Il Panorama esistenziale di Motus

Dalila D'Amico

Migranti, rifugiati, clandestini, sono termini vessillo dell'attuale agenda politica, nazionale e internazionale. Termini vomitati giorno dopo giorno come mantra. Parole che pian piano sbiadiscono di senso, ne assorbono uno nuovo, per poi essere risputate come significanti scollati dai loro referenti: le persone. E la scena teatrale non fa da meno: abbondano progetti, laboratori e spettacoli che affrontano una problematica viva e scottante dei nostri giorni, stemperandone, replica dopo replica, la complessità, sostituendo alla persona il personaggio, al problema la soluzione, alla comprensione la compassione, alla voce altrui la propria. Negli ultimi anni a teatro si riesce a fatica a distinguere l'impegno civile dal rendiconto economico, la militanza dalla spettacolarizzazione o ancora peggio dal paternalismo. Non è il caso però di Panorama l'ultima produzione di Motus, andato in scena al Teatro Vascello di Roma dal 31 Ottobre al 3 Novembre nell'ambito del Romaeuropa Festival. Uno spettacolo che non lascia alcun dubbio: assistiamo a uno sforzo politico e onesto di raccontare la realtà, senza edulcorazioni consolatorie o intenti moralistici.

è una coproduzione tra Italia, Stati Uniti, Spagna, Belgio e Corea del Sud e coinvolge i performer della Great Jones Company, compagnia residente al La Mama Theatre di New York. L'idea dello spettacolo nasce nel 2016, quando Motus conduce a La MaMa il workshop “Furious Diaspora”, un progetto itinerante in varie città, il cui titolo rimanda al Manifesto “Noi diciamo rivoluzione” di Paul B. Preciado. L'obiettivo di questa serie di laboratori era la costruzione di identità/biografie immaginarie da far interagire con casuali passanti in spazi pubblici delle città. A quel punto, Mia Yoo, direttrice artistica del La Mama invita Enrico Casagrande e Daniela Nicolò alla creazione di uno spettacolo che coinvolgesse il gruppo interetnico di attori e attrici che costituisce la Great Jones Repertory Company. A partire dalle loro esperienze diasporiche, Motus, con il supporto del drammaturgo Erik Ehn, immagina nuovi panorami esistenziali, costruendo una caleidoscopica biografia collettiva che si fa portavoce della battaglia per la Green Card, l'autorizzazione che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato.

Quello dell'identità nomade è un tema caro alla compagnia romagnola, già brillantemente esplorato in MDLSX. Mentre però quest'ultimo spettacolo rielaborava il romanzo di Jeffrey Eugenides e estratti filosofici impostando un gioco di auto-fiction, in Panorama tutto ciò che è raccontato in scena è vero, anche se spesso sembra incredibile. Il testo deriva dalle lunghe interviste effettuate ai membri della compagnia. Il dispositivo utilizzato è quello del finto casting cinematografico, emblematico per un racconto sulla società americana, perché lì, il mercato del cinema e del teatro è alimentato da audition per asiatici, afroamericani, latinos e altre etnie che stereotipizzano i ruoli. La scena è costituita da un green screen centrale, dove vengono proiettate le immagini in presa diretta o preregistrate dei casting, e da due piccoli schermi laterali a forma di smartphone, che accolgono i volti dei performer seduti in attesa del proprio turno, o di immagini, fotografie e tavole grafiche che gli stessi agiscono sotto le telecamera.

Il risultato è un'identità esplosa in una complessa orchestrazione del senso e dello sguardo. L'occhio è costretto ad indagare tra i vari livelli multimediali della scena in un nomadismo dello sguardo che coincide con la multisoggettività nomade raccontata. Le esperienze narrate sono difficilmente attribuibili ai performer che le raccontano, le immagini preregistrate contraddicono quanto detto in scena, spostando il soggetto sempre un po' oltre quello che vediamo e sentiamo. Le biografie si mescolano, costringendo lo spettatore ad astrarre il fatto e a preservare la parola: “Il potere del potere è immenso”; “Solo in America mi sono reso conto di essere nero e ho capito che la mia pelle fosse un fatto politico”; “Qualsiasi personaggio interpreti ciò che sembri sei sempre tu”. Non c'è confine tra la vita dell'uno e dell'altra, come non c'è confine nel “Panorama” terrestre che Motus disegna come un'utopia. Utopia perché gli attori non si stancano di ricordare il razzismo serpeggiante nell'America di Trump, che poi è la nostra Italia, che poi è il Brasile, che poi è l'Europa.

Cosa rende Panorama una narrazione diversa dal continuo dire sulla migrazione, l'accoglienza e i muri che continuamente si erpicano? A prendere parola sono persone che esperiscono quotidianamente sulla propria pelle l'esclusione e l'affanno per il diritto di cittadinanza. Non si ricamano soluzioni su queste vite, non si regalano alternative alla retorica populista e protezionista dilagante. Il qui ed ora agito in scena è prepotentemente un qui e ora che ci appartiene, drammatico. Non c'è spazio per la speranza o la consolazione, ma forse al momento non è quello che ci serve. In un'intervista di qualche tempo fa Daniela Nicolò diceva: «Quindi che resta? Il lavoro artistico, come amplificazione dell’umano, come critica impietosa e spazio per re-immaginare è l’unica nostra vera possibilità di incidere nel reale. Ma per reinventare il reale occorre buttarcisi dentro a capofitto, con furore e con amore. Ci proviamo».


Interférences #4 / Olivier Favier e le cronache d’esilio

wave1[Ospito un estratto di Chroniques d’exil et d’hospitalité. Vies de migrants ici et ailleurs, Le passager clandestin, 2016. Segue una breve intervista all’autore. Traduzione dell'autore e supervisione del sottoscritto. a. i.]

