Foto / Industria 2017, energia dello sguardo

Antonello Tolve

Mimmo Jodice, Festival dell’Unità, Napoli 1976, © Mimmo Jodice.

Nell’ampio spettro di immagini e di idee che riflettono la fotografia industriale, i nomi proposti dal nuovo, irrinunciabile appuntamento della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro (Foto / Industria 2017) il cui viatico è Etica ed estetica al lavoro, rappresentano uno sguardo polifonico sulle varie contrade di un genere – quello della vita e delle sue rappresentazioni – celebrato per raccontare un mondo in trasformazione, una atmosfera che lega l’uomo alla macchina, un brano di storie semplici che tratteggia gli aspetti di tutti i giorni: le malinconie, le riflessioni stampate sugli occhi persi in una pozzanghera, le monotonie (e come non pensare ai rientri in fabbrica degli zolfanelli umani dipinti da Laurence Stephen Lowry?) oppure gli attimi labili di gioia, le folle e le masse che s’accalcano tra le strade cittadine o metropolitane, le allegrie che popolano la quotidianità.

Accanto a una mostra di Carlo Valsecchi intitolata Sviluppare il Futuro e organizzata all’ex Ospedale dei Bastardini (si tratta di ampie immagini realizzate dal fotografo nel 2016, su commissione di Philip Morris) e a un appuntamento con lo sguardo pungente di Thomas Ruff (Machine & Energy il titolo scelto per la sua esposizione), ospite negli spazi della Fondazione MAST – ambedue le mostre sono curate dall’un po’ troppo onnipresente Urs Stahel – sfilano in questo incontro esteso a vari punti cardinali della città i nomi di Alexander Rodčenko, Josef Koudelka, Lee Friedlander, Mitch Epstein con il suo ciclo American Power avvicinato a un corpus di fotografie anonime (Making of Lynch) provenienti dalla Collezione Walther, Mathieu Bernard-Reymond, Vincent Fournier, Joan Fontcuberta, Mårten Lange, Yukichi Watabe, John Meyers, gli italiani Michele Borzoni e Mimmo Jodice.

Alexandre Rodchenko, Volanti, dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO, Mosca 1929, © Alexander Rodchenko by SIAE 2017, Collection of Multimedia Art Museum, Moscow / Moscow House of Photography Museum

Disseminata ancora una volta in varie location delle città – ed è questo un ragguardevole aspetto della manifestazione perché invita lo spettatore a scoprire alcuni palazzi straordinari e a volte un po’ ignorati dal pubblico dei grandi numeri (l’ingresso a tutte le mostre tra l’altro è gratuito) – la Biennale Foto / Industria 2017, giunta oggi alla sua terza edizione, «incrocia due registri diversi», avvisa François Hébel («direttore artistico che sta dalla parte dei fotografi», così ama definirsi con spocchiosa allegria), «proponendosi di dimostrare come l’identità dei grandi fotografi possa nutrirsi di progetti concepiti e realizzati per l’impresa e come gioco di illusioni prodotto dalla fotografia, che sappiamo essere soggettiva, possa essere applicato al mondo del lavoro e della produzione».

Nella cinquecentesca Casa Saraceni, sede della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la splendida mostra di Rodchenko, resa possibile grazie alla collaborazione con il Museo di Arte Multimediale di Mosca / Casa della Fotografia di Mosca, è un tuffo nello sguardo delle avanguardie russe, un viaggio nel mondo della produzione e della costruzione del nuovo. C’è, tra i vari scorci e le spericolate vertigini proposte in questa galleria di immagini, una foto – Volanti (Mosca, 1929), dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO – che mostra l’eleganza del movimento meccanico: in un’altra (Fabbrica di legname Vakhtan, regione del Nijny Novgorod, 1930) un uomo cammina come un acrobata su un asse di legno, quasi a mostrare la leggerezza, la dimestichezza, la tranquillità di un lavoro svolto con disinvoltura. Al numero 8 di via Clavature, negli spazi di Santa Maria della Vita, le immagini di Mimmo Jodice “dicono” al visitatore che vale davvero la pena andare a Bologna e girare tra le varie sedi di questa biennale fotografica organizzata, promossa e prodotta dalla Fondazione MAST, perché queste mostre sono incontri inaspettati, scorci straordinari di vita. Nella mostra di Jodice Festival dell’Unità (Napoli, 1976) non è soltanto la gigantografia di una folla accalcata per aderire alla grande festa, ma anche la straordinaria dimostrazione di uno sguardo che è capace di assorbire al suo interno lo spettatore, facendolo diventare parte integrante dell’opera. C’è, poi, Napoli (1973): l’immagine di una ragazzina, un atto di denuncia nei confronti dell’ancora troppo spesso percepito lavoro minorile, che proietta lo spettatore sul mondo di ieri, di oggi, di domani per raccontargli uno spaccato distratto di storia.

