Sulla crisi permanente

Emanuela Fornari

La “crisi” nasce in Grecia. Così Myriam Revault d’Allones apre il suo saggio La crisi senza fine. Saggio sull’esperienza moderna del tempo (O barra O edizioni, 2014, pp. 180) dedicato alla crisi intesa quale “metafora assoluta” del nostro tempo. Si tornerà – e per diverse ragioni – sull’origine greca di un lemma che al giorno d’oggi imperversa non solo nel dibattito pubblico ma anche nella vita quotidiana di ciascuna e ciascuno. Perché merito del libro di Revault d’Allones è innanzitutto quello di offrire al lettore un esemplare raro di “storia dei concetti” che muove da un interrogativo che coinvolge in modo bruciante l’attualità.

Che ne è della crisi quando questa si fa permanente? Quando l’eccezione (la krisis come momento culminante di una malattia, secondo l’origine medica del termine) diviene norma, stato perpetuo e irredimibile? E che ne è, soprattutto, della politica, che con il tempo e sul tempo costruisce – deve costruire – la propria trama di storicità? Storicità che altro non è che un costante, contingente intreccio di continuo e discontinuo, a testimoniare la presenza dell’atto, dell’agire, in un altrimenti piatto scorrere degli accadimenti.

Ma, per sintetizzare l’operazione di Revault d’Allones, vorrei muovere a ritroso, partendo dalle domande con cui il testo si chiude. La filosofa francese, infatti, prende atto di una “crisi del tempo”, di una detemporalizzazione, che caratterizzerebbe le nostre società cosiddette avanzate, costrette a vivere in altrettante “eterocronie” che impediscono di riportare a una sintesi coerente quelli che Reinhardt Koselleck riteneva i due assi del tempo vissuto: l’esperienza e l’aspettativa. Vivremmo così oggi in un regime di “presentismo”, in “un presente mostro, ipertrofico” (p. 123), in virtù del quale è lo stesso tempo storico a trovarsi abolito. Si tratta, in queste condizioni, di un’uscita dalla modernità, di una nuova “soglia d’epoca” (e vedremo quanto la questione della “soglia” conti per una riflessione sulla crisi)?

Myriam Revault d’Allones non offre risposte, ma propone un’avvincente genealogia della “crisi” che – sin da subito ci viene detto – ha statuto non già di concetto, bensì di metafora. Una metafora che, nata a significare l’interpretazione da parte degli aruspici del volo degli uccelli, si trasferisce dall’ambito giudiziario – dove krinein, com’è noto, designa il decidere, il separare – all’ambito della semiologia medica, dove viene a indicare una rottura nel ritmo temporale della malattia. Ma sull’origine greca (e politica) della crisi si tornerà in seguito, come già accennato. Revault d’Allones dedica infatti la parte centrale del libro alla modernità: alla modernità non solo in crisi, ma alla modernità come crisi.

Qui vengono in soccorso autori come Blumenberg e Foucault, per i quali la modernità – lungi dall’essere un’età del tempo – è “atteggiamento”, ethos, auto-posizione performativa. Se il senso politico del termine “crisi” si affermerà con Diderot e con gli Illuministi, è tuttavia a Rousseau che – si sostiene nel libro – dobbiamo un’elaborazione della crisi che la libera da ogni impianto teleologico: la crisi diventa “esemplare”, il momento in cui – in modo contingente, imprevedibile – l’umanità può uscire da uno stato di barbarie. È questo il momento in cui dalla critica – per ricordare un celebre testo del già citato Koselleck – si passa alla crisi: nel momento in cui la scissione hobbesiana tra foro interiore e obbedienza esteriore, o tra suddito e cittadino si rivela insostenibile, e il “conflitto critico” prelude al 1789.

Qui si apre la grande interrogazione della modernità su se stessa che, sul piano epistemologico, possiamo tradurre in una serie di domande: “come elaborare un tipo di continuità capace di chiarire la natura e la realtà delle rotture? Come pensare il rapporto del continuo e del discontinuo? Come comprendere i momenti d’irruzione, d’invenzione, di frattura che rompono la continuità temporale?” (p. 58). La crisi si rivela così non come accidente contingente, e ancor meno come malattia, bensì come “costitutiva dell’esperienza moderna del tempo e della storia” (p.101). La crisi, soprattutto, ha a che vedere eminentemente con la politica, essendo la politica non solo e non tanto governo dello spazio quanto governo del tempo: “cronopolitica”.

