Ma noi facciamone un’altra. Un congedo

Alfabeta2, come la precedente alfabeta, è legata indissolubilmente al nome e all’opera di Nanni Balestrini, che – come sapete – non è più tra noi dallo scorso 19 maggio. Per questo con il numero di oggi, dopo aver pubblicato i testi raccolti o commissionati prima della sua scomparsa, ci congediamo dai nostri lettori. Anche se la rivista chiude le pubblicazioni, tutti i materiali che abbiamo pubblicato in questi anni resteranno accessibili in rete almeno sino alla fine del 2020 e, in seguito, all’interno dell’Archivio Balestrini.

Sappiamo che questa, per i lettori, è una perdita. Lo è anche per noi. Dal 2010 in avanti, prima su carta e poi in rete, alfabeta2 ha avuto un ruolo importante in un dibattito, quello culturale e politico italiano, più che mai impoverito. Del lavoro che abbiamo fatto insieme alla comunità dei nostri collaboratori, che negli anni è sempre cresciuta in quantità e qualità, per quanto è stato possibile in un contesto certo non facile, siamo fieri. E lo siamo pure del riscontro ottenuto, della discussione che in molti casi abbiamo contribuito a stimolare. Proprio per questo il congedo odierno vale anche come una dichiarazione di intenti; mutuando il motto brechtiano di Nanni, assicuriamo che, nel futuro più o meno prossimo, anche noi ne faremo un’altra. Alfa e Beta sono solo le prime due lettere.

Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa

Alfabeta2 è stato un luogo di critica e di non allineamento. Senza, però, quell’aria di famiglia da ceto intellettuale e/o di sinistra che lascia sempre nell’aria un che di appiccicoso.

Un luogo nel quale si sono messi in circolo anticorpi per provare a respingere pregiudizi e conformismi.

Un luogo dove ci si è presi cura del linguaggio a fronte della sua semplificazione, provocata e cavalcata dalla politica della paura.

Abbiamo affrontato un campo di devastazione che si accompagna alla violenza contro i corpi dei più fragili. E delle donne.

Con i suoi pregi e i suoi difetti Alfabeta2 si è mossa lungo questo solco con un’ operazione pensata e portata avanti da Nanni Balestrini e da quanti e quante, per primi Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, hanno sostenuto e realizzato il progetto.

Io credo che sia stata presa bene la mira e che molte delle idee di Nanni continueranno a circolare.

Letizia Paolozzi

Alfabeta2 dunque chiude.

Usando Melville, direi: avrei preferito di no. Prima è mancato il profumo della sua materialità (oltre al profumo intellettuale degli articoli pubblicati sulla edizione cartacea); ora mancherà anche l’immaterialità dell’edizione online.

Alfabeta2 dunque chiude. E mancherà anche a chi, come me è entrato nel mondo di Alfabeta solo con la seconda Alfabeta, ma vivendo comunque una bellissima avventura. Ma lo spirito di Alfabeta non muore: perché non deve morire; perché i tempi sono difficili e serve un luogo/tempo di riflessione critica e di dissenso. Dissenso non solo culturale, ma anche o soprattutto sociale e politico. Alfa e Beta sono le prime due lettere dell’alfabeto greco: perché allora non immaginare e costruire davveromorta una rivista se ne fa un’altra - una nuova rivista e chiamarla ad esempio Alfabetagamma - continuando cioè le nostre riflessioni oltre le prime due lettere (ovvero, oltre il già fatto)? Oppure, e più semplicemente: Alfabeta3?

Ultima cosa, in realtà la più importante: grazie Nanni!

Lelio Demichelis

Alfabeta2 sono gli incontri a casa di Letizia, le cene a Testaccio, gli incontri con Nanni a Maria ai Monti e sul terrazzo. Incontri per utilizzare parole, per dialogare, comprendere, discutere, litigare, con il massimo di libertà e di anarchia, riuscendo a rendere visibile il futuro a cui si sta pensando nei modi più diversi. Alfabeta2 unitaria e diversa, irritante ed entusiasmante, noiosa e geniale, come tutte le altre cose di cui ci dobbiamo occupare nelle nostre vite. Parole, idee, suggestioni che rimarranno scritte, da poterle riguardare perché tutto per la natura delle cose dobbiamo dimenticare ed essere dimenticati.

Michele Emmer

La conclusione di ogni esperienza collettiva è sempre un evento vagamente luttuoso; se poi, come nel caso di Alfabeta2, a questo si sovrappone il lutto per la scomparsa di una figura e di una persona come Nanni Balestrini, ecco che questo sentimento diventa sempre più concreto e quasi si materializza davanti ai nostri occhi. A questa esperienza dolorosa si oppone da sempre la certezza che una parte di ciò che scompare continua a vivere e a mutarsi in altre forme: non intendo certo sottrarmi, né potrei del resto, a questa legge umana. Così ovunque si praticheranno l’idea della cultura come intelligenza collettiva che svolge una funzione critica del presente e il gusto per la connessione di campi disciplinari anche molto distanti Alfabeta2 in qualche misura rivivrà. Alfabeta2 è stata una scheggia di un mondo in cui sembrava possibile fare quasi tutto ciò che era sentito come giusto proiettata in un mondo in cui quasi tutto è predeterminato, in cui ogni via di fuga sembra essere abolita. A chiunque non si vuole rassegnare a vivere solo in questo mondo attuale spetta il compito etico di rilanciare, nei modi che gli competono, schegge di quell’altro mondo.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2 si congeda, ma come scrivono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, nel saluto di oggi – 15 settembre 2019 – è contenuta l’intenzione di “farne un’altra”, un’altra rivista, un’altra festa, un’altra trasformazione.
Un’altra mano del gioco, possiamo dire, nello spirito di Nanni Balestrini, che sempre si è mosso nella dimensione regolata e imprevedibile, dilatata e futura dei suoi giochi con il linguaggio, con le cose e con i tempi.

