Essere cittadini, non clienti

Gustavo Zagrebelsky, 5 febbraio 2011, Palasharp di Milano, in occasione della manifestazione “Dimettiti. Per un’Italia libera e giusta”.

“Permettetemi due parole fuori copione, proprio due: che bello! Perché siamo qui? Che cosa abbiamo da chiedere, da dire? Niente e tutto. Niente per ciascuno di noi. Tutto per tutti. Questo è il carattere del nostro incontro e di tanti altri che si svolgono in queste giornate, con i quali siamo in consonanza.

Ripeto: non abbiamo nulla da pretendere solo per noi, nulla di personale, non siamo qui nemmeno come appartenenti a questo o quel partito, a questo o quel sindacato, a questa o quella associazione.

Ciò che chiediamo, lo chiediamo come cittadini. Chi è qui presente non rappresenta che se stesso, per questo il nostro incontro è altamente politico, come tutte le volte in cui, nei casi straordinari della vita democratica, tacciono le differenze e tacciono le appartenenze particolari, e parlano le ragioni che accomunano tutti i cittadini, tutti nudi cittadini, interessati alle sorti non mie o tue, ma comuni a tutti. Leggi tutto "Essere cittadini, non clienti"

29 gennaio manifestazione a Milano: “un’altra storia italiana è possibile”

Le moltissime adesioni che continuano ad arrivare all’appello Mobilitiamoci per ridare dignità all’Italia, partito da Milano e dalla Lombardia, insieme alla richiesta arrivata spontaneamente da centinaia di donne  di una presa di parola pubblica,  ci hanno indotto a lanciare la proposta di una manifestazione nella nostra città, sabato 29 gennaio alle 15 in Piazza della Scala. Con un simbolo: la sciarpa bianca del lutto per lo stato in cui versa il Paese. Uno slogan: Un’altra storia italiana è possibile. Ci saremo con le nostre facce. Le facce delle donne italiane, quelle della realtà.

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Operai della conoscenza

Sergio Bologna

Milano centro, zona Missori, filiale italiana di una multinazionale del fashion. Ci lavora da quattro mesi, dalle 9 alle 18 (ma in genere la gente si ferma un’ora in più) e piace a Luca quel lavoro, 26 anni, laurea specialistica con lode. Non ha voluto fare il dottorato né prendere una borsa per l’Olanda, una terza lingua straniera da imparare gli pareva troppo, in fin dei conti il suo inglese è migliore dell’italiano del capo. Non gli hanno dato una lira e per altri due mesi sarà così, il suo è uno stage, un tirocinio semestrale gratuito, nemmeno un ticket ristorante. Ma l’altro giorno la vice del capo lo chiama e gli fa capire che «piace» alla ditta e alla fine dei sei mesi chissà che non gli venga proposta un’assunzione. A termine, ovviamente. Se tutto va bene e lui ci sta, saranno cinquecento euro al mese per un anno, ma poi magari «salta fuori un indeterminato». Leggi tutto "Operai della conoscenza"

Sillabario plumbeo 4

Andrea Inglese

Parigi versus Milano

Parigi. L'idea di Parigi, il fatto di Parigi, il sapere che c'è Parigi, che si arriva a Parigi, che si può andare in giro a Parigi – usciti dalla stazione, uno può andare in giro, camminare liberamente, senza piani precisi, poiché le vie sono tante e lunghe e la città è grande, c'è spazio per tutti. E una volta che uno è a Parigi, e ha passato un intero pomeriggio nella città, cercando di capire che cosa è meglio fare, che cosa è meglio mangiare, con chi scambiare una parola, per quale quartiere gironzolare, a quel punto ci si accorge che c'è anche la possibilità di passare la notte in città, al riparo, dormendo in un letto, o distesi comunque su qualcosa di non troppo scomodo, semplicemente rivolgendosi a uno dei tanti hotel aperti, oppure piantando la tenda nel campeggio di Joinville-le-Point, o magari perché si è invitati, c'è persino questa evenienza rara ma non del tutto improbabile, essere invitati da qualcuno che abita a Parigi a dormire a casa sua, per poi svegliarsi a Parigi, nell'appartamento privato di un parigino, e quindi guardar fuori dalla finestra, e fuori ci sono le strade, gli alberi, le biciclette, i vecchi, gli africani, le panchine, i rompicoglioni di Parigi. Leggi tutto "Sillabario plumbeo 4"

