Riflessioni marginali sul fare politica

Michele Emmer

Bisogna cambiare il modo di affrontate la tipologia demagogica e qualunquista di affrontare qualsiasi questione che di questi tempi va per la maggiore. Bisogna recuperare il dominio della ragione e della logica, pur tra le mille difficoltà. Non bisogna rispondere sullo stesso piano. Il rumore di fondo è diventata l’unica cosa che viene percepita, la chiarezza, la logica, il cercare di dimostrare la illogicità ed assurdità di tante frasi rischia di essere una battaglia persa perché non conta tanto quello che si afferma quanto la violenza verbale (per ora) con cui le affermazioni sono gridate, cambiando ogni giorno l’obiettivo della invettiva di turno, in modo tale di impedire di fatto una qualsiasi riflessione su quanto affermato poche ore prima.

La formazione culturale e politica che tanti anni di attività politica hanno generato porta a volere spiegare, convincere, tramite discorsi, incontri, colloqui, scritti, parole, addirittura libri! E tutto questo richiede riflessioni, analisi, ponderazione. Il che significa tempo. Non ci sono dubbi che alla lunga questo modo di affrontare le questioni, ancora prima dell’indicare le soluzioni ai problemi, che richiedono altrettanto tempo se non di più, è l’unico possibile e l’unico che porterà ad una sicura affermazione sulla demagogia inefficace e falsa. MA il fattore tempo è importante, essenziale, vitale.

La complessità (parola abusata) ha portato con sé il valore assoluto della semplificazione. Vogliamo cose semplici, chiare, vogliamo soluzioni rapide, veloci che chiudano definitivamente le questioni e senza grandi discussioni. Affidiamoci a chi urlando e sbraitando magari le questioni le lascerà alla lunga irrisolte ma che nell’immediato fa credere che finalmente qualcuno che decide, presto e forse anche bene c’è. E basta con tutte le lungaggini della democrazia, della complessità della democrazia che deve per sua (buona) natura mediare cercando di raggiungere l’interesse generale.

Caso esemplare i vaccini. Perché non pubblicare i risultati ottenuti con i vaccini che sono stati scoperti nel Novecento e confrontare le statistiche, da quando i dati si conoscono, con i periodi in cui i vaccini non c’erano ancora? Servirà a qualche cosa? Non credo perché il problema non è cercare di farsi capire e spiegare ma la convinzione che si fa passare è che l’autorità sia essa politica, scientifica, culturale (parola odiata) è per sua natura corrotta e quindi qualsiasi cosa si afferma, se chi lo afferma fa parte dell’establishment culturale, siano essi anche medici, sarà perché si cercherà sempre un proprio tornaconto per fare quelle affermazioni. Non è molto meglio un sano e buon individualismo, del tipo “io conosco le esigenze del mio bambino, nessuno più di me” (non dimenticando anche le affermazioni sui vaccini che rendono autistici). Se non si accetta il principio della logica aristotelica, se non si accetta che ci sono persone che ne sanno di più di noi su un certo argomento, allora entra in crisi la motivazione stessa del fondamento della umana convivenza. Ma si dirà deve esserci la libertà di cura, io voglio curarmi come voglio. Come per il caso Di Bella, con migliaia di persone in piazza a reclamare la libertà di cura, di usare dei farmaci che un anno dopo i risultati della sperimentazione hanno mostrato essere inefficaci ed inutili con una percentuale quasi del 100%. Il che non impedì all’allora primo ministro D’alema e alla ministra della Sanità Rosy Bindi di fissare un ticket che pagavano anche i malati terminali (parola del tutto assurda utilizzata dai media). Noi ce lo ricordiamo bene. Rosy Bindi qualche mese dopo si scusò pubblicamente.

Alcune cose, tra le tante, sono alla base dell’evoluzione della unica razza umana che esiste, l’Homo Sapiens:

  • la medicina per sua natura non è e non sarà mai una scienza esatta. Ogni persona è diversa anche nei riguardi della malattia, ogni organismo reagisce in modo diverso. Ma la medicina ha compiuto enormi progressi (le grandi epidemie sterminavano in gran parte le popolazioni della terra in percentuali impensabili ai giorni nostri) perché la ricerca è riuscita a stabilire delle linee mediche di intervento che agiscono su grandi percentuali di individui, non su tutti, impossibile, ma su tanti, tantissimi. E ci sarà sempre un caso di tumore incurabile che poi non porta inspiegabilmente alla morte del paziente e ci sarà sempre qualcuno che morirà per le cure a cui è sottoposto. Ma le percentuali significative sono quelle che guidano le linee guida per gli interventi dei sistemi sanitari nazionali. Cercando di curare anche chi non ha speranze ragionevoli di vita, badando a non buttare risorse in sperimentazioni insensate, badando all’interesse generale della popolazione e cercando di salvaguardare il maggior numero possibile di persone. Nessun bambino immuno-depresso perché in cura per gravi malattie deve essere messo a rischio. L’interesse generale prevale sull’interesse delle singole persone. E’ una delle regole che deve governare le linee guida della sanità pubblica. Ed è quello che la logica richiede e non ci sono terze vie. Le malattie hanno sterminato intere popolazioni, soprattutto quelle dove sono arrivati i colonizzatori, che portavano le armi da fuoco ma ancora peggio portavano virus sconosciuti agli abitanti del luogo che non avevano difese.

Un'epidemia di morbillo ha colpito la tribù amazzonica dei Yanomami, isolata al confine tra Brasile e Venezuela. "Se non saranno adottate al più presto misure d'emergenza, potrebbero morire centinaia di indigeni", è l'allarme lanciato da Survival international un paio di mesi fa.

Quanto ci ho messo a dire queste cose? Parole, parole. La formula vaccinazione obbligatoria/facoltativa è molto più efficace nella sua mancanza di logica. Dobbiamo accettare questo modo di discutere? No, ma dobbiamo sviluppare mezzi per ribadire, ribattere, cambiare le opinioni che siano veloci ed efficaci. E le nuove tecnologie possono essere molto efficaci da questo punto di vista. Non le barzellette dei referendum virtuali a cui partecipano poche migliaia di persone, ma coinvolgere milioni di persone. Abituando le persone a capire come usare in modo intelligente ed efficace la miniera di informazioni corrette che ci sono in rete (molte di più delle informazioni false). Cambiare e rendere più efficace la politica come ha fatto in un caso anche la comunità Europea cercando di coinvolgere nelle decisioni i popoli europei. Non con messaggi di poche parole, ma ragionando, confrontandosi, cercando di chiarire.

È duro, faticoso, ma solo così si costruiscono i sistemi difensivi per reagire alle ondate di falsità e fantasie.

Certo un elemento essenziale è il riuscire ad analizzare la propria storia cercando di capire il perché degli errori commessi e come evitarli in futuro.

Ed il grande problema è lo stato di confusione e di sfiducia che i cittadini hanno nell’unico partito per ora sopravvissuto, il PD. La percezione che il PD non sia in nessun caso una soluzione ma sia anzi una delle cause della situazione attuale, che la sua classe dirigente sia oramai impresentabile, è un fatto che predomina nel paese. Era un fatto ineluttabile, ci sono stati errori dei dirigenti, sono state scelte sbagliate? E soprattutto perché? O invece le cause sono tutte esterne, il popolo è ignorante e non capisce quanto di buono è stato fatto, la storia è ingiusta e prima o poi la storia stessa si vendicherà e il bene trionferà.

La storia ha insegnato in anni di guerre, stermini e genocidi che i “buoni”, ammesso che si siano, non vincono sempre. Anzi, non solo la storia, le singole comunità umane, se si guarda indietro nei secoli, hanno passato la maggior parte della loro vita in mezzo a tragedie e lutti e drammi di tutti i tipi. Malgrado questo nel nostro DNA per motivi di sopravvivenza pensiamo, ci illudiamo, che la logica, la verità, la solidarietà vincerà. Oggi è uno di quei periodi in cui non si vede come questo possa accadere in tempi brevi. E da qui il grande spaesamento. Ed è in questi periodi che si vede chi è in grado di fare previsioni, stabilire strategie, indicare una direzione di marcia che deve portare a modificare la situazione. Perché a distruggere ci vuole molto poco, a ridare la speranza, la fiducia, la volontà di reagire si fa molta fatica. Nel caso specifico della politica chi è uno statista lungimirante e chi non lo sarà mai. E come in medicina nulla è deciso a priori, si può benissimo avere la ragione dalla propria parte e non riuscire a modificare nulla. Il ruolo dei leader politici diventa quello che indicare queste vie, se si riesce ad individuarle. Ridando la speranza anche se la situazione è disperata.

