Arrivano i Barbareschi!

Paolo Fabbri

Non toccherebbe a un semiologo, figuratevi, far appello a Clio, la trascurata musa della storia. Ci sono però occasioni difficili da rifiutare, quando lo storico soffre di ambliopia - termine greco composto da “ops” , ottico, ed “amblyos” che significa “ottuso”. Insomma quando lo storico, che ha pur frequentato gli scritti decisivi di Braudel sul Mediterraneo, ha l’”occhio pigro”: un disturbo dell’acutezza visiva, comune a politici e periodisti.

Eppure se ne sanno tante sui Barbareschi, pirati arabi del Nord Africa che praticavano colle loro imbarcazioni in Mediterraneo, la corsa di Ponente per commerciare in schiavi e schiave. Organizzazioni “criminali” con sedi nelle reggenze turche di Tripoli, Tunisi, Algeri, corsari in vivace concorrenza nel reclutamento forzato e nell’impiego di manodopera a bassissimo costo e nessun diritto. E nella richiesta di congrui riscatti. Operazione tollerabile quando non si trattava di europei, anzi ampiamente consentita e promossa quando si trattava di schiavi neri, ma intollerabile per l’Europa quando lo schiavo era occidentale.

La navigazione schiavista suscitò infatti un’accesa reazione che diede l’avvio, o meglio il pretesto, alla colonizzazione dell’Africa del Nord. Dal bombardamento dei “barconi” di Algeri da parte del Re Sole – a cui spiaceva peraltro rinunciare ai suoi schiavi rematori turchi - fino all’occupazione via terra di Carlo X nel 1830. Rammentiamo però che l’intervento, - in cui si potrebbero riconoscere, anacronisticamente, alcuni tratti contemporanei - fu vigorosamente sostenuto dagli ordini religiosi. I Trinitari, detti “padri redentori”, o i Mercedari – pagavano la mercede per chi era alla mercé del barbaresco - i quali mobilizzarono le popolazioni in una causa cristiana e Occidentale. La regola stabiliva che i frati della Casa della Santa Trinità dovessero riscattare i cristiani fatti schiavi dai pagani in cambio di denaro o di schiavi pagani di loro proprietà.

Si pubblicavano Memorie di forzati “migranti”, e si organizzavano processioni di ex-prigionieri catturati e forzosamente circoncisi. Le facciate delle chiese occidentali vennero decorate dei ceppi degli schiavi liberati, sotto l’occhio vigile de patrono, S. Leonardo. Mentre circolavano stampe orripilanti di torture in cui le vittime dello “scafista” barbaresco venivano variamente suppliziate, contribuendo alla solida reputazione del musulmano torturatore e sodomita: le anime, si sa, vengono corrotte via il corpo. Si crearono allora i luoghi comunissimi nella percezione dell’Islam? E il mito della conquista motivato dalla difesa dell’Occidente bianco e cristiano?

Inutile dire che la colonizzazione provocò poi, di ritorno, anche nei paesi occupanti quelle discriminazioni etniche che perdurano nonostante i molti anni trascorsi ed i frequenti inganni. Curiosa, sbilenca coincidenza infatti che dopo la guerra d’Etiopia si ebbero le leggi razziali. La storia non si ripete all’identico, ma ora balbetta, di abbordaggi e naufragi. E non è magistra vitae, soprattutto se dimenticata. In tempi ipomnestici, una conclusione tuttavia s’impone. Eravamo persuasi che il mare che sta tra le terre – e che i turchi non chiamano Mediterraneo ma mar Bianco (ak), perché sta tra il Nero e il Rosso- fosse ormai di competenza di Calia, la musa contemporanea della Scoria. Una pattumiera industriale e una risacca turistica. E invece no, o non ancora. La storia prosegue nel suo racconto pieno di rumore e furore; non ha ancora gettato l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo. Dico a te Clio!

Elogio dell’indignazione

Augusto Illuminati

Sto male. Sono livido di odio e di disprezzo. Non “io” sto, male, ma detto nel modo più anonimo, vorrei dar voce a un sentimento impersonale, magari di minoranza, ma che me ne frega. Ho tutte le ragioni di star male. Abbiamo, anzi, tutte le ragioni. Anche se è una passione triste, come si fa a non odiare. A non odiare quelli che “sto con Stacchio” (eccetto Stacchio medesimo, che se ne è coraggiosamente dissociato), quelli che “vengono a rubarci il lavoro”, quelli che “aiutiamoli a casa loro”, quelli che “vedi che spalle larghe hanno, facessero le guerre in Africa e in Siria”.

Ci saranno tutte le spieghe sociologiche per interpretare la guerra fra poveri e il white trash, ma sono lo stesso degni di odio. Non tutte le idiozie sono giustificabili, da una certa età in poi i cretini devono farsi carico di quanto lo sono. Anche se è una passione triste, come si fa a non disprezzare. A non disprezzare le persone più “avvedute” che, per carità, loro non vogliono respingere a mare i migranti e soffrono, anime belle, a vederli rinchiusi nei Cie come bestiame, tuttavia discutono animatamente sui giornali e sul web, in parlamento e al caffè Commercio, se è meglio affondare i barconi (vuoti, per carità, o almeno speriamo che lo siano) o bloccare i porti di imbarco, quali pene irrogare agli scafisti e come riconciliare i due governi libici o quali ribelli siriani foraggiare o se selezionare i profughi per religione. Si è perfino rifatto sentire Bertolaso. Bertolaso!