A partire da questo carattere eminentemente politico della “crisi”, è bene tornare alle sue origini greche: e in particolare a Tucidide che, nella Guerra del Peloponneso, inaugura l’idea della “crisi politica”, facendo di essa un “momento di verità” (p. 27): un segno storico-tragico. La crisi nasce cioè con la democrazia, con essa convive e di essa vive. Se dunque in apparenza la crisi odierna, sul cui bordo interminabile apparentemente viviamo, sembra avere i tratti della “gabbia” di weberiana memoria, in chiusura del testo – rivendicando la politicità della crisi – Revault d’Allones propone un’altra metafora: quella, arendtiana, della lacuna del tempo: vale a dire “l’interruzione – attraverso la capacità umana di cominciare – del corso del tempo che, abbandonato a se stesso, porta inevitabilmente alla rovina e alla morte.” (pp. 141-2). La crisi non più dunque come gabbia, ma come salto: come, secondo la sua origine greca, nuova invenzione democratica.

Myriam Revault d’Allones
La crisi senza fine. Saggio sull’esperienza moderna del tempo 
O barra O edizioni (2014), pp. 177
€ 15,00

Dopo il Leviatano

Nicolas Martino

«The horror! The horror!» Le ultime parole pronunciate da Kurtz nello straordinario romanzo di Joseph Conrad svelano inequivocabilmente il «cuore di tenebra» della cultura occidentale che è al centro della ricerca filosofica e politica di Giacomo Marramao (come si dispiega in questo volume del 1995, ora ripensato e assai ampliato): la logica dell’identità e della reductio ad unum. Una logica intorno alla quale si è organizzata una Modernità che attraverso l’ordine Sovrano ha creato il Pubblico e il Privato, il Popolo e l’Individuo, lo Stato e l’Identità, maledicendo la moltitudine della «differenza».

Una ricerca tesa a restituire la profondità di campo del Moderno, a dispetto di tutte le retoriche postmoderne del dissolvimento e oltrepassamento della modernità. Distante dall’abbandono «debolista» alla deriva dell’esistente, ma anche da quelle posizioni che leggono la modernità come progetto incompiuto da rilanciare attraverso un paradigma comunicativo-consensuale, e sempre attenta a bypassare gli idola del postmoderno come quelli della modernità. Già, perché la condizione postmoderna si rivela ben poco radicale, soggiacendo in realtà alla condizione moderna, tanto che, avrebbe detto Michelstaedter, «non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende».

Ecco quindi che il «futurismo» del Progetto moderno e il «presentismo» dell’Antiprogetto postmoderno si rivelano essere i due lati dello stesso processo moderno di temporalizzazione della «catena dell’Essere», e il multiculturalismo dei «ghetti contigui», delle differenze che rivendicano la loro specificità rapportandosi le une alle altre come «monadi senza porte né finestre», riproduce e moltiplica in sedicesimo la stessa logica identitaria moderna. Colonizzazione del futuro ed eternizzazione del presente, individuo e comunità, si rapportano l’un l’altro come in un gioco di specchi o double bind.

Ecco perché, ora che siamo oltre la soglia dello Stato-Leviatano, e la Modernità si è trasformata in una Modernità-Mondo, risultano sterili e retorici i superamenti e i rovesciamenti. Bisogna invece lavorare a uno spostamento laterale, e dall’interno stesso della ipermodernità aprire la breccia all’universalismo della differenza (al singolare): una sintesi disgiuntiva distinta «per un verso dall’universalismo dell’identità di stampo illuministico, per l’altro dall’antiuniversalismo delle differenze di stampo multiculturalista».

Questa la proposta avanzata dopo una densa e poderosa analisi della patogenesi del Moderno che attraversa, tra gli altri, Schmitt e Foucault, Weber e la Scuola di Francoforte, gli austromarxisti e i politologi e giuristi weimariani, compresa una preziosa rilettura dell’opera di Borkenau, La transizione dall’immagine feudale all’immagine borghese del mondo (1934) e della polemica che oppose Borkenau e Grossmann intorno al problema dei rapporti fra struttura sociale e sovrastrutture filosofiche. Tanto più affascinante oggi quando ci troviamo ad attraversare un’altra transizione.

Per chiudere, un’ultima osservazione: Marramao giustamente sottolinea come a differenza delle rivoluzioni moderne, che ponevano al primo posto il cambiamento delle strutture, ora è invece necessario spostare l’attenzione sulla costituzione dei soggetti. E in questo senso risulterebbe particolarmente produttivo indagare la natura paradossale di quella jouissance (Lacan) che assoggetta il corpo immettendolo in un movimento interminabile di ricerca del godimento. Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, che puntava a colonizzare il cuore e l’anima, sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!»

Dunque la trasformazione non potrà che prodursi nella capacità dei soggetti di sottrarsi a una enigmatica servitù volontaria, per cui si combatte ormai per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà. Lo spazio di questa scommessa potrebbe essere proprio l’Europa, se questa si costruirà come spazio comune di «costituzione dei soggetti collettivi del cambiamento» e, aggiungiamo, come spazio poststatuale rigenerato dalla lezione di Machiavelli e quindi attraversato dai tumulti del comune.

