Ideologia sillabica

Giorgio Mascitelli

La nostra vita pubblica è costellata di piccoli incidenti che sarebbero stati in altre fasi storiche insoliti se non impensabili, ma che diventano oggi, più semplicemente, l’attestazione indiretta della tendenza a ricondurre senza esitazioni ogni singolo aspetto della vita sociale alle cosiddette leggi inesorabili del profitto. È il caso, per esempio, delle controversie seguite alle critiche che diversi accademici della Crusca, riuniti nel gruppo Incipit, tra i quali figurano illustri linguisti i cui insegnamenti, in tempi normali, dovrebbero essere piuttosto il punto di riferimento per l’uso dell’italiano in ambiti ufficiali, ha riservato alla lingua usata in un documento del ministero dell’istruzione, il Sillabo per l’educazione all’imprenditorialità nella scuola secondaria. In particolare la constatazione degli accademici che nel Sillabo vi era stata una ‘meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante, non di rado palesemente inutile, a fronte dell’italiano volutamente limitato nelle sue prerogative basilari’ ha suscitato la reazione piccata dello stesso ministro.

Del resto già da alcuni anni molti documenti ministeriali sono redatti in una lingua aziendalistica infarcita di stereotipi e anglismi pletorici. Si tratta di una lingua chiaramente affetta da quello che Calvino chiamava il terrore semantico, ossia la fuga di fronte a ogni termine cha abbia un significato chiaro, tipico dell’antilingua delle burocrazie. I rapporti del gergo ministeriale con l’antilingua calviniana sono evidenti e tuttavia più articolati di quanto si potrebbe pensare: se da un lato esso ne è l’omologo contemporaneo quanto all’uso e alla fruizione sociali, dall’altro appare come l’esito deviato e malsano di quello sforzo di modernizzazione dell’italiano che avrebbe dovuto salvarlo dall’antilingua. Infatti, mentre Calvino vedeva illuministicamente in una lingua pienamente comunicativa e di immediata traducibilità lo strumento linguistico di una modernità razionale, è probabile che gli estensori di questi documenti vedano in quegli aspetti del loro linguaggio che lo rendono un pidgin difficilmente traducibile tanto in italiano quanto in inglese i tratti di una comunicazione moderna che rispetta standard scientifici. Nella fiducia, nonostante tutte le evidenze di segno opposto, della sua efficacia comunicativa si rivela indirettamente uno degli aspetti dell’ideologia contemporanea ossia l’idea che il successo della scuola coincida con il suo adeguamento a determinate pratiche e concezioni internazionali o meglio promosse da alcune organizzazioni internazionali. Siccome questi organismi presentano spesso le loro politiche scolastiche non come una strategia nascente da una certa opzione politico-culturale, ma come l’applicazione di criteri scientifici all’avanguardia politicamente neutrali, ecco allora che la lingua dei documenti ministeriali pullulerà di tecnicismi anglicizzanti.

Del resto l’antilingua burocratica di cui parlava Calvino cinquant’anni fa, in cui ‘timbrare’ si doveva dire ‘obliterare’ secondo il suo celebre esempio, veniva ricalcata su allocuzioni e sintagmi tipici della lingua giuridica, sentita come più autorevole perché emanazione della legge e dello stato; così, nel gergo dei documenti sulla scuola, l’assemblaggio di espressioni provenienti dall’informatica, dalla pedagogia anglosassone e dall’economia serve a incutere nel lettore il rispetto verso discorsi che traggono origine dalle vere autorità del nostro tempo ossia il mercato e la tecnologia. Calvino sognava la modernizzazione dell’italiano come lingua al servizio della società ossia di tutti, in un’utopia nobile anche se dalle forme un po’ tecnocratiche, perché la lingua risentirà sempre dei rapporti di potere in una società e nel contempo li rappresenterà, mentre l’antilingua di oggi, come quella di ieri, enfatizza questi rapporti di potere e si fa strumento per lasciarli inalterati.

Nella fattispecie del sopraccitato Sillabo, l’idea che tutta l’attività scolastica debba essere imperniata sull’educazione all’imprenditorialità, sulla quale verte il documento, non può che essere presentata all’interno del quadro concettuale dell’antilingua ministeriale, perché in qualsiasi altra forma linguistica rivelerebbe subito gli aspetti ideologici, totalitari e assurdi di questa idea. Non si tratta allora di qualcosa di analogo al latinorum con cui Azzeccagarbugli cerca di approfittare della propria superiorità culturale e contro il quale protesta Renzo, ma del fatto che il ricorso all’antilingua garantisce una verniciatura di moderna oggettività tecnocratica a una serie di idee e concetti, le cui matrici storicamente date sono reazionarie. Così per esempio il silent coaching, evocato nel sillabo ministeriale per stimolare forme di autoconsapevolezza imprenditoriale, se fosse stato reso con la traduzione di ‘allenamento o addestramento silenzioso’, avrebbe finito con l’istillare il dubbio nel lettore che quella che si va imponendo è una scuola unidimensionale, fortemente ideologizzata e poco incline allo sviluppo delle capacità critiche dello studente.