Beninteso, ognuno scaricando le responsabilità di eventuali azioni militari sugli altri: tocca ad Alfano, no ai militari, alla Ue, all’Onu, alla Nato, a Obama, al governo di Tripoli o q quello di Tobruk. E chi è stato così stronzo da rovesciare il bravo Gheddafi? Io? No, tu, ecc. ecc. Idiozia, nausea. Come se i profughi fuggissero perché ci sono gli scafisti e i barconi e non perché sono incalzati dalla fame e dalle guerre. Come se le cause delle migrazioni fossero i mezzi di trasporto e i voraci traghettatori – le start-up del Canale di Sicilia. Come se gente alla disperazione si facesse spaventare dai motoscafi della guardia costiera in mare, dai droni nel cielo e dalle ronde padane una volta arrivati.

Si può essere più ciechi o in malafede? Forse quegli astuti strateghi da lunedì sport sono meglio dei leghisti con le corna o di Joe Formaggio col fucile sotto il letto? Alfano e Renzi con le camicie bianche valgono più di Salvini con la felpa? Si chiacchiera di affondamento barconi (con i droni, di malfamata precisione), blocco dei porti, sbarchi in Libia, controllo dei suoi confini meridionali, si votano decaloghi europei in materia, si sproloquia sull’innocenza delle famiglie ospitate nelle stive dei mezzi affondati (Renzi ha riportato forse lo score più atroce), si tratta con governi-fantasma libici pronti a negoziare soprattutto quanto è in possesso dei loro rivali, si rifinanzia il fallimentare Triton, senza che nessuno abbia il coraggio di additare le cause delle migrazioni e tanto meno di offrirsi di accoglierne le vittime. Sembra che l’unico problema sia se lasciarle morire in mezzo al mare, sulla costa africana, nei deserti interni o a casa loro nel Sahel, in Eritrea, in Somalia, in Siria. Lo chiamano “governare il fenomeno”. Fra velleità marziali, promesse vaghe e rifiuti precisi questo è stato anche il “grande risultato” del vertice UE, che Renzi vanta quasi come la due giorni con Obama, In entrambi i casi le brutte notizie sono rinviate a dopo.

Naturalmente questo affannarsi intorno all’emergenza spinge sotto il tappeto la condizione dei migranti già insediati in Europa e in Italia, se non per le furie della legislazione antiterrorismo. L’allarme Isis serve solo a nascondere la tragedia dei naufragi e a insinuare che i profughi sono sospetti criminali. Zingari in armi. Assurdo, ma intanto quale forza politica si azzarda a misurarsi con la situazione dei richiedenti asilo, con la gestione dei permessi di soggiorno o addirittura con la concessione della cittadinanza secondo lo jus soli? Il solo continuare a parlare di “clandestini” è oggi oggettivamente incitamento e apologia di strage.

Mi correggo. L’odio, la collera, lo schifo di cui parlavo all’inizio in forma non individuale, dobbiamo chiamarli con un nome più preciso e collettivo: indignazione. L’indignazione, ricordiamo Spinoza, è una passione costituente, che trasfigura collettivamente il de-potenziamento dell’odio e ne fa un’arma per combattere le ingiustizie del potere. Non dei capri espiatori scafisti e terroristi (un modo per rigettare la colpa su una parte dei migranti: vedi che non sono “famiglie innocenti”), ma dei governi che chiudono gli occhi, dei populisti selvaggi che sciacallano sui morti, dei populisti ipocriti alla Grillo e Alfano, degli strateghi neo-coloniali che vogliono spartirsi il petrolio della Libia e della Nigeria. E della governance europea che – nell’impossibilità di arginare i flussi esistenti – non trova di meglio che incaricare Frontex di rimpatriare, appunto, i “clandestini”. Un tempo lo avrebbero fatto con gli evasi da Auschwitz o con i superstiti armeni.

La strage continua

Salvatore Palidda

L’annegamento di 700 forse 900 migranti il 17 aprile 2015 è l’ennesima conseguenza diretta di due fatti principali: la riproduzione delle guerre e il proibizionismo delle migrazioni. La maggioranza dei media continua a vomitare lacrime da coccodrillo, vili ipocrisie, falsità e addirittura il compiacimento da parte degli sciacalli; ancora una distrazione di massa per nascondere le vere cause di queste stragi e i responsabili.

Soprattutto dal 1990, la maggioranza degli emigranti fugge le guerre o le conseguenze dirette o indirette di queste: palestinesi, ruandesi, sudanesi, eritrei, congolesi, originari dei Balcani, iracheni, afgani, sub-sahariani, kurdi e oggi siriani e ancora altri di altre zone di guerra che i nostri media raramente menzionano. La riproduzione delle guerre dal 1945 a oggi è dovuta innanzitutto al continuo aumento della produzione delle armi e al suo commercio legale e illegale da parte delle principali potenze mondiali e dei paesi loro alleati. È risaputo che le armi e i soldi dell’Isis provengono soprattutto dagli Emirati amici degli Stati Uniti o anche della Russia e talvolta della Cina.

