardi sono serviti a pagare gli interessi ai creditori (di cui 9,1 miliardi sono andati al Fmi). Infine, 48,2 miliardi – dietro input della Bce e degli accordi Basilea 3 – sono finiti nella ricapitalizzazione delle banche greche (vedi qui: http://effimera.org/grecia-la-danza-sullabisso-di-francesca-coin-e-andrea-fumagalli).

2. Si noti che tali scopi erano ben noti al Fmi, che nei propri documenti interni, era ben cosciente che l’imposizione dell’austerity non avrebbe potuto consentire la riduzione del rapporto debito/Pil in seguito all’impatto recessivo di tali misure sullo stesso Pil (calato di oltre il 25%). Il 7 ottobre 2013 il Wall Street Journal pubblicava un articolo titolato Past Rifts Over Greece Cloud Talks on Rescue, nel quale Thomas Catan e IanTalley rendevano pubblici documenti confidenziali secondo i quali il Fmi nel 2010 avrebbe accettato di erogare prestiti a favore della Grecia nonostante la consapevolezza dell’insostenibilità del debito greco.

3. Quattro anni di politiche d’austerity hanno messo in ginocchio la Grecia. Un recente dossier della Caritas Italia denuncia le gravi condizioni economiche, abitative, sanitarie in cui versano le famiglie greche – e in particolare i bambini, molti dei quali restano senza cure sanitarie essenziali: la mortalità infantile è aumentata del 43 per cento dall’inizio della crisi. Inoltre è del 336 per cento l’aumento del numero dei bambini abbandonati in cinque anni. È in corso anche la più grande fuga di cervelli della storia recente da un’economia occidentale avanzata: oltre 200 mila giovani dallo scoppio della crisi sono emigrati all’estero. A ciò si aggiunge che la spesa previdenziale si è ridotta del 44%. Quasi il 40 per cento dei pensionati greci già ricevono un assegno mensile inferiore alla soglia di povertà dell’UE (pari € 665). Erano meno del 20% prima della crisi del 2009. Il numero dei poveri ha raggiunto la quota del 30% e la sanità pubblica greca è al collasso.

Certo si tratta di fatti e informazioni che non interessano a Giavazzi. Ma che interessano tutti noi, perché se seguissimo le sue indicazioni di politica economica, il nostro destino (sicuramente non il suo) non sarebbe molto dissimile da quello della Grecia.