 

 

Olivier Favier

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13 novembre 2015: gli attacchi a Parigi, l’incendio a Calais

Il 13 novembre 2015, quando un sms mi chiede se sono al sicuro, non so chi mi scriva, poiché non posseggo che un cellulare di ricambio, sul quale non sono registrati i miei numeri. Ma capisco subito che c’è stato un nuovo attentato a Parigi. Mi trovo sul sentiero delle Dune, nelle vicinanze della bidonville di Calais in compagnia di due militanti italiane e un piccolo gruppo di migranti. Scopro a poco a poco sulla rete, come molti altri nello stesso istante un po’ ovunque nel mondo, la portata e il bilancio degli attacchi in corso. I luoghi colpiti mi sono più o meno familiari, sono stato in alcuni di essi, sono strade che conosco, dove passo regolarmente. Come tanti altri nello stesso momento, chiamo qualche parente e amico, i pochi di cui riesco a ritrovare il numero. Rispondo anche a qualche sms.

Juliette mi spiega che, da casa, ha sentito con i bambini gli spari sul Petit Cambodge. Mamadou sta da lei questo fine settimana. Sono triste anche per lui, perché è qui in Francia per vivere in pace, protetto. Per lui, sì, Parigi è una festa dalla quale riparte sempre pieno di voglie e progetti. Ci scambiamo qualche frase, lo sento molto teso, cerco di trovare le parole giuste, gli dico, mi sembra, che non è che una scheggia della violenza del mondo, terribile ovviamente, ma questo non significa comunque che Parigi diventerà una città di guerra. Intorno a me, le amiche italiane mi fanno domande. Traducono le poche informazioni che riesco a dare loro in inglese, in arabo e in aramaico, per gli altri amici della bidonville.

Di tanto in tanto, staccandomi dallo schermo del cellulare, dò un occhiata in giro. Vedo sguardi tristi e rassegnati; un uomo ripete: “Boko Haram, ISIS”, scuotendo la testa. I migranti che ci circondano non mi pare misurino immediatamente le conseguenze nefaste che una simile azione avrà sul loro avvenire già incerto. Non sanno che, in un certo qual modo, ciò che molti hanno fuggito, li perseguiterà persino qui. Ecco ciò che mi ossessiona soprattutto in questo momento: la loro sorte e la sorte di coloro che verranno in seguito, come quella degli amici siriani che avevo appena lasciato sotto il portico ventoso di una chiesa, il 7 gennaio scorso, quando la notizia dell’attentato a Charlie Hebdo mi è arrivata per telefono. Siamo lontani, in ogni caso, dagli sguardi d’angoscia che vedrò due giorni dopo nelle strade della capitale. In questa che è oggi la più grande bidonville d’Europa, il resto del mondo diventa a volte quasi irreale, come in genere per tanti parigini risultano irreali i conflitti e la miseria degli altri. In un mondo dove l’informazione circola in tempo reale, il reale scorre dappertutto come il tempo.

Di colpo vedo una delle mie amiche italiane correre sul sentiero delle Dune con il cellulare in mano. La seconda la segue e, senza neppure rifletterci, mi metto a correre anch’io. Le raggiungo e scopro con loro, a qualche decina di metri, un cielo rosso aranciato. Delle persone camminano verso di noi con calma. Ho messo in tasca il telefonino, per tirare fuori la macchina fotografica. Mi avvicino al fuoco, non sento nessun grido, nessun richiamo, nulla che faccia pensare a qualcuno rimasto prigioniero delle fiamme che si alzano ormai per decine di metri. Allora comincio a scattare delle fotografie. Rimbombano delle detonazioni sorde: le bombole di gas che esplodono. Il vento viene verso di noi e vuol dire che una buona parte della bidonville rimane fuori pericolo. Ho l’impressione di assistere a una catastrofe naturale, a una apocalisse al di fuori del mondo, non alla conseguenza evidente dell’incuria dei poteri pubblici che hanno lasciato senza infrastrutture la stragrande maggioranza delle 4500 persone presenti attualmente sul posto.

Più tardi, ricordo anche due giovani eritrei avvolti in una coperta, lo sguardo vuoto, seduti su una sedia al margine del sentiero. Per loro Parigi è lontana quanto lo è per noi la loro cattiva sorte attuale, la landa dove vivono, la dittatura da cui sono fuggiti, le sofferenze che hanno sopportato durante il viaggio. Accompagnando quelli che sono rimasti senza un tetto fino a un luogo d’accoglienza trovato dai volontari del campo, realizzo che il resto della bidonville ha continuato a vivere, come se l’incendio stesso appartenesse a un altro mondo. Il campo è talmente ampio che certuni, probabilmente, non si sono accorti di nulla. Siamo a due passi da un perimetro dedicato alla vita notturna, il posto senz’altro più allucinante di questo immenso non-senso, dove risuonano i motori di alcuni gruppi elettrogeni, con le sue discoteche improvvisate, le sue risse, le sue luci multicolori e mobili da luna park, mentre tutto il resto è sprofondato nel buio.

Questo venerdì 13 era, dicono, la giornata mondiale della gentilezza. È stata anche l’ultima di una magnifica estate indiana, sintomo tra gli altri dell’odierna crisi climatica.

Otto giorni dopo, un nuovo incendio di minore ampiezza farà due feriti.

