1945, un mezzogiorno di fuoco in Ungheria

Michele Emmer

Una giornata assolata, in una campagna desolata, una piccola stazione. Il capotreno sta aspettando che arrivi il treno. Con lui aspettano in tre.  Si sente il fischio, il rumore del treno a vapore che si avvicina.

Ma non siamo a Hadleyville nel territorio del Nuovo Messico nel 1898. Piccolo paese in cui tutti gli abitanti stanno aspettando che arrivi il treno, anzi che si senta il fischio del treno che arriva. Con il treno arriverà un bandito condannato e graziato, alla stazione lo attendono tre banditi che vogliono vendicarsi dello sceriffo che aveva fatto arrestare il bandito che sta ritornando. Il treno arriva nel film High Noon (titolo originale, Mezzogiorno di fuoco in italiano), a mezzogiorno appunto, un ruolo importante lo hanno gli orologi, e il film fa salire man mano la tensione in attesa dell’evento. E i cittadini della città reagiscono in modi diversi, uniti nel non voler rischiare e unirsi allo sceriffo. Compresa la moglie quacchera. Protagonisti di questo capolavoro assoluto Gary Cooper e Grace Kelly, regista Fred Zinneman, scritto da John W. Cunninghan e Carl Foreman, anche produttore ma il suo nome non compare perché era nella lista nera della MPAA, Motion Picture Association of America, dove è stato inserito inserito dopo il 1950. La lista completa si trova in rete ed è interminabile. Val la pena leggerla.

Il film è del 1952. Gary Cooper morì il 13 maggio 1961. Quella sera a Roma, Luciano Emmer ed io andammo a vedere per la terza volta (per me almeno) quel film che era proiettato al cinema Quattro Fontane per omaggio a Cooper.

Il film di cui si sta parlando è invece un film del 2017. Non vi sono dubbi che a quel film di Zinneman, a quell’attesa nel sole di mezzogiorno del treno che arriva fischiando, si è ispirato il regista Ferenk Török per l’inizio del suo ultimo film,  intitolato 1945. Sono passati 50 anni dall’epoca in cui era ambientato High Noon. E siamo in una piccola stazione in Ungheria alla fine della seconda guerra mondiale. Il treno arriva all’inizio del film, e stanno aspettandolo tre soldati sovietici, dei ragazzi, in una jeep.  Il treno arriva fischiando, i tre giovani soldati sono lì solo per routine. Devono controllare chi arriva in quella piccola città dell’Ungheria.  A parte il capo stazione di quella piccola e abbandonata stazione, ci sono due persone che attendono, con un carro. Il treno arriva sbuffando, il sole è alto, il bianco e nero del film, altra cosa in comune con High Noon, è scintillante, il tempo atmosferico immutabile nel film western (e questo non lo è un western?) qui cambia, si aspetta, si profila una tempesta, che arriverà ad un certo punto e bagnerà tutto e tutti. Ma alla fine del film.

Chi scende dal treno? Due personaggi, due ebrei, si riconoscono subito da come sono vestiti. Non diranno molte parole, anzi praticamente non parlano. Malgrado in tanti si aspettino che dicano qualcosa. E cominciano a camminare. Erano forse attesi, aspettati, temuti. Da chi? Da tutti, perché a poco a poco, man mano che avanzano, gli abitanti, il poliziotto, il notaio, vera autorità del paese, si pongono delle domande. Che cosa hanno nelle due casse che trasportano?  Profumi per far concorrenza al negozio del notaio? Dove si fermeranno?  Accuseranno qualcuno? Perché qualcuno ha commesso qualcosa di grave, denunciando degli ebrei del tutto innocenti. La tram del film è prevedibile, come lo era quella di High Noon. Ma molte volte in un bel film che la trama sia prevedibile è un dettaglio trascurabile, anzi rende ancora più avvincente il film, non siamo distratti dalla trama, non abbiamo l’ansia di sapere come va a finire. Lo sappiamo. E allora questo fatto toglie suspence al film? Anzi l’ aumenta, è quello che fanno i personaggi, come reagiscono, come si comportano in quella luce bianco e nera accecante. E ci sarà al ritorno, a piedi, la tempesta. E la vita ricomincia come prima? Certo la paura dei diversi che arrivano, che non vogliono spiegare, che non vogliono che nessuno capisca, o semplicemente non se ne curano, che sanno loro soli che cosa vogliono e siamo sicuri che faranno quello per cui sono venuti, anche se il paese al contrario del film con Gary Cooper riesce a mobilitarsi, per difendersi. Ma da cosa si vogliono difendere?

Dal nuovo, dall’incerto, insomma chi sono quelle due persone? Una maledizione? Due angeli vendicatori?  È banale dire che ovviamente la risposta non c’è perché la risposta sono i volti, le facce, le espressioni, la campagna, il camminare da soli nella tempesta, per riprendere un treno per andare via, ovviamente nella Ungheria del 1945. Altri tempi.  Una parentesi, una piccola giornata di paura per chi temeva di dover pagare, di dover rendere conto. E lo hanno dovuto fare in realtà, con la vita sconvolta del paese proprio perché non è successo nulla. Insomma un bel film. Visto a Roma in un piccolo Cineclub, l’Apollo 11. Non è certo una storia che può interessare chi va al cinema. Forse se lo facevano interpretare a un sosia di Gary Cooper con il cappotto nero e il capello nero in testa. E con la pistola e un bel duello. Viva il cinema!

 

1945

diretto, scritto e prodotto  da Ferenc Török con l’aiuto di  Gábor T. Szántó

interpretato da Péter Rudolf, Tamás Szabó, Kimmel, Dóra Sztarenk, Bence Tasnádi

musica di Tibor  Szemzö

produzione Katapult film

Ungheria, 91 m. (2017).

Viva la storia (in inglese)

Michele Emmer

Sono finalmente uscite le liste dei film candidati agli Oscar del 2017. E vi sono due film inglesi che parlano della storia del Regno Unito del secolo scorso. È una grande tradizione del cinema inglese trattare in modo approfondito la storia del proprio paese. Una tradizione che si basa su un’altra tradizione che è quella del teatro inglese, una tradizione che parte probabilmente da Shakespeare. Una tradizione in cui il linguaggio, la lingua, la sonorità e il significato delle parole hanno una grande parte. Molti dei grandi attori inglesi passano senza alcun problema dallo schermo al teatro e viceversa. Insomma la Storia, il linguaggio, gli attori e una ricostruzione meticolosa e accurata (tenendo presente che sempre di fiction si tratta) sono una delle migliori caratteristiche del cinema inglese.

E riflettere sulla propria storia, informare le nuove generazioni su cosa è successo negli anni passati è un ruolo importante del cinema inglese, anche televisivo, guardando ai tanti film coprodotti dalla BBC.