Proprio alla questione dello spazio, e del suo rapporto con il tempo, o meglio allo spatial turn, è dedicato l’ultimo, importante, capitolo del libro, in parte anticipato in un articolo apparso sul numero 30 di alfabeta2.

Giacomo Marramao
Dopo il Leviatano. Individuo e comunità
Bollati Boringhieri (2013), pp. 480
€ 26,00

Dal numero 34 di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

Rovine

Augusto Illuminati

Riusciamo ancora a produrre rovine? Nel solito modo, s’intende: produzione di rovine a mezzo di rovine. No, neppure quello. Ce ne lasciamo dietro, ma in-significanti. Macerie, ad essere esatti, scheletri di ecomostri e abitazioni abusive dismesse, cemento armato sbriciolato dopo esplosioni, sismi, demolizioni e alluvioni. Nulla che parli di noi e dell’evento che le ha attraversate.

Pensate alla differenza fra la spettrale Vela incompiuta della Città dello Sport di Calatrava a Tor Vergata, monumento alla dissipazione, e le fortezze di Giustiniano sull’Eufrate o Taq-i Kisra, la gigantesca volta a botte del palazzo sassanide di Cosroe a Ctesifonte sul Tigri, che ha resistito ai bombardamenti americani nel 2003. Sono ben diversi regimi di testimonianza e deperimento, di espressione della contingenza e di trionfo del tempo. Il sublime carcerario piranesiano e le pagine freudiane sul Campo Marzio dell’inconscio ne sono il risvolto mentale, la coesistenza allucinatoria degli strati.

Per Simmel la rovina architettonica costituiva il punto di equilibrio tra la gravità della natura, che fa tendere ogni cosa verso il basso, e lo spirito creativo dell'uomo, che aspira ad innalzare, fra il manufatto completo che attesta il secondo e la distruzione che fa trionfare la prima, dunque manifestava la coesistenza precaria e paradossale di Eros e Thanatos, il diritto di morire, il ritorno all’inorganico sospeso all’ombra della malinconia.

Nella rovina si consuma la sconfitta del progetto ma anche il suo compimento-superamento, perché in essa, a differenza del frammento che testimonia di un’unità artistica originaria, emergono altre forze, quelle della natura che si prende la rivincita sullo spirito in modo accidentale e disarmonico esponendo agli occhi di un osservatore etico più che estetico l’informe che registra l’universale inimicizia reciproca degli impulsi vitali. I ruderi, in quel loro confondersi con la natura che contrasta con l’estraneità di ogni tipo di architettura compiuta, hanno a che vedere con la disorganicità dell’allegoria, con la moda e con la morte, sbloccano la tirannia della forma e l’unità coatta del simbolo, alludono, nel fascino del declino e della decadenza, al tramonto e alla transizione ad altro in senso nietzschiano.

Nello stesso mood Benjamin scriverà nel Dramma barocco tedesco che l’allegoria, cara al barocco quanto le rovine, si colloca al di là della bellezza, sul palcoscenico di un «inarrestabile decadimento» della storia e dell’«eterna caducità della natura», così che «all’allegoria nel regno del pensiero, corrisponde la rovina in quella delle cose». Le rovine sono luoghi di iscrizione per geroglifici, rebus, equivalenti grafici bidimensionali del risuonare della Signatur böhmiana.

Cosa significa allora che oggi, in linea di massima, i ruderi del moderno non riescano a comunicare un’illusione postmoderna paragonabile a quanto fu il romano per gli umanisti, il greco per i neoclassici, il gotico per i romantici? Ovvero che non riusciamo a immaginarci – se non in uno scenario post-apocalittico da Pianeta delle scimmie– un futuro di rovine per manufatti di variabile qualità, la mediocre Ara Pacis di Meier o l’intrigante Guggenheim di Gehry a Bilbao.

Solo in circostanze eccezionali, la dismissione trasmette senso per contrasto. Un esempio. I manufatti di quella particolare variante del moderno che fu l’architettura fascista, soffocati da uno sviluppo urbano di qualità inferiore nella metropoli, sopravvivono in tutto il loro splendore in colonia, in Eritrea e in Libia. Nel secondo caso, per la confluenza di un isolamento fisico e politico: l’immersione nella steppa e nella sabbia favorisce il loro abbandono o riuso straniante in un paese che ha espulso la presenza italiana coloniale.

Edifici integri abbandonati (i villaggi colonici e le abitazioni rurali mono-familiari sul Gebel-al-Akhdar cirenaico) o ricontestualizzati in un diverso habitat urbano (Tripoli) assurgono allo stato di rovine integrate (come il Portico d’Ottavia a Roma o il palazzo di Diocleziano a Spalato per l’antico) proprio e soltanto in quanto estranee al contesto, a patto di una cesura storica e di una sostituzione degli abitanti, così da segnare il differenziale temporale e l’effetto caducità pur nella modernità del disegno e dei materiali. Riuso e abbandono prorogano il senso attraverso la negazione del monumento. Dove manca questo strappo, il moderno tende a corrompersi in un tessuto urbano indifferente, troppo contemporaneo per distinguersi, troppo pretenzioso per entrare nella dimensione metropolitana. L’area degli scarti, dei rifiuti, del junkspace di R. Koolhaas.