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L'intervista

Cronache di esilio e ospitalità è uscito quest’anno. E raccoglie un materiale estremamente ricco ed eterogeneo, a partire dal 2013. Ci si muove tra Calais, Parigi, la periferia, la provincia francese, ma anche tra la Calabria e la Sicilia. Come è nata l’esigenza di scrivere sulla vita dei migranti, e come è nata da questa scrittura il progetto del libro.

La molla principale che mi ha fatto scrivere questo libro, me ne sono accorto a poco a poco, è la medesima che mi ha spinto a diventare traduttore dall'italiano all'inizio degli anni 2000. Il primo libro che ho tradotto era Sull'Oceano di Edmondo de Amicis. Raccontava le vicende dei migranti italiani di fine Ottocento tra Genova e Montevideo. Avevo dedicato questo lavoro al mio nonno materno, che scappò minorenne dalla provincia di Treviso nel 1924, in parte per ragioni economiche in parte per ragioni politiche. La sua storia costituisce la prefazione a questo libro che ho pubblicato dodici anni dopo. Mio nonno, durante i suoi ultimi anni, mi diceva sempre: se avessi potuto raccontare la mia storia... Per me era un eroe, un avventuriero, il protagonista di un romanzo d'appendice mai pubblicato, e sogno ancora di saperne di più sulla sua vicenda epica anche se, ovviamente, tutto ormai è cancellato dall'oblio. In qualche modo, i ragazzi migranti che mi hanno chiesto di raccontare il loro percorso mi hanno dato la possibilità di saldare il debito che ho con lui, debito per una vita felice, per gli studi che ho potuto fare, per tutte le sofferenze che mi sono state risparmiate grazie anche al suo lavoro, alla sua capacità di costruirsi una vita e una famiglia in Francia.

Ma il motivo immediato di tale ricerca è da ricondurre a una precisa data : il 3 ottobre 2013. Dopo il naufragio che ha provocato la morte accertata di 368 persone – a cui si aggiungono una ventina di dispersi –  ho letto una quantità spaventosa di articoli che non dicevano nulla della situazione dei profughi provenienti in maggioranza dalla Somalia o dall'Eritrea – paesi di cui conoscevo un po’ la storia grazie al lavoro di scrittori e storici italiani. Ho scoperto l'ipocrisia dei politici presenti a un funerale, che era stato proibito agli stessi superstiti. E tra di loro, c'erano amici e familiari dei morti... Ho scritto su questo episodio un lungo articolo e ho continuato da quel momento a seguire quanto veniva raccontato sulla sorte dei migranti. All'epoca – parlo di tre anni fa, ma la situazione è cambiata solo superficialmente – si scriveva poco e male. Ho fatto l'elenco degli elementi che mi mancavano per capire da semplice lettore e ho provato di rispondere alle domande che mi facevo. Mi interessavano, ad esempio, i dati storici. Da quando esiste la « giungla » di Calais? Perché in Francia abbiamo accolto i boat people degli anni '70 e perché siamo incapaci oggi di un comportamento decente? È vero che la nostra attitudine politica assomiglia a quella degli anni '30? Mi stupiva anche di non avere mai la possibilità di leggere la storia di un percorso individuale – non solo una specie di curriculum vitae migratorio, ma una vera e propria storia fatta di emozioni, di ferite, di sorprese, di speranze e di delusioni. Ho provato così a lasciare spazio e tempo a chi aveva voglia di raccontarsi. Ho scritto questi articoli immaginando un lettore che seguiva le mie domande e i miei tentativi di risposta. L'idea del libro, però, ancora non ce l'avevo. Non avevo voglia di confrontarmi col mondo dell'editoria, anche se lo conosco bene da traduttore. Sono stati due amici a parlare del mio lavoro ad una bella e coraggiosa casa editrice: Le Passager clandestin.

 

Nel tuo libro si coglie l’urgenza e la tempestività del giornalista militante, ma anche quella del testimone, che è interamente coinvolto nelle vicende che narra, in quanto l’incontro con i migranti, e penso soprattutto con i minori senza famiglia, ossia i più fragili ed esposti, è qualcosa che ha inciso non solo sulla tua scrittura, ma anche sulla tua vita. Alla figura del giornalista e del testimone, si va poi a sovrapporre quella dello storico, perché tu sei storico di formazione. Come credi che queste tre visuali abbiano agito in questo tuo libro

Da bambino ero già appassionato di storia. Quando ho letto il primo libro su Garibaldi – ambientato sempre nel paese misterioso del nonno – avevo mi pare 7 o 8 anni. Mi piace la narrazione – quella ad esempio teatrale di Marco Baliani o di Laura Curino –, il reportage letterario, mentre mi interessa poco il romanzo, la fiction. Lavoro solo per passione, non posso fare altro. Per campare, da anni, sono costretto a lavorare giorno e notte. “Un grande artista”, mi ha detto l'amico poeta Carlo Bordini in un'intervista che gli feci, “è sempre una persona che ha deciso di fare un viaggio”. Anche Deleuze la pensava così, colle sue linee di fuga descritte nel bellissimo testo sulla superiorità della letteratura inglese-americana. Detto questo, ovviamente, non mi considero un'artista. Ma, da semplice uomo, da testimone se vuoi, porto avanti la mia vità comme un viaggio, un percorso. Per dirla come Deleuze, sarà il mio "essere-migrante"...

I minori senza famiglia... che ti posso dire... Sono i nostri figli. Tanti di loro sono tra i migliori di noi. Poveri che lottano, che sognano... Tanti di loro vivono da poeti.

 

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,

Le coeur gros de rancune et de désirs amers,

Et nous allons, suivant le rythme de la lame,

Berçant notre infini sur le fini des mers

 

Cosa ne pensi della situazione di Calais, attualmente? E soprattutto come giudichi la decisione del Ministro degli Interni di sgomberare la bidonville, disperdendo i suoi abitanti in centri di accoglienza disseminati per la Francia intera?