Tra i vari giri, imperdibile è Places of Origin – Monuments for the 21ts Century / Luoghi d’origine – Monumenti per il XXI secolo, il progetto speciale dedicato a Anish Kapoor negli spazi del MAST (l’artista è presente, da tempo, nel foyer dell’edificio con la sua Shine) che inaugura una nuova opera (Reach) realizzata appositamente per gli spazi di via Speranza e propone, a corredo, un ventaglio di disegni, di progetti tra cui perdersi in piacevoli riflessioni.

Foto / Industria 2017

Bologna, varie sedi

fino al 19 novembre 2017

Mimmo Jodice, lo spazio del silenzio metafisico

Chi è devotoElisabetta Marangon

I volti e i corpi di una comunità popolare emergono su una parete bianca all’interno di una sala minimalista, succedendosi l’un l’altro come frames filmici intervallati da una lenta dissolvenza, mentre il pubblico prende parte al loro rito laico di svelamento. Si tratta di Teatralità quotidiana a Napoli (2016), una raccolta emblematica di alcune immagini realizzate da Mimmo Jodice nell’arco degli anni Sessanta e Settanta, la cui proiezione inaugura il percorso visivo di Attesa, la prima grande retrospettiva dedicata al fotografo allestita presso il Museo Madre.

Lavoratori, malati, emarginati, fedeli di un partito politico o di una religione, uomini, donne e bambini, ritratti da soli o in gruppo, in pose ieratiche o in movimento, si alternano in inquadrature realizzate in esterno o in interno, di giorno o di notte. Pur differendo per angolazione e piani di ripresa, restituiscono un affresco corale, a tratti «asfissiante» per intensità, del quale Jodice si rivela essere una parte del tutto. Estraneo alla poetica dell’istante decisivo di Henri Cartier-Bresson, e insofferente a una pratica fotografica intesa come registrazione meccanica e fedele della realtà, è da sempre attratto dalle differenti e contraddittorie problematiche politiche, sociali e umane del suo tempo, delle quali propone una lettura simbolica e al contempo concreta e ambigua, per la tensione dialettica che la contraddistingue, tra la realtà e la finzione, la materialità e l’astrazione.

La dicotomia interrogativa che emerge nella sua prima ricerca permeata dal sociale (destinata a concludersi alla fine degli anni Settanta), estrania la percezione spettatoriale per il continuo e «sfocato» passaggio dal reale all’irreale, nel quale le persone si rivelano immateriali, quasi spettrali, e gli oggetti, viceversa, acquisiscono un’espressività umana; dove le architetture urbane si fondono e si confondono con i corpi dei cittadini, nascosti o esibiti, sollecitando una persistente tensione spaziale e temporale che si ritrova anche nella contemporanea e non contrappuntistica riflessione sperimentale, caratterizzata dalla rivendicazione della fotografia come arte nell’accesa battaglia culturale di quegli anni, segnati dalle ricerche compiute dalle neoavanguardie.

Ed è proprio in seguito all’incontro e alla collaborazione con Emilio Notte, Andy Warhol, Sol LeWitt e Vito Acconci, tra i tanti, che Jodice compie le sue «verifiche», come Studio per un nudo e Frammenti con figura (entrambe del 1968), dove la centralità della figura umana e i piani prospettici sono messi in discussione, frammentando la composizione scenica. Un intervento di matrice concettuale che si ripercuote anche sulla materia fotografica mediante strappi, divaricazioni e sovrapposizioni che ne mettono in discussione la presunta obiettività come Orizzonte (1969), Frattura (1971) e in particolar modo le opere che compongono Momenti sovrapposti (1977-1979), come Taglio e Vera fotografia del 1978.

Attesa prosegue nelle tre sezioni della retrospettiva legate al passato, al presente e al futuro della produzione dell’artista. Negli anni Ottanta, sentendo ormai inattuale la denuncia sociale, Jodice radicalizza la propria inquietudine in un’evocazione sospensiva che scaturisce non dai volti umani, ma dall’osservazione dei reperti archeologici del Mediterraneo (serie iniziata nel 1985) e dei suoi paesaggi, come Capri (1990), Tomba del soldato romano (1993), Alba Fucens (2008), Marelux, opera n. 25 (2009). Le opere dialogano tra di loro coinvolgendo lo spettatore in un’eco straniante, tattile e volumetrica, di simmetrie e rispecchiamenti chiaroscurali, che contraddicono l’apparente invariabilità materica con impressioni di realtà suggerite anche dal mosso, tecnica che Jodice realizza in camera oscura tramite l’ingranditore (strumento che segna il suo primo contatto processuale con la fotografia), come è evidente nel polittico Le Danzatrici (1993).