Si sono dimostrati all’altezza i leader (chiamiamoli così) del PD o non hanno e stanno continuando a contribuire a distruggere qual poco che è ancora rimasto in piedi di un partito di persone che pretende che le parole hanno un senso, che la logica e la solidarietà siano alla base della convivenza umana? Hanno fatto tesoro degli errori fatti, delle scelte non fatte o subite, hanno avuto un giusto ruolo l’ammissione e l’interesse collettivo? Hanno in poche parole dimostrato di essere all’altezza? Hanno sviluppato una qualche strategia che nel breve o medio periodo porti ad un cambiamento che non avverrà come diceva il presidente Mao, aspettando sulla riva del fiume che gli avversari siano sconfitti? Hanno contribuito a far rinascere la speranza ed una sana utopia in cui continuare a credere?

Il problema ed è una delle cause principali della inazione è che le risposte a queste domande sono tanti no. Basta chiedere tra le persone, sentire quello che viene detto. Certo è anche un effetto di una demagogica propaganda che utilizza tutti i mezzi per presentare la realtà come esattamente si vorrebbe che fosse, senza dover fornire alcuna prova. Certo è anche un effetto dei tanti problemi che ha il paese, problemi che continuano da anni e che vengono affrontati con scarsa convinzione e ancora più scarsa capacità di fornire soluzioni. La magistratura, la sanità, l’educazione, il lavoro dei giovani, la povertà. Ci sono situazioni eccellenti in molti di questi settori in Italia, ma quello che è sicuramente una realtà è che il paese non è tutto eguale, è profondamente disomogeneo e queste sono cose che vengono dette da anni con una stanca liturgia. E allora perché non sfruttare queste incapacità, queste situazioni insostenibili, non per risolverle ma per indicare alle persone i colpevoli della situazione? Non siamo in grado di darvi una soluzione (questo ovviamente non è detto esplicitamente) ma vi forniamo i colpevoli. Sono loro la causa di tutto. Strategia che regge per un breve periodo, ma che produrrà danni incalcolabili nel tessuto sociale del paese, creando e stimolando tensioni, odi e rancori su cui qualsiasi società è destinata a sfasciarsi. Un inciso: ovviamente che cosa succede nel mondo è assente da qualsiasi discorso perché per definizione abbiamo deciso che tanto noi nel mondo non contiamo nulla e quello di cui ci occupiamo è solo l’oggi e il subito in Italia.


ALCUNE OSSERVAZIONI SUL PD

Dunque il PD. Non occorre andare molto indietro nel tempo. L’articolo di Veltroni su Repubblica qualche settimana fa aveva molte affermazioni condivisibili. Una cosa che mancava nell'articolo che pure parla della rottamazione, è l'esplicita richiesta di farsi da parte a Renzi e tutto il suo entourage nonché alla chiusura di qualsiasi pratica correntizia nel PD. E di dare delle risposte etiche ad alcune domande. Cose che sino a quando sono stato nel PD ho richiesto con forza. Ne sono uscito tre anni fa quando avevo capito che le riunione dovevano essere solo riunioni elettorali.

E credo che la richiesta del passo indietro riguardi gran parte del gruppo dirigente. Ecco spiegato perché (e non ci sono dubbi che questa convinzione è molto diffusa):

- È possibile che in un partito più di cento membri in parlamento abbiano votato contro il fondatore del partito senza mai avere il "coraggio" di dirlo? Diranno i più, ah ancora con questa storia, è roba passata: no, non lo è.

- È mai possibile che chi ha portato avanti una campagna assurda sul referendum ed abbia ripetutamente affermato che si sarebbe ritirato a vita privata continui a commentare quando gli viene in mente, non sapendo che ad ogni affermazione sua il PD perde ancora?

- È mai possibile che i tempi della politica del PD siano biblici rispetto alle urgenze del presente?  Riunioni delle correnti, il rito del congresso da fare con comodo quando ci sarà il tempo?

- È mai possibile che si sia negli ultimi anni svuotato di ogni contenuto di discussione politica serie le sedi nel territorio del PD teorizzando la loro trasformazione in comitati elettorali?

- È mai possibile che per anni il PD sia stato appiattito sul sostegno al leader anche quando il gruppo dirigente (di cui fa parte a pieno titolo anche la minoranza) compiva scelte e soprattutto gestiva il PD in un modo verticistico, arrogante e velleitario?

- E nel frattempo? L'idea è che basta aspettare sulla riva del fiume, le politiche del governo del paese andranno i crisi prima o poi? Anche se andrà in contemporanea in crisi il paese, trascinato in una crisi economica e politica dalle conseguenze imprevedibili?

È ora adesso, e non credo che la rovina del paese sia una buona strategia, come quella di dare qualche volta un’ intervista in risposta a qualche atto del governo. Un’ idea di lunga strategia per il rilancio dell'Europa delle libertà e della fratellanza e della pace e della cooperazione tra i popoli Europei. Pensando anche a come espellere dall'Europa quelli che non rispettano le libertà civili su cui l'Europa è stata fondata (con qualche ambiguità). Se la Grecia non avesse rispettato la road map dei fondi ottenuti probabilmente sarebbe stata in qualche modo allontanata dall'Europa. Solo questo interessa?

Si potrebbe continuare, e questo non è “fuoco amico” perché io dal PD me ne sono andato tre anni fa. Me ne sono andato quando ho capito che perdevo il mio tempo. Non perché le mie posizioni non venivano accettate o condivise. Anzi, a livello di base lo erano abbastanza. Perché si avvertiva che l’ultima cosa che interessava i vertici del partito era avere una sana, schietta e diffusa discussione sulle questioni da affrontare. Si cercava l’adesione, ci si contava e questa non è la democrazia che uno desidera. Ed è in gran parte questo che ha portato alla grande insoddisfazione e disaffezione. Ed è anche questa la causa e l’effetto delle correnti. Io amo la politica del confronto in cui si dibatte e si cerca di confrontarsi, chiarirsi e convincere. E per fare questo non c’è nessun bisogno di correnti, correnti organizzate. Correnti di pensiero quelle sì, ma non si trattava di questo. La sensazione era che si assisteva ad una guerra per bande e se la corrente mia non vinceva tanto valeva restare sulle proprie posizioni e portare avanti la “opposizione” della propria corrente. E tutto questo è andato avanti per mesi davanti agli occhi attoniti degli iscritti, degli elettori e del paese sempre più stufo.

A cui si aggiunge anche il fatto che per anni il governo che ha gestito il potere non è stato eletto. Ed un altro grande errore è stato non fare le elezioni quando le condizioni erano favorevoli. Tutto sarebbe stato forse più semplice e chiaro. Un altro tremendo errore politico. Certo, le elezioni si potevano anche perdere allora, ma da quel momento in poi sono state perse tutte, quindi è difficile non condividere l’affermazione che peggio di così non era possibile.

Certo ci sono quelli che condividono tuto quello che è stato fatto, che sono d’accordo su tutto, che amano alla follia essere di una corrente (perché evidentemente hanno difficoltà ad elaborare una propria linea di pensiero da condividere) .

Una prima proposta:

cancellare immediatamente la coincidenza tra leader del PD e primo ministro. Le due cariche sono incompatibili dal punto di vista politico ed anche etico e pratico. Sarebbe un segnale che le cose cambiano, anche se ci vorrà ben altro. Certo oggi abbiamo una figura nuova di premier, in conto terzi…

Una seconda:

attivare tutti i canali telematici possibili per coinvolgere nell’elaborazione di un programma di governo per l’Europa e per il paese. Con l’idea di riuscire ad avere milioni di risposte. Il rito delle riunioni dei circoli (quelli che ancora hanno un anima) che danno tre minuti agli iscritti (parole che nessuno ascolta) per poi arrivare alla fine della riunione alla conta delle correnti e dei delegati, ha stufato qualsiasi persona che non si senta parte di una tribù che spera vinca e si porti a casa il potere (?). Una sorta di twitter detto di persona. Coinvolgere il più possibile, svolgere queste discussioni in rete parallelamente alle riunioni dei circoli, con indicazioni precise sulle questioni a cui le persone possono essere interessate, comprese le decisioni (e le non decisioni) che prende l’attuale governo, le scelte europee, le alleanze, ecc. Delle vere primarie delle idee in cui alla fine le persone che hanno partecipato si sentano partecipi ed accettino le possibili conclusioni, lasciando perdere le correnti nei fatti, accettando dopo essere stati in parte coinvolti le decisioni della grande maggioranza.