Tuttavia non ne è impossibile una riqualificazione di significato. Proprio infatti lo sgargiante junkspace iper-moderno, come avvenne per l’anonimo residuo della città industriale, diventa spazio elettivo per ideogrammi e rebus al pari delle rovine barocche in Benjamin. Pensiamo, nel secondo caso, all’uso godardiano dei segnali (graffiti, manifesti, targhe), il cui esempio più toccante è l’insegna “Enfer et ses fils”, 10 rue de Rambouillet, b/n parigino, nella stazione finale della via crucis di Nana-Anna Karina (Vivre sa vie, 1962), per il primo alle grandi scritte luminose ENTER, LOVE e VOID di una coloratissima Tokyo notturna che scandiscono il melodramma sciamanico Enter the Void di G. Noé, 2009.

Tutto può supportare il geroglifico, ma allora l’arresto della caducità nel tempo-ora si sposta dalla costruzione svuotata all’immagine filmica, che si candida a mobile successore, prima analogico poi digitale, della durata dell’architettura. Natura e progetto – i poli simmeliani – collassano in una superficie continua. Produciamo fantasmagorie gassose, appunto, piuttosto che rovine. In oscura corrispondenza con la natura di videogioco che spesso assume la distruzione: joystick e droni.

Il Grande Progetto è deragliato

Bruno Cava

«Il terzo mondo esploderà!» Questa affermazione è tratta da uno dialogo di O bandido da luz vermelha di Rogério Sganzerla. Il film del 1968 rappresenta il sottosviluppo come un’esperienza disarticolata e paradossale, sull'orlo dell'abisso. Sottraendosi alla cultura delle avanguardie dell’epoca, compreso il Cinéma Nôvo di Glauber Rocha, O bandido da luz vermelha rifiuta i messaggi edificanti per presentare i tropici semplicemente come una bomba a orologeria. Invece delle contraddizioni interne alla formazione di uno spazio nazionale, alle tensioni fra sviluppo ed emancipazione, il cineasta preferisce raccontare l’impossibilità congenita di un Brasile a immagine e somiglianza del colonizzatore (lo stato, il capitale, la modernità).

Rifiuta così qualsiasi Patto Nuovo fra classi popolari e borghesia nazionale orchestrato dalle sinistre, e quindi il gusto e i miti civilizzatori propri della retorica «nazional-popolare». Sganzerla propone invece, con l'ironia pop di un Oswald de Andrade, l'intelligente messa alla berlina di un Grande Progetto che gioca solo a favore delle élite colonizzatrici e colonizzate. Nel film, il vicolo cieco e la catastrofe non inducono al pessimismo, ma piuttosto alla paradossale percezione che l’unica uscita dal sottosviluppo sia nel sottosviluppo stesso. L’inadeguatezza rispetto al progresso non richiama nostalgie di un’identità anteriore né un passato da riscattare. All’epoca il film non venne classificato né come di sinistra né come di destra.

Oggi, quando moltitudini amorevolmente vestite di nero, che sembrano uscite direttamente dai fumetti, si riversano per le strade, la profezia sganzerliana trova la sua conferma. L’azione sfugge alla comprensione delle sinistre che continuano a non capire niente, capiscono solo che qualcosa di completamente nuovo sta accadendo, qualcosa che loro non comprendono. Nel 2013, Rio è esplosa. Il Grande Progetto è deragliato. Si è sbagliato chi credeva che con la crescita economica e le politiche sociali, tra la Confederation Cup e le Olimpiadi, le persone si sarebbero politicamente adeguate. È successo il contrario. La nuova composizione sociale cresciuta negli ultimi 10 anni ha definito il luogo e il tempo delle lotte, si sono moltiplicati i collettivi, le assemblee e i territori dell'organizzazione.

I governi e una sinistra il cui discorso era già obsoleto nel 1968 ora sono spaventati, sono storditi, ma il mostro che hanno allevato era fuggito dal laboratorio ormai da molto tempo. I sintomi erano molti, ogni volta più frequenti: piccole rivolte contro le mega-opere, rimozioni urbane, super valorizzazione immobiliare, disordini, domicili coatti e la sempiterna uccisione di neri e indios, in nome del progresso. Il movimento è cresciuto man mano che cresceva la questione dei trasporti e ha acquisito visibilità grazie alla Confederation Cup, durante la più autentica e calorosa festa del paese. Il futuro ha bussato alle porte della Nuova Rio. Ma non ha niente a che vedere con il progresso pacifico e pacificatore sognato dalla borghesia/sinistra nazionale e dal suo «compromesso storico».