Sillabario plumbeo 2

Andrea Inglese

Incontro serale

Ho visto Idris alle undici di sera, in un parcheggio di via Borsieri, a Milano. Stava schiacciato a terra in modo raro, come difficilmente è possibile immaginare, schiacciato a terra come se fosse stato disossato, e poi calpestato, come se fosse stato buttato via, come un rifiuto, come una cosa ormai troppo usata, inutilizzabile, inservibile, appassita, opaca, ossidata, arrugginita, come uno straccio, un vecchio cuscino, come una materia inerte, consunta, grigia, stava per terra, con la faccia schiacciata contro l’asfalto, a pochi centimetri da un pneumatico di un’auto parcheggiata, il corpo torto in una strana posa, bocconi dalla vita in su, ma le gambe come slogate verso l’alto, i piedi di lato, come cose immerse da anni in un’acqua che ha reso fradice le scarpe e marci i piedi. Leggi tutto "Sillabario plumbeo 2"

Déjà vu globale

G.B. Zorzoli

In appendice a un convegno sulla bioagricoltura, ho trascorso mezza giornata a Expo 2015. Troppo poco per una visita approfondita. Abbastanza per un’impressione complessiva.

Arriviamo con un pullman che, per le norme di sicurezza, ci scarica a più di un chilometro dall’ingresso. Sono le due del pomeriggio e sotto il sole affrontiamo la marcia di avvicinamento ai cancelli, dove il controllo è più severo di quelli aeroportuali. All’interno gli spostamenti possono avvenire solo a piedi. Inevitabilmente si percorrono chilometri senza l’ausilio di tapis roulant (presenti invece, nella non lontana Fiera di Milano) e nemmeno di panchine o di fontanelle d’acqua. La logistica non è certamente un fiore all’occhiello dell’Expo 2015.

Se non avessero reiterato fino alla noia il messaggio sulla nutrizione come filo conduttore dell’Expo, nessuno – credo – si accorgerebbe che questi erano gli intendimenti degli organizzatori. Sapendolo, e andando a ricercarne i segni concreti, alla fine si colleziona un certo numero di exhibit più o meno coerenti col supposto filo rosso della manifestazione. In maggioranza espressione delle grosse aziende del settore, ma anche con spazi interessanti per l’agricoltura alternativa. Entrambi, però, diluiti entro un complesso di padiglioni, dove a dominare sono quelli nazionali, con ciascun paese principalmente interessato a offrire di se stesso un’immagine gradevole, valorizzando qualsiasi cosa possa portar acqua al suo mulino.

Anche la gente – non poca – che si aggira per i padiglioni o si ferma in strada a guardare gli show folcloristici sparsi qui e là, contribuisce a omologare Expo 2015 a una delle tante fiere campionarie. Un po’ più grande, ma non tantissimo per via dei lavori incompiuti; con qualche padiglione architettonicamente gradevole, altri banali fino al kitsch. In sintesi, una fiera paesana globalizzata, di qualità superiore alla media.

Ripensando alle polemiche che hanno accompagnato la fase preparatoria e ai casini che hanno contrassegnato l’apertura della manifestazione, sarei quasi tentato di concludere con Shakespeare, Much ado about nothing, ma non sarebbe giusto liquidare con una battuta un evento che ha comunque mosso corposi interessi e impegnato non poche intelligenze nel tentativo di dargli una chiave di lettura non meramente economico-commerciale, anche se alla fine ha prevalso il dejà vu.

Sui disordini di Milano

Salvatore Palidda

Tanto per cambiare tutti i commentatori o pseudo-esperti si sono subito improvvisati analisti dell’ordine pubblico per commentare i disordini e danneggiamenti provocati il giorno dell’inaugurazione dell’Expo a Milano dai cosiddetti black bloc. Come si può facilmente costatare tutti i commenti riflettono la profonda ignoranza che c’è in Italia dell’ABC della teoria e delle esperienze in tale campo. Ignoranza che purtroppo è da sempre dominante anche nei ranghi dei vertici delle forze di polizia, grazie anche a scuole di formazione di agenti e dirigenti che evidentemente si contentano di coltivare una qualità valutata in base alla riverenza ai capi e alle raccomandazioni (come si sa troppa cultura professionale disturba chi comanda e preferisce yesmen ignoranti). Proviamo a fare il punto su quanto è successo e sui diversi attori nella scena del primo maggio milanese 2015.