È un processo lungo e faticoso, in cui bisogna coinvolgere i veri protagonisti, i giovani. In cui inevitabilmente verranno fuori nuovi leader. E tutto questo deve essere favorito dagli attuali dirigenti che devono riuscire a stimolare le discussioni facendo chiaramente capire che quello che si prepara è un cambiamento epocale (e non l’idiozia della rottamazione, ci sono quarantenni già fusi, senza fare nomi, e ottantenni geniali) di cui loro, i leader attuali (o presunti tali) non saranno più parte riconoscendo finalmente che alcuni hanno molto più colpa di altri nella disfatta.

Si dirà: ma si perderanno le elezioni prossime (ci sono sempre elezioni prossime). Probabilmente sì, ma forse il futuro sarà diverso, profondamente diverso. Se questo passo inevitabile non sarà compiuto si perderanno le elezioni ma soprattutto non ci sarà un futuro prossimo.

Una ultima proposta potrebbe essere interessante:

si sa che  i  docenti universitari non lavorano mai, non fanno un mestiere faticoso, lavorano quando vogliono, in fondo la maggior parte di loro non è affatto "utile". Bene il taglio delle pensioni d'oro ma le pensioni sono il risultato degli "stipendi d'oro". Tagliamo a loro e a tutti quelli che hanno "stipendi d'oro" gli stipendi. Stabiliamo per legge quale è lo stipendio non d'oro e quindi anche le pensioni.

La cosa più tragicomica della proposta del governo (mezzo governo?) è che si fa passare l’idea che le pensioni sono basse perché ci sono quelli che hanno le pensioni d’oro che rubano i soldi a quelli che hanno la pensione bassa. Dimenticando che le pensioni sono pagate con i contributi di tutti (compresi gli immigrati) e quello che si deve fare è aumentare le pensioni minime con la solidarietà di chi guadagna di più (non solo i pensionati, tutti coloro che hanno redditi di qualsiasi tipo; insomma la solidarietà che è alla base dello stato sociale. Purtroppo i professori universitari sono pochi e quelli come me che hanno lavorato sino a 70 anni con in media 45-49 anni di contributi hanno una quota pari a 120 sommando anni di contributi ed età. E è stato loro impedito di lavorare (si fa per dire) sino a 72 perché la legge Gelmini tolse i due anni in più. Nei paesi normali i migliori professori universitari restano al lavoro (senza stipendio) sino a quando sono produttivi, mentre vengono allontanati quelli che già a 40 sono fusi (senza fare nomi).

Ma Tria se è un ministro serio deve trovare i fondi. Logica: una forza politica va alle elezioni con un programma, si pensa che le proposte che vengono formulate che hanno un costo economico rilevante contengano anche una idea di come finanziare quelle proposte. Vecchia politica! Bisogna essere creativi e pensarci dopo a dove trovare i fondi. Giusto.

Avvertenza: è una proposta provocatoria, ironica, grottesca, quella di tagliare anche gli stipendi, non si sa mai.

PS: sembra che le pensioni saranno già tagliate per decreto dal mese prossimo! Evviva!

Corpi celestiali e altre ossessioni

Michele Emmer

Grande mostra e grande successo di pubblico al Metropolitan Museum di New York. La mostra si intitola Heavenly Bodies. Fashion and the Catholic Imagination (Corpi celestiali) ed è una esposizione, volendo molto riassumere, di moda. Ispirata alla chiesa cattolica romana e all’arte sacra italiana. È divisa in due sezioni che sono anche fisicamente separate, distanti tra loro e questa è stata una richiesta esplicita di una delle istituzioni che partecipano alla mostra: la chiesa cattolica, probabilmente del Papa in persona.

Per spiegare il senso della esposizione sono citate all’inizio le frasi di un sociologo:

I cattolici vivono in un mondo incantato, un mondo di statue e acqua santa, vetrate e candele votive, santi e medaglie religiose, rosari e immagini sacre. Ma questi armamentari cattolici sono semplici accenni a una più profonda e pervasiva sensibilità religiosa che spinge i cattolici a vedere il Santo in agguato nella creazione”.

E i curatori aggiungono:

Heavenly Bodies presenta il lavoro di designer che per la maggior parte sono cresciuti nella tradizione cattolica romana. La gran parte di loro, pur nei diversi rapporti che hanno avuto con il cattolicesimo, riconosce la influenza permanente della chiesa cattolica sulla loro immaginazione. In superficie, questa influenza si esprime attraverso l'esplicito immaginario cattolico e il simbolismo, nonché i riferimenti a indumenti specifici indossati dal clero e dagli ordini religiosi. A un livello più profondo, si manifesta come una dipendenza dallo storytelling, e in particolare dalla metafora. Dall’immaginario cattolico".

Con una non poca parte di malizia il curatore della mostra Andrew Bolton aggiunge:

Il Papa indossa Prada. La rivista Newsweek ha proclamato nel novembre 2005 in un articolo che descrive le inclinazioni sartoriali di Benedetto XVI. Papa Benedetto XVI è a dir poco un'icona della moda religiosa, che cavalca la Papamobile con mocassini rossi di Prada sotto la tonaca e le tonalità Gucci". Nel giro di due anni, però, il pontefice ha aggiunto una lista di abiti migliori quando le sue scarpe rosse sono state nominate da Esquire il miglior accessorio dell’anno 2007. In effetti, le scarpe rosse di Benedetto, realizzate da Adriano Stefanelli a Novara, che realizzò altre versioni per Giovanni Paolo II, appartengono a una tradizione papale che risale a secoli fa. Il loro colore significa il sangue della Passione di Cristo e dei martiri cattolici, così come il fuoco dello Spirito Santo a Pentecoste, che segna la nascita della chiesa.”

La prima sezione è dedicata alla moda pontificia, sono in mostra paramenti sacri, indumenti indossati dal clero e dai Papi, diademi, veri e propri gioielli. Tutte queste cose sono esposte nel sottosuolo all’interno della sezione Egizia del museo. Al piano di sopra nel grande corridoio di fronte all’entrata che porta all’antico chiostro medioevale trasferito interamente all’interno del Metropolitan ci sono modelli di vestiti di anni diversi dei più grandi stilisti di ieri e di oggi, tra gli altri Alaïa, Balenciaga, Capucci, Chanel, Ann Demeulemeester, Sorelle Fontana, Dolce & Gabbana, John Galliano, Gattinoni, Jean Paul Gaultier, Craig Green, Valentino, Versace.

È in mostra anche una sequenza del film di Fellini Roma con la famosa sfilata di modelli ispirati ai vestiti di monache ed ecclesiastici. Tutti i manichini che indossano i vestiti ritraggono donne, tranne due, e hanno gli occhi rigorosamente chiusi. Vengono anche ricostruiti dipinti rinascimentali e tutti i manichini dei personaggi raffigurati hanno indosso vestiti ispirati ai dipinti.

Un enorme successo della mostra, folla di visitatori, già superato il milione di visitatori. Sperano di arrivare al milione e mezzo prima della chiusura l’8 ottobre 2018.

Catalogo diviso rigidamente in due parti, in uno dei due volumi la mostra del Vaticano, nell’altro la mostra degli stilisti. La copertina è rigidamente bianca e i due volumi separati sono uniti sul dorso dal titolo della mostra che è tagliato esattamente a metà in modo tale che inserendo i due cataloghi in un cofanetto il dorso delle due parti unite compone il titolo della mostra. Diabolicamente sublime. I testi sono oltre che del curatore della mostra di Barbara Drake Boehm, Marzia Cataldi Gallo, C. Griffith Mann, David Morgan, Gianfranco Cardinal Ravasi, and David Tracy. Peraltro il catalogo ha avuto pessime recensioni per la scarsa attenzione alle immagini.

Una delle sezioni più interessanti della Biennale di Architettura di Venezia del 2018 è quella del Vaticano, nel piccolo bosco dell’isola di san Giorgio. È stato chiesto a 10 famosi architetti di realizzare una cappella ma senza legame alcuno con la tradizione, con le regole degli edifici religiosi. Ne è venuta fuori una grande varietà di realizzazioni di forme, materiali, una grande creatività che il tema ha evidentemente stimolato. Con un catalogo del tutto esaustivo e di grande interesse.

La esposizione delle cappelle ispirate dal Vaticano è stata praticamente affiancata, per il primo periodo della Biennale almeno, a una mostra intitolata CRUOR: sangue sparso di donna, di Renata Rampazzi. Analogamente la mostra del Vaticano al Metropolitan non solo era contigua a quella degli stilisti alcuni ovviamente provocatori, ma anche con una altra mostra, opportunamente ospitata nella sezione distaccata del Metropolitan, il Metropolitan Brauer, a qualche isolato di distanza, dove erano esposti i disegni erotici, alcuni quanto mai espliciti ed provocatori, di Klimt, Schiele e Picasso. Il titolo Obsessions, si riferisce non solo alle ossessioni sessuali dei tre artisti, in particolare per il sesso femminile, ma anche del collezionista, Scofield Thayer, un ricco mecenate Usa che aveva acquistato quei disegni negli anni venti tra Parigi e Vienna, dove era stato in cura da Freud, che lo aveva liquidato considerandolo incurabile dalle sue ossessioni.