Lo sgombero della bidonville di Calais è stato gestito per far credere di nuovo che tutto si risolverà magicamente in un attimo, con "umanità e fermezza". Adesso, chiedono alla polizia di cacciare quelli che tornano e sperano di chiudere così una storia che dura ormai da più di vent'anni. C'è un muro in costruzione tra la città di Calais e la zona del porto che, dal Trattato di Le Touquet nel 2003, appartiene all'Inghilterra. In pratica, questo significa che la Francia ha ceduto la sovranità su un pezzo del suo territorio ad un paese straniero. Certo, il governo francese non può decidere da solo di lasciar passare i migranti che vogliono entrare in un paese che non li accetta. Non è poi così semplice, non solo al livello statale, ma soprattutto regionale e locale, gestire alcune migliaia di persone di passaggio che hanno in comune il desiderio di attraversare illegalmente une frontiera.

A Grande-Synthe però, città vicina di Calais, il municipio insieme a “Medici senza frontiere” è riuscito a sistemare un campo decente per i richiedenti asilo kurdi. Il bravissimo sindaco Damien Carême evoca il paradosso con chiarezza: "Questo è un accampamento controllato da trafficanti di esseri umani. Dobbiamo dare condizioni di vita decenti ai migranti che ci passano, ma provvedere anche alla loro sicurezza." Questo significa, ad esempio, permettere alla polizia di lavorare per allontanare le reti mafiose che cercano di sfruttare i migranti, lottare affinché le case consegnate alle famiglie non siano confiscate da persone che le usano per arricchirsi, affittandole ai nuovi migranti che arrivano. Ovviamente è una situazione difficile, ma questo esempio dimostra che affrontarla con coraggio e dignità è possibile e, fra l'altro, con dei costi molto più bassi rispetto alla gestione di Calais, dove una quantità spaventosa di soldi si spreca per mobilitare centinaia di celerini e installare chilometri di filo spinato. A Calais, i governi successivi, sia di destra sia di sinistra, hanno aiutato la politica di non-accoglienza imposta da Londra, bloccando la frontiera dell’Inghilterra fin dentro il territorio francese. In tali circostanze, ovviamente, l'unica soluzione coerente sarebbe quella di permettere a queste persone di rimanere in Francia. È stato fatto in parte, non nell'interesse dei migranti però, ma solo nel quadro di una politica globale di "flussi". Affinché non venga oltrepassata una certa soglia numerica, i poteri pubblici rendono la vita dura ai migranti o li lasciano nel più completo abbandono, sperando così di scoraggiare nuovi arrivi. Nella grande bidonville come negli accampamenti precedenti, lo Stato ha potuto lasciare senza vergogna centinaia e poi migliaia di persone senza doccia, senza cesso, senza elettricità. Questa è la cosiddetta gestione dei flussi.

Quando però il numero delle persone diviene troppo grande, il governo decide di spedire i richiedenti asilo politico in diverse parti del paese. Deve quindi risolvere il problema dello “stock”. Il risultato è spesso deludente. Da una parte, a Calais, i trafficanti hanno già fatto il loro lavoro di promozione del sogno inglese – “dall'altra parte della Manica tutto andrà bene per voi, ma un tale paradiso vi costerà migliaia di euro” – dall'altra, dopo mesi passati in condizioni disastrose, i i discorsi sull’accoglienza dell'amministrazione francese appaiono sempre meno credibili. Negli ultimi mesi, il governo ha quindi deciso più volte di aggiungere ai richiedenti asilo, altre persone che non volevano rimanere in Francia. Alla fine, ad ottobre, ha creato una situazione di falsa emergenza, invitando 700 giornalisti ad assistere ad una cosiddetta "operazione umanitaria". Non ridurre a una caricatura o criticare in modo eccessivo il lavoro che hanno tentato di fare le associazioni mandate dallo Stato. Il risultato però è poco dignitoso. Un buon numero di minori, ad esempio, è scappata dopo qualche ora o qualche giorno dai luoghi dove erano stati mandati. Per quanto li riguarda, la situazione è ormai fuori controllo da quasi un anno e ad un livello mai visto in precedenza. Anche per gli adulti la situazione non ha sbocco: vengono sparpagliati a caso nei cosiddetti Centri di Accoglienza e di Orientamento dove, in pratica, sono i volontari delle associazioni locali che organizzano le diverse attività – lezioni di francese, una parte dell'assistenza legale, medica e amministrativa. Tanti migranti, dopo appena qualche mese, si ritroveranno senza documenti, senza esistenza legale. L'idea del governo è di provare a renderli invisibili, di farli dimenticare. L'unico successo che è stato ottenuto, grazie soprattutto al lavoro dell'associazione France terre d'asile, è stato quello di aver permesso alcuni ricongiungimenti familiari tra i minori che avevano parenti in Inghilterra.

 

Che bilancio fai della politica di accoglienza francese, in particolar modo a partire dall’inasprirsi del conflitto siriano, ossia durante gli ultimi due anni e rispetto a quanto realizzato o meno negli altri paesi europei?