Da anni la più grande fiera annuale degli armamenti si svolge negli Emirati; all’ultima, il 22-26 febbraio scorso ad Abou Dhabi (http://www.idexuae.ae/page.cfm/link=1; si veda anche video della precedente SOFEX: http://www.vice.com/it/video/sofex-the-business-of-war-part-1) hanno partecipato 600 rappresentanti delle imprese e paesi espositori (fra cui 32 imprese italiane), ossia ministri (fra i quali la sig.ra Pinotti e il sig. Minniti), diplomatici, alti ufficiali delle forze armate e alti dirigenti delle polizie e dirigenti delle grandi imprese (per l’Italia in primo luogo la Finmeccanica presieduta dal prefetto, ex-capo della polizia e poi dei servizi segreti, De Gennaro).

Secondo il Sipri (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1503.pdf), la produzione e l'esportazione di armamenti sono notevolmente e continuamente aumentate in particolare dal 2005; i principali paesi esportatori di armamenti sono Stati Uniti, Russia, Germania, Cina, Francia e Italia che per buona parte produce in joint venture o subappalto con/per imprese statunitensi; i primi cinque paesi insieme occupano il 74% del volume mondiale di esportazioni, USA e Russia da soli il 56% del mercato; i principali paesi importatori sono India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti e Pakistan; i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati, l’India e la Turchia (su affari militari italiani vedi l’ottimo: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/).

Come mostrano alcune ricerche di questi ultimi anni, le lobby finanziarie-militaro-poliziesche transnazionali e dei singoli paesi soprattutto dopo l’11 settembre 2001 hanno puntato all’esasperazione di ogni situazione di crisi e a favorire la costruzione del “nemico di turno” per giustificare la guerra permanente o infinita (come la definiva senza ambasce G. Bush jr.). Dopo Al Qaeda, l’Isis è palesemente il nemico ancor più orribile e forse ormai non più condizionabile da parte delle grandi potenze e dai loro alleati arabi, così come è diventata incontrollabile la situazione in Iraq, in Libia e altrove. Ma questo va bene per il “gioco della guerra infinita” e del “governo attraverso il terrore” (J. Simon).

Ovviamente, nessun paese produttore ed esportatore di armi sembra disposto a bloccare queste attività; tanti gridano contro la guerra, anche il Papa, ma non si dice che a monte c’è la responsabilità di chi realizza profitti e mantiene o accresce il suo dominio grazie a queste attività (vedi tutte le banche, e anche la finanza vaticana). Scappare anche a costo di rischiare la vita è l’unica possibilità che resta a chi ha la forza, la capacità e i soldi per fuggire le guerre. È quindi ovvio che tanti cercano di approfittare di questo bisogno. Ma, i trafficanti di migranti possono praticare questo business a volte criminale perché c’è proibizionismo delle migrazioni.

Se le persone che cercano di scappare trovassero la possibilità di aiuto, di “corridoi umanitari” e quindi di accesso regolare ai paesi non in guerra, i trafficanti non potrebbero lucrare sul loro disperato bisogno di cercare salvezza. Ipotesi quali quella del “blocco navale”, oltre a essere del tutto insulsa anche dal punto di vista giuridico e tecnico, è degna di neo-nazistelli del XXI sec. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, la Russia, ma anche la Cina, il Giappone e altri paesi che sono direttamente o indirettamente responsabili delle guerre e della disperata emigrazione di oggi dovrebbero essere obbligati dall’ONU a fornire aiuti e accesso regolare nei loro territori così, come si fece per i Boat people che scappavano dal sud-est asiatico negli anni Settanta a seguito della guerra in Vietnam e Laos, e i massacri di Pol Pot in Cambogia.

La vita oltre le sbarre

Giacomo Pisani

Ieri oltre 700 migranti sono morti in un naufragio al largo delle coste libiche. È la più grande tragedia di migranti, che chiama in causa, oggi più che mai, le politiche di reclusione in atto anche nel nostro paese. I CIE non sono dei lager, in cui ogni momento del giorno e della notte è scandito dalle regole ferree dei sorveglianti. Il CIE è un buco nero, uno spazio senza fondo, un imbuto senza uscita, perché nessuno sa quando sarà espulso. Nei CIE, centri di identificazione ed espulsione, non è come in carcere, la vita dei migranti è poco irregimentata. Sono pochi i doveri che lo straniero deve rispettare. Eppure la maggior parte dei detenuti preferisce ingoiare gli psicofarmaci e i sonniferi, pur di sfuggire a quella gabbia. Perché nel CIE viene meno qualsiasi riferimento, hai perso già tutto, dagli indumenti agli affetti, dalla possibilità di progettare la tua vita alla capacità di comunicare.

Spesso si è soli fra gente che parla lingue diverse, persi in un vortice di incertezza e di paura, perché nessuno sa cosa sarà delle proprie vite. Dopo viaggi estenuanti e mille ostacoli, spesso anche dopo lunghi periodi trascorsi in Italia, in una terra nuova priva di certezze e appigli, finisci lì, in condizioni disumane, chiuso fra delle mura, nella sporcizia e nel degrado più atroce. Perché nel CIE la promiscuità è il fattore più caratterizzante, non c’è un angolo in cui restare soli con se stessi, riconoscersi, proiettarsi in avanti. Nel CIE ogni momento è contaminato dalla sporcizia e dallo stress, che è anche quello di chi sta attorno.

Nessuno è lì ad ascoltarti perché tutti hanno perso la parola, la parola sfugge alla propria intimità perché quell’intimità non c’è più, si è smarrita nei chilometri lontano dalla famiglia e dalla propria terra, dalle proprie abitudini e dalle proprie certezze. Le parole allora diventano prive di significato, meglio cucirla la bocca, richiudersi a guscio e sfuggire a tutto quello che sta attorno.Come hanno fatto alcuni uomini e donne nel dicembre 2013 nel CIE di Ponte Galeria, a Roma.