Insomma il Vaticano non ha esitato, volutamente o meno, a confrontarsi con la laicità, con il sesso, quello femminile in particolare, mettendosi in gioco, in qualche misura. Chissà come l’hanno presa quei prelati Usa che stanno tramando per disfarsi del papa.

Obsessions. Nudes by Klimt, Schiele and Picasso from the Scofield Thayer Collection

S. Rewald & J. Demsey, eds

The Metropolitan Museum, New Yor, 2018

sino al 7 ottobre.

Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination

A. Bolton, ed.

The Metropolitan Museum, New York, 2018

sino al 8 ottobre

Il fascino discreto della matematica

Michele Emmer

Come espressione della mente umana, la matematica riflette la volontà attiva, la ragione contemplativa e il desiderio di perfezione estetica. I suoi elementi sono la logica e l’intuizione, l’analisi e la costruzione, la generalità e l’individualità… Soltanto la reazione di queste forze antitetiche e la lotta per la loro sintesi costituiscono la vita, l’utilità e il valore supremo della scienza matematica.

Qualunque sviluppo della matematica ha senza dubbio le sue radici psicologiche in esigenze più o meno pratiche, ma, una volta iniziato sotto la pressione della loro necessità, esso inevitabilmente acquista valore in se stesso e trascende i limiti dell’utilità immediata.”

Così scrivevano nel 1941 due matematici, Richard Courant e Herbert Robbins. Implicito in queste parole la peculiare caratteristica della matematica di dimostrare (o dimostrare che non sono vere) le ipotesi che si sono formulate, utilizzando un metodo rigidamente logico-deduttivo che viene verificato nella sua correttezza dai membri della comunità matematica esperti nei diversi settori matematici. Come in qualsiasi altra attività umana possono capitare degli errori, delle sviste, ma il procedimento di verifica dei risultati, svolto da matematici esperti, è particolarmente affidabile. Si può affermare con ragionevole certezza che i risultati matematici ottenuti nel corso dei secoli, e le migliaia di teoremi che sono dimostrati giornalmente, sono corretti, affermano insomma la verità. Logica, ragionamento deduttivo, risultati validati, verità delle affermazioni. Sta in queste poche parole il suo carattere in qualche senso eversivo che sfida l’eternità. Il teorema di Euclide sulla infinità dei numeri primi (di cui tuttora non è noto un procedimento per poterli individuare tutti) è stato dimostrato tra il IV e il III secolo a. C., più di duemila anni fa. Utilizzando un procedimento geniale che viene chiamato ragionamento per assurdo in cui si nega quello che si vuole dimostrare, in questo caso che i numeri primi sono infiniti, per arrivare a una palese contraddizione, e quindi alla necessità di considerare l’ipotesi, i numeri primi sono infiniti, corretta.

Basandosi sul fatto che un’ affermazione può essere solo o vera o falsa. Risultato che continuerà a essere corretto sino a quando qualcuno leggerà gli Elementi di Euclide.

Sembrerebbe che il più grande esempio di argomenti del tutto astratti e fuori dal vivere comune siano quelli matematici. Lasciamo ai matematici il divertimento (beati loro!) di avere a che fare con questioni che solo loro comprendono. Ed ecco che uno dei motivi che ha spinto nel dopoguerra la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l’India in parte, ad investire nella ricerca di base in matematica, e insisto di base, non la mera ricerca applicata, è stata l’idea di ottenere con la matematica una solida conoscenza fondamentale su cui costruire le basi di uno sviluppo anche economico nel futuro non lontano. Perché le conoscenze diffuse di matematica, e certo non solo, contribuiscono allo sviluppo culturale ed economico di un paese. I fondi spesi nella ricerca, e in quella matematica in particolare, sono ben spesi. Certo sotto il controllo della comunità matematica che guarda ai risultati e ne verifica la correttezza e l’interesse. Non tutte le ricerche hanno la stessa valenza scientifica, ovviamente. Se si cerca nelle nuove tecnologie quale sia l’apporto della matematica, si scopre che è ben difficile trovare degli esempi, dalla medicina, alla aeronautica, dagli Ipad ai modelli matematici che oramai gestiscono la nostra vita quotidiana, al cinema, da cui è assente la matematica. Ogni grande società di produzione cinematografica ha matematici che si occupano di diversi settori, basti citare l’animazione computerizzata, senza tralasciare che in questi ultimi anni si moltiplicano i film sui matematici che hanno vinto anche premi Oscar. Octavia Spencer è stata il primo attore che ha vinto l’Oscar come attrice non protagonista impersonando un matematico in Hidden Figures, storia delle matematiche nere che lavoravano alla NASA negli anni sessanta.

Ci sono settori della matematica che durano da millenni, il teorema di Euclide si può a pieno titolo chiamare il primo risultato importante in teoria dei numeri, uno dei settori della matematica più attivi negli ultimi anni. Anche legato ai problemi di criptazione e codificazione dei messaggi, dei PIN che usiamo tutti i giorni. Di teoria dei numeri si è occupato un famoso matematico, André Weil: “La matematica non è nient’altro che arte, una specie di scultura in un materiale estremamente duro e resistente, come certi porfidi usati a volte, credo, dagli scultori” scriveva André alla sorella Simone. Simone Weil, scrittrice e filosofa, chiedeva spesso al fratello di spiegarle di quale matematica si occupasse nelle sue ricerche.

Il reale è ciò che si impone. La dimostrazione ci si impone più che la sensazione, ma comporta una parte di convenzione. È necessario cogliere il non convenzionale della matematica.” E aggiungeva Simone: “Matematica: universo astratto in cui io dipendo unicamente da me. Regno della giustizia, poiché ogni buona volontà vi trova la sua ricompensa.”

Parole come creatività, libertà, disciplina, non convenzionale, forza estetica, logica. Parole applicate alla matematica. Al lavoro dei matematici, ai quali non bisogna mai chiedere, come forse si è capito, a che cosa serva la loro ricerca. Ma serve eccome, anche per elevare le capacità culturali di un paese, anche se questo è difficile da far comprendere. Si richiede uno sforzo intellettuale non indifferente, un’applicazione, un impegno che possono essere molto faticosi. Ma la parola intellettuale non è oggi molto di moda, come se ad esempio qualcuno decidesse di fare il matematico per acquisire potere, ricchezza e fama. Ed a buon titolo un bravo matematico si può definire un vero intellettuale.

Come si diventa matematici, come s’impara l’arte di affrontare problemi che mai nessuno ha trattato, inventandosi magari la teoria adatta per trovare le soluzioni dei problemi, come nasce la creatività di un grande matematico? Si sono sentite tante parole intorno al matematico italiano Alessio Figalli che ha vinto il primo agosto 2018 la medaglia Fields, massimo riconoscimento per i matematici. Premio molto più complicato da vincere del premio Nobel, dato che bisogna avere meno di quaranta anni, il premio viene assegnato ogni quattro anni. Non si vince una grande somma di danaro. Il premio Nobel non c’è per i matematici. Tra di noi matematici circola la leggenda che il signor Alfred Nobel, inventore della dinamite, fosse innamorato di una bella signora che preferì invece le attenzioni di un famoso matematico norvegese. La medaglia Fields si deve a un matematico canadese, John Charles Fields e la prima fu assegnata nel 1936. Se ne possono assegnare al massimo quattro ma anche solo una o due o tre.

Chi decide chi vince? Un gruppo di matematici di tutto il mondo che la comunità mondiale considera i più bravi e importanti nei diversi settori in cui è divisa la matematica, e sono molti i settori. Come si diventa un grande matematico? Dimostrando teoremi di matematica che sono considerati di grande importanza. Chi decide quali sono questi grandi problemi? I grandi matematici insieme con la comunità.

La matematica, va ribadito, ha una caratteristica che la rende unica: la dimostrazione. In matematica non si bluffa, quello che si afferma va dimostrato e verificato dagli esperti del settore. Non si fanno referendum, non si fanno inchieste e sondaggi, conta solo il valore del risultato ottenuto e del giudizio dei grandi matematici. Non si estraggono a sorte i matematici vincitori della medaglia Fields, sono giudicati e scelti dai migliori matematici mondiali. Una grande lezione etica nel mondo della libertà, della creatività e della disciplina rigorosamente logico deduttiva di cui vanno verificati tutti i passaggi.