 I Siriani in Francia sono pochissimi. Per loro fortuna, la stragrande maggioranza ha raggiunto la Germania. Per il resto, France, pays des droits de l'homme potrebbe costituire l’equivalente del titolo di un libro ormai famoso di Angelo del Boca, Italiani brava gente. I pochi che lottano per dare un po' di senso a tale formula sono gli stessi che sanno perfettamente come essa venga tradita ogni giorno dall'amministrazione francese. Per tanti Africani, però, il mito rimane vivo e anche per loro dobbiamo fare in modo che nella realtà possano trovare un po' di quel sogno che hanno inseguito partendo. Chiudo l'argomento dicendo che il libro France pays des droits de l'homme è ancora tutto da scrivere. Il mio prossimo libro, invece, s’intitolerà, in un paese sazio di memoria autoreferenziale, Les lieux de l'oubli. Sondando il rimosso della storia francese, ho scoperto che spessissimo ci si imbatte nel conflitto con lo straniero, l'immigrato, il colonizzato... La Francia rimane una terra avvelenata da un senso di superiorità spaventosamente ridicolo. Questo tratto l'accomuna alla sua vecchia rivale, l'Inghilterra.

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Foto di Olivier Favier: 1) quattro ragazzi in gita a Compiègne, ottobre 2016; 2) Mohamed e Mamadou alla Fête de l'humanité, La Courneuve, settembre 2015.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Semaforo #1 – settembre 2016

Cronache

Sabato 27 agosto delle scintille provenienti da una lampada difettosa hanno dato fuoco a una tipografia nella periferia di Mosca. Alimentate da prodotti chimici e da carte infiammabili, le fiamme si sono velocemente fatte strada attraverso l'edificio, inghiottendo un piano dopo l'altro. Al quarto piano il rogo ha intrappolato un gruppo di lavoratrici nella stanza dove si stavano cambiando d’abito tra un turno e l’altro. Nel tempo in cui i vigili del fuoco hanno domato l’incendio, 17 giovani donne avevano perso la vita. Venerdì scorso, quasi una settimana dopo il giorno dell’incendio, le autorità russe hanno aggiunto il proprietario della tipografia e il responsabile della sicurezza antincendio alla lista dei ricercati federali. Entrambi sono scomparsi dopo la tragedia. (…) Quattordici delle vittime del fuoco erano lavoratrici migranti provenienti dal Kirghizistan, e la loro morte ha inviato onde d'urto attraverso il loro paese natale e la sua diaspora. In patria e all’estero i cittadini kirghizi hanno partecipato a cerimonie commemorative e hanno raccolto i soldi per le famiglie delle vittime. Il presidente Almazbek Atambayev ha dichiarato il 28 agosto giornata di lutto nazionale. (…) Per molti,la continua risonanza del dramma in Kirghizistan è sorprendente. Per i moscoviti, i migranti sono spesso operai senza nome che lavorano nei cantieri edili. Ma in Kirghizistan - dove le rimesse personali costituiscono oltre il 25% del PIL secondo i dati 2015 della Banca mondiale e la migrazione della manodopera tocca quasi tutte le famiglie - il destino dei migranti è inseparabile da quella della nazione.

Matthew Kupfer, Forgotten in Moscow, Deadly Fire Still Resonates 3700 Km Away, Moscow Times, 4 settembre 2016

Il Semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

L’orrore

Christian Caliandro

Noi siamo gente di cuore”. “Non li avevano visti”. "Siamo brava gente". Certo. Hanno dovuto incendiare una coperta – la scintilla che ha appiccato il fuoco a tutta la nave – perché sembrava loro impossibile che i pescherecci non li avessero visto. E volevano farsi vedere. Non sapevano forse che le nostre leggi impongono l’arresto di chi soccorre i migranti. I “clandestini”. La stessa clandestinità è un reato, in base alle nostre leggi attuali: come se la disperazione fosse un reato, la povertà fosse un reato, la disgrazia e il dolore fossero altrettanti reati.

Ora, tutti dicono che “è una vergogna” - e lo è, effettivamente. Questa visione orrorifica è abbacinante nella sua capacità istantanea e irremissibile di cancellare, azzerare ogni teatrino e ogni tentazione di spettacolarizzazione “all’italiana”.

Eppure, la finzione l’apparenza l’illusione l’indifferenza sono sempre lì, in agguato dietro l’angolo. Dopo. Dopo il trauma. Dopo il pianto e lo sconcerto e lo sbigottimento dei soccorritori; dopo l’indignazione esemplare e la condanna senza scampo del sindaco di Lampedusa: “adesso devono venire tutti qui, a vedere l’orrore con i loro occhi”.

I cadaveri allineati a centinaia in un hangar; il mare coperto di braccia alzate, descritte dai pescatori sotto shock; le urla che da lontano sembrano di gabbiani, e solo in seguito si rivelano umane; la ripresa “tecnologica” della telecamera che inquadra dall’alto lo specchio blu cobalto, e quella formina bianchiccia al centro ripiegata è un uomo; quello stesso specchio trasformato da anni in un cimitero immenso.

Se ci pensiamo bene, la questione del “guardare con i propri occhi” è centrale nell’Italia contemporanea, e nella sua comprensione. Lampedusa, insieme a tutti i numerosissimi CIE, a L’Aquila, a Taranto, alla Val di Susa, è una delle “zone distopiche” che costellano l’Italia. Zone e spazi e aree e territori, cioè, in cui la natura distopica del presente italiano si rivela in tutta la sua potenza inumana – e perciò stesso caratterizzate da un’interdizione, dalla proibizione. Dalla rimozione. Dall’esclusione sostanziale dallo sguardo collettivo.

Zone Rosse. Zone, dunque, contraddistinte da un’impossibilità di esperienza diretta, ma anche di percezione. L’unica possibilità di fruizione è quella iper-mediata, predisposta e offerta dal dispositivo informativo nazionale secondo le sue condizioni, i suoi limiti, i suoi strumenti e il suo linguaggio – non altri. Per noi è quasi impossibile “guardare con i nostri occhi”, attingere i luoghi in cui lo spazio-tempo oscuro e feroce che è divenuto il “Belpaese” si condensa e si libera di ogni orpello, di qualunque artificio, di tutte le finzioni e gli abbellimenti.