C'è chi non si stanca di ripetere che le manifestazioni sono tornate al punto di partenza. Lo si ripete inutilmente. Le proteste hanno già percorso un lungo cammino, hanno trasmesso impulsi, indignazione e un chiaro segnale di invito alla mobilizzazione politica e produttiva. Queste lotte configurano un vero e proprio ciclo, con effetti a breve e lungo termine. Solo chi rimane isolato in casa a seguire le notizie che arrivano dai mass media può avere l’impressione che sia una minoranza confusionaria quella ancora mobilitata. Il PT, dal canto suo, ha ridotto la lettura di quanto accaduto alla teoria dei gruppetti irresponsabili con tratti fascisti. Secondo questa idea, le proteste, senza avere né ragioni né obiettivi, e manipolate dalla destra golpista, avrebbero avuto come unico risultato quello di destabilizzare i governi gestiti dal PT e dai loro alleati. La sinistra agita questi fantasmi per criminalizzare le lotte.

IMG_0017 - Cópia (640x427)
foto di Katja Schilirò

Con gli sviluppi di agosto, la convergenza criminalizzante di destra e sinistra ha rafforzato la teoria del «gruppo di esagitati che spaccano tutto». Diffusa da tutti i notiziari, dagli opinionisti sulle colonne dei giornali, e tra gli intellettuali organici, non è servita solo ad affermare un senso comune a cui la popolazione dovrebbe moralmente aderire, ma anche per mettere in moto i meccanismi del potere punitivo, a cui i media hanno storicamente e da sempre partecipato. Al di là della brutalità della polizia nelle strade, si moltiplicano gli arresti basati sul nulla, le intimidazioni a fronte di opinioni postate su Facebook, il divieto generale di usare maschere e quindi le minacce rivolte agli attivisti. Una militante ricercata per la sua partecipazione ai black bloc si trova in esilio virtuale in Argentina e sta pensando di chiedere asilo politico. Questo senza parlare del sistematico spionaggio delle conversazioni sui social network e delle intercettazioni telefoniche, in quello che può essere considerato il Watergate brasiliano.

Il 7 di settembre a Rio, la manifestazione del Grito dos excluídos è riuscita a unire i movimenti tradizionali con i gruppi e le dinamiche sbocciate sulla scia delle manifestazioni. Per la prima volta, si sono potuti vedere i tradizionali carri com musica e bandiere fianco a fianco ai black bloc, le maschere di Anonymous e i molti Media Ninja (l'informazione alternativa di movimento). La tenacità com la quale si è tenuta viva la lotta, lo scontro diretto, nonostante una violenza e persecuzione crescenti, è senz’ombra di dubbio, un dato nuovo. La questione del trasporto pubblico produce rivolte frequenti, a volte molto dure, come quelle del 10 e 11 settembre sui treni. Nel frattempo continua lo sciopero dei professori statali, che negli ultimi giorni ha coinvolto anche gli impiegati delle poste.

Qualcosa di molto solido nella percezione della nuova Rio si è disfatto nell’aria piena di lacrimogeni. Le certezze elettorali sono a pezzi. Le promesse di riscatto sociale legate ai megaeventi non convincono più. Nessuno è più disposto ad accettare una pacificazione sociale fondata sulla paura. La gloriosa scalata a città del primo mondo non ha resistito alle giornate di giugno e ormai suona falsa, finta.

Oltre agli effetti superficiali, anche qualcosa della cordialità brasiliana è svanito. Una trasformazione nella dimensione dei gesti. Il fascismo è uscito fuori dagli armadi, è stato obbligato a scendere dalle colline e a occupare i telegiornali. Il potere sta costando caro a chi pretende di continuare a esercitarlo senza concessioni. Intorno alla violenza, questione controversa, vi è una lotta simbolica e reale. In questo scenario chi pensa di poter valutare ogni violenza con lo stesso metro, perde di vista le questioni razziali, di genere, e di orientamento politico, e finisce così per lavorare a favore della pacificazione repressiva.

Nel 2013, la polvere sotto il tappeto ha finito per sollevare il tappeto, spogliando il potere del suo fascino discreto e della sua fiera superbia. Il tic tac di Sganzerla, almeno a Rio, continua a risuonare.

 Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

Il governo dell’uomo indebitato

Federico Chicchi

Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? Non è giunto il momento di mettersi in viaggio? “Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire”, per Deleuze, partire significa tracciare una linea, una linea di fuga: e nelle linee di fuga “c’è sempre un tradimento (...), si tradiscono le potenze fisse che vogliono trattenerci”. Occorre svincolarsi dai segmenti che ci trattengono, che hanno il potere di individuarci e di decidere la qualità dei nostri sogni.