Come si diventa un grande matematico? La formazione, l’ambiente, la propria storia, tutto contribuisce, insieme alla propria creatività e genialità, qualità rare, una cosa è fondamentale: si deve riuscire a creare una scuola che diventi una fabbrica dei futuri matematici. E come si inventa una fabbrica del genere? Facendo le scelte giuste nel riuscire a concentrare in una università, in un luogo di ricerca, un ambiente culturalmente vivo, produttivamente efficiente (che non vuol dire affatto pensare alle applicazioni), i matematici più creativi, capaci di coagulare intorno a sé i migliori matematici del futuro. Non c’è dubbio che la Scuola Normale di Pisa è stata ed è una grande scuola, in particolare nel settore delle equazioni differenziali, e del calcolo delle variazioni, di cui sono un esempio tanto amato le lamine e le bolle di sapone. Un nome su tutti, quello di Ennio De Giorgi, il più importante matematico italiano della seconda metà del novecento ed uno dei più importanti al mondo, e con lui Enrico Giusti, Mario Miranda e Enrico Bombieri, Bombieri che ha vinto nel 1974 l’altra medaglia Fields italiana, lavorando sul Calcolo delle Variazioni e la Teoria dei Numeri. Da quella scuola sono usciti centinaia di matematici di alto livello non solo italiani ma di tutto il mondo. Questa seconda medaglia Fields è un grande riconoscimento a chi nel corso degli anni ha tramandato le conoscenze, le tecniche, le idee dell’Analisi Matematica ai futuri ricercatori. Ricercatori che in molti casi e non solo da Pisa ma da altre università dove l’analisi matematica e le equazioni differenziali sono studiate se ne sono andati all’estero. Nel sito dell’Unione Matematica Italiana c’è l’elenco aggiornato di quanti matematici italiani ci sono in giro per il mondo. Centinaia. Le nostre scuole di ricerca li formano, ne fanno dei bravi e creativi ricercatori e poi per arrivare a poter continuare le proprie ricerche, per avere i mezzi per creare un gruppo nuovo di ricerca, per avere i fondi sufficienti, in tanti, i migliori a volte, se ne vanno all’estero. Sono anni che queste cose vengono dette, ma sta a cuore a qualcuno questa emigrazione intellettuale che certo non riguarda solo la matematica? Il matematico italiano che ha vinto la medaglia quest’anno non ha mai lavorato in Italia, ma negli Usa e al Politecnico di Zurigo, dove si trova ora. La matematica è l’unica e vera lingua internazionale su questa terra e i suoi strumenti sono la logica applicata alla creatività per arrivare a dimostrare quello che si vuole provare. Sarebbe impietoso citare frasi di coloro in Italia che hanno e hanno avuto responsabilità politiche senza voler generalizzare ovviamente. Questi sono problemi seri che riguardano il futuro dell’Italia come paese e comunità.

E la velocità di decisione, la capacità di poter disporre di fondi, di ridurre al minimo la burocrazia per fare ricerca, è questo il principale motivo della emigrazione, andare in ambienti altamente internazionali, e non dover perdere troppo tempo in problemi burocratici. Lo capiremo? Non credo, lo dimostra la politica in gran parte fallimentare della gestione burocratica dei fondi di ricerca, della macchinosità, della mancanza di posti decenti per i giovani. Che se ne vanno, anche se le cose sono migliorate negli ultimi tempi. Eppure le grandi scuole le abbiamo. Siamo un modello in molti settori della matematica. Parole al vento.

Un’altra balla è comparsa sui giornali. La incredibile carriera del matematico che ha vinto la medaglia Fields, ha studiato in un liceo classico! Già, perché secondo costoro bisogna studiare in un liceo scientifico per diventare matematico. No, non è così, la scuola, che in Italia maggiormente prepara all’apertura mentale, ai diversi interessi culturali, all’essere un ricercatore di nuovi mondi astratti è il liceo classico con il suo latino e il suo greco e la filosofia ecc ecc. Tanti miei colleghi hanno studiato in licei classici, ma certo non basta la mia esperienza. Consiglio di leggere il capitolo su come il liceo classico sia il migliore liceo per aprire a tante possibilità compreso il diventare un matematico come nel caso di Figalli. È il libro La scuola giusta. In difesa del liceo classico scritto da Federico Condello.

Di che cosa si è occupato il matematico italiano? Tra le altre cose di Calcolo delle Variazioni, di principi di ottimizzazione, di equazioni alle derivate parziali. Chi è interessato trova in rete anche nel sito della medaglia Fields tutti i dettagli delle sue ricerche, potete anche visitare il sito al Politecnico di Zurigo. Solo un cenno a che cosa è il Calcolo delle Variazioni. Una legge che sembra sia rispettata dalla natura (siamo noi ovviamente a pensarlo) è che la natura tenda a trovare la migliore sistemazione possibile, quella che ha meno perdita di energie, insomma di minimizzare gli sforzi. Si vogliono trovare dei minimi delle funzioni che descrivono un fenomeno matematico o fisico. Ma molte volte le equazioni differenziali che descrivono il problema non ammettono soluzioni esplicite. Allora si può cercare di generalizzare il problema ambientandolo in uno spazio del tutto astratto a più dimensioni in cui si considerano degli enti, i funzionali che sono la generalizzazione, grossolanamente, delle funzioni. In quello spazio astratto quei funzionali si possono studiare e si può cercare di trovarne il minimo effettuando delle variazioni dei funzionali, alla ricerca di quello che spende la minima energia. Se si fa oscillare una lamina di sapone e la si rilascia, tenderà a diventare piatta, minima energia perché minima aerea, superfici minime. Se poi sulla lamina si soffia dell’aria, si formerà una bolla di sapone, minima superfice esterna, la sfera, con l’assegnato volume di aria, ovvero la bolla di sapone è una superficie con curvatura media costante per assegnato volume. De Giorgi, utilizzando anche alcune idee di Renato Caccioppoli, introdusse negli anni sessanta la teoria dei perimetri per studiare questi problemi. E la storia non si è più fermata e continuerà grazie anche ad Alessio Figalli.

André e Simone Weil: carteggio matematico

Michele Emmer

In effetti nel procedimento che dal modello matematico giunge sino al calcolo digitale c’è ben poco di convenzionale: la natura dell’evento fisico si trasmette necessariamente nella struttura delle equazioni e degli enti matematici deputati a risolverle, fino ad imprimersi nelle ultime liste di numeri.” Il matematico Paolo, Zellini sta parlando, nel libro La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini (Adelphi 2016) di uno degli aspetti fondamentali della matematica di oggi, come utilizzare i modelli matematici e gli algoritmi numerici che ne sono alla base. Ricordando che, come scrive spesso il filosofo Alain Badiou sono le strutture la questione principale per i matematici ed è per questo che le matematiche sono in stretta correlazione con la filosofia. Chi cita Zellini a conferma della non convenzionalità del procedimento? Weil, ma non il famoso matematico André Weil, bensì Simone Weil, che possiamo definire senz’altro filosofa, e non solo, che di André era la sorella.

Il reale è ciò che si impone. La dimostrazione ci si impone più che la sensazione, ma comporta una parte di convenzione. È necessario cogliere il non convenzionale della matematica.”
 Simone Weil chiedeva spesso al fratello di chiarirle delle questioni sulla matematica. Il 29 febbraio del 1940 André Weil scrive una lettera alla sorella che voleva essere una sorta di risposta alle domande di Simone a proposito dell’argomento e dell’importanza delle ricerche del fratello. Nei Cahiers Simone aveva scritto: “Matematica: universo astratto in cui io dipendo unicamente da me. Regno della giustizia, poiché ogni buona volontà vi trova la sua ricompensa.”


André Weil annotava: “Ogni matematico che sia degno di questo nome ha conosciuto, anche se solo sporadicamente, quegli stati di lucida esaltazione nei quali i pensieri si concatenano come per miracolo, e nei quali anche l’inconscio, quale che sia il significato che si vuole attribuire a questo termine, pare avere un suo ruolo…Il piacere che ne deriva, a differenza di quello sessuale, può durare molte ore, talora perfino per alcuni giorni: chi l’ha provato almeno una volta vive nel desiderio di rinnovarlo, ma si trova nell’impossibilità di provocarlo, se non tutt’al più al prezzo di un lavoro accanito, del quale il piacere appare allora come ricompensa.”