I luoghi più disagevoli, più marginali, più difficili, più aspri e più ingiusti del Paese sono anche quelli dove si dispiega la realtà, dove la realtà inabitabile che ci appartiene è presente al grado più estremo e nudo. Occorre dunque rivolgere a noi stessi l’appello del sindaco, andare a Lampedusa e ovunque a “guardare con i nostri occhi”, anche e soprattutto se questa visione è dolorosa, traumatica, insostenibile: “se chiudi gli occhi davanti a qualcosa di spaventoso, finirai per avere sempre paura” (David Peace). Occorre innanzitutto riappropriarci del nostro sguardo sulla realtà – del quale siamo stati espropriati, naturalmente con la nostra attiva e fattiva collaborazione – e riappropriarci così della nostra umanità.

La mediazione non ci salverà, né ci preserverà: perché è proprio la mediazione (con tutto ciò che ne consegue e ne discende) la principale responsabile di questa devastazione.

Una strage di uomini

Giacomo Pisani

Una strage di centinaia persone generalmente scatenerebbe reazioni di portata altrettanto grande. Un’ecatombe di tali dimensioni è umanamente atroce ed esige prepotentemente un'indagine rapida sulle cause, la ricerca dei colpevoli, l’elaborazione di rimedi. Perché ciò non accada mai più.

Si ricorderà per una tragedia altrettanto grave, ma molto più contenuta nelle dimensioni, come quella della Costa Concordia, l’amplificazione mediatica che ha portato l’evento a divenire parte fondamentale del sentire comune. Tutte le dinamiche e i rischi connessi con l’avvicinamento delle crociere alle coste, fino ad ogni dettaglio riguardante gli aspetti controversi della vicenda sono penetrati nel sapere collettivo. Questo è avvenuto nelle forme più varie, spesso distorte o banalizzate, ma è innegabile che i fattori di rischio connessi con quella tragedia sono stati assunti dalla maggior parte della gente, stimolando una maggiore attenzione rispetto alla sicurezza in mare.

Nel caso di Lampedusa c’è qualcosa di diverso. Nella maggior parte dei titoli sui giornali si legge “strage di migranti”. La categoria del migrante, in un evento di tragicità immane dal punto di vista umano, è decisiva. Quella negatività estrema, che porterebbe inevitabilmente ad una disperazione ammorbante, alla ricerca spasmodica delle cause e delle soluzioni, perché la vita è ridotta a mucchi di corpi immobili in fila su un’isola, è immediatamente ridimensionata. La categoria del migrante conduce quell’evento così terribile entro una dimensione di normalità, che ne riconduce la straordinarietà ad una ragione puramente numerica. Lampedusa è una strage enorme perché sono morti più migranti del solito.

È incredibile la potenza della categoria in questione. Basta quella a far cambiare tutto, a rendere la morte di centinaia di persone un fatto usuale, certamente non incommensurabile rispetto alle nostre categorie. Se tante persone morissero in un naufragio o per un’avaria rimarremmo completamente spiazzati, mortificati, denudati delle nostre certezze. Percepiremmo la tragedia di vite riversate in un mare di benzina, l’assurdità di un barcone fatiscente caricato di corpi affamati di speranza, la lotta della nuda vita contro le fiamme e le onde, la morte che ti entra nei polmoni e che cancella ogni sogno, ogni idea che giaceva sull’altra sponda del Mediterraneo.

Questo evento farebbe crollare ogni riferimento, ci spingerebbe a cercare le cause e le soluzioni, perché lo spazio mediatico si riempirebbe di troppi quesiti, sarebbe carico di troppa ansia di verità. La politica dovrebbe dare delle risposte, vagliare le responsabilità, ricostruire una visione in cui rientrino i fattori di rischio che hanno provocato quella tragedia per rimettere il futuro in sicurezza, riconoscendo la giusta dignità alla vita.

Ma basta la categoria del migrante a placare ogni ansia, a rimettere a posto il nostro quadro di certezze. Le stragi di vite che si spingono oltre il Mediterraneo a bordo di carrette sono all’ordine del giorno e Lampedusa si inserisce in questa lunga linea, con un esubero di vittime. Eppure la forza di quella categoria potrebbe essere la chiave di volta di questa addomesticazione alla tragedia. Il fatto che il migrante sia di per sé stesso una categoria tragica, fatta di persecuzione, di reclusione se non addirittura di morte potrebbe indurci ancor più ad oggettivare il problema.

Sarebbe però forse ancor più disarmante scoprirsi corresponsabili di una strage. Di un assassinio sistematico, che consegna la vita alle carrette del mare pur di recludere l’alterità e negare l’accesso al migrante. Ciò che consideriamo è il migrante rinchiuso nei CIE, esposto all’immagine pubblica del clandestino usurpatore, non l’uomo ricco di storia, che sfida l’assolutezza delle nostre politiche per farci cogliere, al fondo di esse, decisione e progetti umani che investono l’esistenza intera.

Non serve, allora, richiamarsi ad argomentazioni formali per giustificare l’accoglimento del migrante. Non c’è bisogno di ripescare Kant e il diritto di visita che a tutti spetterebbe in forza dell’originario possesso comune della Terra. Così come non ci serve riprendere Marx e mettere in questione la proprietà privata per cogliere l’umanità del ladro. Basta assumere questo riconoscimento originario per rimettere in questione leggi assurde che mortificano l’esistenza e la riducono a corpi da coprire sulle spiagge. In questo senso il migrante è una sfida alle nostre categorie e ai nostri diritti, perché possano calarsi nei processi che investono la vita al di là del Mediterraneo e riaffermare la possibilità di esistere dignitosamente.