Alle volte alcuni di questi film sono dei veri capolavori. Non volendo con questo dire che se un film vince l’Oscar allora è autenticamente un capolavoro, come è ovvio.

I due film inglesi compresi nella lista dei nominati agli Oscar sono Dunkirk e The Darkest Hour. Il periodo di cui si occupano, gli inizi della seconda guerra mondiale in Europa, la velocissima avanzata tedesca, la disfatta francese, l’assedio alle truppe britanniche a Dunkirk.

Il personaggio centrale di The Darkest Hour è Winston Churchill, quando viene nominato primo ministro nell’ora più buia del paese, quando l’invasione dell’isola sembrava inevitabile. Nel corso del 2017 è uscito un altro film che era dedicato in gran parte al premier inglese, intitolato semplicemente Churchill. Il periodo storico era diverso perché erano i tre giorni prima dello sbarco delle forse alleate in Normandia, una fase molto delicata e complessa ma con gli Alleati all’attacco.

Naturalmente un film di parole come i due su Churchill permettono ai due attori che lo interpretano di cercare di dare il meglio di sé, anche nel ricostruire meticolosamente la psicologia, il comportamento, le manie, i vizi di Churchill. Di lui si sa quasi tutto, e nei due film il modo di interpretare il personaggio, il modo in cui è raccontata la storia sono simili. Churchill disprezza il mondo che lo circonda, la sua prima occupazione è bere e mangiare e trattare malissimo le segretarie. E proprio le segretarie dei due film giocano un ruolo centrale, entrambe hanno un parente o il fidanzato nel teatro di guerra e le decisioni di Churchill riguardano la loro vita, coloro che amano. E la loro commozione convince Churchill a sentire anche quello che pensa il popolo inglese, lo spinge a diventare più umano. Un po’ di sano populismo. Il Churchill di The Darkest Hour è un vincente, affronta la guerra e la lunga lotta con determinazione dopo un periodo di dubbi; si era sull’orlo della disfatta e Lord Halifax, che non mascherava le sue simpatie per Hitler, e Lord Chamberlain cercavano di trattare con il nemico. Il Churchill dell’altro film è un uomo molto insicuro, debole, che ha paura dei suoi ricordi (la strage di Gallipoli nella prima guerra mondiale). In entrambi i film, ancor più nel secondo è la moglie di Churchill che lo sostiene, lo incoraggia, lo fa decidere. E le decisioni che Churchill prende, di inviare la flottiglia di navi di tutti i tipi per salvare i 300.000 soldati accerchiati a Dunkerque è mostrata in Dunkirk, non a caso candidato a 7 statuette compreso miglior film e miglior regista. La lotta per sopravvivere (e nel film The Darkest Hour si vede Churchill che dà ordine ai 4000 soldati assediati a Calais di non arrendersi mai, per rallentare l’avanzata tedesca su Dunkerque) dei soldati in terra, topi in trappola con i continui bombardamenti tedeschi con gli aerei, in aria con i combattimenti tra i pochi aerei inglesi contro gli aerei tedeschi superiori in numero e capacità e in mare su una delle piccole barche che va a salvare soldati sulla costa oltremanica. Un film straordinario che racconta la guerra dalla parte di quelli che la subiscono, che partecipano ma non hanno la possibilità di capire che cosa succede su un piano più vasto, coloro che hanno paura, che sentono le urla, le grida, le bombe e non sanno dove arriverà la prossima. Dove il rumore, sempre ad un livello molto alto, è uno dei protagonisti del film. Sembra di essere lì. Un film tutto all’aperto ma claustrofobico, in trappola nella guerra. E il generale interpretato da Kenneth Branagh che sul molo rassicura, si comporta come si fosse nella tranquilla campagna inglese. Branagh che nel 2015 aveva diretto Cinderella con protagonista Lily James che in The Darkest Hour interpreta la segretaria di Churchill ed a teatro era la Giulietta shakespeariana diretta da Branagh, oltre ad aver partecipato alla serie Downton Abbey ove interpretava Lady Rose MacClare. Televisione, cinema, teatro, parola, storia, ricostruzioni appassionate e soprattutto il fascino delle parole (il che significa attori e sceneggiatori) di cui in altre cinematografie si sta perdendo la memoria. Attori che riescono a affascinare dallo schermo ed in teatro.

Fenomenale è Gary Oldman candidato all’Oscar per miglior attore, ma non è candidato il film. Come è giusto che sia, nulla a che vedere con Durnkirk, in cui montaggio, scene, linguaggio sono una grande novità, là dove, un film di guerra, sembrava impossibile dire qualcosa di nuovo. E nessuno voleva produrre il film. Ma l’attore da solo tiene alto il film.

Insomma una trilogia su degli anni cruciali della storia inglese e mondiale. Con belle e vivaci e piacevolissime sceneggiature. Film da vedere in inglese se possibile. Il suono delle parole è importante quanto la musica se non di più. Peccato che l’altro film su Churchill in Italia non si sia visto.

Le parole sono scritte prima di essere dette. Una ultima annotazione su un libro (la lingua è ora il francese), scritto da Éric Vuillard, intitolato L’ordre du jour, che ha vinto qualche settimana fa il premio Goncourt in Francia. La storia dell’annessione-invasione di Hitler dell’Austria. E ricompaiono molti dei personaggi dei tre film inglesi, primo fra tutti l’indeciso Chamberlain. Un libro breve, che inizia in modo folgorante con i grandi banchieri e industriali tedeschi che vengono convocati da Hitler per decidere dopo le elezioni del 1933 per cancellare la democrazia. E sono descritti i loro eleganti e lugubri abbigliamenti neri data la convocazione da parte di Goering. E che ricompaiono alla fine del libro ove una lunga lista di industrie tedesche che loro rappresentavano hanno utilizzato i prigionieri dei campi di concentramento, manodopera gratis, per tutta la durata della guerra. Nessuno andrà in prigione, e qualche anno dopo saranno in prima fila nella costruzione dell’Europa. Una lingua perfetta in gran parte del libro. Una ricostruzione accuratissima e fantastica, come la descrizione del mancato arrivo di Hitler a Vienna all’orario previsto causa la inefficienza della logistica dell’armata tedesca nella gestione del traffico dei carri armati. Avranno tempo per migliorare. Ci sarà presto un film?

Insomma si parla di storia, cioè si riflette sulla politica.

Churchill, regia di Jonathan Teplitzky, sceneggiatura Alex von Tunzelmann con Brian Cox, Miranda Richardson, John Slattery, Gran Bretagna, 2017 .

Dunkirk, regia e sceneggiatura di Christophewr Nolan, con Tom Hardy, Ciullian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Gran Bretagna – Francia, 2017. Candidato a 7 Oscar.