André scrive la lettera alla sorella che voleva essere una sorta di risposta alle domande di Simone a proposito dell’argomento e dell’importanza delle ricerche del fratello: “Sono incantato dalla bellezza dei miei teoremi… Le leggi della matematica moderna proibiscono fermamente di dare forma scritta alle intuizioni, che non ammettono né un enunciato preciso né, a maggior ragione, una dimostrazione.” Aggiungeva che: “qualche riflessione circa il contenuto dei miei lavori aritmetico-algebrico potrebbe servire da risposta a una delle tue lettere, nelle quali mi chiedi in cosa consista, ai miei occhi, l’interesse di questi lavori. Mi sono quindi deciso ad annotare queste riflessioni, con il rischio che la maggior parte di esse ti risulti incomprensibile.”

In un testo intitolato Dalla metafisica alla matematica Weil parte dal diciottesimo secolo quando i matematici avevano l’abitudine di parlare di Calcolo sublime, di metafisica del calcolo infinitesimale, della metafisica delle equazioni. I matematici di allora intendevano la matematica come un insieme di vaghe analogie, che erano difficili da formulare e da precisare, che sembravano nondimeno avere un ruolo importante nella ricerca e scoperta matematica di allora.

Come sanno tutti i matematici, nulla è più fecondo di queste oscure analogie, questi indistinti riflessi tra una teoria all’altra, queste carezze furtive, queste indecifrabili foschie; e nulla dà maggiore piacere allo studioso. Poi, un giorno, l’illusione svanisce, il procedimento diventa certezza, le teorie gemelle rivelano la loro origine comune prima di svanire...La matematica è diventata matematica, pronta a formare la materia di un trattato, la cui fredda bellezza non saprà più emozionarci.”

Weil cita il famoso matematico Henri Poincaré e quanto il matematico ha scritto nel libro La Science et l’Hypothèse pubblicato nel 1902. Il libro inizia con una riflessione su cosa la matematica sia: “La possibilità stessa della scienza matematica appare come una contraddizione insolubile. Se tale scienza non è deduttiva, da dove proviene il perfetto rigore che nessuno penserebbe mai di porre in dubbio?” Weil non può fare a meno di notare che “quanto a parlare a dei non specialisti di qualsiasi ricerca matematica, sarebbe come spiegare una sinfonia ad un sordo. Si può fare; si impiegano delle immagini, si parla di temi che si perseguono, che si intrecciano, che si sposano e divorziano; di armonie tristi o di dissonanze trionfanti; ma che cosa si è fatto una volta finito? Delle frasi, al più come una poesia bella o brutta, senza relazione con ciò che pretendeva di descrivere.”

Nella lettera alla sorella André cercava di dare una definizione della matematica:

La matematica non è altro che un’arte, una specie di scultura in un materiale estremamente duro e resistente...Il matematico è talmente sottomesso al filo, al controfilo, a tutte le nervature e alle stesse imperfezioni della materia che egli lavora, che questo conferisce alla sua opera una forma di oggettività. Ma l’opera che si produce (ed è questo che ti interessa) è un’opera d’arte e per questo inesplicabile (essa solo è spiegazione di se stessa). Tuttavia, se la critica d’arte è un genere vano e vuoto, la storia dell’arte è forse possibile: e non si è mai, che io sappia, esaminata la storia della matematica da questo punto di vista.”

È stata pubblicata qualche anno fa a cura di Niccolò Argentieri la lettera di André Weil con la risposta della sorella in un volumetto dal titolo La fredda bellezza e dalla metafisica alla matematica (Castelvecchi, 2014). “La metafisica è diventata matematica, pronta a formare la materia di un trattato la cui fredda bellezza non saprà più emozionarci”. Di recente è stata pubblicata una nuova versione della lettera di André e delle lettere che i due fratelli si sono scambiati come argomento matematico in un volume dal titolo L’arte della matematica a cura di M. C. Sala (Adelphi, 2018) che si è avvalsa anche dell’aiuto di Paolo Zellini, dato che la curatrice ammette di comprendere poco le parti più matematiche delle lettere, “l’impenetrabilità di alcuni passi” scrive. La stessa Simone risponde alla lunga lettera del fratello affermando, con molta esagerazione che “della lettera di sedici pagine (che ho letto più volte) non ho capito nulla”. Le lettere provengono da un volume in francese pubblicato nel 2012 intitolato Correspondance Familiale a cura di R. Chenavier e A. A. Devaux (Gallimard).

Nel volume in italiano sono pubblicate solo le lettere del periodo febbraio-aprile 1940 quando André era detenuto nel carcere di Le Havre e poi di Rouen. Sono otto di Simone e quattro di André.

Un altro tassello dell’interesse che le connessioni tra matematici e umanisti e letterati stanno suscitando finalmente anche in Italia. Già, anche questo succede in questa Italia sovranista e pressapochista. Ma si sa, la matematica è cultura?

André Weil, Simone Weil

L’arte della matematica

a cura di M. C. Sala

pp. 192, euro 14

Federico Condello, liceo classico per tutti

Michele Emmer

Nel 1990 fu fondata una rivista che non durò a lungo. Si chiamava “Licei, rivista dell’educazione liceale” era diretta da Aldo Lo Schiavo e del comitato scientifico facevano parte sia umanisti sia scienziati. Tra gli altri Carlo Bertelli, Gerardo Bianco, allora ministro della Pubblica Istruzione, Bruni Gentili, Tullio Gregory, Francesco Melchiorri, Mario Petrucciani. Sin dalle prime riunioni preparatorie per dare forma alla rivista si era discusso del tema dell’allungamento della vita delle persone, del fatto quindi di cercare di allungare anche la durata della formazione scolastica per far accedere alla cultura in modo più approfondito il maggior numero di studenti possibili, di non accorciare con le divisioni degli indirizzi scolastici la necessità per i più giovani di scegliere il loro indirizzo di lavoro futuro. E inevitabilmente la discussione portava a parlare del liceo classico, che quasi tutti i membri del comitato avevano frequentato. E l’utopia che compariva sempre nelle discussioni era di poter convincere sempre più studenti a frequentare il liceo classico. Il motto non scritto era “Liceo per tutti, meglio se classico”.

In uno degli editoriali che apriva uno dei numeri della rivista si legge: “La nostra tradizione scolastica ci lascia il modello prestigioso del liceo classico, un modello pedagogico che non teme confronti internazionali, tuttora insuperato (pur se bisognoso di alcuni adeguamenti). Il vecchio liceo classico rappresenta tuttora il modello esemplare di tutti i possibili tipi di liceo proprio perché, come nessun altro corso d’istruzione secondaria, è coerentemente incentrato su una particolare dimensione del sapere, su uno specifico sapere.” Il paragrafo era significativamente intitolato “Il classico, modello esemplare per altri licei”. Parole di quasi trenta anni fa. I miei ricordi del liceo, classico, risalgono a più di cinquanta anni fa.

Non potevo non essere attratto dal libro La scuola giusta. In difesa del liceo classico scritto da Federico Condello. Era ancora così? I ricordi erano ancora plausibilmente veritieri? Aveva ancora un suo fascino, e utilità, il liceo classico dei sogni di allora? Senza dimenticare che la mia strada del liceo classico era segnata visto che nel periodo in cui dovevo scegliere quale scuola frequentare, quale liceo, Luciano Emmer realizzava il film Terza liceo che avrà un ruolo fondamentale nella mia scelta.

Questo libro non è un’apologia del classico e nemmeno del liceo classico….Chi intende liquidare il liceo classico deve sapere che cosa rischiamo di perdere: chi intende riformarlo deve avere alternative credibili; chi ne diffida a priori, come chi a priori lo idolatra, deve chiedersi perché.” Fin dal titolo è chiaro come la pensa l’autore.

Il liceo classico è stato uno tra i più estesi e impressionanti esperimenti di democrazia formativa e culturale tentati nell’Italia e nell’Europa moderne…Per questo sembra ancora a molti e a molti altri ciò dispiace, l’emblema di una scuola che vorremmo insieme pubblica e ottima”.