Questo “potente” tema deleuziano, attuale più che mai, immersi come siamo nelle piaghe putrefatte della società salariale, mi pare in sintesi la tensione fondamentale che attraversa, dall’inizio alla fine, l’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013). L’oggetto specifico del tradimento, cui ci invita l’autore, si palesa solo negli ultimi capitoli del volume, ma après-coup fornisce una pragmatica a tutto il volume. Il tradimento da realizzare passa dal rifiuto del lavoro.

Scrive, in proposito, Lazzarato: “Oggi il rifiuto del lavoro contemporaneo mette in discussione più profondamente il capitale di quanto non abbia fatto il rifiuto operaio, perché riguarda la società nel suo insieme e la soggettività in tutte le sue dimensioni. Ciò che è in gioco è l’«antropologia» della modernità”. In questa infedeltà al lavoro salariato, inteso come spazio privilegiato ma al contempo oggi smisurato, dei processi di soggettivazione capitalistici, c’è la possibilità, o meglio, l’opportunità, di tracciare delle linee di fuga che possono distribuire la soggettività su di uno spazio aperto, certamente insidioso e rischioso, ma anche generativo e creativo.

Insomma in gioco c’è la possibilità, anzi ci dice Lazzarato “la necessità di scoprire, produrre e ricomporre temporalità e soggettività eterogenee” e a questo fine occorre “continuamente neutralizzare e sottrarsi alle tecniche di assoggettamento e di asservimento della governance”. Occorre precisare subito che il testo di Maurizio Lazzarato è organizzato dentro un incalzare continuo e sorprendente di argomentazioni teoriche che trovano il loro binario concettuale privilegiando il riferimento alle sollecitazioni francesi di Gilles Deleuze, Felix Guattari e Michel Foucault. Sollecitazioni però che si ibridano e contaminano, senza sosta, con molti altri autori, tra cui forse il più sorprendente risulta essere Pasolini.

La trama interpretativa che si dipana progressivamente tra le pagine del libro in modo chiaro e convincente, nonostante la complessità filosofica dei temi, produce un originale e coerente affresco del nuovo neoliberalismo “governamentale”. In altre parole ciò che risulta tratteggiato è un capitalismo che a partire dalla crisi iniziata nell’ormai lontano 2007, rilancia e riorganizza i suoi apparati di potere dentro una tanto inedita quanto ossimorica governamentalità autoritaria. Occorre, ci dice l’autore, far passare alle categorie foucaultiane (cui quella di governamentalità appartiene) l’esame della crisi economico finanziaria del presente.

Infatti oggi “La governamentalità non si limita a incitare, sollecitare, favorire, poiché essa impone, vieta, norma, dirige, comanda, ordina e normalizza”. Assoggettamento da un lato e asservimento dall’altro. È nell’incrociarsi sinergico e complementare di questi due apparentemente opposti movimenti del potere che il capitalismo segmenta e traduce la vita, il bios, al suo piano sintattico e “grammaticale”. Scrive ancora Lazzarato: “Da un lato siamo prodotti in quanto soggetti, siamo assegnati alla nostra «natura» di individui, colpevoli e responsabili (del debito) (...). Dall’altro siamo istituiti come «dividuali», funzioniamo cioè come semplici elementi, pezzi, ingranaggi della macchina dell’economia del debito”.

Soggettivati e spinti al culte de la performance e al contempo disciplinarizzati e de-soggettivati. Il segreto di questo doppio movimento, di questa disgiunzione inclusiva, è rintracciabile secondo l’autore, seguendo Deleuze e Guattari, nella peculiarità capitalistica dell’assiomatica. L’assiomatica funziona spostando continuamente e dinamicamente i limiti di funzionamento del capitale, metabolizzando e segmentando le linee di fuga soggettive e quindi piegandole al lavoro attraverso «enunciati operativi», semiologie di cattura.

L’assiomatica permette così di assumere le crisi dinamiche della macchina capitalistica come un normale funzionamento. In altre parole rendere elastici i propri limiti di funzionamento significa de-codificare e assiomatizzare contemporaneamente. “Significa che possiamo definire il capitalismo come un’assiomatica sociale”. Affermava Deleuze nel 1971, l’anno precedente all’uscita de L’anti-Edipo: “e non è al livello del modo di vivere che il capitalismo ci rende schizo, ma al livello del processo economico (...) il capitalismo funziona come un’assiomatica, un’assiomatica dei flussi decodificati. Tutte le altre forme sociali hanno funzionato sulla base di una codifica e di una territorializzazione dei flussi, e, tra la macchina capitalista che fa un’assiomatica dei flussi decodificati in quanto tali o deterritorializzati in quanto tali e le altre formazioni sociali, c’è veramente una differenza di natura che fa essere il capitalismo il negativo di tutte le altre formazioni sociali”.