Nell’avventura di alfabeta2 on line, la rubrica “alfagiochi”, per quasi tre anni, ha intercettato l’attitudine alla partecipazione ludica di lettori e lettrici, che hanno scambiato e condiviso immagini al confine fra scrittura e pittura, sensi e nonsensi trovati in giro e rilanciati: grazie a chi ha contribuito, ha intuito e proposto nuove possibilità, a chi è stato al gioco. Stare al gioco. Intermezzi ludici e replicabili tra parole e immagini, il volume pubblicato da alfabeta edizioni e DeriveApprodi, mantiene traccia di questi scambi (e di molto altro), così come rimane attivo, ancora per qualche tempo, l'account twitter @alfabetadue.

Antonella Sbrilli

La piada

La farina che sia zero

Un decimo di strutto vero

La s’impasta a palla lesto

E si spiana poi rotonda

La si pone sopra il testo

Volta, rivolta, è pronta.

Alberto Capatti

Adesso ci fermiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non vale più la pena Nanni
Va bene Nanni continuiamo

E’ tutto inutile Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si vende abbastanza Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non abbiamo più soldi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

C’è lo sfacelo ovunque Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Gli sbirri menano più di prima Nanni
Va bene Nanni continuiamo

I vecchi fasci sembrano come nuovi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

La poesia non ci salva né da soli né in gruppo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Hanno scritto che non serve a niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Il governo non è meglio della strada, la strada non è meglio del governo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non leggono più niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non guardano nemmeno più in aria Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono di sì a tutto Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si capisce neppure da che parte stiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono che siamo morti Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Andrea Inglese *

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Su questo testo si basa la traccia audio di un video dal titolo omonimo, realizzato da Gianluca Codeghini e Andrea Inglese e presentato il 2 luglio 2019 a Milano presso la galleria Mudima, in occasione della serata in omaggio a Nanni Balestrini. 

Qui di seguito l'annuncio di due incontri dedicati a Nanni Balestrini che si terranno nei prossimi giorni a Milano e a Roma. 

Martedì 17 settembre, ore 16, Sala del Grechetto alla Biblioteca Sormani, Milano:

Giornata di studio su Nanni Balestrini

Intervengono Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Franca D’Agostini, Eugenio Gazzola, Milli Graffi, Giorgio Longo, Federico Milone, Ugo Perolino.

Presiede Luigi Ballerini.

Lunedì 23 settembre, ore 17, Upter (via IV novembre 157), Roma:
Nanni Balestrini. Una retrospettiva
Con Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Fiammetta Cirilli, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Guido Mazzoni, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni, Michele Zaffarano

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Gli ultimi Kraho: una storia modello

Michele Emmer

È notte, nella foresta, nella savana. Un indio cammina nella notte verso la cascata. Sente la voce del padre che lo chiama, che lo invita ad accettare il suo dono di un pesce. L’indio non accetta, vuole dimenticare quel padre morto di cui solo lui continua a sentire la voce. Vuole chiudere il ricordo e organizzare la festa che sanzionerà la fine del lutto.

È l’inizio onirico e fantasioso di un film che si svolge in un piccolo stato del nord del Brasile, tra una popolazione indigena che è oramai ridotta a poche centinaia di persone. Siamo tra il popolo Kraho, nella regione del Kraholand, una zona vasta 40 x 60 km quadrati, nello stato Brasiliano del Tocantins.

Erano parte di una grande nazione chiamata Timbira. Nel 1625 quando iniziò la colonizzazione con l’arrivo dei Gesuiti, ci dovevano essere circa 250.000 indios, tra cui i Kraho. I Kraho vivevano in quello che è oggi lo stato vicino, il Maranhao, da cui furono cacciati dai coloni e solo nel 1988 il Tocantins venne riconosciuto come stato. La nazione Timbira è oggi ridotta a 12.000 persone, e i Kraho sono (stima del 2010) 2463. La loro lingua appartiene a uno del tre ceppi principali degli indios del Brasile, il Macro-Jè. Non sono nemmeno Indios come li hanno etichettati i portoghesi ma Me-hi. Il modo corretto per denominarli è Kraho Ken-poi-kri, con Kri che significa comunità. (notizie tratte da un articolo di Antonio Carlos Batista che si trova in rete cercando Kraho) Ed in lingua Kraho è parlato il film tranne quando il protagonista si deve recare nel villaggio alla fine della loro riserva. Lui si chiama Ihjãc (ha anche un nome portoghese scritto sulla sua carta di identità).

Il titolo originario del film era Chuva é Cantoria Na Aldeia Dos Mortos (Pioggia e Cantoria nel villaggio dei morti) con sottotitolo Les morts et les autres” (i morti e gli altri), è uscito nelle sale francesi agli inizi di maggio con il titolo “Le chant de la fôret” (il canto della foresta) richiamando la melodia che canta il padre del protagonista per attrarlo nel lago ai piedi della cascata. Tutti i personaggi del film interpretano se stessi compresa la moglie e il figlio di Ihjac. E tutti hanno come cognome il nome della loro etnia Kraho.

Il film è un documentario che vuole appunto documentare la vita nel villaggio Kraho, mostrare i comportamenti sociali, gli interessi, i dubbi, le paure della comunità e dei due protagonisti. Ihjac non vuole diventare sciamano, non vuole parlare con i morti, vuole liberarsi del peso del padre. La moglie cerca di aiutarlo, gli ricorda di pensare al bambino, al futuro, in quella piccola comunità. I registi riescono bene a riprendere la vita come si svolge, i protagonisti non sono molto espressivi come ha scritto la critica francese, ma ovviamente non ha molto senso giudicare con il nostro metro. Non stiamo vedendo un film sugli indigeni ma si cerca di fare vedere loro stessi come si comportano cercando di ridurre al minimo l’impatto dell’essere ripresi. È ovviamente una cosa difficile perché il solo fatto di agire davanti ad estranei condiziona chiunque.