Si potrebbe avere da queste frasi inziali del libro l’idea che quelle che vengono esposte sono delle riflessioni molto personali sul liceo classico. Nulla di tutto questo. Condello vuole fornire gli elementi per arrivare a farsi un’idea più precisa del liceo classico. Comincia a tracciarne la storia, chiarendone il molto parziale legame con la riforma Gentile del 1923, parla della nascita del nome, e arriva alle “aride cifre” senza le quali si parla del tutto a vuoto. Riporta i numeri che riguardano le iscrizioni, le scelte per i diversi tipi di scuole con dati anche molto recenti del 2016/17. E non solo le cifre indicano che il classico è oramai una scuola di nicchia ma “il liceo classico ha perso il suo prestigio presso i ceti che più costantemente lo hanno alimentato.” Il libro ripercorre la storia del liceo ricordando sempre che “ogni querelle sull’istruzione classica nella misura in cui pone espressamente il rapporto tra scuola d’élité e istruzione di massa, è più che mai una questione politica.” E nelle più di 250 pagine sono tantissime le citazioni delle diverse opinioni, sempre confrontate con i dati, le aride cifre disponibili, per cercare di costruire un quadro quanto mai realistico di come l’idea del liceo classico si è venuta evolvendo e mutando. Compreso un esame approfondito delle diverse riforme scolastiche sino alle più recenti. Un ruolo importante nella storia hanno gli amici ma soprattutto i falsi amici, quelli che esaltando il liceo classico ne vogliono in realtà la rovina. Compreso l’elogio del sapere inutile, che questo dovrebbe essere il ruolo di un vero liceo classico per alcuni. E dell’accentuato carattere di scuola di élite per solo futuri umanisti, una scuola per sempre meno studenti. Nella seconda parte arrivano i giudizi sulla “scuola giusta”. I titoli dei capitoli “Un liceo nato fascista?”, “Un liceo per umanisti (Cioè vecchio, frivolo e peggio)”, “Un liceo disumano? (Troppa grammatica, ben poca humanitas)”, “Un liceo di classe? Qui è il punto più importante)” E si scopre che la percentuale di studenti diplomati al classico che non si iscrivono all’università o abbandonano al primo anno è del 18,42%, percentuale di poco superiore allo scientifico, molto superiore per i diplomati al liceo delle scienze umane. “Non è improprio dire che scuole autenticamente aperte appaiono oggi soprattutto il liceo classico e scientifico.” E si scopre che, pur se il liceo classico mantiene indubbi tratti d’elitismo, se è percentualmente più alto che altrove il tasso di studenti fortunati per capitale economico e culturale, la percentuale di figli con genitori laureati e appartenenti all’alta borghesia che scelgono lo scientifico è doppia rispetto al classico.

Una piccola parte del libro è dedicata al fatto che non è per nulla vero che coloro che s’iscrivono al classico scelgono poi carriere non scientifiche. Anzi. Per esempio il mestiere di matematico. Molti miei colleghi matematici hanno studiato al liceo classico. Alla metà degli anni ottanta in alcuni corsi di Analisi Matematica alla Sapienza di Roma facemmo per 4 anni dei test agli studenti che tra l’altro per la prima volta avevano accesso ai personal computer, Olivetti che allora erano meglio degli IBM. (Ma la lungimiranza del capitalismo italiano….) I risultati indicavano chiaramente che quelli che riuscivano meglio in percentuale erano gli studenti del liceo classico, pur essendo ovviamente numericamente molti inferiori a quelli dello scientifico e degli istituti tecnici.

Impossibile dare conto delle tante notizie e riflessioni interessanti del libro. Anche se, forse, le pagine dedicate ai problemi, alle mancanze dei licei classici, sono numericamente superiori a quelle dedicate ai pregi, pregi che alle volte si perdono nel discorso. Non si può non condividere il finale del libro.: “Il liceo classico, una scuola che continua a democratizzare un capitale simbolico che è stato per generazioni appannaggio di poche élite, e che oggi, quando la domanda d’istruzione interessa oramai l’assoluta maggioranza della popolazione italiana – si vorrebbe tornare a segregare, riservandolo a pochi o pochissimi…Se il liceo classico non potrà mai essere la scuola di tutti, per queste ragioni può essere e deve essere la scuola di tanti. E per queste ragioni avrà a cuore il liceo classico non chi ha a cuore il greco e il latino, ma chi ha a cuore una scuola giusta.”

Federico Condello

La scuola giusta. In difesa del liceo classico

Mondadori

pp. 263, euro 18

È possibile acquistare questo testo in tutte le librerie e su ibs.it.

1945, un mezzogiorno di fuoco in Ungheria

Michele Emmer

Una giornata assolata, in una campagna desolata, una piccola stazione. Il capotreno sta aspettando che arrivi il treno. Con lui aspettano in tre.  Si sente il fischio, il rumore del treno a vapore che si avvicina.

Ma non siamo a Hadleyville nel territorio del Nuovo Messico nel 1898. Piccolo paese in cui tutti gli abitanti stanno aspettando che arrivi il treno, anzi che si senta il fischio del treno che arriva. Con il treno arriverà un bandito condannato e graziato, alla stazione lo attendono tre banditi che vogliono vendicarsi dello sceriffo che aveva fatto arrestare il bandito che sta ritornando. Il treno arriva nel film High Noon (titolo originale, Mezzogiorno di fuoco in italiano), a mezzogiorno appunto, un ruolo importante lo hanno gli orologi, e il film fa salire man mano la tensione in attesa dell’evento. E i cittadini della città reagiscono in modi diversi, uniti nel non voler rischiare e unirsi allo sceriffo. Compresa la moglie quacchera. Protagonisti di questo capolavoro assoluto Gary Cooper e Grace Kelly, regista Fred Zinneman, scritto da John W. Cunninghan e Carl Foreman, anche produttore ma il suo nome non compare perché era nella lista nera della MPAA, Motion Picture Association of America, dove è stato inserito inserito dopo il 1950. La lista completa si trova in rete ed è interminabile. Val la pena leggerla.

Il film è del 1952. Gary Cooper morì il 13 maggio 1961. Quella sera a Roma, Luciano Emmer ed io andammo a vedere per la terza volta (per me almeno) quel film che era proiettato al cinema Quattro Fontane per omaggio a Cooper.

Il film di cui si sta parlando è invece un film del 2017. Non vi sono dubbi che a quel film di Zinneman, a quell’attesa nel sole di mezzogiorno del treno che arriva fischiando, si è ispirato il regista Ferenk Török per l’inizio del suo ultimo film,  intitolato 1945. Sono passati 50 anni dall’epoca in cui era ambientato High Noon. E siamo in una piccola stazione in Ungheria alla fine della seconda guerra mondiale. Il treno arriva all’inizio del film, e stanno aspettandolo tre soldati sovietici, dei ragazzi, in una jeep.  Il treno arriva fischiando, i tre giovani soldati sono lì solo per routine. Devono controllare chi arriva in quella piccola città dell’Ungheria.  A parte il capo stazione di quella piccola e abbandonata stazione, ci sono due persone che attendono, con un carro. Il treno arriva sbuffando, il sole è alto, il bianco e nero del film, altra cosa in comune con High Noon, è scintillante, il tempo atmosferico immutabile nel film western (e questo non lo è un western?) qui cambia, si aspetta, si profila una tempesta, che arriverà ad un certo punto e bagnerà tutto e tutti. Ma alla fine del film.

Chi scende dal treno? Due personaggi, due ebrei, si riconoscono subito da come sono vestiti. Non diranno molte parole, anzi praticamente non parlano. Malgrado in tanti si aspettino che dicano qualcosa. E cominciano a camminare. Erano forse attesi, aspettati, temuti. Da chi? Da tutti, perché a poco a poco, man mano che avanzano, gli abitanti, il poliziotto, il notaio, vera autorità del paese, si pongono delle domande. Che cosa hanno nelle due casse che trasportano?  Profumi per far concorrenza al negozio del notaio? Dove si fermeranno?  Accuseranno qualcuno? Perché qualcuno ha commesso qualcosa di grave, denunciando degli ebrei del tutto innocenti. La tram del film è prevedibile, come lo era quella di High Noon. Ma molte volte in un bel film che la trama sia prevedibile è un dettaglio trascurabile, anzi rende ancora più avvincente il film, non siamo distratti dalla trama, non abbiamo l’ansia di sapere come va a finire. Lo sappiamo. E allora questo fatto toglie suspence al film? Anzi l’ aumenta, è quello che fanno i personaggi, come reagiscono, come si comportano in quella luce bianco e nera accecante. E ci sarà al ritorno, a piedi, la tempesta. E la vita ricomincia come prima? Certo la paura dei diversi che arrivano, che non vogliono spiegare, che non vogliono che nessuno capisca, o semplicemente non se ne curano, che sanno loro soli che cosa vogliono e siamo sicuri che faranno quello per cui sono venuti, anche se il paese al contrario del film con Gary Cooper riesce a mobilitarsi, per difendersi. Ma da cosa si vogliono difendere?

Dal nuovo, dall’incerto, insomma chi sono quelle due persone? Una maledizione? Due angeli vendicatori?  È banale dire che ovviamente la risposta non c’è perché la risposta sono i volti, le facce, le espressioni, la campagna, il camminare da soli nella tempesta, per riprendere un treno per andare via, ovviamente nella Ungheria del 1945. Altri tempi.  Una parentesi, una piccola giornata di paura per chi temeva di dover pagare, di dover rendere conto. E lo hanno dovuto fare in realtà, con la vita sconvolta del paese proprio perché non è successo nulla. Insomma un bel film. Visto a Roma in un piccolo Cineclub, l’Apollo 11. Non è certo una storia che può interessare chi va al cinema. Forse se lo facevano interpretare a un sosia di Gary Cooper con il cappotto nero e il capello nero in testa. E con la pistola e un bel duello. Viva il cinema!