Secondo Lazzarato l’assiomatica della/nella crisi coincide con la liberazione degli apparati di cattura del valore prodotti nella cooperazione sociale “ovvero dell’appropriazione e dell’espropriazione della produzione sociale” ma ancora di più “Nella crisi del debito, il modello di realizzazione dell’assiomatica funziona con un numero ancor minore di assiomi: rimborsare i creditori, ridurre drasticamente i salari e i servizi sociali, privatizzare lo Stato sociale”. La base organizzativa e irrinunciabile della nuova governamentalità neoliberale è allora lo Stato. In quanto organizzazione che si occupa di realizzare gli assiomi del capitalismo e proteggere gli interressi dei nuovi rentier.

Su questo Lazzarato insiste davvero molto, mostrando, in modo convincente, i limiti delle interpretazioni che vedrebbero nel neoliberalismo il puro dispiegarsi del dominio del mercato tout court. Il capitalismo contemporaneo è invece un capitalismo di Stato, dove quest’ultimo ha il compito prioritario di gestire l’ambivalenza, la duplicità del potere. Emerge dunque nella lettura propostaci dall’autore “una nuova concezione della sovranità nella quale non è più possibile distinguere l’economia dallo Stato, il potere politico dalla potenza del capitale, la governamentalità dalla sovranità. (...) Lo Stato massimo, come la crisi ha l’onere di mostrarci, è del tutto compatibile con i neoliberismo”.

In conclusione, cercando di pagare dazio al nostro ruolo di recensore, voglio segnalare un aspetto del volume (ma che soprattutto riguarda il volume precedente La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012) che credo andrebbe maggiormente articolato. In estrema sintesi non mi convince pienamente il modo in cui il tema della colpa è analizzato nella determinazione del rapporto di potere emergente basato sulla forma creditore/debitore.

Sottolineare troppo il ruolo di questo elemento “morale” nella determinazione del soggetto rischierebbe, come d’altronde pare esserne pienamente consapevole l’autore, di farci perde di vista l’elemento macchinico e dividuale del potere contemporaneo (l’asservimento). Inoltre, per quanto riguarda invece specificatamente l’assoggettamento, la colpa è un meccanismo psichico tipicamente nevrotico, che ha che fare con un atto di trasgressione rispetto a un ordine simbolico istituito. Il senso di colpa, secondo Freud, si produce a causa della cogenza della legge istituita dopo l’uccisione del padre. Totem e tabú. La colpa “funziona” insomma in una società fondata edipicamente sull’interdizione paterna.

Nelle società attuali a stampo governamentale e caratterizzate dalla evaporazione del padre, l’unica colpa possibile mi pare essere, lacanianamente, quella di non essere in grado di godere come il dispositivo ci stimola e orienta a fare maniacalmente. In questo senso la colpa sarebbe, al limite, l’esito non dell'indebitamento ma quella del non riuscire ad accedere a nuovo credito. Certo la crisi come ci ricorda Lazzarato articola in forme nuove il dispositivo biopolitico e re-inscrive soggettivamente, la vergogna e la depressione, più che la colpa, del fallimento... e questo è un problema non di dettaglio che ci chiama con urgenza alla composizione di nuove linee di fuga capaci di sedimentare nuove temporalità soggettive e di produrre nuove istituzioni sociali. Prendiamo il largo.

Tempi moderni

Aldo Nove

Ora che sono davvero cambiate
vedi che sono soltanto cazzate
le cianfrusaglie che sono passate

certo tu dici che le abbiamo amate
certo ci abbiamo passato nottate
certo ci abbiamo riempito le annate

sembravano cose ma non lo son state
sembravano vite ma troppo truccate
meglio che allora se ne siano andate

fa niente le nostre esistenze bruciate
non erano fuoco e nemmeno fiammate
non le abbiamo prese, non le abbiamo date

certo che a lungo le abbiamo guardate
certo che molte le abbiamo comprate
ma una mattina così evaporate…

forse che fosse uno scherzo soltanto…
certo si è rotto improvviso l’incanto
ma senza rumore, né impatto, né schianto

Come ripensare la contestazione

Amalia Verzola

Nella prima metà degli anni Settanta un giovane romeno esule a Parigi, Toni Arno, fonda la rivista «Errata». Pubblicata per la prima volta nel novembre 1973, essa rappresenta un esempio ben costruito di militanza intellettuale.

Quindici anni di proposte, progetti, idee e alternative, e un solo scopo: spiegare il fallimento del ’68 e superarlo. Un superamento che, dunque, è anche e soprattutto un attraversamento. Peccato però che l’avventura avanguardista che accompagna la pubblicazione di «Errata» sia pressoché sconosciuta. Peccato, perché le tematiche che emergono dalla lettura della rivista sono davvero suggestive.