La vita non è facile, la savana non concede molto, sanno che il loro territorio si sta riducendo, non hanno idea di che cosa li attende, forse sanno che sono stati classificati come dei perdenti da sopportare, forse. E Ihjac non riuscendo a dominare le sue paure, la sua sensazione di essere malato, fugge dal villaggio, abbandona moglie e figlio e va nella piccola città ai margini della riserva. Dove viene messo nella casa dell’assistenza pubblica agli indios, dove lo chiamano con il nome portoghese, gli spiegano che non ha nulla, che è ipocondriaco (lui non capisce) e dopo pochi giorni è in strada senza un letto, una casa, nulla. Gli indigeni devono stare al loro posto, e nella piccola città sfilano gli allevatori con gli stivali, gli speroni, i cappelli texani in groppa ad enormi buoi con la gobba. È il destino dei popoli indigeni che sarà aggravato dal nuovo governo Brasiliano, troppe terre improduttive, troppi pochi abitanti (abituati a muoversi nella savana e nella foresta, sono nomadi). Telefona al villaggio, chiede aiuto. Arriva lo moglie, cerca di convincerlo, deve tornare. Lui resiste, non si sente bene, non è pronto. Finché da solo si mette in cammino e torna. E finalmente al villaggio si svolge la cerimonia della fine del lutto. Si taglia un grande albero, se ne taglia una sezione cilindrica, si toglie tutto l’interno, si dipinge con tanti colori, rappresenta il morto. E la festa, filmata nei dettagli, finisce con un grande banchetto, il culmine della celebrazione. Su alcune grandi foglie raccolte nella foresta si pone un impasto di manioca sui cui sono adagiati i pezzi di carne fresca, il tutto viene cucinato su pietre roventi. È grande circa due metri quadrati. All’alba tutti mangiano. Ma non è finita, Ijhac dirà alla moglie alla sera che lui oramai è cambiato, che non sa più che cosa fare. E tornerà alla cascata, al lago, e si immerge nell’acqua scomparendo. Un sogno, sicuramente un modo giusto di chiudere il film.

Un film che merita essere visto: è un grande documentario, i suoni della foresta e della savana sono importanti, la vita dei Kraho è molto ben documentata, è girato con pellicola a 16 mm. Ha vinto il premio della giuria al festival di Cannes del 2108 nella sezione “Un certain regard”.

Nota finale: guardare in rete la documentazione sulla porzioni di foresta e savana distrutta nella Kraholand negli ultimi anni.

Chuva É Cantoria Na Aldeia Dos Mortos, sottotitolo Les morts et les autres, nuovo titolo Le chant de la fôret”, regia di Joao Salaviza, Renée Nader Messora, con Ihjac (Henrique) Kraho, Kôtô Kraho e gli abitanti del villaggio, 2018.

Assenza, altrove. Takara, la notte che ho nuotato

Michele Emmer

La città giapponese di Aomori, nel nord del Giappone, sul mare. Una delle città dove nevica di più in Giappone. E la neve è una dei protagonisti di un piccolo film nato dalla collaborazione di un regista francese ed uno giapponese, Damien Manivel e Kohei Igarashi. In concorso alla mostra del Cinema di Venezia del 2017 nella sezione “Orizzonti”. Finalmente al cinema in Italia. Ad essere precisi in 9 sale in tutta Italia. Non un film per il grande pubblico, ammesso che abbia un senso parlare di pubblico, di spettatori. Qualcuno decide che film si devono vedere e quali passeranno (in Italia) inosservati. A Roma il piccolo film lo si vede al Cinema dei Piccoli ma non è un film per bambini anche se è la storia di un bambino.

Un film curioso, praticamente con un solo personaggio, che non parla e nessuno parla nel film, solo i rumori, i suoni, la musica, poche note e ogni tanto brani dalle Quattro stagioni di Vivaldi. E il bambino si chiama Takara, che è anche il vero nome del bambino che di cognome si chiama Kogawa. Gli altri personaggi che si intravedono ogni tanto e non hanno una grande parte nella storia si chiamano tutti Kogawa, sono il padre, la madre, la sorella del bambino protagonista. Titolo originale del film in francese La nuit où j'ai nagé e in Giapponese Oyogisugita yoru.

La neve dunque. Tanta neve, che come si sa è silenziosa, avvolge, nasconde, soffice, bianca, giocosa, ma anche temibile, legata al freddo, al gelo. La neve come pericolo. Alcuni hanno classificato nelle recensioni il film come drammatico, altri hanno tirato in ballo Buster Keaton, un film gioioso e divertente. È un film di un bambino di 3-4 anni che non parla, che per caso o forse per sua decisione si mette a girovagare per la città innevata, fredda, gelida, ma il sole splende, almeno all’inizio. E il bambino si è svegliato presto, ha sentito dei rumori, non dorme più. Gioca con il cane che non è molto amichevole, gioca con piccoli oggetti, li fotografa, riguarda le foto, ricorda, e ci guarda. Non vediamo il film con gli occhi del bambino ma siamo noi a vedere il bambino che guarda. E noi, perché così hanno deciso i registi, non dobbiamo essere coinvolti, in fondo la storia è quella di Takara, il bambino il cui nome significa tesoro. Che come detto è il vero nome del bambino. Vero nome nella vita? Il bambino vive la sua vita e noi la vediamo osservando dalla macchina da presa. Il bambino non va a scuola comincia ad andare in giro. Il bambino disegna e quel disegno vorrebbe farlo vedere, non a noi, ma a qualcuno che è assente, che ci dovrebbe essere ma invece è assente. Il bambino però non è preoccupato. Anche se perde un guanto e ha freddo alla mano. Cammina, va in giro, guarda, osserva, non si stupisce, è la sua città, la sua vita e che recita in un film è una finzione nella finzione. Lui fa Takara che va in giro. E cerca forse forse… il padre che non c’è che non vede mai, e si ricorda dove forse lo può trovare e va a cercarlo al porto, prende il treno e si addormenta, si muove nella neve e si stanca, ma non è mai perplesso, preoccupato. Pensa che tutto andrà bene anche se l’assenza si fa sentire. E gli avvenimenti sono piccoli sguardi, alcune auto che passano, la neve soffice in cui si sprofonda. Le sequenze, il montaggio sono quelle che dovrebbero piacere a Takara, lente, con movimenti di macchina che non si interrompono, ma che continuano sino alla fine della scena. Il bambino si muove così, con lentezza, con fatica, e esplora cerca, e si perde in fondo. Un cinema infantile che vuole eliminare tutto quello che ci deve essere in un film: l’azione, i coinvolgimenti, i salti temporali, la velocità. Il film si muove con la lentezza del bambino che scopre, che cerca, che divaga, che si perde, che si ritrova. E ci viene voglia di lasciarci andare a questo cinema sussurrato, naturale, immaginato, pensato, costruito in fondo per essere così. E il silenzio ci confonde e poi ci appassiona e non sopportiamo che nel silenzio della neve qualcuno nella sala si mette a mangiare i popcorn!