 

1945

diretto, scritto e prodotto  da Ferenc Török con l’aiuto di  Gábor T. Szántó

interpretato da Péter Rudolf, Tamás Szabó, Kimmel, Dóra Sztarenk, Bence Tasnádi

musica di Tibor  Szemzö

produzione Katapult film

Ungheria, 91 m. (2017).

Viva la storia (in inglese)

Michele Emmer

Sono finalmente uscite le liste dei film candidati agli Oscar del 2017. E vi sono due film inglesi che parlano della storia del Regno Unito del secolo scorso. È una grande tradizione del cinema inglese trattare in modo approfondito la storia del proprio paese. Una tradizione che si basa su un’altra tradizione che è quella del teatro inglese, una tradizione che parte probabilmente da Shakespeare. Una tradizione in cui il linguaggio, la lingua, la sonorità e il significato delle parole hanno una grande parte. Molti dei grandi attori inglesi passano senza alcun problema dallo schermo al teatro e viceversa. Insomma la Storia, il linguaggio, gli attori e una ricostruzione meticolosa e accurata (tenendo presente che sempre di fiction si tratta) sono una delle migliori caratteristiche del cinema inglese.

E riflettere sulla propria storia, informare le nuove generazioni su cosa è successo negli anni passati è un ruolo importante del cinema inglese, anche televisivo, guardando ai tanti film coprodotti dalla BBC.

Alle volte alcuni di questi film sono dei veri capolavori. Non volendo con questo dire che se un film vince l’Oscar allora è autenticamente un capolavoro, come è ovvio.

I due film inglesi compresi nella lista dei nominati agli Oscar sono Dunkirk e The Darkest Hour. Il periodo di cui si occupano, gli inizi della seconda guerra mondiale in Europa, la velocissima avanzata tedesca, la disfatta francese, l’assedio alle truppe britanniche a Dunkirk.

Il personaggio centrale di The Darkest Hour è Winston Churchill, quando viene nominato primo ministro nell’ora più buia del paese, quando l’invasione dell’isola sembrava inevitabile. Nel corso del 2017 è uscito un altro film che era dedicato in gran parte al premier inglese, intitolato semplicemente Churchill. Il periodo storico era diverso perché erano i tre giorni prima dello sbarco delle forse alleate in Normandia, una fase molto delicata e complessa ma con gli Alleati all’attacco.

Naturalmente un film di parole come i due su Churchill permettono ai due attori che lo interpretano di cercare di dare il meglio di sé, anche nel ricostruire meticolosamente la psicologia, il comportamento, le manie, i vizi di Churchill. Di lui si sa quasi tutto, e nei due film il modo di interpretare il personaggio, il modo in cui è raccontata la storia sono simili. Churchill disprezza il mondo che lo circonda, la sua prima occupazione è bere e mangiare e trattare malissimo le segretarie. E proprio le segretarie dei due film giocano un ruolo centrale, entrambe hanno un parente o il fidanzato nel teatro di guerra e le decisioni di Churchill riguardano la loro vita, coloro che amano. E la loro commozione convince Churchill a sentire anche quello che pensa il popolo inglese, lo spinge a diventare più umano. Un po’ di sano populismo. Il Churchill di The Darkest Hour è un vincente, affronta la guerra e la lunga lotta con determinazione dopo un periodo di dubbi; si era sull’orlo della disfatta e Lord Halifax, che non mascherava le sue simpatie per Hitler, e Lord Chamberlain cercavano di trattare con il nemico. Il Churchill dell’altro film è un uomo molto insicuro, debole, che ha paura dei suoi ricordi (la strage di Gallipoli nella prima guerra mondiale). In entrambi i film, ancor più nel secondo è la moglie di Churchill che lo sostiene, lo incoraggia, lo fa decidere. E le decisioni che Churchill prende, di inviare la flottiglia di navi di tutti i tipi per salvare i 300.000 soldati accerchiati a Dunkerque è mostrata in Dunkirk, non a caso candidato a 7 statuette compreso miglior film e miglior regista. La lotta per sopravvivere (e nel film The Darkest Hour si vede Churchill che dà ordine ai 4000 soldati assediati a Calais di non arrendersi mai, per rallentare l’avanzata tedesca su Dunkerque) dei soldati in terra, topi in trappola con i continui bombardamenti tedeschi con gli aerei, in aria con i combattimenti tra i pochi aerei inglesi contro gli aerei tedeschi superiori in numero e capacità e in mare su una delle piccole barche che va a salvare soldati sulla costa oltremanica. Un film straordinario che racconta la guerra dalla parte di quelli che la subiscono, che partecipano ma non hanno la possibilità di capire che cosa succede su un piano più vasto, coloro che hanno paura, che sentono le urla, le grida, le bombe e non sanno dove arriverà la prossima. Dove il rumore, sempre ad un livello molto alto, è uno dei protagonisti del film. Sembra di essere lì. Un film tutto all’aperto ma claustrofobico, in trappola nella guerra. E il generale interpretato da Kenneth Branagh che sul molo rassicura, si comporta come si fosse nella tranquilla campagna inglese. Branagh che nel 2015 aveva diretto Cinderella con protagonista Lily James che in The Darkest Hour interpreta la segretaria di Churchill ed a teatro era la Giulietta shakespeariana diretta da Branagh, oltre ad aver partecipato alla serie Downton Abbey ove interpretava Lady Rose MacClare. Televisione, cinema, teatro, parola, storia, ricostruzioni appassionate e soprattutto il fascino delle parole (il che significa attori e sceneggiatori) di cui in altre cinematografie si sta perdendo la memoria. Attori che riescono a affascinare dallo schermo ed in teatro.

Fenomenale è Gary Oldman candidato all’Oscar per miglior attore, ma non è candidato il film. Come è giusto che sia, nulla a che vedere con Durnkirk, in cui montaggio, scene, linguaggio sono una grande novità, là dove, un film di guerra, sembrava impossibile dire qualcosa di nuovo. E nessuno voleva produrre il film. Ma l’attore da solo tiene alto il film.

Insomma una trilogia su degli anni cruciali della storia inglese e mondiale. Con belle e vivaci e piacevolissime sceneggiature. Film da vedere in inglese se possibile. Il suono delle parole è importante quanto la musica se non di più. Peccato che l’altro film su Churchill in Italia non si sia visto.

Le parole sono scritte prima di essere dette. Una ultima annotazione su un libro (la lingua è ora il francese), scritto da Éric Vuillard, intitolato L’ordre du jour, che ha vinto qualche settimana fa il premio Goncourt in Francia. La storia dell’annessione-invasione di Hitler dell’Austria. E ricompaiono molti dei personaggi dei tre film inglesi, primo fra tutti l’indeciso Chamberlain. Un libro breve, che inizia in modo folgorante con i grandi banchieri e industriali tedeschi che vengono convocati da Hitler per decidere dopo le elezioni del 1933 per cancellare la democrazia. E sono descritti i loro eleganti e lugubri abbigliamenti neri data la convocazione da parte di Goering. E che ricompaiono alla fine del libro ove una lunga lista di industrie tedesche che loro rappresentavano hanno utilizzato i prigionieri dei campi di concentramento, manodopera gratis, per tutta la durata della guerra. Nessuno andrà in prigione, e qualche anno dopo saranno in prima fila nella costruzione dell’Europa. Una lingua perfetta in gran parte del libro. Una ricostruzione accuratissima e fantastica, come la descrizione del mancato arrivo di Hitler a Vienna all’orario previsto causa la inefficienza della logistica dell’armata tedesca nella gestione del traffico dei carri armati. Avranno tempo per migliorare. Ci sarà presto un film?

Insomma si parla di storia, cioè si riflette sulla politica.

Churchill, regia di Jonathan Teplitzky, sceneggiatura Alex von Tunzelmann con Brian Cox, Miranda Richardson, John Slattery, Gran Bretagna, 2017 .

Dunkirk, regia e sceneggiatura di Christophewr Nolan, con Tom Hardy, Ciullian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Gran Bretagna – Francia, 2017. Candidato a 7 Oscar.

The Darkest Hour, regia di Joe Wright, sceneggiatura Anthony McCurren, con Gary Oldman, Kristin Scoot Thomas, Lily James, Gran Bretagna, 2017. Candidato a 1 Oscar.

Éric Vuillard, L’ordre du jpur, Actes Sud, Paris, 2017.