The Darkest Hour, regia di Joe Wright, sceneggiatura Anthony McCurren, con Gary Oldman, Kristin Scoot Thomas, Lily James, Gran Bretagna, 2017. Candidato a 1 Oscar.

Éric Vuillard, L’ordre du jpur, Actes Sud, Paris, 2017.

Il viaggio, lezioni di storia irlandese sul grande schermo

Michele Emmer

Il-viaggio-film-2016“L’incidente con il cervo, lo ha provocato lei apposta?

“Il cervo? Abbiamo molti animali addestrati nei nostri reparti”.

Dialogo che chiude un film in cui si parla di uno storico incontro che ha cambiato la storia di una parte dell’ Europa e fornito una grande lezione al mondo intero.

Dialogo tra un terrorista e un agente dei servizi segreti. Insomma un film di spionaggio, di azione, di inseguimenti e di uccisioni? Non si tratta di un film di azione, non si tratta di un film di inseguimenti anche se l’argomento centrale del film sono attentati, uccisioni, ritorsioni, vendette, torture che hanno insanguinato una piccolissima parte dell’Europa per decine e decine di anni con migliaia di morti. Una guerra civile, un esercito considerato da una parte occupante, dall’altra il salvatore.

Il film parla della guerra civile in Irlanda del Nord, tra l’IRA cattolica e i protestanti. E la guerra civile si vede, o meglio si intravede ogni tanto nel film. Uno dei due protagonisti si vede spesso nei comizi che ha tenuto, l’altro non si vede mai in pubblico, un uomo di azione, anche se non ha mai ucciso nessuno di persona.

I due sono il pastore anglicano Ian Paisley, leader estremista del partito protestante, l’altro, Martin McGuinness, il “presunto” capo militare dell’IRA, di cui nessuno doveva conoscere il volto. Dopo anni di uccisioni, di torture, di vendette, di vittime innocenti (come si dice giustamente in questi casi), iniziano i colloqui per cercare di trovare una tregua e una pace duratura. Le due delegazioni non si parlano direttamente ma solo tramite intermediari. Le speranze non sembrano molte (come sempre in questi casi).

L’odio tra le parti è tangibile. Accade un fatto. Il pastore Paisley deve lasciare la Scozia dove si svolgono gli incontri, per andare a Belfast all’anniversario del suo matrimonio, cinquant’anni. Ci vuole andare assolutamente. Il capo dell’IRA non vuole che torni a Belfast da solo e quindi chiede di andare anche lui con Paisley. Nulla deve sembrare un favoritismo per una delle due parti. Con i due a bordo non ci saranno attentati né da un parte né dall’altra.

I due accettano senza alcun entusiasmo di fare il viaggio insieme. Sanno, se lo immaginano, che tutto quello che si diranno in auto sarà registrato. E così è, ci sono telecamere nell’auto. In tanti, tra cui Tony Blair, vedono quello che succede sperando che qualcosa di nuovo verso la pace accada. Ci vuole un miracolo, dice il primo ministro.

Il guidatore dell’auto vestito da scozzese, finge di non sapere nulla. È anche lui un agente dei servizi segreti. Quando i due protagonisti cominciano a parlare, il capo dell’IRA chiede a Paisley se aveva capito che quello era un agente. Il pastore risponde: “Certo, ha detto di non sapere chi sono io, lo sanno tutti.”

Arriva un punto in cui i due si scambiano battute, ma ci vuole del tempo. Tutti sappiamo come è andata a finire, anche se la storia di questo viaggio in auto in Scozia sotto la pioggia, di due ore, si conoscerà nei dettagli solo anni dopo, quando i due protagonisti sono primo ministro e vice del governo dell’Irlanda del Nord.

Il film è il racconto di queste due ore. In una macchina seguita da un’auto di scorta che verrà a un certo punto allontanata. Tutti sperano che succeda qualcosa, anche i due protagonisti. Ma come si inizia un dialogo tra due persone che rappresentano i due fronti opposti di una guerra civile? Come ha detto di recente il presidente Colombiano Santos a proposito dell’accordo di pace con la guerriglia delle FARC, ognuno non deve pensare di vincere con gli accordi, ma deve ritenere l’altro un avversario e non più un nemico. Parole che sembrano facili da pronunziare.

Le parole che si dicono i due nel film sono proprio quelle che sono state dette? Meglio formulare la domanda così: un film è fiction, ci sono degli attori, un regista, delle scene in luoghi che probabilmente non hanno nulla a che vedere con la cosiddetta “realtà”, sono passati anni. Il film, di cui conosciamo il finale, deve funzionare con i due personaggi. E il crescendo dei dialoghi, tra insulti atroci e battute, tra ricordi di uccisioni e stragi, inglesi e dell’IRA, devono non essere troppo retorici, troppo patetici, troppo….facile a dirsi. Per farlo ci vogliono due ottimi attori e i due ottimi attori ci sono, in particolare l’attore che impersona Paisley, Timothy Spall, è eccezionale. (Migliore attore a Cannes 2014 per Turner di Mike Leigh) Anche l’altro, Colm Meaney è bravissimo. Così come è bravo John Hurt, nel suo ultimo ruolo prima della morte qualche mese fa, è lo specialista che ha organizzato tutto. Il regista Nick Hamm è originario di Belfast.

Il capo dell’Ira ha il telefonino che non prende, chiede all’altro se glielo presta. Sembra più accomodante. L’altro è sprezzante, non parla con un assassino, lui ha solo parlato, mai ucciso. E si vede il vero Paisley che urla “Never! Never!”. Il tempo passa, l’arrivo all’aeroporto a Edinburgo si avvicina ma tranne insulti e battute sarcastiche non succede nulla. Per allungare i tempi, deviazione nella foresta e scontro con il cervo. I due scendono, la macchina deve essere riparata. E parlano nel bosco da soli, nessuno sentirà mai quello che si dicono, in un cimitero abbandonato, in una piccola chiesa. E il capo dell’Ira rivela che sua figlia dopo una strage gli ha chiesto se lui giustificava tutto. E si commuove, e Paisley lo insulta, giustamente. Ad un certo punto devono decidere se tornare all’auto, per partire e Paisley forse per caso dice “WE” (Noi) [il film non ha senso se non in lingua originale]. E il capo dell’IRA lo sottolinea. È successo qualcosa, ma nessuno cede. Arrivano all’aeroporto, non tutto va raccontato del film, le due mani si stringono. E le foto dei veri personaggi alla fine del film mostrano un Paisley che se la ride contento. I due diventeranno grandi amici. La guerra civile, malgrado l’accordo venga rifiutato dai duri (se così si può dire) delle due parti, regge dopo 10 anni. Un modello per risolvere una guerra civile senza quartiere e senza regole.