Poteva essere un finto film su un finto bambino in un finto Giappone. E invece funziona, la fiction rende naturale quel girovagare, grazie alla faccia stralunata, assorta, consapevole, profonda del bambino, un vero tesoro. Senza di lui il film non esiste. E non gli succederà nulla, la giornata è fatta di piccoli momenti, di ricerca di colmare l’assenza, senza l’ansia di dover trovare una fine. Ci può essere una fine alla giornata di un bambino di 4 anni? Una piccola bufera di neve, ha freddo, si ripara, lo trovano. Ma certo non è quello che ci interessa, è il suo viso, i suoi movimenti. Non sono caduti nella trappola di fare un film su un bambino visto con gli occhi di adulti che vogliono che faccia il bambino naturale al cinema. È un flusso lento e soffice di immagini che possono innervosire se non si hanno le capacità intellettive di vedere in modo naturale quelle immagini che scorrono, quel viso, la camminata di bambino. E noi siamo solo spettatori, è lui che vive quei momenti, non possiamo fare nulla. E’ la neve che ci sta raccontando questa storia, soffice, bianca, gentile, che avvolge tutto e modifica tutto intorno. È il mondo del bambino, e noi siamo solo degli spettatori. Anche non necessari. Un piccolo gioiello di film che dobbiamo meritarci.

La nuit où j'ai nagé, Oyogisugita yoru, (Titolo italiano Takara, la notte che ho nuotato) regia Damien Manivel e Kohei Igarashi con Takara Ogawa, Keiki Kogawa, Takashi Kogawa, Chisato Kogawa. Francia, Giappone, 2017.

In viaggio con le bolle di sapone

Costantino Ciorni

Uno dei grandi temi della pittura che ha continuato a interessare gli artisti per molti secoli è quello della Vanitas, della fragilità della vita umana, dell’Homo Bulla, l’uomo come una fragile bolla. Se tanti sono stati i simboli della Vanitas dal teschio al fumo ai fiori appassiti, la bolla di sapone fa la sua comparsa nell’arte nel Cinquecento. Il motivo è probabilmente legato al fatto che il tipo di sapone che produce come effetto collaterale le bolle di sapone si diffonde in Europa come oggetto di consumo a basso prezzo solo nella seconda metà del XVI secolo. E il numero artisti che s’interessano a questo tema, sottogenere in qualche modo di quello della Vanitas, sono moltissimi, all’inizio soprattutto nei paesi del Nord Europa, Olanda, Belgio, Danimarca, Germania, e poi in Francia, Spagna, Italia.

Una storia particolarmente interessante quella delle bolle di sapone perché non riguarda solo l’arte ma anche la scienza. E’ Newton per primo che cerca di comprendere il motivo della formazione del colore sulle lamine di sapone, finché nel XIX secolo il fisico Joseph Plateau inizia a studiare le diverse forme che si possono ottenere con le lamine di sapone e le bolle di sapone diventano un settore di grande interesse nella ricerca scientifica, in fisica ma anche in matematica, biologia, per arrivare nel XX secolo ad essere anche modelli per l’architettura contemporanea.

Questa storia, abbastanza unica, delle bolle di sapone, nei suoi diversi aspetti, si propone di ricostruire la mostra “Bolle di sapone, forme dell’Utopia tra vanitas, arte e scienza”, mostra aperta alla Galleria Nazionale dell’Umbria, Palazzo dei Notari, sino al 9 giungo. Una mostra interdisciplinare, utilizzando una parola che sembra oramai desueta.

Le opere d’arte sono circa sessanta, si parte con una delle prime immagini della bolla di sapone nell’arte, una incisione di Hendrick Golzius del 1594, ed una contemporanea opera di Agostino Carracci. Simbolo e manifesto della mostra il dipinto di Karel Dujardin. Non poteva mancare un dipinto di Jean Batpiste Chardin, proveniente dall’Ermitage di San Pietroburgo, insieme con Jan Brueghel il Giovane, Carspar Nestcher e tanti altri, opere provenienti dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, dalla Galleria dell’Accademia di Venezia, dalla National Gallery di Londra, dalla National Gallery di Washington, dalla Princely Collection del Leichtenstein.

Si arriva fino al Novecento con lavori di Man Ray, Max Beckmann (un giovanile autoritratto con bolle di sapone), Giulio Paolini, fino all’architettura contemporanea, con la maquette del Water Cube, la piscina olimpionica di Pechino progettata dallo studio australiano PTW Architects, con il quale hanno collaborato China State Construction Engineering Corp e Arup Ltd.
La mostra presenta, inoltre, una sezione dedicata a stampe e incisioni, fotografie, nonché locandine e manifesti pubblicitari a partire dal celebre esempio del manifesto del sapone 
Pears, rielaborato dal dipinto Soap Bubbles, del pittore e illustratore britannico John Everett Millais (1829-1896).

L’esposizione, curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria e Michele Emmer, già professore ordinario di Matematica all’Università Sapienza di Roma, presenta parallelamente al percorso storico artistico, il fondamentale ruolo giocato dalle bolle di sapone nelle ricerche settecentesche sulla rifrazione della luce e sui colori, fino a quelle successive sulle teorie sulle superfici minime o sulle forme di aggregazione organica della materia. Tra l’altro nel catalogo è ricordato il ruolo importante della matematica Italiana nella ricerca sulle superfici minime con le due medaglie Fields, massimo riconoscimento alla ricerca matematica, ottenute da matematici italiani, Enrico Bombieri nel 1976 e Alessio Figalli l’anno scorso nel 2018, anche per le loro ricerche sulle lamine di sapone.

In mostra tra gli altri, il libro di Isaac Newton, Opticks, or a Treatise of the Reflections, Refractions, Inflections and Colours of Light, del 1706, quello di Joseph Plateau sulle forme delle lamine, per arrivare alle attuali sperimentazioni attraverso l’ausilio della computer grafica.

Accompagnano l’esposizione un catalogo scientifico pubblicato da Silvana Editoriale e un libro illustrato per bambini, nonché una serie di eventi collaterali, come conferenze,  visite guidate, proiezioni, laboratori didattici per adulti e bambini, spettacoli e performance teatrali.