Attesa, Opera nr.2

Tra i volti e i simulacri delle statue, carichi di un’espressività dinamica, città e vedute, prive di confini, ci si imbatte in alcune delle fonti che lo hanno ispirato nell’arte arcaica e moderna (qui esposte per la prima volta), come il Busto di Artemide (I sec. a.C.), Compagno di Ulisse, con l’otre (prima metà del I sec. d.C.), che sembrano fronteggiarsi fino a convergere in un unico spazio fisico e mentale; come Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e Natura morta (1948) di Giorgio Morandi, che si specchiano in Eden (1995-2016), un caleidoscopio inquietante e minaccioso articolato in quaranta frammenti (allestiti tutti insieme per l’evento). Animali imbalsamati, decapitati o scuoiati, guardano con occhi vitrei in camera incrociandosi con quelli umani, per lo più occultati da lenti di vario tipo, immersi in un caos che Jodice restituisce in presa diretta, tra oggetti di uso quotidiano, in apparenza banali, che sembrano marciare contro un nemico fuori campo, e feticci consumistici che si trasformano in carcasse. Quel che dipinge è una sinfonia visiva, apocalittica e postmoderna, affine alla partitura filmica di alcuni cineasti, come L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov e Il teorema del delirio (1998) di Darren Aronofsky.

Se La grande torre (1932-38) di Giorgio de Chirico si staglia tra le indagini commmissionate a Jodice sulle città contemporanee come Boston (2000) e Tokyo (2006), nella serie Transiti (2008) la continuità tra le voci del passato e quelle del presente è da lui dichiarata attraverso un esplicito parallelismo, figurativo e iconico, tra i ritratti fotografici che realizza a Napoli durante gli anni Settanta e i volti dipinti da Caravaggio o il Parmigianino (provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale di Capodimonte, in un progetto al fianco di Olivo Barbieri e Craigie Horsfield). Una giustapposizione che crea un cortocircuito temporale e visivo la quale ricalca, per la sua attualità, le sperimentazioni del periodo iniziale (tra le quali Identificazione, nella quale suggerisce la priorità della categoria del pensiero esponendo accanto ai propri lavori le sue riproduzioni da fotografi come Walker Evans e Richard Avedon).

Attesa, Opera nr.4, 2004Attesa è il titolo scelto per la personale di Jodice al Madre e anche quello della serie che inaugura l’archeologia del futuro della sua ricerca, collocata nella sezione centrale del museo, nella quale l’attraversamento spaziale e temporale è cristallizzato in un vuoto illusionistico, del quale è impossibile comprendere l’inizio e la fine. Il suo sguardo in soggettiva, simbiotico a quello dello spettatore, percorre spazi labirintici come in cerca di una via di uscita (Opera nr. 26, 1985), oppure sosta all’interno di una sala cinematografica deserta, dove solo il calco sulle poltrone suggerisce il passaggio tattile di impercettibili presenze umane, che forse è già avvenuto o forse avverrà (Opera nr. 4, 2000). A volte si incanta a immaginare i transiti quotidiani di invisibili viaggiatori, che sono già passati o che ancora devono attraversare quegli spazi, ricercandone le tracce (Opera nr. 3, 2001), altre ancora sosta all’interno di una sala dinanzi a un muro bianco in attesa che la proiezione abbia inizio (Opera nr. 2, 2012), come accade ai protagonisti di Teatralità quotidiana a Napoli, che tendono silenziosamente lo sguardo verso il pubblico, tra la presenza e l’assenza, la realtà e la visionarietà.

Mimmo Jodice

Attesa. 1960-2016

a cura di Andrea Viliani

Napoli, MADRE, dal 24 giugno al 24 ottobre 2016

Mimmo Jodice, fotografie

Gianluca Ranzi
I misteri che il singolo riesce ad evocare sono miti esattamente come erano quelli dei popoli. Il residuo, le tracce, l’enigma, sono il punto di partenza delle immagini elusive, arcaiche e tragiche dell’Eden di Mimmo Jodice, che interrogano il mondo terreno delle merci in vetrina e degli oggetti utili per ritrovare poi la loro ragion d’essere solo nel bagliore incerto e sfuocato che regna ai suoi confini. È proprio ai confini che Jodice compie le sue incursioni, tra la luce che svela e l’ombra che avvolge, con un’attitudine che si direbbe nata più per la scultura e che ricorda il Medardo Rosso di «noi non siamo che scherzi di luce». Leggi tutto "Mimmo Jodice, fotografie"