Il CIE è la soluzione più coerente con l’ideologia dominante, è un confine invalicabile che cancella alla vista l’orrore della disumanizzazione, della cancellazione della dignità e dell’identità. Toglie dalla vista ciò che morde al cuore perché minaccia ciò che di più intimo abbiamo. La certezza di poter stare al mondo e scegliere la propria vita senza che nessuno ci riduca ad animali o oggetti. Forse è stato questo vuoto, il buco nero del dis-umano a far sì che la detenzione amministrativa si sviluppasse sempre più al di fuori del diritto statutario e di scelte legislative intenzionali. L’orrore della detenzione amministrativa degli stranieri si è sempre più poggiato sulle prassi amministrative e poliziesche, sulle scelte di singoli burocrati, su un diritto consuetudinario cresciuto al di fuori della legge.

Per questo oggi nessuno è colpevole. Nessuno è razzista, nessuno vuole attentare alla vita di chicchessia. Semplicemente l’immigrazione è un problema che non riguarda nessuno. Non deve neanche rientrare fra i problemi, deve essere messo fuori dal proprio angolo visuale. Dobbiamo cancellare dalla vista gli scarti che noi stessi produciamo, in quanto funzionali ad una divisione internazionale del lavoro che oggi riarticola modi di produzione e forme di vita a livello internazionale. Confini e frontiere determinano flussi di lavoro vivo e governano la mobilità della forza lavoro producendo tensioni e conflitti. Nel confinamento e nella reclusione si determina allora la produzione di soggettività e la composizione del lavoro dentro le logiche del capitale.

Gli scarti, gli esuberi sbattuti da un confine all’altro devono sparire nel buco nero, perché nell’immigrazione è in gioco il nostro stesso essere ospitati in un mondo che non è il nostro, ma che ci espone a mille eventi e condizioni, a partire dalle quali soltanto possiamo vivere e agire. Nell’ospitalità del mondo esterno è in gioco la nostra stessa esistenza, che è tutt’altro che sguardo assoluto e trascendente su tutto il resto. Il migrante è la sfida più grande all’uomo occidentale, sicuro a casa con la sua famiglia. È un proiettile che mira al cuore delle nostre sicurezze per farci cogliere al fondo del nostro giudizio le basi storiche, contingenti, sempre esposte all’alterità. Sempre in pericolo di crollare, quando l’altro non è ospitale. La vita è sempre segnata dall’altro, e solo assumendo questa irriducibile finitezza è possibile incidere sul reale, dire il mondo, esserci. Senza mai dire “non lo sapevo”.

Dei fenomeni migratori e della Costruzione dello straniero si parlerà a Torino, al Campus Luigi Einaudi, oggi 20 Aprile, nella Sala Lauree Blu. Gli ospiti saranno Alessandro Dal Lago, Donatella Di Cesare e Luigi Pannarale. Ad affiancarli due giovani discussants, Alessandro Campo (Università di Torino) e Alberto Martinengo (Ricercatore all’Università di Milano). L’incontro è organizzato dal CEST- Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, nell’ambito della Biennale Democrazia.

Hatuey sceglie l’inferno

Augusto Illuminati

Tira un brutto vento neo-coloniale: aiutiamo i migranti e i buoni indigeni vittime del terrorismo Isis, riportiamo controvoglia e con benedizione sovranazionale i nostri stivaloni nelle sabbie libiche. Un nuovo intervento pacificatore è alle porte e il repertorio delle giustificazioni non differisce sostanzialmente da quello solito – dalla conquista delle Americhe alle gesta genocide di Graziani, cui del resto abbiamo dedicato a spese pubbliche un mausoleo ad Affile. E allora facciamo memoria.

Nella galleria degli orrori tracciata da Bartolomé de Las Casas (Brevísima relación de la destrucción de las Indias) spicca il capitoletto dedicato a Cuba: quando gli spagnoli sbarcarono nell’isola nel 1511, si comportarono forse più crudelmente che negli altri luoghi, scontrandosi con i Taínos, alla cui testa si era posto il cacique Hatuey, fuggito dalla già invasa Hispaniola (Haiti). Domandando i cubani chi fosse il Dio degli aggressori, Hatuey mostrò un canestro pieno d’oro e di gioielli e disse: ecco il Dio che i cristiani adorano e che vogliono procurarsi soggiogandoci e uccidendoci. Per scansare quella funesta cupidigia Hatuey gettò poi il canestro nel fiume e cercò di sfuggire e di resistere all’avanzata dei conquistadores. Alla fine fu catturato e condannato al rogo.

Quando era già attaccato al palo (o al tamarindo, come nel monumento oggi dedicato al primo eroe nazionale cubano), un francescano gli tenne un breve sermone su Dio e, la fede, l’inferno e il paradiso, promettendogli lo strangolamento e il paradiso se si fosse lasciato battezzare, le fiamme infernali, in aggiunta a quelle terrene, in caso contrario. Dopo averci pensato su, Hatuey domandò al religioso se i cristiani andassero in cielo. Alla risposta che sì, se erano stati buoni in vita. «Il cacique senza esitare disse che preferiva andare all’inferno, per non stare con gente tanto crudele. Questa è la fama e l’onore che Dio e la nostra fede hanno guadagnato grazie ai cristiani che sono andati nelle Indie».