Che un documento del genere sia intitolato con un termine arcaico e desueto quale sillabo, che sembrerebbe essere inconciliabile con le sue velleità rinnovatrici, è curioso; infatti il termine ‘sillabo’ richiama oggettivamente nella cultura italiana il documento, pubblicato da papa Pio IX nel 1864, nel quale venivano condannate tutte le dottrine progressiste dell’epoca in nome del tradizionale assolutismo pontificio. Del resto è curioso, ma non sorprendente che un testo redatto in chiave accattivante e futuristica incorra in una svista simile, perché è caratteristica di ogni antilingua quella di ignorare le sfumature storiche del linguaggio. Non occorre, però, prendersela per questo, anzi dobbiamo essere grati agli incauti estensori del nuovo sillabo di questa gaffe storica che suggerisce, sia pure in modo preterintenzionale, quali siano i veri modelli sociali a cui si ispirerà la scuola del futuro.

Idoneità

Augusto Illuminati

Lucrezianamente ormai immune dai disastri berlinguerian-gelminiani dell’italica Università, suave, sarebbe, e terra magnum alterius spectare laborem, ma un residuo senso civico mi induce a riflettere sulle polemiche scatenate dalla pressoché compiuta conclusione della prima tornata di idoneità di prima e seconda fascia, alias Abilitazione Scientifica Nazionale.

Trattandosi infatti di formulare giudizi complessivi di ammissibilità ai ruoli di ordinario e associato (bizzarra tipologia, non presente in natura e neppure nella cultura, in cui esiste solo attitudine o meno alla funzione docente) piuttosto che di distribuire un numero circoscritto di posti retribuiti, per cui serviranno ulteriori concorsi di sede, è chiaro che questo è il campo di un trionfo assoluto del principio di valutazione in sé, non della necessità di scegliere uno a spese di altri per vincoli di organico e di bilancio.

Al di là, dunque, delle recriminazioni individuali sugli esiti dell’abilitazione e sulle clamorose discrepanze fra i criteri adottati nei vari settori, vorrei soffermarmi sulle contraddizioni della prima applicazione di massa della valutazione alle carriere docenti, che fa seguito alle già controverse incursioni nel finanziamento della ricerca e dei dipartimenti. La logica neoliberista e “post-democratica” ha il suo punto discriminante non in un generico riferimento al mercato o al laissez-faire, ma nell’imposizione dall’alto e con l’ausilio di tutti gli strumenti tecno-burocratici del principio di concorrenza, anche in settori non proprio coincidenti con l’economia, per esempio nella pubblica amministrazione, nella formazione e nella ricerca.

La diseguaglianza viene assunta a regola certificata e presunta propulsiva e, beninteso, ritrovata accresciuta al termine dei processi devastanti che smantellano gli assetti precedenti. Non rievoco qui gli svariati misfatti compiuti da INVALSI e ANVUR nelle aree educative di loro competenza e mi attengo alle metodologie valutative su chi è già in organico, neppure ai criteri di assunzione, chiaramente assenti in tempi di tagli selvaggi e turnover negativo.

Se Brunetta, ben presto strozzato dalla resistenza sindacale e dalla vischiosità dell’apparato, pretendeva di distribuire le note di qualifica e gli incentivi selezionando meccanicamente una quota di meritevoli a spese degli altri, il MIUR distribuisce le idoneità – le promesse di accesso a un organico in via di riduzione – in modo tale che ci sia una quota minoritaria di eletti (il Ministero aveva raccomandato di soppiatto non più del 40%) e una massa di “segati”, indipendentemente o in misura spropositata rispetto alla qualità effettiva del corpo docente. Importante è che i suoi membri siano in concorrenza fra di loro, che considerino la formulazione del proprio CV, la produzione delle pubblicazioni sulle riviste “giuste” e l’acquisizione di crediti organizzativi quali momenti della loro auto-imprenditorialità culturale.

Di più: se nell’ideologia BDSM della società del rischio e della competizione il lavoro è sempre sottoposto all’imperativo della formazione permanente e al connesso ricatto del fallimento per inferiorità o per pigrizia, il debito-colpa deve essere immesso con priorità assoluta nella formazione e selezione dei formatori. Università e scuola siano la fucina dei meccanismi di valutazione e autovalutazione per ogni ramo lavorativo standard e anomalo, riciclo degli espulsi compreso. Quindi, non ci si lamenti che i ricercatori siano trattati come i postelegrafonici, perché devono esserne l’archetipo platonico.

Però... «per fortuna o purtroppo» siamo italiani e allora i più diabolici dispositivi dell’efficientismo meritocratico anglo-sassone devono essere calati nel gesso delle consuetudini nostrane, del burocratese azzeccagarbugli e delle tradizioni accademiche da secoli impiegate per tutelare clientele e parentele. Così il 90% delle esclusioni adottate – almeno nell’area umanistica che mi sono andato a guardare per competenza – per profilare il merito quale scarto dalla media (anzi dalle famigerate “mediane”) è stato motivato con la non pertinenza al settore scientifico disciplinare, un trucco vetusto con cui si rimandava l’incauto concorrente da ponzio a pilato fra storia della filosofia e filosofia politica, filosofia teoretica e filosofia morale – tanto per buttar giù qualche esempio a caso.

Quanto nel mondo era grande – in perversione – viene qui rimpicciolito a misura di procedure (maxi)concorsuali e di meschino intrigo familistico o di cordata. Tutto svanisce in una ridda di pdf non allegati, riviste di classe A e B, troppi autori considerati o troppo pochi autori, proiezione internazionale scarsa o vivace e vivi auspici per il futuro del non idoneo – altri commissari, cazzi loro. Ho grandi dubbi che, perfino nell’angustia del definanziamento universitario, non sia possibile escogitare qualcosa di meglio per cooptare forze nuove nel sistema. Prima che le risucchino all’estero.