Un bellissimo film, dialoghi strepitosi, attori fantastici. Al cinema Fiamma a Roma, sala grande, alle 20.30 eravamo in 3. Certo basta guardare le recensioni in rete, tre palle le hanno tutti i film. Viva la faccia del telegiornale France 24 quando il mercoledì parlano di cinema e dicono di alcuni film che non sono da andare a vedere. Questo invece sì, sia per gli appassionati di cinema, sia per chi la storia non la conosce, sia per quelli che decidono delle nostre vite. E per i misteri dell’animo umano, due nemici giurati da anni diventano amici. Un film retorico, un film da guardare dall’alto in basso? Viva la retorica!

Ian Paisley è morto nel 2014, Martin McGuinness il 21 marzo 2017.

The Journey (Il viaggio)

diretto e prodotto da Nick Hamm

con Timothy Spall, Colm Meanay, John Hurt

sceneggiatura Colin Bateman

94 m., Gran Bretagna 2016

***

lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo (fra le altre cose) del manager della felicità, della verifica dei saperi a scuola, dell'ambiguità delle fake news. E vi aspettiamo!

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Matematici nell’ombra

Michele Emmer

Screen_Shot_2016-09-23_at_9.19.52_AM.0.0“Mi sento un matematico” dichiara il protagonista del film. Si dirà che non è una novità, oramai di film sui matematici se ne sono realizzati tanti e alcuni nomi di matematici sono diventati noti agli spettatori di cinema. Però chi formula quella frase è una donna. E questa è una bella novità, perché - se non si considera quel polpettone di Agorà realizzato qualche anno fa sulla incredibile storia della matematica greca Ipazia, impersonata da Rachel Weisz - di donne matematici al cinema se ne sono viste pochissime, e in ruolo marginali o inesistenti, come in The Imitation Game. Senza voler sollevare la questione che sino al ventesimo secolo le matematiche importanti si contavano sulle dita di una mano. Il nesso tra personalità femminile e pensiero astratto: non ho mai creduto a queste differenze di genere e gli ultimi cento anni hanno dimostrato che ci sono tante matematiche donne di eccezionale livello. Dunque, “mi sento un matematico” lo dice  la protagonista donna matematico in un film candidato all’Oscar come miglior film, Octavia Spencer per attrice non protagonista.

Dunque una donna matematico, nera. E questa sì che è una grande novità al cinema. Se poi la storia si svolge negli USA dell’inizio della corsa spaziale - siamo tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta -, ecco allora che la novità emerge in tutta la sua importanza. Una storia sconosciuta, ma non per questo meno esemplare e importante, con il film che è uscito in coincidenza in Italia con quella festa della donna del tutto ingiustamente  criticata (anche su Alfabeta2). Ma non vorrei divagare.

Scopriamo così che i matematici donne nere USA in quegli anni non erano solo tre, come le protagoniste del film Hidden Figures ("Persone nell’ombra", tradotto in italiano Diritto di contare con un banale gioco di parole. Tanto i matematici che fanno? Calcolano numeri!). In realtà erano decine e decine, donne e uomini, che lavoravano alla NASA. Negli anni Settanta gli ingegneri neri negli Stati Uniti erano il 1%, solo nel 1984 saliranno al 2%. Ma nel 1984 alla NASA gli ingegneri neri erano lo 8,4%. Lo scrive in Hidden Figures (Harper Collins Publishers, Londra, 2016) Margot Lee Shetterly, anche lei donna nera, figlia di ingegneri neri che lavoravano alla NASA, al National Aeronautics and Space Administration’s Langley Research Center a Hampton, nello stato della Virginia. La Shetterly quando era bambina pensava che la grande maggioranza dei neri americani, uomini e donne, si occupassero di scienza, di matematica, di ingegneria. La Shetterly voleva raccontare quella storia e lo avrebbe fatto anche se la storia fosse cominciata con le prime cinque donne nere che andarono a lavorare al centro di ricerca a Langley, in uno stato, la Virginia, segregazionista, nel maggio del 1943. “Posso citare i nomi di almeno 50 donne nere che hanno lavorato come computers (a fare calcoli a mano), matematici, ingegneri a Langley dal 1943 al 1980, e cercando meglio almeno altri 20 nomi si potrebbero aggiungere.”

L’autrice del libro è del tutto sensibile alla dissonanza cognitiva evocata dalla frase “black female mathematicians at NASA”. Ha incontrato di persona la favolosa Katherine Johnson (nel film Taraji P. Henson), colei che ha controllato la traiettoria di rientro dallo spazio per l’astronauta John Glenn, una delle protagoniste del film. Le altre due sono Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), Mary Jackson (Janelle Monae). Alla NASA devono essere fischiate le orecchie quando hanno saputo del libro, e poi del film, con un titolo che suona “Chi ha fatto dimenticare queste persone?”, e nel sito ufficiale c'è una pagina in cui si afferma che negli anni questa storia è sempre stata ricordata. Certo, un libro ed un film di successo hanno una eco molto maggiore. E probabilmente allora la NASA non voleva troppi problemi.

Nel sito della IBM ci sono pagine dedicate al famoso IBM Data Processing System 7090, il cui primo esemplare viene installato nel 1959. Chi è stato allora studente universitario di matematica ricorda bene i primi corsi di Fortran per programmare quegli enormi bestioni con pile di schede perforate che non facevano altro che incastrarsi. Il grande computer è uno dei personaggi centrali del film. È una delle tre ragazze nere ad avere l’idea di imparare il Fortran, il linguaggio di programmazione, e di insegnarlo alle altre decine di ragazze per essere pronte per l’arrivo del grande computer.

Il primo Sputnik viene lanciato dai Sovietici il 4 ottobre 1957, Jurij Gagarin è il primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961. Gli USA erano alla rincorsa per cercare di riprendere il ritardo, che aveva ovvie implicazioni militari. La crisi dei missili di Cuba, dopo l’invasione tentata nell’aprile 1961 e i missili nucleari a Cuba, inizia il 15 ottobre 1962. Allora la guerra nucleare sembrava possible, e chissà che non torni di attualità, considerando i geni che ci governano oggi. La risposta USA è il progetto spaziale Mercury, il primo programma USA (attivo tra il 1958 e il 1963) a prevedere missioni spaziali con equipaggio.

La storia incredibile delle tre matematiche nere si inserisce in una storia altrettanto incredibile. Le tre ragazze non sono eguali. Katherine è la più geniale matematica delle tre. All’inizio del film, ancora bambina, declama i numeri interi positivi segnalando i numeri primi (molto fotogenici al cinema e in letteratura). Poi le figure geometriche, i solidi platonici. E risolve il sistema di due equazioni algebriche di secondo grado moltiplicate tra loro. È lei la teorica, quella che si “sente un matematico”.