Vorremmo attirare l’attenzione su due punti. Il primo è la grafica identificazione del Dio cristiano con l’oro – l’universale astratto dello scambio, la tangibile e fulgida essenza del mondo, che gli indios gettano a fiume. Avevano capito benissimo quale fosse la religione del capitalismo. Il secondo è il rifiuto del cacicco Hatuey di accettare i valori universali veicolati dalla coppia inferno-paradiso.

Qui, non so con quanta consapevolezza, Las Casas mette in bocca al nobile selvaggio gli stessi argomenti con cui Machiavelli dichiarava di preferire l’inferno, abitato da sapienti e condottieri antichi, al noioso paradiso infestato di frati. Lo dice testualmente in un passaggio della Vita di Castruccio Castracani, il detto 27 citato fra quelli memorabili del condottiero lucchese («Dimandato se, per salvare l'anima, ei pensò mai di farsi frate, rispose che no, perché gli pareva strano che fra' Lazzero ne avessi a ire in paradiso e Uguccione della Faggiuola nello inferno»).

Il passo più famoso, il cosiddetto “Sogno”, è la narrazione apocrifa (nota già nel 1549 e riferita dal gesuita Binet nel 1629) di un resoconto che, alla vigilia della morte, Niccolò avrebbe fatto agli amici: aveva visto in sogno una schiera di uomini, malvestiti, dall’aspetto misero e sofferente, che andava in Paradiso, e poi una moltitudine di uomini di aspetto nobile e grave, vestiti con abiti solenni, che discutevano solennemente di importanti problemi politici, fra cui Plutarco, Platone e Tacito, destinati all’Inferno. Concludendone che preferiva di gran lunga andarsene all’inferno per ragionare di politica con i grandi uomini dell’antichità piuttosto che in Paradiso a morire di noia con i beati e i santi.

Inferno e paradiso sono assunti a simboli universali e fondanti della civiltà cristiana e Machiavelli li relativizza dal punto di vista del conquistatore che fonda una nuova scienza politica eurocentrica. Hatuey li considera simboli valoriali importati dai colonizzatori. Li rigetta, al pari dell’oro maledetto, come espressioni ricattatorie di un universalismo predone. Il probabile marrano Las Casas, forse sensibile alla condanna machiavelliana per l’espulsione con «pietosa crudeltà» di Ebrei e Moriscos per opera dei Reyes Católicos Ferdinando e Isabella, mette l’argomento del Segretario fiorentino in bocca al taíno Hatuey.

Il vescovo difensore dei nativi si serve dell'apparato concettuale machiavelliano per decostruire e relativizzare l'ideologia imperialistica standard, riconducendo i valori a forza effettuale e strappando via gli orpelli di giustizia e conversione. Il canone cristiano, nella sua veste riassuntiva e premiale (inferno/paradiso) riassume, soprattutto nell'opera di conquista delle Americhe, l'intero insieme degli universali. Allo stesso tempo emerge quanto siano ambigui l’uscita dal Medioevo e l’avvento del realismo politico, armi a doppio taglio nella metropoli e in colonia.

Oggi, diventati laici, portiamo la civiltà occidentale e non il paradiso. Paradiso e certezze assolute sono piuttosto uno slogan dei terroristi fondamentalisti. Sostituiamo un barile di petrolio al cesto d’oro. Cambia qualcosa per le vittime? O sperate che vada meglio a crociati e colonizzatori, terroristi “umanitari”? Quando il bullismo di Renzi e Gentiloni varca il canale di Sicilia, c’è da preoccuparsi.

 

Parole di naufrago

Paolo Fabbri

C’è poco da stare allegri con i naufragi. Sarebbe d’accordo anche Ungaretti che cambiò in Allegria (1931) il titolo Allegria di naufragi (1919). Naufragare è dolce per coloro che stan seduti in campagna dietro una siepe ed è persino sublime, se visto a debita distanza, dietro lo schermo protettivo dei media.

I disastri annunciati delle tragiche carrette del Mediterreneo sono offerti agli occhi e all’audio dei più; una sofferenza replicata nei talk show del teatro politico. Lo spettacolo del dolore altrui permette d’esporre la topica consolidata dell’indignazione e della denuncia, delle emozioni e del sentimentalismo. Materiale per Lingualesta, quelli che non dicono mai cose su cui abbiano riflettuto, perché le dicono prima. Grazie agli Opinionisti, per le vittime naufragate, specie se innocenti, abbiamo uno schermo al posto del cuore – dove non mancano croci e mezzalune - secondo il genere e la durata di articoli, blog e trasmissioni. Titoli e sottotitoli sono intercambiabili. Che la bussola del prossimo barcone vada poi alla ventura: toccherà ad altri – l’Italia? l’Europa? - decidere chi va e chi resta.

C’è chi ritiene invece che la breve, se pur giustificata, commozione non basta e che rappresentare il naufrago come vittima induce la passività e ne riduce l’interesse. (Non abbiamo niente da imparare da lui? Di dove viene e, se sopravvive, dove andrà a parare?). Tra questi recalcitranti c’è Hervé Le Bras per cui la demografia è una branca della storia sociale (Mathematical Demography, Springer, 2013) e che da tempo lavora sui fenomeni migratori e il loro significato (v. L’immigration positive, con Jak Lang, 2006). Il suo saggio L’invention de l’immigré, da poco apparso alle Editions de l’Aube, ci avverte: l’immagine telegenica dell’immigrante sperduto e sconvolto, appena scampato al naufragio davanti a Lampedusa o Algesiras, non ci deve illudere.