Un interessante percorso, abbastanza unico nel suo genere. Non dimenticando nella Galleria Nazionale dell’Umbria, oltre la mostra sulle bolle si possono ammirare in altre sale le opere immortali di Piero della Francesca, del Beato Angelico e del Perugino.


La nascita dell’odio

Michele Emmer

Sono stati da poco assegnati gli Oscar per i migliori film mondiali. Ha vinto giustamente Green Book con una straordinaria sceneggiatura (Oscar) e con quella farsa del premio per il miglior attore non protagonista a Mahershala Ali mentre lo meritavano lui e Viggo Mortensen come migliori attori protagonisti! Roma ha vinto come miglior film straniero, era candidato anche come miglior film. Era nella short list come miglior film straniero ma non è entrato nelle nominations il film colombiano Pajaro de Verano (Bird of Passage) dei registi Ciro Guerra e Cristina Gallego, Ciro Guerra regista de El Abrazo de la Serpiente candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2016, primo film colombiano candidato all’Oscar.

Il nuovo film è ambientato in una delle zone più aride della Colombia, nella zona di nord est del dipartimento di Guajira, una penisola che sporge sul mare Caraibico, verso il Venezuela. Non ci sono alberi, solo qualche cespuglio, non c’è l’acqua, solo capre e sassi, la vita è  molto difficile per coloro che ci abitano, la popolazione indigena Wayuu che parlano una loro lingua, il Wayuu appunto. Una parte vive in Venezuela. Sono circa 300.000 in totale. Sono probabilmente arrivati dalle Antille molti secoli fa e hanno resistito a invasioni e guerre proprio per la difficoltà di vivere nel loro territorio.

L’altro film era parlato in diverse lingue, anche indigene, in questo il parlato è per la maggior parte nella lingua Wayuu. (Tra l’altro quest’anno è stato proclamato dall’ONU l’anno mondiale delle lingue indigene). I Wayuu costretti a vivere in questa regione sono riusciti a sopravvivere anche praticando il contrabbando con il vicino Venezuela e mantenendo per secoli la loro struttura tribale con santoni e sciamani. Grande potere hanno le donne. Il consiglio della tribù decide del presente e del futuro e nessuno può venire meno ai propri doveri verso la comunità. I riti tribali hanno un’importanza fondamentale, come la loro lingua e la difesa delle loro tradizioni.

Ma quel mondo a parte che nessuno vuole a un certo punto entra in crisi. Scandendo intervalli di dieci anni in dieci anni, il film racconta la vita di alcuni personaggi, del loro clan, della matriarca a cui devono obbedire, dei loro riti. Il protagonista si chiama Rapayet ed è un ragazzo che diventerà protagonista della Bonanza Marimbera, la diffusione della produzione e vendita illegale di marjuana negli USA a partire dagli anni sessanta.

La crisi inizia quando dopo la seconda guerra mondiale arrivano nel paese dei giovani americani che sono lì come volontari della libertà per combattere il comunismo. Quei ragazzi fumano la marijuana. Rapayet capisce che si possono guadagnare tanti soldi soddisfacendo le richieste di marijuana dei giovani USA. Il problema è che dove vivono i Wayuu non c’è acqua, non c’è vegetazione, non esistono vie di comunicazione.

Vicino alla loro terra si trovano le montagne della Sierra Nevada di Santa Marta, un ghiacciaio perenne all’equatore sulle sponde del mare. Sino ad una altezza di circa 1500 metri le montagne sono ricoperte di foresta tropicale e il clima è caldo umido, quello che ci vuole per la marjuana che si chiamerà Colombia gold data la sua alta qualità.

Nella Sierra di Santa Marta vivono altre popolazioni indigene. I Wayuu ne conoscono alcune e si mettono d’accordo per arrivare a coltivare la marjuana nella foresta per poi trasportarla a dorso di mulo nella regione della Guajira dove possono atterrare piccoli aerei per farla arrivare in USA. Passano gli anni e il commercio si sviluppa. Un altro clan partecipa al commercio illegale della marjuana. I soldi cominciano ad arrivare. Le regole tribali cominciano a dimostrarsi non molto efficaci per le nuove dimensioni del traffico illegale. E i clan cominciano ad armarsi perché hanno a che fare con i trafficanti che arrivano dagli USA, hanno bisogno di guardie del corpo, sviluppano delle vere e proprie milizie armate che entrano in conflitto tra loro e con le regole tribali.

Anche il consiglio tribale si adegua e a poco a poco le coltivazioni illegali, l’afflusso di enormi quantità di denaro, spinge i clan a costruirsi dei fortini, enormi ville nel deserto, di un clamoroso gusto kitsch, a comprarsi auto sempre più grandi ed armarsi con armi sempre più sofisticate, e ovviamente a odiarsi tra i diversi clan, quelli che si sentono tagliati fuori, quelli che partecipano ma vogliono essere i soli a gestire il commercio. Le nuove generazioni diventano estremamente violente. Le regole tribali si adeguano. E le vendette sono all’ordine del giorno come in ogni organizzazione che si sta sviluppando. Conta il potere basato sul denaro e la tribù diventa una associazione di mafia dedicata al narcotraffico. Se lo vuole la matriarca, le vendette non hanno tregua, il consiglio delle tribù non ha pietà, è il popolo Wayuu che importa, chi non segue le regole va ucciso. Il giovane che aveva iniziato tutto vuole uscire da questo circolo perverso, non vuole più essere schiavo del denaro, non vuole uccidere per vendetta. Ma non c’è speranza. La vendetta e l’odio sono inevitabili. Il denaro, la droga, il potere hanno distrutto tutto. In quella tribù che vive in un deserto arido. E le ville dei rivali vengono distrutte a cannonate. Sono passati dagli inizi della storia vent'anni e le tribù sono clan violenti pronti a scannare i propri simili. La nascita di questo odio sterminatore racconta il film, raccontando anche come la Colombia sia stata per decenni schiava della violenza e dell’odio e come stia cercando di uscirne. Non sembrano esserci speranze, forse quella bambina, che sente la storia della sua gente narrata da un vecchio, forse solo lei può mantenere viva la speranza.