Interessante che la parola mathematics della versione inglese viene quasi sempre tradotta in italiano con calcoli . La frase inglese due to math (grazie alla matematica, è tradotto 2 + 2 = 4). Comunque la matematica che compare nel film è accurata e non banale, tipo le formule di Frenet, formule che consentono con tecniche differenziali di studiare la geometria delle curve, le loro proprietà qualitative. Ed è Katherine che deve eseguire i calcoli, pur dovendo bere da una macchina da caffè diversa dagli altri che lavorano con lei e avendo il bagno in un altro edificio, a quasi un chilometro di distanza. Un matematico bianco, appena la vede, afferma che lui non ha mai lavorato con una donna nera.

I calcolatori in quegli anni non ci sono, bisogna calcolare a mano le orbite: in particolare, calcolare i parametri per mettere in orbita la capsula Mercury in modo che prenda una orbita ellittica intorno alla terra. Bisogna calcolare a mano la trasformazione dall’orbita ellittica intorno alla terra a una parabolica discendente sulla terra che abbia una giusta inclinazione in modo che la capsula arrivi nell’oceano dove saranno presenti le navi per il recupero (pena l’affondamento). Quando arriva, il grande IBM non è ancora utilizzabile per fare questo calcolo e Katherine ha l’idea di utilizzare il metodo di Eulero, grande matematico tedesco del Ottocento. Permette di trattare equazioni differenziali di cui non si conoscono le soluzioni in modo numerico, approssimato, e ad oggi è alla base di alcuni dei metodi più usati in matematica applicata, con opportuni aggiustamenti.

La scena finale del film in cui John Glenn che sta per salire sulla Mercury 7 chiede che sia the Girl a verificare i dati delle orbite e di ritorno sulla terra è ovviamente inventata nei tempi. Come si legge nel sito della NASA i conti furono controllati da Katherine, ma una decina di giorni prima del lancio. E dirà Katherine: La matematica è solo numerica. Non è così, ma la vera Katherine lo sa di sicuro. È ancora viva, ha 97 anni. Così come le sue due compagne, una andrà a dirigere un settore di software all’IBM, l’altra diventa la prima ingegnere donna nera nella Virginia.

Nel film il ruolo di Al Harrison, ingegnere capo, burbero ma intelligente, capace e cordiale, è costruito su diversi personaggi veri della NASA di allora, come si legge sempre nel sito NASA. Nei giornali italiani interviste solo a lui, che ha una parte secondaria, afferma subito di non capire nulla di numeri e dice: “Non ho mai capito la nostra ossessione per la matematica. Pochi di noi usano nella vita quotidiana equazioni o numeri negativi. Eppure al liceo venivamo giudicati per quello". Da non commentare, avrà letta la sceneggiatura? In un film con tutte matematiche!

Il film è una commedia, brillante a volte, con pochissima tensione, non ci sono veri cattivi, la tensione razziale è molto sullo sfondo. È stato scelto il tono brillante e le tre matematiche sono spiritose, pieni di battute, piace loro essere corteggiate. Insomma una vera rivoluzione al cinema, ma non solo. Un film del genere colpirà molto le nuove generazioni alle prese con Trump, si spera. Era l’anno del cinema nero. È giusto abbia vinto Moonlight (e non La La Land che è stato anche beffato agli Oscar!), ma anche questa commedia era candidata. Era giusto.

Un'ultima cosa: un nero matematico USA Rudy Jr. Horne, University of Boulder, Colorado, ha fatto da consulente per il film, insegnando anche a Katherine a ricordare le formule da scrivere nell’ordine giusto.

Il diritto di contare  (Hidden Figures)

regia di Theodore Melfi

basato sul libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly

con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monae, Kevin Costner

sceneggiatura di Theodore Melfi e Allison Schroeder

USA (2016), 127 m.

Alfadomenica #4 – marzo 2017

lampadina1Aumenta il numero di persone che, aderendo all'Associazione Alfabeta, entrano nel nostro Cantiere. Aumenta in modo continuo, nonostante - lo sappiamo bene - sia difficile oggigiorno decidere di aprire il portafoglio (anche per una cifra modesta, come i 25 euro annuali, 18 per studenti e docenti, richiesti per l'iscrizione), soprattutto quando è così impalpabile quello che si riceve in cambio. Certo, un libro come omaggio iniziale, ma poi? Ha senso pagare per partecipare a una conversazione online, quando esistono i social, Facebook in primis, dove chiunque può dire la sua su tutto? I nostri lettori se lo chiedono, e ce lo siamo chiesti anche noi, al momento di avviare il Cantiere. E ci siamo detti che sì, ha senso, per vari motivi. Perché non è lo stesso discutere in una grande stanza affollata e in una saletta dove le voci non si perdono nel brusio. Perché non vogliamo parlare di tutto. Perché infine queste conversazioni online preparano incontri dal vivo (ne stiamo organizzando diversi, uno lo possiamo annunciare già ora, dedicato alle fake news, il 25 maggio presso il Centro culturale Moby Dick di Roma) e a loro volta questi incontri dal vivo potranno - ce lo auguriamo - dare vita a ulteriori approfondimenti. Per questo ci fa piacere che ogni giorno arrivino nuovi soci, che si inaugurino filoni di dibattito inattesi (l'ultimo ha preso origine da un commento all'articolo sull'accelerazionismo pubblicato ieri: con Trump alla guida degli Usa e Marine Le Pen popolarissima in Francia, come vogliamo guardare al panorama culturale della destra? è possibile analizzarlo criticamente oppure, come il volto di Medusa, ci impietrirà all'istante?). Il Cantiere è aperto, noi vi aspettiamo!

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Franco Berardi Bifo, Destino manifesto (come schivarlo forse): Viaggiando verso il Canada dove in questi giorni, all’università di London Ontario, si tiene un convegno sul pensiero italiano, mi sono fermato a New York, e ho passato una settimana in un albergo sulla Bowery nella zona in cui trentacinque anni fa vissi un periodo eccitante. In questi pochi giorni ho avuto l’impressione che l’America sia prossima al collasso nervoso. E questa non è una buona notizia visto che si tratta pur sempre della più grande potenza militare (nucleare per la precisione) di tutti i tempi. Leggi:>
  • Lelio Demichelis, L'europeista argentino: «Se non esci da te stesso, non puoi sapere veramente chi sei. E bisogna allontanarsi dall’isola per vedere com’è fatta veramente un’isola, così come bisogna allontanarsi da se stessi, per vedere chi si è realmente», scriveva il portoghese José Saramago. Ed è ciò che ha fatto, venerdì, papa Francesco, parlando ai leader ( sic!) europei. Lui, argentino anche se di origini italiane, ha guardato da lontano questa Europa e ne ha offerto una lettura sociale e antropologica che più vera e insieme più europeista non si poteva. Leggi:>
  • Michele Emmer, Matematici nell'ombra: “Mi sento un matematico” dichiara il protagonista del film. Si dirà che non è una novità, oramai di film sui matematici se ne sono realizzati tanti e alcuni nomi di matematici sono diventati noti agli spettatori di cinema. Però chi formula quella frase è una donna. E questa è una bella novità, perché - se non si considera quel polpettone di Agorà realizzato qualche anno fa sulla incredibile storia della matematica greca Ipazia, impersonata da Rachel Weisz - di donne matematici al cinema se ne sono viste pochissime, e in ruolo marginali o inesistenti, come in The Imitation Game. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Carbonara: Quando si pronuncia questo nome, tutti pensano al piatto di spaghetti, guanciale e non pancetta, uovo, pecorino, e qualcuno già sbuffa leggendo. No, prima degli spaghetti, carbonara veniva assegnato a preparazioni suggerite da una cucina semplice e saziante e rientrava in quegli appellativi usati per designare i piatti ispirati a mestieri di gente che si dà da fare e va in giro e ha fame, quali il carrettiere, il marinaio, il cacciatore (pasta alla carrettiera, spaghetti alla marinara, pollo alla cacciatora). Leggi:>
  • Una poesia / 20 Alessandra Carnaroli: Piove // dove avevi / bagnato // E adesso siedi / accanto a dio nostro / padre - Leggi:>
  • Semaforo: Libertà di parola - Politica - Schiavitù - Leggi:>