“Questi rifugiati rappresentano meno di 50.000 persone all’anno mentre, nello stesso lasso di tempo, 2 milioni e seicentomila stranieri ottengono una carta di soggiorno nell’Unione Europea”. Abbastanza per far parlare di “invasione”? Per far paralleli con l’invasione barbarica alla fine dell’impero romano? Per Le Bras è necessario capire com’è cambiato il migrante – che non è più il contadino povero con famiglia numerosa in cerca di sopravvivenza, ma qualcuno di più singolo e istruito, che nutre un progetto di vita. E non intende soltanto scambiare il velo islamico con un foulard di Hermès!

Davanti al travaso di popolazioni il demografo suggerisce il modello dei vasi comunicanti, legge liquida che governa i flussi dei popoli a tassi variabili di fecondità. L’Europa declinante esportava ieri una popolazione eccedente, oggi sono altri paesi a farlo. Le Bras segue poi la formazione dei dispositivi di accoglienza e/o rifiuto di questa mobilità, nata da pressioni economiche e trasformazioni culturali, che determina le frontiere e decostruisce ogni ben congegnata “architettura dei popoli”. La costruzione sociale dello straniero nell’ esperienza francese è calcolata con esattezza e concisione, dalla metà dell’Ottocento ad oggi.

Il sottotitolo: Il suolo e il sangue invita al confronto sui parametri dell’immaginario nazionale e del passato coloniale – dall’emigrazione alla colonizzazione - che l’Italia occulta goffamente. (Perché no, direte? “l’oblio e l’errore sono fattori essenziali nella creazione d’una nazione”, Renan). Riferimenti all’Italia non ne mancano: il discorso romano dell’Ascensione di Benito Mussolini (26.5.1927) sulla nazione come incrocio di razza e massa umana riproduttrice; l’installazione tra il 1925 e il 1926 di 45.000 italiani nelle terre del centro della Francia, incolte per bassa fertilità della popolazione; l’Opera Bonami con cui il fascismo, raggruppava gli immigrati italiani in Francia.

Le Bras è diverso dai Parlavuoto, che sanno bene con chi parlare: scelgono solo persone che non sanno di che cosa si sta parlando. E non lascia l’eloquio alle cifre. Sa che è anche questione di nomi: “l’immigrazione è il nome della razza nelle nazioni in crisi dell’era postcoloniale”. Soppesa quindi i termini con cui definiamo il divenire degli stranieri scampati al naufragio. E nota che il termine “Emigrante” è un participio presente che conserva un movimento e un’energia; il termine “Emigrato” invece ha l’entropia del participio passato che si trasforma in etichetta.

Mentre l’Immigrante può naturalizzarsi e perdere la qualifica di straniero, l’Emigrato non può cambiare né il luogo né la nazionalità di nascita. Resta per sempre tale: doppia nocività linguistica, per natura e per storia. La prescrizione burocratica diventa proscrizione: rimanere straniero è questione di volontà, mentre essere o esser stato emigrato è ormai dell’ordine della fatalità. L’arbitrario della sintassi - Nietzche diceva, la sua superstizione - si motiva di senso e di valore. Il cambiamento della forma verbale inverte la valutazione dello straniero. Emigrato resta impresso come un marchio, tatuato sulla condizione personale degli affini e discendenti. Intanto lo scafista “subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio”(Ungaretti). La storia, rumore e furia, non getta l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo.

Smontare il Sud

Iain Chambers

C’è una nota affermazione di Michel Foucault dove il pensatore francese sosteneva che la vera scienza consistesse non nella ricerca della verità ma nell’operare un taglio. Possiamo considerare il volume curato da Orizzonti meridiani per ombre corte come un ottimo esempio di questo tipo di ricerca. In una serie di brevi ma taglienti saggi, gli autori e le autrici riescono a proporre una cartografia della cosiddetta ‘questione meridionale’ tracciata in una maniera radicalmente diversa da quelle a cui siamo abituati per spiegare la storia e la cultura del meridione.

Qui il sud dell’Italia (ma l’argomento trattato ha inevitabilmente una risonanza con la costruzione di altri sud del mondo) perde quella passività per cui risulta sempre oggetto e vittima di logiche elaborate altrove. Di solito considerato come una riserva di risorse umane e naturali, che nello loro combinazione servono a nutrire le esigenze del nord del paese come se fosse solamente il luogo dell’accumulazione capitalistica iniziale descritta da Marx, il Mezzogiorno è qui proposto nei termini di un laboratorio politico dove diventa possibile elaborare un’altra storia. Qui si apre uno squarcio e si elabora una visione critica in rotta di collisione con l’ordine vecchio, rifiutando di giocare una partita persa in partenza.

Attraverso le analisi sviluppate in queste pagine, il sud diventa protagonista di un ripensamento profondo di quei poteri che l’hanno costantemente relegato ai margini della narrazione della nazione, subordinando le sue specificità storiche, culturali ed economiche a un’inferiorità politicamente costruita e da gestire in modo paternalistico e coloniale. Riportato in una cartografia più estesa e meno provinciale, il sud si trasforma da oggetto subalterno, messo a tacere dal coro cieco di un progresso proposto in maniera unilaterale, in una forza critica attiva. Questo volume riesce a spaccare la gabbia di un’eredità che da vari secoli ha soffocato il Meridione d'Italia in una serie di stereotipi e invenzioni che negano i rapporti asimmetrici di potere che traducono processi storici e politici in rapporti geografici, creando i sud subalterni e subordinati al Nord del pianeta.