Il film è sottotitolato nella versione originale in spagnolo, dato che nessuno tranne i Wayuu comprende la loro lingua. Un affresco potente e fuori dai canoni del film mafioso camorristici che va tanto di moda in Europa. Un film in cui è l’indagine antropologica tra le antiche regole e i valori dei Wayuu si scontra con la realtà del narcotraffico. Con una grande attenzione alla bellezza dei luoghi, alle tradizioni, ai costumi tradizionali, e soprattutto ai volti e alle parole di una civiltà diversa. Una testimonianza di quanto si sta distruggendo in nome del potere del denaro.

Pajaro de verano, regia di Ciro Guerra e Cristina Gallego

sceneggiatura da un’idea originale di Ciro Guerra e Cristina Gallego, di Ciro Guerra, Cristina Gallego, Maria Camila Arias e Jacques Toulemonde Vidal

con Josè Acosta (Rapayet), Carmina Martineaz, Natalia Reyes.

La Vanitas al cinema: The Mule

Michele Emmer

È sempre un avvenimento quando esce al cinema un nuovo film di Clint Eastwood, ora The Mule. Ancora di più perché nel suo ultimo film torna sullo schermo anche come attore, cosa che non succedeva da Gran Torino del 2009. In un’intervista a cura di Beatrice Pagan su Movie.Player in rete, Alison, figlia di Clint, spiega perché è ritornata al cinema dopo aver detto addio alla recitazione nl 2014.

L'attrice ha ricevuto la telefonata del produttore Sam Moore, collaboratore del padre, mentre stava andando a cena con il marito: "Mi ha detto 'Sai, tuo padre ti vuole in questo film'. Ho quasi vomitato. Mio marito mi ha chiesto 'Tutto bene? È morto qualcuno?'. Ho risposto 'No, semplicemente non mi sento molto bene'. Ho detto addio alla recitazione e ho deciso di concentrarmi su molte altre cose, quindi ho pensato 'perché vuole me?'". Alison ha proseguito sottolineando: "Più ci pensavo più mi rendevo conto 'Forse questa non è solo un'opportunità per interpretare sua figlia nel film, ma anche per trascorrere del tempo con lui”. E mio marito mi ha detto 'Se non lo farai lo rimpiangerai per il resto della tua vita".

E il rapporto con la figlia e con la moglie è una delle chiavi del film. I Cahiers du Cinema, da sempre appassionati dei film di Clint Eastwood hanno dedicato l’editoriale di apertura del numero di febbraio 2019 al film The Mule, partendo dai gilets jaunes, titolo dell’articolo Têtes de mule…Quindi il primo articolo, l’evento, è sempre dedicato al film, 4 pagine, titolo Grand-père prodigue (il nonno prodigo). Il ritorno che ha molti legami con il Gran Torino, non fosse altro che per la passione per la sua automobile, un pick-up con cui gira Earl Stone, il protagonista) lui, è decrepito come Clint. E Earl Stone coltiva bellissimi fiori, non ama la famiglia e viene sempre cacciato dalla figlia (nel film è sua figlia nella vita) rimproverandogli che li ha sempre trascurati per farsi solo i suoi interessi. E l’intervista alla figlia sembra confermarlo. Ma Earl al di fuori della famiglia è simpatico, divertente, affascinante, dandy, spiritoso. E si vede che si diverte anche quando balla, e guarda le tante donne che sono presenti nel film (e non sapremo mai cosa succede quando entra nella sua stanza con due belle donne…)

Altro articolo sempre all’inizio dei Cahiers intitolato Dernier regard (ultimo sguardo) e sottotitolo Metamorphoses de l’acteur Eastwood: du corps spectral au corps fragile, altre tre pagine ed ancora altre due con il titolo Le maître des Vanités con sottotitolo Piuttosto che realizzare il suo film testamento, Eastwood ha preferito, come un vero pittore, mettere in scena una vanità del suo tempo.”

Certo, una Vanitas, nella grande tradizione della pittura fiamminga ed europea del Sedicesimo secolo. Ed ecco allora gli elementi della Vanitas. Tutto al contrario di un film crepuscolare e testamentale. Non si può non essere d’accordo perché pur essendo una Vanitas, è una Vanitas gioiosa che sembra una contraddizione in termini ma non lo è. Ed ecco allora che si comincia con i fiori, i fiori che durano solo un giorno, che sono il trionfo della cosa bella ma evanescente, di cui il personaggio Earl, dice che proprio perché durano un solo giorno sono così affascinanti. Ed anche la fotografia del film, non più di Tom Stern ma di Yves Bélanger, franco canadese, commenta Joachim Lepastier sui Cahiers: “Si è fatto attrarre dalle sirene del pop Eastwood?” No, piuttosto è la grande serenità, felicità verrebbe da dire che porta a quel risultato visivo, a quei fiori con cui il film inizia e finisce. Una Vanitas di cui i fiori che durano tanto poco sono sempre stati un gran simbolo. Ed è inutile affannarsi tanto, prendersi tanto sul serio, ma vale la pena di scherzare, giocare su tutto, tanto è tutto una Vanitas! E non manca il teschio, la fragilità del corpo di Eastwood, il suo camminare, il suo parlare che sono tanto mutati. Ma lui è sereno, se la ride, scherza coi narcotrafficanti, ha battute por tutti, anche per due neri che si ferma ad aiutare per strada e che apostrofa con la parola odiata “Negros”. E sa che tutti sanno che sta giocando. Perché i temi che ha affrontato nei suoi film stanno lì a testimoniare quale interesse ha per l’essere umano. Anche se in economia si dichiara Trumpiano! Il personaggio afferma che nella sua vita non ha fatto altro che fesserie, tutte cose che non durano. Ma non ha mai potuto comprare il tempo, il tempo che gli manca. E alla fine del film dovrà andare in galera, come il vero protagonista della storia a cui si ispira il film (la sceneggiatura è basata su un articolo del The New York Times di uno spacciatore novantenne). E naturalmente coltiva i suoi fiori e sono loro a chiudere il film. E lo sa che non sono meteore di un solo giorno che ha realizzato, pur non dovendosi prendere sul serio. Ed è un buon cavaliere solitario che la valanga dei soldi che riceve per trasportare droga la investe per restaurare locali e bar della sua vita di tanti anni prima, alla ricerca non di una America che non c’è più ma di soddisfare la sua vanità di realizzatore, attore e genitore, che ha avuto la capacità di fare e realizzare quello che ha voluto (trascurando la famiglia, magari!) arrivando al dono della leggerezza che non era facilmente prevedibile per l’ispettore Callaghan. Il film è lui, ovviamente. La stessa storia, raccontata ed interpretata da una altro regista ed un altro attore sarebbe stata un’altra cosa. Non per niente è Clint Eastwood. Quindi andiamo a vedere e divertiamoci con lui, tanto tutto è Vanità. Solo che alcune Vanitas sono migliori di altre non solo in pittura ma anche al cinema. E ai grandi maestri è consentito di divertirsi, e non prendiamo troppo sul serio, in attesa del prossimo dernier regard, perché come diceva la figlia, vogliamo rinunciare a passare due ore con Clint Eastwood?