Speciale Matematica e realtà

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Nello Speciale:

  • Matteo Moca, Imre Toth, ebreo non euclideo
  • Michele Emmer, Matematica divina, calcolo umano

Imre Toth, ebreo non euclideo

Matteo Moca

La conoscenza dell’opera di Imre Toth (morto nel 2012 a Parigi) continua a imporsi, nonostante il trascorrere degli anni, come un tesoro prezioso e proficuo a cui poter fare spesso riferimento. Filosofo e storico della matematica, Toth rappresenta un importante punto di riferimento per chi si interessa delle questioni legate ai dubbi di natura matematica e filosofica: ma anche nei suoi testi legati al ragionamento squisitamente filosofico, e senza dubbio di carattere più specialistico (si prenda a titolo di esempio La filosofia della matematica di Frege, edito da Quodlibet nel 2015), si trova sempre un sentiero percorribile con più semplicità, frutto di una speculazione dal carattere divulgativo nelle sue argomentazioni. Perché per Toth la matematica ha sempre rappresentato la via per tentare di rispondere alle domande ineludibili della nostra realtà, ai dubbi della contemporaneità e agli interrogativi dell’uomo sul suo posto in questo mondo. Toth in particolare amava le teorie non euclidee, quelle che riescono a far pensare l’impensabile. Non è un caso che la sua opera più singolare e affascinante, No!, sia un «palinsesto di parole e immagini», un libro di circa cinquecento pagine che rompe con ogni idea di sistematicità e che è composto, realizzando l’aspirazione di Walter Benjamin, solo da citazioni che, nel loro insieme, generano un flusso in cui si mescola la sua voce con quella di Orwell, Gauss, Husserl, Thomas Mann e Dante, con l’obbiettivo di investigare intorno alle controversie della rivoluzione non euclidea.

L’accurato lavoro di Quodlibet rende ora disponibile per i lettori italiani Il lungo cammino da me a me (arricchito da un lungo ed appassionato saggio di Giancarlo Gaeta), il libro ideale per addentrarsi tra i dubbi di Imre Toth e, in alcuni passaggi, fiaccola indispensabile per illuminare percorsi senza luce. Si tratta di una serie di interviste che costituiscono il racconto di formazione di un matematico e di un filosofo, dalla sua nascita fino alle questioni più personali e filosofiche, con la bussola dello studio a fare sempre da faro. Le interviste sono state realizzate da Péter Várdy, scrittore ungherese che ha incontrato Toth durante un’inchiesta, compiuta verso la fine degli anni Ottanta, sulla realtà del mondo ebraico in Ungheria prima del nazismo. Quest’attenzione all’identità ebraica è il carattere più importante di questo libro, perché spesso vi risuonano le domande di Toth sul ruolo, di estrema contemporaneità, dell’ebraismo, e sul suo rapporto col mondo.

Con un’efficacia narrativa che porta a leggere le prime parti quasi con la passione per un grande romanzo, si parte dalla descrizione del microcosmo di Szatmár in Transilvania negli anni Venti del Novecento, luogo di nascita di Toth e culla di un’importante comunità ebraica in costante pericolo. Toth attraversa tutto il secolo, riflettendo sugli orrori subiti dalla popolazione ebraica (alla deportazione dei genitori scampò per una coincidenza) e sulla progressiva consapevolezza della propria appartenenza. All’interno della vasta letteratura incentrata sul tema della Shoah, quello di Toth è un caso singolare: non si tratta infatti del racconto in prima persona di una vicenda tragica, di una riflessione sulla perdita di razionalità e umanità dell’uomo né del tentativo di riabbracciare i paesaggi della patria: Il lungo cammino da me e me è piuttosto il tentativo di restituire le ultime immagini di un mondo cancellato: del quale si descrivono forme sociali, ambienti, tensioni e stimoli intellettuali: «Nella nostra ricerca siamo stati attenti in primo luogo alla vita quotidiana: com’è stata e com’è cambiata nel corso del secolo, sul piano dell’ambiente, dei rapporti, della scuola, della strada, della relazione tra ebrei e non ebrei».

Il libro non si ferma agli episodi legati alla seconda guerra mondiale, proseguendo poi con ampio respiro verso la nostra contemporaneità. Dopo la guerra infatti Toth si troverà di nuovo in una situazione complessa, per il suo posizionamento all’interno del Partito Comunista. Come racconta a Várdy, Toth era ebreo e comunista in un periodo in cui questa doppia appartenenza non rappresentava un connubio felice. Finita la guerra, infatti, Toth partecipa alla ricostruzione della nuova Romania ma proprio a causa del suo credo subirà, non unico all’epoca, processi antisemiti organizzati dal partito nei confronti dei propri tesserati. Il giovane filosofo si salverà un’altra volta, grazie ai suoi meriti antinazisti, e inizierà a insegnare all’università di Bucarest prima di essere chiamato in Germania, con l’aiuto di Karl Popper, raggiungere gli Stati Uniti e infine stabilirsi definitivamente in Francia dove morirà nel 2010.

Nel suo saggio che chiude il libro, emblematicamente intitolato Una difficile eredità, Giancarlo Gaeta analizza il lascito intellettuale di Toth e scrive che il filosofo appartiene a quella straordinaria cerchia di intellettuali ebrei del Ventesimo secolo, alla pari di Hannah Arendt, Simone Weil e Primo Levi: autori dalla mente razionale, capaci di distinguere le vicende e le tragedie dell’ebraismo da quello che Gaeta definisce, sulla scia di Arendt, «amore per il popolo ebraico».