Vol spécial

Davide Gallo Lassere e Marta Lotto

Uno scossone lungo 100 minuti per richiamare lo spettatore dall’indolente torpore quotidiano: Il documentario Vol spécial del regista svizzero Fernand Melgar (realizzato nel 2011 e da febbraio distribuito anche in Italia da Zalab) non lascia scampo. Dopo la sua visione anche le più ostinate o ciniche giustificazioni in salsa realpolitik vacillano inesorabilmente.

Il Centro di Trattenimento Amministrativa di Frambois, una struttura dorata a due passi dalla Ginevra capitale dei Diritti dell’Uomo, cristallizza con nitidezza l’oscenità morale, etica e politica di queste istituzioni totali – senza il rischio di soffermare la critica sugli aspetti che troppo spesso catalizzano rabbia e indignazione: violazione vergognosa dei diritti più elementari, carenze igieniche spaventose, sovraffollamento o sadismo delle guardie. Fiero esempio dell’umanità del trattenimento, al punto da poter esser filmato da un regista impegnato e dichiaratamente critico (si veda il documentario del 2008 sui richiedenti asilo La forteresse), Frambois si configura come una gabbia di cristallo. Così, attraverso lo sguardo della cinepresa, l’idillio del centro più soft, dei migranti più ligi ed educati e degli operatori più comprensivi restituisce in modo beffardo la violenza fattuale di queste scatole nere del presente.

Non un CIE qualsiasi, dunque, sostanzialmente simile agli oltre 250 disseminati per l’Europa intera; bensì il fiore all’occhiello di questi universi concentrazionari. Costato 3,3 milioni di euro alla confederazione elvetica, il centro a cinque stelle di Frambois ha una capienza massima di 25 pensionnaires (ospiti), per ognuno dei quali vengono spesi circa 330 euro al giorno. I migranti in via d’espulsione godono infatti di condizioni speciali: possono muoversi liberamente negli interni dalle 8 alle 21; possono cucinare loro stessi da mangiare, ascoltare musica o fare sport; dispongono di stanze singole, pulite e confortevoli; e sono assistiti da vicino dai membri che compongono lo staff del personale – in tutto 13 unità.

Frambois si distingue per un’impronta smaccatamente neo-manageriale. Tramite tecniche empatiche, vicinanza psicologica e umanizzazione delle relazioni guardie/trattenuti (i quali circolano negli stessi spazi comuni senza restrizioni o misure cautelative) si attua il placcaggio e la normalizzazione delle passioni più conflittuali e antagoniste. Tuttavia, anche in questo contesto ovattato, non mancano all’appello reazioni umane, troppe umane come l’automutilazione, lo sciopero della fame o il tentativo di suicidio.

Aldilà del rompicapo antropologico sulla sincerità emotiva (spontanea o strumentale?) del personale – il quale, in molteplici casi, si scherma dietro un caloroso compatimento (alcuni si definiscono “militanti”) o, più di rado, attraverso lo snocciolamento di fredde procedure giudiziarie – Frambois mette a nudo lo scandalo intollerabile di questi luoghi, in cui vengono risucchiate e frantumate, a due passi dai centri abitati, le norme minime di ogni ordinamento che si pretenda civile e democratico.

Qui, la violenza non sporca i muri di sangue, ma si fissa più sottilmente nella disperazione silenziosa o cantata, nella rabbia impotente, nel rammarico o in una spirale depressiva. Chiunque entri a Frambois ha il destino segnato. Due le opzioni: essere scortati all’aeroporto e scegliere liberamente di imbarcarsi. Oppure rifiutare, rientrare al centro e sparire all’improvviso su un vol spécial senza poter avvisare figli e famiglie, imbavagliati e incatenati in dodici punti per più ore (l’ultima morte per “cause naturali”, sic!, risale al 2010), con il rischio che ad accoglierli nel paese d’origine vi siano le polizie locali. Le diverse sorti sul suolo natio dei respinti (tra cui anche un richiedente asilo politico) sono raccolte nel webdocumentario le monde est comme ça.

Se il destino degli espulsi lascia indifferenti società civile e Stato, in certi casi committente della morte o della tortura del migrante, lo spettatore rimane intimamente coinvolto. Ciò che si osserva non conduce a prendere le distanze, assumendo per strategia difensiva uno sguardo che disumanizza la vittima. Al contrario. La scelta di mostrare gli affetti delle persone, il carattere o le vicende soggettive riconsegna loro la prossimità perduta, piazzando il pubblico dinnanzi all’ingiustizia disarmante vissuta dai protagonisti. (Sulla stessa lunghezza d’onda il documentario di Alexandra D’Onofrio La vita che non cie).

Ciononostante, il film non ha ricevuto assensi unanimi. Definito come fascista dal produttore Paulo Branco in occasione del festival di Locarno, e fortemente osteggiato col motto di documenteur (documentitore) dal partito nazionalista e xenofobo svizzero UDC (il quale ha addirittura tentato, fallendo di poco, di indire un referendum per proibirne la visione nelle scuole), Vol spécial rappresenta un esempio di pedagogia civile impegnata. Oltre 15.000 studenti svizzeri si sono già potuti confrontare direttamente con le sventure dei migranti, rendendosi partecipi in prima persona dei costi umani delle politiche immigratorie. Senza commenti, musiche ed esplicite colpevolizzazioni delle parti in causa, il film crede nello spettatore e ne sprona le capacità critiche.