The Mule, regia di Clint Eastwood, sceneggiatura Nick Schenk, con Clint Eastwood, Alison Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, fotografia Yves Bélanger, prod. USA, 2018.

Neve e fuoco, Jack London va in scena

CONSTRUIRE UN FEU - De Jack LONDON - Mise en scene scenographie et costumes : Marc LAINE - Lumieres : Kevin BRIARD - Son : Morgan CONAN-GUEZ - Video : Baptiste KLEIN - Avec : Alexandre PAVLOFF - Pierre LOUIS-CALIXTE - Nazim BOUDJENAH -
Le 12 09 2018 - A la Comedie Francaise - Photo : Vincent PONTET

Michele Emmer

Fredda e grigia, spaventosamente fredda e grigia si preannunciava la giornata in cui l’uomo abbandonò la pista principale dello Yukon per arrampicarsi sull’alto argine di terra, dove una pista appena segnata e poco battuta portava verso una pista appena segnata.”

Siamo in mezzo alla neve, al ghiaccio, siamo in una landa desolata, fa molto freddo, meno cinquanta. Come si fa a sopravvivere senza avere nessun aiuto, senza la speranza di riuscire a raggiungere un luogo di riparo?

Siamo in Alaska, come la racconta uno dei grandi narratori nord americani, Jack London, in uno dei suoi racconti più intensi To Build a Fire (29 maggio 1902, nella seconda versione più famosa del 1908 dove il protagonista muore). Per salvarsi bisognerebbe non andare mai in luoghi simili da soli, poter contare su altri che possono aiutare, non bisogna mai bagnarsi con acqua, neve o ghiaccio, e se succede, in pochissimi istanti bisogna riuscire ad accendere un fuoco. Un essere umano, da solo, a quelle temperature, se si bagna qualche parte del corpo, è destinato a morire se non riesce almeno ad accendere un fuoco.

Quell’ essere umano non è solo in realtà, è in compagnia di un cane. Un cane che lo segue ovunque, un cane che ha fiducia in lui, un cane che pensa che quell’essere umano a cui si è affidato, troverà sempre una via di uscita. È capace di accendere un fuoco quell’essere umano, lui, il cane, non lo può fare.

Sono stato molto interessato quando ho letto che alla Comédie Française a Parigi mettevano in scena quel racconto che avevo tanto amato da giovane e che avevo riletto più volte. Come dare l’idea di spazi sconfinati, di lande desolate, di una natura non tanto cattiva e ostile quanto del tutto indifferente, come in effetti è, all’avventura umana. Uno spazio primordiale dove l’essere umano è solo, completamente solo, con se stesso, le proprie paure, le proprie angosce, che hanno, in quella situazione specifica tutti i motivi per esser percepite al massimo possibile, data la situazione assolutamente eccezionale. E l’essere umano è portato a pensare in modo naturale che in ogni situazione la propria intelligenza, la propria capacità di trovare soluzioni alla fine prevarrà. E in fondo il cane, che non parla, ma assiste solo agli avvenimenti che succedono, è proprio il personaggio che ha da sempre una grande fiducia nell’umanità rappresentata dal suo padrone, che non ha dubbi che tutto si risolverà per il meglio perché quell’uomo è capace di una grande magia. Sa accendere un fuoco.

Ed entrambi l’uomo e il cane sono fiduciosi che questo accadrà. Anche se sperano che non succeda nulla di irreparabile che non consentirà di accendere quel fuoco. Siamo in attesa di quel fuoco, che inevitabilmente si spegnerà.

Sono rimasto ancora più sorpreso quando ho scoperto che lo spettacolo non veniva messo in scena nella sala grande della Comédie e nemmeno nelle altre sale più piccole della sede storica. Ma bensì in una sala sotterranea, accanto all’ingresso del Louvre, nella piazza sotterranea che si chiama della Pyramide Inversée. Una sala piccola, forse 150 posti, dove non si può nemmeno prenotare il posto.

In cui praticamente non esiste palcoscenico, gli spettacoli si svolgono in basso, in fondo, in uno spazio di 10 metri per cinque più o meno, la sala è a gradoni a scendere.

Dunque il dramma dell’uomo e il suo cane che stanno marciando a cinquanta sotto zero, sotto una tempesta di neve, in un luogo totalmente solitario, lontano da qualsiasi possibile ricovero, ambientato in un luogo così ristretto?

La cosa diventava ancor più interessante. Ho letto la presentazione dello spettacolo. Tre attori in scena e alcune telecamere, non telecamere digitali super tecnologiche, ma piccole telecamere fuori moda, che riprendevano la scena, in bianco e nero. Me lo ero sempre rappresentato in bianco e nero il dramma. Il color della neve, il bianco, tutto il resto sfumature di nero.

I tre personaggi sono il cercatore d’oro che marcia nella neve, e che non parla mai, se non quando sta morendo. Si lamenta, soffre, mugugna, piange ma non parla mai. Poi c’è un attore in scena che è la voce narrante che non interviene nella storia ma la racconta, la commenta. Il terzo è il cane, che pensa, commenta, cerca, vuole capire.

Quale poteva essere la scenografia per uno spazio così angusto per rappresentare un dramma che si svolge in spazi sconfinati, con il vento, la neve?