L’approdo di Toth a una riflessione compiuta sull’ebraismo passa da tappe complicate e da difficoltà ideologiche e psicologiche. Il capitolo centrale di questo libro, che poi dà il titolo alla raccolta, rende conto di questo intimo percorso personale, che trova la sua massima intensità nel periodo trascorso in Germania, e costituisce un documento indispensabile per analizzare aspetti personali che accomunano l’esperienza di Toth a quella di tanti ebrei del Novecento: «Fu in Germania che per la prima volta mi capitò di pronunciare, con profonda convinzione, la frase: “Sono ebreo”. Così, al presente singolare, alla prima persona. Avevo quasi cinquant’anni quando la pronunciai in questo modo per la prima volta, sebbene in me stesso l’avessi sempre accettato».

Imre Toth

Il lungo cammino da me a me. Interviste di Péter Várdy

a cura di Giancarlo Gaeta

Quodlibet, 2016, 288 pp., € 19

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Matematica divina, calcolo umano

Michele Emmer

“È importante rendersi conto che non sono gli algoritmi a decidere di per sé la verità matematica. La validità di un algoritmo dev’essere sempre stabilita con mezzi esterni. La computabilità è un’idea matematica, indipendente da qualsiasi particolare concetto di macchina per il calcolo, ma anche perché illustra l’efficacia di idee astratte in matematica […]. In matematica ci sono cose per le quali l’espressione scoperta è in effetti molto più appropriata di invenzione. Questi sono i casi in cui dalla struttura emerge molto di più di quanto non vi sia posto in principio. Qualcuno potrebbe pensare che in tali casi i matematici si siano imbattuti in opere di Dio. Ci sono altri casi in cui la struttura matematica non ha una unicità altrettanto convincente, come quando nel corso della dimostrazione il matematico ha bisogno di introdurre una qualche costruzione artificiosa e tutt’altro che unica per conseguire qualche fine molto specifico. In tali casi è probabile che dalla costruzione non venga fuori più di quanto vi è stato messo in principio, e la parola invenzione sembra più appropriata che scoperta. Queste sono in effetti opere dell’uomo”.

Così scriveva Roger Penrose nel 1989, in The Emperor’s New Mind. La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini è il titolo di un libro del matematico Paolo Zellini. Un libro che parla di matematica e dei procedimenti di calcolo, gli algoritmi appunto. Ma perché a un non matematico dovrebbe interessare riflettere su cosa sia la matematica, come può essere originata, che cosa significano un procedimento di calcolo e la sua affidabilità?

Quando si ha qualche dubbio sulla nostra esistenza, sulle mostre vite, a chi ci si rivolge? Ai filosofi ovviamente. Loro sì che sono in grado di farci capire quale sia lo scopo ultimo della nostra esistenza, ovvero il fatto che non vi è alcuno scopo. E la matematica è solo questione per addetti ai lavori. Magari è utile, serve a risolvere problemi, ma in fondo non è altro che una forma raffinata di ingegneria e nulla di più.

“In fondo le matematiche sono la più convincente delle invenzioni umane per esercitarsi a quello che è la chiave di tutto il progresso collettivo come di tutta la felicità individuale: dimenticare i nostri limiti per toccare in modo luminoso, l’universalità del vero”: sono parole di un filosofo, Alain Badiou, che da anni, oltre a pubblicare ampi volumi sulle questioni fondamentali del pensiero filosofico, interviene puntualmente nella vita politica e sociale con veri e propri instant book. Un filosofo immerso nella vita di oggi ma che riflette a fondo sulle grandi questioni. La matematica non poteva non interessarlo.

Come qualsiasi altro matematico che voglia parlare anche ai non matematici, Zellini si pone la questione di quale realtà parli la matematica. “È opinione diffusa che i matematici si occupino di formalismi astratti e che solo per ragioni inspiegabili questi formalismi si applicano in ogni ambito della scienza. Concepiamo entità immateriali che sembrano poi destinate a definire modelli di fenomeni che accadono realmente nel mondo”. Per far capire perché queste riflessioni sono non solo dedicate a entità immateriali e inspiegabili formalismi, è utile arrivare subito al capitolo conclusivo del libro di Zellini, intitolato Verum et factum, citazione da Giambattista Vico. (Bisogna perdonare all’autore le tante citazioni e note, spesso essenziali.) “La realtà è qualcosa che dipende dal fare, dal portarla effettivamente a termine con l’azione. La soluzione di un problema matematico dipende dalla possibilità di calcolarla in modo efficiente nello spazio e nel tempo fisici di una esecuzione automatica, che è l’unica strategia possibile a causa dell’elevata dimensione dei problemi”. (Sistemi di milioni di equazioni che simulano un fenomeno fisico, di cui non si può trovare una soluzione esplicita.) “Non sembra esserci nulla di più certo di un processo che, in un numero finito di passi, esegue i calcoli necessari in funzione di dati assegnati. Ma la realtà degli enti matematici si riassume davvero, in modo esauriente, in questa conclusione?”

Torna la domanda, che difficilmente avrà mai una risposta definitiva – fortunatamente, è il caso di dire –, del legame tra matematica e realtà. Quale migliore esempio della rete? “Ogni pagina o documento del web, della immensa ragnatela dell’informazione su scala planetaria, si rappresenta come un nodo di un grafo di enormi dimensioni al quale si può associare una matrice di dimensioni equivalenti (una enorme tabella di numeri) con miliardi di righe e di colonne […]. L’importanza del nodo, cioè del documento web, dipende dall’entità dei collegamenti. L’aggiornamento si esprime allora nel calcolo iterativo, approssimato, dell’autovettore corrispondente all’autovalore massimo di una matrice” (ho volutamente lasciato le esatte parole matematiche di Zellini usando termini elementari della teoria delle matrici) “Un criterio di invarianza presiede al calcolo iterativo della soluzione del problema del web, che consiste nell’assegnare la maggiore o minore importanza di una pagina per elaborare la risposta ad un generico quesito”.

Esempio che tanti nel mondo hanno davanti agli occhi ogni giorno, ma che quasi tutti ignorano da quali calcoli derivino, da quali algoritmi umani che qualcuno ha elaborato immettendo i dati. Dettagli trascurati da parte dei nostri intellettuali e filosofi. Scrive Badiou che “oggi basta avere delle opinioni e una rete adeguata mediatica, per far credere che tali opinioni sono universali mentre sono assolutamente banali. Nella matematica non si può bluffare. I matematici sono coloro che dimostrano risultati prima sconosciuti, e di questo è impossibile farne un sottoprodotto o una caricatura, è impossibile”.