1. È arci-risaputo che in Italia, in Europa e dappertutto da sempre ci sono alcune centinaia e a volte anche migliaia di giovani e giovinastri, ma anche persone mature che cercano l’occasione per “sfogarsi”, per “spaccare”, per “far casino”. Occasione che a volte trovano in certi eventi come quello di Milano o allo stadio o anche in certi megaconcerti ecc. La quantità di queste persone e la loro disponibilità a queste performances corrispondono, in genere, al “clima” economico, sociale e politico.È ovvio che quando questo “clima” è "burrascoso" o addirittura da cataclisma, le persone che “non ne possono più”, che vogliono “sfogarsi” sono molto più numerose. Ed è anche noto che quando non si sfogano con queste modalità ne cercano altre, collettive o individuali, non meno violente e distruttrici o auto-lesioniste. Nei paesi in cui non c’è diritto di manifestare scoppiano disordini e violenze durante le partite di calcio o di altri sport, o durante riti religiosi. Oppure proliferano i sabotaggi di vario tipo o gli atti di vandalismo, o le aggressioni nel vicinato o nelle scuole ecc.

È sin troppo banale osservare che a Milano, prima ancora dei black bloc, c’erano tanti che volevano “sfogarsi” visto che l’Italia ha un tasso di disoccupazione senza pari, e visto che i governi che si sono succeduti hanno aggravato le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione e le condizioni di lavoro da semi-schiavi o neo-schiavi di circa otto milioni di persone (in maggioranza italiani), mentre è costantemente aumentata la distanza fra ricchezza e povertà, mentre si spendono somme enormi per aerei da guerra come gli F35, missioni militari (peraltro bidoni che gli Stati Uniti ci rifilano grazie ai loro lecchini italiani) e mentre si elargiscono sempre più risorse alle banche e per opere inutili come la TAV.

2. I black bloc possono essere considerati una sorta di network di forse un migliaio di militanti europei postmoderni a modo loro antiliberisti che puntano su alcuni eventi abbastanza mediatizzati per proporre l’esempio di una pratica distruttiva secondo loro unica risposta oggi possibile. Nei fatti, si tratta di una ribellione marchiata dall’impotenza oggi prodotta dall’erosione liberista delle possibilità e capacità di agire politico collettivo. Alcuni hanno detto che a Milano sarebbero stati circa millecinquecento, altri cinquecento, probabilmente anche solo duecento, più o meno seguiti da alcune centinaia di quelle persone che prima s’è detto “in cerca di occasioni per sfogarsi”. Considerare i black bloc e i casseurs “antagonismo insurrezionalista” è alquanto ridicolo, ma fa comodo all’intelligence e a chi cerca sempre di giocare con la “distrazione di massa” agitando l’allarme per il nemico di turno.

Allora, prima domanda ai dirigenti dell’O.P.: fra i vostri grandi esperti analisti avete qualcuno capace di decriptare le comunicazioni delle cerchie black bloc? Se sì, avreste dovuto sapere abbastanza per stimare quanti sarebbero venuti a Milano e come sarebbero arrivati e dove si sarebbero dislocati ecc. (non certo così scemi da andare nei centri sociali come il Giambellino!).

Seconda domanda: con tutti gli undercover o agenti sotto-copertura che hanno tutte le polizie nonché i servizi segreti dei vari paesi europei come mai non è possibile seguirli e fermarli in tempo? Bisogna sospettare che qualcuno preferisce lasciarli fare secondo l’adagio che “un po’ di casino fa sempre comodo a qualche dirigente di polizia se non a tutte le istituzioni deputate a garantire l’O.P.?