La violenza della formazione dello stato-nazione moderno, tanto evidente nella creazione del Regno Unito, quanto nell’unificazione dell’Italia, è una storia rapidamente rimossa, affondata nell'inconscio, e ridotta alla supposta neutralità di legge e ordine. I massacri perpetuati in Irlanda e nelle Highlands della Scozia, come la guerra civile combattuta nel sud dell’Italia, non devono disturbare lo svolgimento apparentemente liscio del progresso, uno sviluppo logico che nessuna persona civile e normale oserebbe contestare. Questa è precisamente la sfida posta da questo libro: se siamo disposti a rivedere la questione meridionale e a disfare i discorsi che l’hanno fatto prigioniero, dobbiamo anche smontare la costruzione concettuale che ha prodotto sia la forma specifica della nazione, e con ciò la subalternità del suo sud, sia le politiche di progresso che hanno accompagnato e sigillato questo assemblaggio di poteri.

Alfredo Jaar, Infinite Celle (2004)
Alfredo Jaar, Infinite Cell (2004)

Joseph Conrad ci ha insegnato che il cuore di tenebra non stava laggiù in Africa, ma nelle capitali europee – a Bruxelles e Londra – come a Torino e a Roma dove è stato costruito, anche dalle classi dirigenti di origine meridionale, il sud come problema e come appendice della politica nazionale. Sta in questa geografia dei poteri, nelle sue variazioni e nella sua capacità di tagliare e modellare il mondo secondo certe esigenze e non altre, che troviamo il senso politico di uno spazio disciplinato dall’autorità e di un tempo unilaterale chiamato progresso. Rompere con questa impostazione, come fanno questi saggi, significa riaprire l’archivio storico e risistemarlo su una mappa più estesa e dinamica, sottoponendolo finalmente a quegli interrogativi che non erano autorizzati dall'assetto precedente. Qui, per esempio, le poetiche letterarie e cinematografiche spesso eccedono le spiegazioni politiche ufficiali: sto pensando al bel testo sul Risorgimento di Anna Banti Noi credevamo (1967), recentemente ripreso in maniera benjamiana in tutta la sua attualità nell'omonimo film di Mario Martone (2010).

In questo spazio critico, si tratta di tradurre - sia un passato rimosso e rifiutato, sia i rapporti non solamente nazionali ma planetari su cui reggono le specificità della formazione della questione meridionale nell’arco di diversi secoli - in un progetto politico-culturale nuovo, spezzando i poteri che finora hanno ingabbiato il sud in una prospettiva subalterna apparentemente senza via di uscita. Ripetiamolo, tale salto critico e culturale impone la decostruzione critica del dispositivo nazionale che sostiene e richiede il sud come alterità subordinata alla rappresentazione della nazione e alla modernità che esso pensa di incorporare. La critica nitida sviluppata dagli autori di questi saggi colpisce direttamente al cuore quella sistemazione dei saperi e delle conoscenze che finora ha legittimato e legiferato questo stato delle cose.

Come dicevamo le analisi del volume propongono una risonanza critica che ci porta ben oltre i confini del Mezzogiorno, trasformando tale spazio storico-culturale in un laboratorio dove si incominciano a mettere alla prova altri modi per raccontare una modernità attraversata da percorsi variegati e alternative diverse. Insistendo su una temporalità piena e diversificata, dove le storie si accumulano spesso senza risposte in un presente carico, si fa tagliare e deviare il tempo omogeneo del progresso che aspetta solo di essere riempito dall’accumulazione capitalistica gestita secondo un’agenda nazionale dettata dalle leggi del mercato. La complessità odierna del capitale nella sua moltiplicazione di modi di sfruttamento e gestione ci spinge verso una profonda radicalizzazione dei linguaggi analitici che cercano di registrare e andare oltre le ‘soluzioni’ in offerta.

Il nucleo di questa sfida, aldilà delle ottime e incisive analisi di una serie di situazione specifiche, sta nella rivolta dei saperi contenuta in questi saggi. Qui, non si tratta, come spesso si fa nelle scienze sociali, di aggiustare e aggiornare gli strumenti di lavoro per meglio concepire la ‘realtà’. Il taglio critico auspicato da Foucault, e qui messo a lavoro, è di tutt'altro ordine, e investe il linguaggio stesso. La macchina accademica - egemonizzata dall’empirismo ‘scientifico’ anglo-americano, e tutelata dai manuali di stile, i peer review, e le dighe di citazioni che servono per proteggere l’autorità dell’esposizione - viene sovvertita da una svolta gramsciana (e fanoniana) che fa saltare i parametri dell’attuale esercizio della conoscenza. Al contrario dell’individualismo competitivo che regna nel mondo dei saperi, i lavori collettivi elaborati in questo volume, sono l'esempio di un'attività critica che non può essere misurata dalla metafisica della cosiddetta oggettività del mercato istituzionale dei saperi. Qui viene scomposto l’operato di una costellazione scientifica che pretende di essere neutrale, echeggiando l’adagio thatcheriano e neo-liberale del TINA: there is no alternative.