Ma se umani sono gli algoritmi, umane le scelte dei calcoli, perché la matematica ha origini divine? Due sono le parole chiave: crescita e invarianza. “Il fenomeno della crescita non è marginale, perché interviene nella più intima compagine dell’algoritmo”. Il calcolo ricorsivo e la ricerca dell’invarianza, di strutture che si ripetono, della velocità e affidabilità del calcolo, sono le regole auree della computazione. E quando nasce l’idea di crescita, iterazione e invarianza in matematica? “I motivi della crescita dei numeri sono strettamente matematici e si chiariscono grazie a teoremi relativamente avanzati. Ma non è superfluo notare che il motivo della crescita, in ogni suo risvolto è stato oggetto della massima attenzione già nel pensiero antico, ed è precisamente il modo in cui la crescita delle grandezze è trattata nella geometria Greca, nei calcoli Vedici e nell’aritmetica Mesopotamica a far capire le cause della crescita dei numeri negli algoritmi moderni. La ragione è tanto semplice quanto sorprendente: alcuni importanti schemi computazionali sono rimasti immutati da allora fino alle più complesse strategie di cui si avvale oggi il calcolo su grande scala […]. Furono gli dei Indiani Vedici e quelli Graci, molto prima del dio di Descartes, ad assicurare l’esistenza di un nesso tra le concezioni del mistico e della natura, tra la nostra sfera più intima e la realtà esterna”.

Se non si è ancora capito si sta parlando di cultura, di cui la matematica divina e il calcolo umano fanno parte, in modo essenziale ai nostri tempi così poco razionali. Un libro importante, interessante che richiede, come è giusto che sia, un certo sforzo. Comprendere è umano o divino?

Paolo Zellini

La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini

Adelphi, 2016, 258 pp., € 14

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Metropolis Marciana

Michele Emmer

metroSiamo in un luogo di grande storia per la città di Venezia, la Biblioteca Nazionale Marciana, dove venne collocata la celebre collezione di codici greci e latini che il cardinale Bessarione destinò a Venezia nel 1468. Nell’edificio della piazzetta di San Marco ideato da Jacopo Sansovino che Palladio chiamò “il più ricco edificio che forse sia mai stato fatto dagli antichi in qua” e che l’Aretino definì “superiore all’invidia”. Un luogo unico per la grande storia del libro.

È stato il 2016 l’anno della importante mostra dedicata a Aldo Manuzio, alla grande tradizione veneziana del libro, a come il libro è stato inventato. Un oggetto in cui la forma, i caratteri, il formato, la grafica, le immagini sono fondamentali (così come lo sono, a volte, i contenuti).

Siamo in un luogo importante per l’editoria scientifica, a più di 500 anni dal famoso sermo che il matematico Luca Pacioli tenne sulla teoria delle proporzioni per la Scuola di Rialto nella chiesa di San Bartolomeo, nel 1508, davanti a 500 persone: artisti, architetti, poeti, ingegneri, medici, banchieri, mercanti, musicisti, cartografi e potenti religiosi e laici della città. E l’elenco parziale dei presenti (forse dimenticando Erasmo da Rotterdam) Luca lo inserì in un volume che andò in stampa, tra il libro IV e il V degli Elementi di Euclide, stampato in Venezia e che si trova nella Biblioteca Marciana.

Il libro stampato, più di 500 anni di storia. E l’arte, in cui Venezia è stata uno dei grandi poli del mondo. E la carta, perché Venezia era (ed in parte è ancora) uno dei luoghi della carta. Carta, arte, libri, umanesimo, tecnica, creatività, grande artigianato.

L’Utopia del libro. Nel libro di Thomas More si parla dei libri che chi vive in Utopia deve leggere, quelli di Manuzio. E dell’insegna di Manuzio scriverà Melville in Moby Dick. Ci sono a Venezia, lo diceva Hugo Pratt, diverse porte alchemiche che i veneziani usano per andare in altri mondi. Nell’Utopia, in fondo.

E cosa c’è di più utopico, di più immaginifico, di più alchemico, che realizzare un libro “favoloso” (parola dai tanti significati) che nasce in quel luogo alchemico utopico che è l’Atelier della Grafica Venezia Viva, che ha come stemma quello che era di Aldo Manuzio? Utopia della parola, delle immagini, della grafica, della carta, del libro, della immaginazione. Più di 300 artisti di tutto il mondo, un oggetto-libro che a Manuzio forse sarebbe piaciuto, lui che pensava ai tascabili ma realizzava anche l’Hypnerotomachia Poliphili. Un libro a cui hanno collaborato artisti di varia formazione, con tecniche diverse, con visioni diverse. E che poteva nascere, come tanti altri progetti, solo qui, a Venezia, città dell’arte, delle lettere, delle scienze, che sempre rinasce (su quello che ne resta). Tema del libro, lungo 66 metri, quando aperto: Metropolis.

Metropolis: non può non venire in mente il famoso film di Fritz Lang, film muto del 1927. Il modello di Lang sembra sia stata la città di New York, con i suoi spettacolari palazzi altissimi, pieni di luce.

Metropolis, la mega città, le grandi costruzioni, le grandi differenze sociali. Metropolis viene da due parole greche, meter, madre e polis, città, città da cui si partiva, la città madre, per andare in giro a cercare un’altra città e un’altra patria. La città da cui si parte e a cui si vuole tornare. Come Venezia, grande città madre, che si espande sulle acque, che costruisce porti e fortezze e palazzi lungo i mari che conosce, per rendere sicuro l’allontanarsi e l’avvicinarsi dalla madre patria. In un continuo muoversi di navi e di merci, di marinai e soldati. Che aspirano a tornare, a portare le ricchezze che hanno trovato nel mondo nella loro città madre, la loro metropoli. E le maree scandiscono questo andare e venire, e riflettono nelle loro acque le ricchezze, i palazzi, le grandi chiese.

È una metropoli per la cultura, Venezia. Una scelta obbligata, quando le altre ricchezze, che arrivavano con le navi, hanno smesso di arrivare e si sono dissolte le illusioni sulla rinascita della città.  Con le sue chiese, con i dipinti, con i palazzi,  la città madre ha indicato la via, si è rivelata metropoli dell’arte in un continuo trasformarsi, rigenerarsi. In una eterna metamorfosi.

Non poteva mancare il tema della città madre, della Metropolis, che tutti riunisce, in un abbraccio che non è virtuale ma solido e profondamente umano. E vedendo da quanti paesi provengono gli artisti che hanno preso parte alla realizzazione di questo libro d’arte, per la gioia dell’arte, si capisce che sentirsi parte di una Metropolis non è solo una questione di numeri.

Ci voleva una città sospesa sulle acque per far sentire tutti legati a una storia, a un progetto. Una Metropolis costruita su una Utopia. Cosa può essere più durevole, verso l’eternità?

Metropolis e le Edizioni d’Arte del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Piazzetta San Marco (con ingresso dal Museo Correr)

14-29 gennaio 2017 prorogata al 28 febbraio

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