Viaggi in Barberia

Paolo Fabbri

La storia è d’attualità - forse non si è accorta della sua fine annunciata. Le istituzioni francesi ritengono, dopo il sanguinoso episodio di Charlie Hebdo, che sia persino utile insegnarla. Spostando però l’accento dalle radici europee - carolinge e cristiane - al rizoma mediterraneo e islamico.

Nell’acerbo dibattito che ne è seguito, trovano posto problemi da comparare e da condividere. Come il traffico contemporaneo, lucroso e tragico, di esseri umani attraverso il cosiddetto mare nostrum, che ci impone comparazioni non passive e anacronismi necessari. I cronisti non bastano, ci vogliono gli anacronisti. Cominciamo col dire che gli attori delle attuali migrazioni sono omologhi ai pirati e agli schiavi che, volenti e nolenti, hanno infestato per secoli il mare tra l’Africa e l’Europa.

Oggi è il momento giusto per rileggere la leggenda nera dei filibustieri scafisti e le loro guerre sante, condotte con il commercio di carni umane. Un bio-traffico non di organi, ma d’interi organismi. Alcuni antichi “scafisti” erano Corsari cioè “predoni in nome del Re” – come ricorda il Monumento dei Quattro Mori a Livorno, prede dell'Ordine corsaro dei cattolici cavalieri di Santo Stefano. Così come la reggia di Caserta, costruita col lavoro forzato di equipaggi barbareschi catturati della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Schiavi tunisini si trovavano infatti a Malta - con le ciurme corsare dei suoi Cavalieri - Genova, Napoli, Palermo, ecc...

Altri trafficanti erano invece “predoni in nome del sé”, cioè Pirati veri e propri, come quelli associati nelle Reggenze barbaresche del nord Africa (Tripoli, Tunisi, Algeri). Qui l’antico retaggio della schiavitù durò fino al 1890, acme positivista della Belle Epoque, ma perdurò fino alla 1° guerra mondiale (a Tunisi per esempio nel 1881 si contavano ancora 7000 schiavi). Organizzazioni commerciali di vasta portata – inosservate dalla retorica orientalista e postcoloniale, che esportarono, con razzie devastatrici e abbordaggi, più di un milione di cristiani europei tra il 16 e il 18 secolo. Senza tener conto della nera mandria di schiavi africani, la cui tratta si estendeva fino a tremila chilometri all’interno del continente. Tra il 1700 e il 1880, la Libia accolse almeno 400.000 schiavi, meno del Marocco e metà di quelli dell’Egitto. Nel 1738 gli algerini, che sdegnavano le flotte mercantili, tentarono di rapire per pingue riscatto un re di Napoli, Carlo di Borbone!

Contro questa “jihad inferiore”, gli interventi dissuasivi, come i trattati con istituzioni inaffidabili –vedi gli accordi berlusconiani con Gheddafi; i bombardamenti di barconi, la cattura e condanna di scafisti fino alle incursioni e gli sbarchi armati - vedi Carlo X e Sarkozy - hanno procedenti tanto vani quanto le prevedibili conseguenze. Ricordo solo l’inno dei marines american: From the Halls of Montezuma,/To the shores of Tripoli/ We fight our country's battles/ In the air, on land, and sea, che ne vanta le imprese libiche, apprezzate da Nelson, e in forte anticipo su F.T.Marinetti. Nel 1801, gli USA, da pochissimo indipendenti, per non pagare i pedaggi barbareschi ingaggiarono, due Barbary Wars - sostenute dal regno di Napoli - le quali ricordano irresistibilmente, al malevolo anacronista, gli esiti attuali in Irak e Afganistan.

La pertinenza del passato se la sceglie il presente: quello che ha rimeritato quest’anno a due giovani francesi il premio giornalistico più importante - Albert Londres - per un reportage televisivo: Voyage en barbarie. Un documento spietato sul calvario di giovani eritrei, fuggiti da un regime militarizzato e che rappresentano gran parte degli attuali sbarchi a Lampedusa. Schiavismo è una parola sdrucciola - gli schiavi africani a differenza di quelli europei erano ereditari - ma lascio giudicare chi ha visto il film premio Oscar 2014: 12 anni schiavo. Gli eritrei sono catturati e sequestrati da feroci negrieri del Sinai - una no mans land simile ad uno stato barbaresco - abusati fisicamente, incatenati e torturati con professionalità, per ottenere lucrosi riscatti e/o estorcere il maltolto per poi avviarli a migrazioni e naufragi. Centri per la detenzione e tortura di capitale umano non mancano nello Yemen e neppure in Libia. Il disumano è contemporaneo del post-umano.

Insomma le “grandi” migrazioni in corso hanno i loro congrui precedenti e la storia può informarci, sine ira et studio sulle forme più abbiette della vita. Ma prima di spendere i Superlativi assoluti e le desinenze in -issimo, “l’invasione dei clandestini” e altri solecismi, un confronto statistico s’impone. Dopo la sospirata Unità statale - “fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”, questi ultimi si affrettarono a spargersi per l’Europa, prima e per le Americhe poi: dal 1860-80 in ragione di 100.000 l’anno. Una cifra che si moltiplicò via via e che nel decennio 1901/10 superava i 600.000 l’anno, fino a raggiungere nel 1913 il record di 872.598. Li precettò poi la Grande Guerra Mondiale e la Grande Epidemia Spagnola.

Big data di migranti, come si proclama oggi, intensificando nomi e aggettivi, avverbi e pronomi per squalificare linguisticamente l’estremo e il non graduabile dell’ospitalità. È il momento invece dei Comparativi!