Certo in scena c’è della neve sintetica che riempie il pavimento, dove marcia, muovendosi restando ovviamente sul posto dato che lo spazio fisico della scena è pochissimo. E c’è anche in piccolo pino, non più alto di due metri.

Sullo sfondo uno schermo, come avevo capito ci sono in scena le tre telecamere, di cui una mobile che sarà utilizzata dalla voce narrante per raccontare. E poi a destra e a sinistra della scena ci sono due piccole maquette di poco più di un metro per mezzo metro. In una come sfondo sono dipinte in bianco e nero delle silhouette di montagne con una luna sullo sfondo coperta dalle nubi, sull’altra della neve finta ovviamente e tre alberelli che saranno alti 10 centimetri.

E la prima reazione è di stupore. Quella sarebbe la landa desolata, dove l’uomo, dove l’umanità è destinata a soccombere? Il dramma non diventerà magari una farsa?

E lo spettacolo comincia. Il cercatore d’oro comincia a marciare e continuerà a farlo per molto tempo. (Lo spettacolo dura meno di un’ora e mezzo). E noi lo vediamo che cammina a pochi metri da noi, nella neve finta. Vestito da cercatore d’oro dei primi novecento, sembra un barbone, un clochard. E si lamenta, ha freddo, cammina. Ripete che le regole sono di non andare mai da solo a meno cinquanta, di non bagnarsi, in caso di accendere subito un fuoco. E sullo schermo compare lui stesso che cammina e sullo sfondo inquadrata da un’altra telecamera la prima delle due maquette. E la meraviglia scatta: l’uomo cammina stando fermo, tutto è finto, tutto è piccolo, ma dopo un poco sentiamo freddo, cominciamo a soffrire con quell’uomo che cammina, sappiamo come finirà, ma questo non importa a nessuno, dobbiamo vivere la nostra vita, il cercatore vuole vivere la sua. È preoccupato ma non ha dubbi, ce la farà, malgrado la neve, il freddo, il ghiaccio. Non sappiamo perché ha lasciato i suoi compagni che hanno preso un’altra strada. Spirito di avventura? In una situazione estrema? Mettersi alla prova? Incoscienza? Suicidio? Lui si mostra fiducioso. E anche il suo cane è fiducioso, si è sempre fidato del padrone, ha sempre trovato le soluzioni. Però è nuovo di quelle zone, un dubbio il cane lo ha. È un chechaquo come lo definisce London. Perché da soli?

I tre attori, le tre telecamere, uno dei tre attori che film a mano e l’illusione è perfetta perché siamo coinvolti dalle parole che fanno scattare l’immaginazione, non vediamo più tre persone, una neve finta, due maquette ridicole che vogliono rappresentare la foresta.

Il silenzio è assoluto in sala, si sta vivendo il dramma di un uomo solo, con il cane, a meno cinquanta, in Alaska. Ed accade quello che deve accadere, il ghiaccio copre l’acqua e si bagna il cercatore, deve cercare di togliersi subito i tessuti bagnati e deve accendere un fuoco. E in scena vediamo i suoi tentativi e riesce, e compare un “vero” fuoco per pochi istanti, poi sul video, ed è l’unico effetto speciale, si fa per dire, quel fuoco è una minuscola animazione.

La fiamma l’ottenne avvicinando un fiammifero ad una sottile scorza di betulla che aveva in tasca…Sapeva che non poteva permettersi di sbagliare.” Ma L’uomo commette un errore. Mai accendere un fuoco sotto un albero pieno di neve. La neve cade e spegne il fuoco. E la voce narrante continua a seguire con la telecamera a mano la faccia, l’espressione del cercatore. Che si fa cupa. Ma ripete che adesso riproverà, ha ancora fiducia. Le mani si gelano, non riesce ad accendere il fuoco, sa che bastano pochi istanti. Il cane comincia a preoccuparsi, lui, il mago del fuoco, perché non lo accende, che anche lui, il cane ha freddo. Ma non si muove ancora, non scappa. Spera, anche il cane.

E il cercatore è ora in ginocchio, spalle agli spettatori e noi vediamo solo il narratore davanti a lui che racconta, senza telecamere, che cosa sta succedendo all’’uomo solo. L’uomo sta cominciando a rendersi conto, sente i sintomi del congelamento, sa che non potrà più fare nulla, che il suo destino è segnato, la morte sta arrivando. Il cane capisce che il mago del fuoco lo sta tradendo.

L’uomo che sta morendo comincia per la prima volta a parlare e parla di quello che sta succedendo, del suo fallimento, e alla fine resterà fermo spalle al pubblico, congelato.

Il cane “sostò ancora un attino, ululando sotto le stelle che tremolavano e danzavano, e brillavano nitide in cielo. Poi si volse, e si diresse trotterellando verso l’accampamento che ben conosceva, dove si trovavano gli altri procacciatori di cibo, e di fuoco.”

Silenzio nella sala, quel silenzio che si sente raramente a teatro quando finisce uno spettacolo. E poi applausi, applausi. È finito e si accendono le luci e tutto diventa di nuovo finto, mentre fino ad allora era irreale.

Il regista, autore della riduzione scenica, scenografo e autore dei costumi racconta nel programma di scena che quando decise di mettere in scena il racconto di London ha chiesto esplicitamente quello spazio ridotto. Voleva far funzionare lo spettacolo esattamente in quello spazio. “Il progetto consisteva da un lato nel mio amore per questo testo e di una sfida scenografica.” Creando l’illusione di spazi infiniti, facendo riflettere chi osserva lo spettacolo sulla tragedia della condizione umana. “Un’allegoria incredibile. Un evidente combattimento perduto sin dall’inizio.” In quella landa desolata, con un freddo assurdo, il gelo, la neve, la sofferenza, la morte.

Uno spettacolo che stimola l’immaginazione, la fantasia, che coinvolge il pubblico, con mezzi semplicissimi, sono i volti e le parole, come deve essere per il teatro di gran classe, quando alle spalle sta una delle più affascinanti storie mai raccontate da quell’incantatore che era Jack London.

Construire un feu, di Jack London

versione scenica, regia, scenografia e costrumi Marcel Lainé,

traduzione Christine Le Boeuf,

con Alexander Pavloff, Pierre Louis Calixte, Nazim Boudjenah.