Terza domanda: sin da Delamare, von Justi, Turquet de la Marenne, Peel (ma vedi caso di italiani teorici della polizia non ce n’è …) e altri, si sa che la polizia dello stato moderno viene creata perché non si può usare l’esercito per sedare le rivolte che inevitabilmente si riproducono a causa dell’aumento delle ingiustizie economiche e sociali oltre che delle angherie (vedi Polizia postmoderna, 2000; Polizia e protesta. L'ordine pubblico dalla Liberazione ai no global, 2004). L’esercito spara, come fece Bava Beccaris che nel 1898 sparò cannonate contro la folla della “protesta dello stomaco” (per “brillante” operazione ricevette dal re grandi riconoscimenti, un po’ come è stato per De Gennaro per la sua performance al G8 di Genova).

Per definizione, l’azione militare è contro un nemico che deve essere sopraffatto o annientato e costretto alla resa. Lo sviluppo capitalista non può sempre trattare le “classi laboriose” come “classi pericolose” (come le chiamava Louis Chevalier), cioè come i sovversivi perché la guerra civile permanente “non fa bene” all’economia. Perciò lo stato borghese un po’ illuminato creò la polizia come istituzione che avrebbe dovuto essere capace di separare i facinorosi dai semplici manifestanti. Si tratta quindi di quella che si chiama “chirurgia sociale”. Per realizzare questa la polizia si dota di quella che diventa la “squadra politica” e che oggi dovrebbe essere la Digos, oltre che i servizi e unità simili (vedi i ROS). Dovrebbero essere questi gli agenti in borghese infiltrati o che seguono e conoscono i cosiddetti “sovversivi”. E dovrebbero essere questi “poliziotti politici” in grado di mantenere rapporti di collaborazione con i leader dei manifestanti pacifici (sindacalisti, leader di partiti o associazioni ecc.) e quindi con i “servizi d’ordine” dei manifestanti (come s’è sempre fatto in passato, esplicitamente o tacitamente).

Ne consegue che in caso di provocatori infiltrati nei cortei sono i “poliziotti politici” e i militanti dei servizi d’ordine a isolare e a volte arrestare il provocatore di turno. Allora perché a Milano tutto ciò non è successo? E, peggio, perché ancora una volta come a Genova, i veri black bloc non sono stati isolati e intrappolati? È ovvio che questo non si deve e non si può chiedere alle unità mobili di agenti che palesemente sono sembrati alquanto allo sbando E anche qui: che formazione hanno in particolare i loro capi? Dove hanno imparato la gestione del disordine? (dal Dott. Roberto Sgalla primo funzionario a uscire dalla Diaz al G8 di Genova?).

3. Un aspetto rilevante non va sottovalutato: checché ne dicano i benpensanti di regime (stile Servegnini) capaci solo di coprirli di vituperi, i black bloc sono attori politici che agiscono a modo loro. Se quest’agire è illegale, che lo Stato sia in grado di punirlo! Ma uno Stato un po’ intelligente dovrebbe chiedersi perché si riproduce conflittualità politica radicale. E comunque non va trascurato il fatto che a Milano nessuno ha usato armi da fuoco; il che vuol dire che, nonostante lo spirito criminale che si pretende attribuire ai black bloc, questi non possono essere considerati criminali al pari degli assassini che sono ancora peggio fra i responsabili di disastri sanitari e ambientali e delle guerre, e degli annegamenti di persone che le fuggono a causa del proibizionismo europeo e dei paesi dominanti. Speculare sui fatti di Milano per criminalizzare ancora una volta il movimento NO-TAV è vile! È arcinoto che questo movimento non ha nulla a che spartire con i black bloc.

Allora dire che a Milano abbiamo visto all’opera la “nuova strategia delle forze dell'ordine per la gestione dell’O.P.” non regala tanto onore alle forze di polizia che peraltro, contro le norme europee, solo in Italia continuano a essere tante quando questa come altre attività dovrebbe essere svolta da una sola forza rigorosamente formata nel rispetto anche del Codice etico europeo.

Vedi anche
https://www.alfabeta2.it/2015/04/12/g8-genova-2015-fra-ignoranza-e-falsificazioni/
https://www.alfabeta2.it/2014/11/02/impunita/
https://www.alfabeta2.it/2014/05/11/sulla-polizia-postmoderna/
https://www.alfabeta2.it/2015/04/21/la-strage-continua/
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=ricerca&action=risultati&where=Palidda