Alfredo Jaar, Gramsci (2010)
Alfredo Jaar, Gramsci (2010)

Quando gran parte del mondo è escluso dall’elaborazione dell’apparato politico e intellettuale che decide e detta le regole del gioco, il sud, come una composizione mobile di pratiche e luoghi, diventa il contro-peso politico e critico di un mondo e di una modernità ancora da narrare. Sapendo bene che il Mezzogiorno dell’Italia, come tanti altri sud, non riuscirà mai a raggiungere le mete imposte dal progresso concepito strutturalmente nei termini dell’accumulazione del capitale. Con questa consapevolezza, e non volendo restare una vittima silenziosa, si tratta di demolire criticamente la logica destinata a escludere gran parte del mondo. Pensare mondialmente significa non solamente registrare le differenze ma anche accogliere i meccanismi sorretti dai poteri ineguali e asimmetrici.

Il coinvolgimento critico richiesto qui parte dal rifiuto di rispettare i compiti di uno sviluppo reso impossibile dagli stessi meccanismi che gestiscono e proteggono tale asimmetria. Non accettare il ruolo di restare sotto – sottosviluppato, sottomesso, subordinato e subalterno – significa prendere iniziative alternative e autonome all’interno di una modernità dove la geografia dei poteri è inevitabilmente tradotta in processi storici assai più fluidi e aperti; questi sono sempre in grado di ritmare la modernità secondo tempi, direzioni e diritti non ufficiali, ma egualmente reali ed essenziali.

Le analisi specifiche del volume si concentrano sulla trasversalità delle forze in campo: in Sicilia, a Ragusa, a Bagnoli, a Taranto, nei campi Rom a Napoli, nelle trivellazioni in Val d’Agri in Basilicata, nei luoghi di resistenza nel casertano e nel benevento, nei call center a Cosenza. Sono le zone (temporanee) di eccezione ed esclusione che forniscono delle frontiere mobili dei dispositivi di controllo e sfruttamento dove spesso i confini tra l’accumulazione del capitale, il controllo del territorio, i danni e i disastri ambientali evaporano. Qui l’obiettivo e l’oggettività dei processi economici come misura del progresso si declinano in un’ambiguità agghiacciante. Chiaramente tali dispositivi di controllo – non solamente ed ovviamente politici-economici saldati nei linguaggi giuridici – sono profondamente culturali. Forse qui qualche attenzione in più alla questione della religione e del cattolicesimo, come forza educativa e potere secolare che partecipa alla formazione della cultura e politica nazionali e alla loro gestione differenziata (pensiamo solamente all’intreccio tra la Chiesa e le condizioni del Mezzogiorno abbozzato da Gramsci), avrebbe dovuto trovare più spazio.

Comunque è qui che si toccano le zone liminali della politica dove il riconoscimento astratto della democrazia è negato continuamente dalla prassi di un ordine che riconosce solamente chi è disposto a rispecchiare e rispettare le sua definizioni. La legge emana i diritti pur riservandosi l’autorità di negarli. Qualsiasi contestazione che smonta le pretese e le premesse della politica attuale è rapidamente destinata a essere criminalizzata ed esclusa dalla narrazione legittima. In questa partita si gioca l’esclusione dalla cittadinanza di coloro che apparentemente non hanno il diritto di narrare, rinchiusi nelle loro storie invisibili e clandestine. Come i migranti illegali, i Rom, i poveri e i precari, sono penalizzati e puniti. Queste persone, con le loro storie, culture e vite, sono fuori posto e perciò potenzialmente criminali perché devianti rispetto al senso univoco del successo sociale richiesto dall’ordine neo-liberale.

Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)
Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)

Smontare il Sud per permettere che un altro sud possa emergere, significa cercare un’altra grammatica con cui narrare questo tempo-spazio costruito e costretto a ripetersi nello specchio di una subalternità costante. Insistere sul ruolo determinante del sud nella riproduzione politica e culturale dell’egemonia del nord, come parte integrante della sua riproduzione, significa già smantellare la gabbia. Lo sguardo orientalistico e la razzializzazione dei meridionali che mantengono in piedi i rapporti asimmetrici di potere all’interno della retorica unificante della nazione, è basata sull’imposizione violenta di un’identità che continua a credere che la cultura e l’identità siano oggetti fissi e stabili, invece di essere processi storici in continua elaborazione.

Disfarsi delle storie ufficiali e istituzionali, e rifiutare il loro giudizio, ci porta a tagliare il corpo della conoscenza ereditata per liberare altre storie, altre modalità per raccontare un passato che non passa, ma che si accumula come una rovina potente ed inquietante nel presente. Insistere sul diritto a narrare un’altra storia, proponendo la costruzione di una società civile diversa che risponda alla giustizia storica e sociale negata, non implica un’alternativa utopica. Al contrario significa una ricomposizione dei rapporti, le loro storie e i loro poteri, che sono già in circolazione, quelle che finora sono stati rifiutati, rimossi e annegati. Smarcarsi dalla violenza storica e razziale che produce un sud, e le gerarchie di valori che sigillano tale concetto, colpisce al cuore l’operazione storiografica che ha visto nella nazione il suo scopo principale, riducendo il resto ai margini.

Si tratta di una sfida storiografica, e perciò di grande portata politica e culturale, che collega la questione meridionale non solamente agli altri sud subalterni nel mondo, ma anche, e più profondamente, al senso critico della modernità che li ha prodotti e pensa sempre di essere in grado di spiegarli. Questo volume è un ottimo esempio di come si fa questo lavoro fondamentale: da leggere!

Orizzonti meridiani (a cura di)
Briganti o emigranti
Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni
Prefazione di Franco Piperno
ombre corte (2014), pp. 223
€19,00