Al primo impatto «Errata» sembrerebbe collocarsi nel solco del postsituazionismo, ma non è affatto così. Lo stesso Toni Arno, d’altronde, fa parte dell’Internazionale situazionista, ma solo per qualche mese. Conosce e frequenta Guy Debord per prenderne poi bruscamente le distanze. Perché? «Errata» voleva rispondere a una sostanziale esigenza: innescare un processo efficace e trasversale di ridefinizione delle culture di sinistra.

Forse anche l’Is, così come il movimento rivoluzionario moderno, non era stata in grado di comprendere realmente la sua epoca? O meglio: l’Is era riuscita a ingaggiare quella che Arno avrebbe definito una lotta storicamente situata? Critica e socialità sono i concetti chiave attorno ai quali ruota il lavoro del gruppo avanguardista che gravita intorno ad Arno. Un gruppo che stenta, tuttavia, a definirsi tale. «Errata» è l’incontro autentico di individui che condividono le medesime prospettive, le medesime aspirazioni. Non è settarismo, ma partecipazione.

Ripensare non solo il presente ma anche e soprattutto i rapporti interpersonali: su questo terreno si gioca la partita. Ma in che modo la rivoluzione deve avvenire nel presente? Innanzitutto rompendo col passato. Con una rinnovata lucidità, con un’affinata capacità critica. Il rapporto con la dimensione storica non deve più fondarsi su un’attitudine contemplativa, fatalista o addirittura millenarista: tendenza che invece è stata la cifra peculiare degli anni Settanta.

I movimenti rivoluzionari avevano in effetti dimostrato scarsa capacità di aderire al presente, riproponendo schemi di pensiero e azione ormai obsoleti, stantii. Il primato della teoria, inoltre, aveva contribuito a rendere ancora più difficoltoso qualsiasi ripensamento critico del dato. Il fallimento stesso della contestazione aveva portato con sé una serie innumerevole di piccole rivendicazioni astratte.

Per «Errata», invece, fare la storia, e ingaggiare una lotta storicamente situata, vuol dire essenzialmente avere una cognizione chiara del momento storico: essere in grado di soggiornarvi. «Per capire il presente è importante insistere, persistere, considerare senza precipitazione tutto ciò che è in via di formazione – sostiene Toni Arno in Jours critiques, pubblicato sull’undicesimo numero della rivista –. Non risparmiarsi di fronte a nessuna difficoltà che si presenti, ma affrontare queste per intero, senza scorciatoie né vie traverse. I cambiamenti reali non sono i più visibili, ma i più sensibili.»

Il rapporto dei vecchi rivoluzionari con la dimensione potenziale dell’esistenza era assolutamente patologico, morboso, proprio perché non attento al presente. «Errata» vuole invece accogliere e tesaurizzare il momento storico. Questa nuova attitudine è critica in quanto valutativa, analitica. Una disposizione a lasciarsi attraversare dalla vie courante che porta con sé anche la possibilità di risignificare le relazioni interpersonali attraverso un contatto più profondo con l’altro orientato all’ospitalità, alla scoperta e privo di pregiudizi. Non c’è alcun rapporto di antecedenza logica tra la critica e questa rinnovata socialità: affinare l’arma della critica, infatti, significa al contempo acquisire coscienza del contenuto eversivo della relazione, dell’incontro.

E così questa socialità, la capacità di vivere consapevolmente le relazioni interpersonali, permette di articolare un’opposizione specifica allo statu quo. La critica, incanalata nella socialità, può dunque finalmente tradursi in sapere operativo. La socialità critica, ovvero il saper-essere-presenti-lucidamente nella relazione, rappresenta in «Errata» il punto di arrivo di un percorso di indagine estremamente interessante. Ma, al contempo, anche il punto di partenza. Il presente non offre mai un adeguamento perfetto dell’altro: farsi carico di questa differenza irriducibile vuol dire predisporsi all’emergenza dell’imprevisto, e dunque al cambiamento. Una nuova generazione di intellettuali rimpiazza così quella precedente. L’intellettuale di «Errata» vuole conoscere il mondo senza lasciarsi intrappolare dal vecchio.

Rispondere alle esigenze dei tempi non equivale a guardare con occhio nostalgico al passato, né tanto meno a proiettarsi in una dimensione futura tanto fumosa quanto irreale. Rispondere alle esigenze dei tempi vuol dire aprirsi, piuttosto, a un contatto più autentico con il presente. Quello di «Errata» fu un progetto culturale di ampio respiro e di estrema attualità. Forse sottovalutato.

Questo articolo è la versione breve  di un intervento letto in occasione del convegno internazionale «Situazionismo: teoria, arte e politica» tenuto a Roma il 30 maggio scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, a cui alfabeta2 ha dedicato uno nodo nel nuovo numero.  Leggi gli altri interventi sul numero 32 di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale