Follia e discorso

Paolo B. Vernaglione

"Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne". Nel 1970 Michel Foucault scrive l'introduzione all'opera linguistica dell'autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l'Homme (1900), compresa nel primo volume dell'Archivio, ripubblicato nell'impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive e Subjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d'anni, se va bene... Nel frattempo è consigliabile leggere l'edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest'edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, "copre" gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell'età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L'archeologia del sapere (1969), e L'ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull'origine delle lingue, non ricostruìta nell'ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l'archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l'uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l'archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un'indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un'analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del "senso comune" di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l'età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle "antiche" grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l'"uomo", in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d'Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l'introduzione (1971) all'Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l'affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell'ambito e del limite: qui l'esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell'esistenza, cioè di una "natura" ineguale dello scambio, di una logica d'esclusione e di una pratica di dominio.

L'archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle "Annales" avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell'irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell'economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell'introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d'interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un'interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una "catena" parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell'attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come "sonno antropologico", è interrotto alla scadenza dell'"epoca classica" dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell'intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell'evidenza di un esteriorità del "sè" che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del "dire il vero", lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un'idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

 

alfadomenica giugno #3

DELEUZE e DEMICHELIS su FOUCAULT – LA MONETA DEL COMUNE - CARBONE _ Semaforo - MARMO _ Poesia - CAPATTI _ Ricetta*

IL SAPERE. CORSO SU MICHEL FOUCAULT
Gilles Deleuze

Anticipiamo qui un estratto dal volume Il sapere in libreria nei prossimi giorni per ombre corte. Con questo volume inizia la pubblicazione del Corso che Gilles Deleuze dedicò all’opera dell’amico a un anno di distanza dalla scomparsa. Sotto il titolo Il sapere – seguendo il suggerimento che lo stesso Deleuze sembra indicare individuando tre assi di sviluppo nell’opera di Foucault: il sapere, il potere e il desiderio – si presentano le prime otto lezioni, tenute tra l’ottobre e il dicembre del 1985.
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LA VERITÀ SECONDO FOUCAULT
Lelio Demichelis

Ogni libro di Michel Foucault è una autentica avventura intellettuale per il lettore. Per i contenuti, sempre in movimento, mai sistema chiuso. Per il modo di ragionare e di portare il lettore a ragionare. E lo sono soprattutto i Corsi tenuti da Foucault al Collège de France e che Feltrinelli – con un’opera meritoria – sta pubblicando nella collana Campi del sapere. Come quest’ultimo, Del governo dei viventi, trascrizione del Corso tenuto agli inizi del 1980.
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LA MONETA DEL COMUNE. UN LABORATORIO DI DISCUSSIONE

Segnaliamo un convegno: La sfida della Moneta del comune e dell’istituzione finanziaria del comune: quali alternative reali? Un primo laboratorio di discussione (a cura di Effimera - 21 e 22 Giugno a Milano). La moneta oggi è puro segno. Ciò ci offre una opportunità, in quanto sfugge ad un controllo diretto istituzionale e disciplinare. Cionondimeno, essa non può staccarsi completamente dal motore della ricchezza, cioè il lavoro, concepito non tanto come lavoro salariato o non, certificato da rapporti di potere all’interno del mercato del lavoro, ma come espressione della cooperazione sociale e del General Intellect, del “comune”.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

MARINA WARNER Fiabe _ MASUDA SAYO Geishe _ CAITLIN DEWEY Guru _ ALAIN MABANCKOU
Pensatori.
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EDERA OVUNQUE - Poesia
Giovanna Marmo

Inutile che mi fotografiate il viso, somiglio a chiunque.
Cambio il mio trucco di continuo, indosso costumi diversi.
Ho un corpo che vale per tutti, che diventa ogni cosa.
Sono l’alieno che può essere visto solo dalla mia finestra.
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MELBA - Ricetta
Alberto Capatti

I moltiplicatori numerici applicati ai nomi dei piatti suonano male e suggeriscono una abbondanza fasulla, una convivenza forzata e una indeterminatezza di fondo.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il sapere. Corso su Michel Foucault (1985-1986)

Gilles Deleuze

Anticipiamo qui un estratto dal volume Il sapere in libreria nei prossimi giorni per ombre corte. Con questo volume inizia la pubblicazione del Corso che Gilles Deleuze dedicò all’opera dell’amico a un anno di distanza dalla scomparsa. Sotto il titolo Il sapere – seguendo il suggerimento che lo stesso Deleuze sembra indicare individuando tre assi di sviluppo nell’opera di Foucault: il sapere, il potere e il desiderio – si presentano le prime otto lezioni, tenute tra l’ottobre e il dicembre del 1985. Deleuze si propone di elaborare una ricostruzione sistematica del pensiero di Foucault, considerato come filosofo a tutti gli effetti. L’itinerario proposto parte da quello che viene colto come un primo asse, relativo al problema e al concetto di sapere. L’analisi sulle condizioni di possibilità dell’enunciabile e del visibile sfocia in una ricerca filosofica sull’essere del linguaggio e della luce, in opposizione allo strutturalismo, alla fenomenologia e alla linguistica. A emergere è una concezione complessa e originale dei legami tra le visibilità e gli enunciati, che si definisce mettendo Foucault in relazione con Kant e Blanchot, con il cinema di Syberberg, degli Straub o di Duras, oltre che con la scrittura di Raymond Roussel.

Dalla prima lezione (22.10.1985)

Oggi vorrei cominciare tastando in qualche modo il terreno. Vi faccio una richiesta, una richiesta a fidarvi dell’autore che studiate. Fidarsi dell’autore significa procedere tastando il terreno. Prima di comprendere a fondo i problemi che un autore pone è necessario, diciamo... rimuginare un bel po’. Bisogna assemblare e raggruppare le varie nozioni che ha inventato. Bisogna mettere a tacere le voci interne che muovono obiezioni, quelle che dicono troppo presto: “Ma qui c’è qualcosa che non va”. Insomma, bisogna lasciarlo parlare. Per capire bene il senso che dà alle parole, si deve analizzare la frequenza con cui esse compaiono. Bisogna inoltre mostrare sensibilità nei confronti del suo stile e delle sue ossessioni, anche se non è mai semplice. Ma anche il pensiero di Foucault non è semplice, perché è un pensiero che inventa le proprie coordinate e si sviluppa secondo i propri assi. A mio parere, il primo di questi assi è quello che Foucault chiama “archeologia”. L’archeologia è la disciplina degli archivi. Foucault cercherà di spiegare che cosa sono gli archivi in uno specifico libro, L’archeologia del sapere. Ma non prendiamo tutto alla lettera.

Il primo periodo di Foucault, direi da Storia della follia a Sorvegliare e punire, ruota attorno agli elementi che ci permetteranno di definire l’“archivio”. Senza dubbio l’archivio ha qualcosa a che fare con la storia, ha per oggetto una formazione storica. Gli archivi rinviano a formazioni storiche. A prima vista, questi sembrano solo giri di parole che non ci fanno fare passi avanti. L’archivio è sempre l’archivio di una formazione. Che cos’è una formazione storica? Foucault in L’uso dei piaceri, dunque in uno dei suoi ultimi libri, afferma che i suoi lavori sono “studi di ‘storia’”, “ma non lavori di ‘storico’”1. Foucault era in stretti rapporti con i fautori della nouvelle histoire, in sostanza gli allievi di Braudel, la cosiddetta “Scuola delle Annales”. Ma un rapporto può essere molto complesso. Foucault lo dice esplicitamente: non sono uno storico, sono e resto un filosofo. Eppure un’ampia parte del suo lavoro riguarda le formazioni storiche. Foucault replica: d’accordo, sono studi di storia, ma non il lavoro di uno storico. Che cosa vuole dire? L’affermazione viene precisata sempre in L’uso dei piaceri: “Non aspettatevi da me né una storia dei comportamenti né una storia delle mentalità”2. Qui l’allusione è chiara. Infatti la Scuola delle Annales, o almeno una parte, proponeva una storia dei comportamenti e delle mentalità. Che cos’è, per esempio, una storia dei comportamenti? Anche qui abbiamo solo cenni molto sommari. Penso però a un libro di storia molto interessante, Les hommes et la mort en Anjou aux XVIIe et XVIIIe siècles3. Come si muore in Anjou? Ottima domanda: questa è la storia di un comportamento, il comportamento della morte. Si potrebbe anche scrivere una storia su come si nasce. Per esempio, come si nasce in Piccardia in un dato periodo storico. Capite bene come per tutto ciò siano necessari gli archivi.

Ma Foucault ci dice: “non scrivo una storia dei comportamenti”. Si può pensare una storia dell’istinto materno, è stato già fatto. Insomma, il potenziale campo per una storia dei comportamenti è infinito. Come si mangia? Come si muore? Come ci si sposa? Come si crescono i figli? Come si partorisce? E così via. Ci può essere sia una storia dei comportamenti sia una storia delle mentalità. Credo che in molti all’inizio abbiano preso il lavoro di Foucault come una storiografia di tale genere. Per questo il nostro autore è stato associato così strettamente alla nouvelle histoire. Ma Foucault ci dice chiaramente: non ho nulla a che vedere con tutto ciò. Questo non significa affatto che egli sostenga che tali argomenti non siano interessanti, ma solo che non sono il suo problema. Ma allora che cosa gli interessa? All’improvviso, ecco una luce, che compare se avete letto un po’ di Foucault, o meglio ancora se l’avete letto molto. Se quello che gli interessa non sono i comportamenti, allora che cosa gli sta a cuore? Il “vedere”. Le ricostruzioni storiche di Foucault ruotano sempre attorno al “vedere”. Voi direte che oltre ai comportamenti non c’è nulla da vedere. Non per Foucault.

Procediamo con calma, la questione è molto complicata. Per Foucault, il vedere e i comportamenti cadono sotto due categorie ben diverse. Che cosa gli interessa quindi? Il “parlare”. Ma, si potrebbe aggiungere: “Le parole non rispecchiano forse mentalità?” Non per Foucault. È addirittura il contrario. Anche se non sarà facile, bisogna abituarsi all’idea che il vedere non è un comportamento come tutti gli altri, ma la condizione di tutti i comportamenti di una determinata epoca. Il parlare non è l’espressione di una mentalità, è la condizione delle mentalità di un’epoca. In altre parole, quando scrive di parlare e vedere, Foucault vuole superare una storia dei comportamenti e delle mentalità per innalzarsi a considerare le condizioni dei comportamenti storici e delle mentalità storiche. Che cosa può giustificare una simile ambizione? Sta a noi cercare di scoprirlo.

Per Foucault il parlare e il vedere non sono variabili dei comportamenti o delle mentalità, ma condizioni alla loro base. La sua è una ricerca delle condizioni delle formazioni storiche. Che cosa si “dice” e che cosa si “vede” in una certa epoca? Per il momento definiamo un’epoca con parole molto inesatte (ma cambierà man mano che procediamo). Ogni epoca può venire definita, ci sembra, prima di tutto in base a ciò che vede e fa vedere, e in base a ciò che dice. Vedere, far vedere e dire non si collocano sullo stesso livello del comportarsi in un certo modo o dell’avere questa o quella idea. Un regime del dire è la condizione di tutte le idee di un’epoca. Un regime del vedere è la condizione di tutto ciò che fa un’epoca. Ovviamente, ancor prima di aver capito, dieci o dodici obiezioni ci balzano alla mente. Calma! Aspettiamo. Erigere il vedere e il parlare a “condizioni” è cosa molto insolita. Indaghiamo. Dopotutto, può darsi che io mi sbagli. Se mi sbaglio, quello che dico non troverà conferma. Cerchiamo allora delle conferme. Proviamo a fare uno schema. Metto “vedere” da un lato e “parlare” dall’altro. Provo a completare lo schema in modo da essere sicuro di non tradire Foucault ancora prima di cominciare.

Mi rivolgo immediatamente, tralasciando l’ordine cronologico, a Le parole e le cose. Voi mi direte: ma le cose non sono solamente ciò che è visibile? Le parole e le cose, che dualismo strano! In fin dei conti, le cose sono visibili e le parole sono dicibili. Evidentemente questo non basta. Foucault sarà il primo a sconfessare il titolo del libro. Dirà: non è stato affatto capito quel che intendevo con “le parole e le cose”, questa espressione non significa le parole e non significa le cose. Il titolo deve essere inteso in chiave ironica4. L’ironia è sfuggita al primo sguardo. Una volta alle scuole elementari c’erano due discipline fondamentali: la lezione sulle cose19 e la lezione sulle parole, quella di grammatica. C’era l’ora in cui si studiavano le saline, e si mostrava una salina, o meglio l’immagine di una salina. La salina visibile, o l’ombrello visibile o, diciamolo pure, la pipa visibile. Questa era la lezione sulle cose. Il maestro diceva: questo è una pipa, questo è una salina. Poi nell’ora successiva c’era la lezione di grammatica, e allora si entrava nell’ordine del dire, diverso da quello del vedere. E se il dire è cosa diversa dal vedere, il dire “questo è una pipa” necessariamente si legge “questo non è una pipa”. Ovvero il dire non è il vedere.

La lezione sulle cose e la lezione di grammatica rinviano al libretto di cui parlavo, quello in cui Foucault commenta Magritte. Il quadro di Magritte, il disegno di una pipa, è la lezione sulle cose. Il titolo del quadro è Questo non è una pipa. Giocoforza, “questo è una pipa” diventa “questo non è una pipa”, nella misura in cui dire non è vedere. Se quello che vedo è una pipa, quello che dico, necessariamente, non è una pipa. Presto capiremo che cosa significa. Da cose e parole (prima coppia), siamo slittati a lezione sulle cose e lezione di grammatica (seconda coppia), o, se preferite, il disegno e il testo, come Foucault ci dirà in Questo non è una pipa. Arriviamo dunque a una terza coppia: disegno-testo. Il tema della terza coppia, “visibile-enunciabile”, torna costantemente in uno specifico libro di Foucault: Nascita della clinica. Che cosa rende visibile la malattia, all’epoca di cui il libro tratta? Il sintomo è ciò che fa vedere una malattia. Allo stesso tempo, la malattia non è solo l’insieme dei sintomi, cioè il visibile. È anche l’enunciabile, è una combinazione di segni. Tanto quanto il sintomo è visibile, il segno è leggibile. Il “visibile” e il “leggibile” non sono la stessa cosa. Il visibile e l’enunciabile, sul piano delle malattie, ma anche su quello della formazione della clinica e dell’anatomia patologica, costituiscono l’oggetto di Nascita della clinica.

Gilles Deleuze
Il sapere
Corsi su Michel Foucault (1985-1986)/1
Introduzione di Massimiliano Guareschi
ombre corte (2014), pp. 269
€ 23,00

NOTE

  1. Foucault, L’uso dei piaceri, cit., p. 14. Quella di Deleuze è una parafrasi. Il testo della traduzione italiana è: “Gli studi che seguono, come altri che avevo intrapreso precedentemente, sono studi di ‘storia’ per il campo che investono e i riferimenti che assumono; ma non sono lavori ‘di storico’”. []
  2. Foucault non parla propriamente di “mentalità”, ma di “comportamenti”. Cfr. Foucault, L’uso dei piaceri, cit., p. 9. []
  3. François Lebrun, Les hommes et la mort en Anjou aux XVIIe et XVIIIe siècles. Essai de Démograpfie et de psicologie historique, Mouton, Paris-La Haye 1971. []
  4. Michel Foucault explique son dernier livre (Intervista con J.-J. Brochier), in “Magazine littéraire”, 28, aprile-maggio 1969; ora in Michel Foucault, Dits et écrits (1954-1988), tome I: 1954-1975, Gallimard, Paris 2001. []

La verità secondo Foucault

Lelio Demichelis

Cos’è la verità? Dove si trova e soprattutto, come cercarla e poi trovarla se la verità spesso si nasconde e se poi, dopo averla magari trovata fatichiamo ad accettarla, soprattutto se mette in discussione la falsa verità in cui credevamo prima di sapere la vera verità? E ancora: a quale verità credere, a quella del potere, dei sistemi organizzativi autopoietici e autoreferenziali, a quella religiosa, alla falsa verità dell’ideologia, a quella di noi stessi su noi stessi, a quella della psicanalisi su di noi, a quella da portare in tribunale con la testimonianza?

Ma soprattutto: abbiamo ancora davvero la voglia (il bisogno personale, intellettuale, da cittadini liberi e autonomi) di sapere la verità (in particolare nell’Italia dei misteri e dei comportamenti omertosi del potere), oppure nella società dello spettacolo in cui tutto è immagine e immaginario precostruito e niente sembra più reale e quindi vero, la verità ha perso di significato e non è più un valore, tutti preferendo la finzione? E quale verità è possibile in un mondo in cui il selfie è l’unico modo per dimostrare di esistere e di essere (o di sentirsi) veri; in cui la realtà virtuale (il falso vero) ci attrae più della realtà reale (il vero vero, o almeno un vero più verosimile); in cui il mantra esistenziale di molti è quello di negare, negare sempre; in cui anche l’Europa come potere ha prodotto una falsa verità (un falso sapere) – l’austerità e il pareggio di bilancio come via virtuosa per rilanciare la crescita economica – una verità falsa fatta diventare vera sotto il dogma (e i dogmi di fede o economici devono essere creduti come veri senza se e senza ma) del neoliberismo e del mercato; quale verità in un mondo dove Assange e Snowden, portatori di verità e dissidenti del potere, sono già stati dimenticati?

Ogni libro di Michel Foucault è una autentica avventura intellettuale per il lettore. Per i contenuti, sempre in movimento, mai sistema chiuso. Per il modo di ragionare e di portare il lettore a ragionare. E lo sono soprattutto i Corsi tenuti da Foucault al Collège de France e che Feltrinelli – con un’opera meritoria – sta pubblicando nella collana Campi del sapere. Come quest’ultimo, Del governo dei viventi, trascrizione del Corso tenuto agli inizi del 1980. Partendo dal concetto di ‘governo’ sviluppato nei Corsi precedenti – ‘governo’, ovvero le tecniche e le procedure destinate a ‘dirigere le condotte’ degli uomini, sia esso il governo dei figli, della casa, delle anime e delle coscienze o di uno stato e infine (nei Corsi successivi a questo) soprattutto il governo di se stessi – in realtà qui Foucault abbandona, come altre volte, l’obiettivo dichiarato per portare il lettore (allora, l’ascoltatore delle sue lezioni) su strade diverse ma altrettanto affascinanti.

Analizzando appunto il rapporto degli uomini con la verità, senza dimenticare l’obiettivo di immaginare “la non-necessità del potere, qualunque esso sia”. Perché l’occidente – e questa Europa terra del tramonto – un occidente dalla potentissima volontà di potenza e ostinato nella sua concezione di verità (ieri cristiana e oggi razionale/economica e tecnica) è anche il luogo – ha dovuto essere il luogo - dove è nata quella modalità di esercizio del potere dove il ‘governo’ degli uomini impone a coloro che sono governati non solo atti di obbedienza e di sottomissione, ma appunto anche ‘atti di verità’, per cui a ciascuno si chiede non solo di dire il vero, ma di dire il vero riguardo a se stessi (la confessione, appunto; oggi forse la psicanalisi; oppure e in altro modo l’es-porsi incessante di tutti in rete). Mentre un ‘regime di verità’ è l’intreccio di ciò che obbliga gli individui ad alcuni ‘atti di verità’ dicendo come questi ‘atti’ devono essere compiuti.

Foucault richiama concetti antichi e poco usati, come quello di aleturgia, cioè l’insieme delle procedure con cui si porta alla luce ciò che deve essere inteso come vero in opposizione al falso – e Foucault ricorda che non vi è esercizio del potere senza aleturgia, ovvero il potere produce la propria verità e quella è la verità. Dunque, se il titolo del Corso richiama ancora un concetto legato alla biopolitica, nella realtà queste lezioni parlano non di un governo delle popolazioni, ma del ‘governo degli uomini attraverso la verità’. Partendo dall’imperatore romano Settimio Severo e dal suo bisogno di costruire una verità che legittimasse il suo potere, passando per l’Edipo Re di Sofocle (la ricerca della verità, per Edipo) e arrivando all’analisi delle tre grandi pratiche di potere con cui il cristianesimo ha stretto il suo legame pastorale con gli uomini come singoli e come gregge: il battesimo, la confessione e la direzione di coscienza.

In realtà, così dice Foucault, questo Corso produce un nuovo spostamento nel suo pensiero (anche se “è evidente che non ci si sbarazza facilmente di ciò che si è pensato”). Il primo era stato quello dal concetto di ‘potere’ (dove “la verità è legata strettamente a sistemi di potere che la producono e la sostengono e a effetti di potere che essa induce e che la riproducono”; e dove ‘sapere’ e ‘potere’ si rafforzano e si accrescono reciprocamente) a quello appunto di ‘governo’. Foucault dichiara di volersi ‘sbarazzare’ della sua precedente chiave interpretativa giocata su ‘sapere’ e ‘potere’. Per passare a quella – appunto - di ‘governo attraverso la verità’.

Se di ‘verità’ e di meccanismi di veridizione si era già occupato in altri Corsi o in Sorvegliare e punire, qui Foucault analizza non tanto come il potere produce verità e crea un sistema di veridizione e di costrizioni più o meno evidenti sui soggetti che devono accettare e introiettare quella verità, ma studia la verità come insieme di obblighi a cui un soggetto si sottomette nel momento in cui diventa agente, replicatore di una certa verità. Per cui la confessione è certo ‘atto di verità’ per eccellenza, ma il ‘regime di verità’ cristiano è in realtà prodotto dall’intreccio tra ‘obbligo di credere’ e obbligo di ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’ e vedere e dire la propria verità.

Se dunque nel precedente schema fondato sul rapporto tra ‘potere’ e ‘sapere’ ogni soggetto si trovava assoggettato passivamente ad un ‘regime di verità’ prodotto esternamente da sé, in questo ‘governo attraverso la verità’, il soggetto sarebbe parte anche attiva. In realtà, questo spostamento concettuale di Foucault sembra più formale che sostanziale (ma proprio questo ci impone, grazie a Foucault, un ulteriore approfondimento del tema della verità) e il gioco tra ‘sapere’ e ‘potere’ e ‘verità’ è ancora ben presente. Perché la distinzione tra meccanismi di verità prodotti dal rapporto tra ‘sapere’ e ‘potere’ e quelli prodotti dal ‘governo attraverso la verità’ sembra sottile e quasi inesistente (i secondi discendendo comunque dai primi).

Il soggetto/individuo resta passivo (è sempre oggetto di ‘sapere’ e di una verità eteronoma, anche se la fa diventare propria e personale), pure nella confessione, anche nel ‘regime di verità’ del cristianesimo. E il potere produce ancora e sempre più intensamente la verità utile solo al proprio potenziamento e alla propria infinita riproducibilità, facendola introiettare a ciascuno – e oggi il ‘regime di verità’ del capitalismo impone un ‘obbligo di credere’ (nel mercato, nella mano invisibile) e poi chiede a ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’, riproducendo e convalidando quella verità comunque eteronoma e prodotta dal sapere-potere capitalista, ciascuno infine dovendosi giudicare o meno come ‘peccatore’, cioè domandandosi: sono un buon capitalista? sono abbastanza imprenditore di me stesso? so vendermi bene sul mercato? ho un buon ‘capitale’ umano?

Nel 1983 e nel 1984, Foucault tornerà sul tema della verità - ma in un modo ancora diverso, nel suo lavoro di ulteriore scavo sotto l’apparenza - nei due Corsi sul Governo di sé e degli altri e su Il coraggio della verità. Riprendendo e rilanciando il concetto di parresia, di ‘dire il vero’, di ‘parlare franco’: pratica virtuosa di libertà (ma oggi dimenticata, per le ragioni dette all’inizio) posta, come deve essere fuori dalle e contro le istanze del potere. Ricordando come il ‘coraggio della verità’ sia il fondamento della democrazia (e della libertà).

Michel Foucault
Del governo dei viventi
Corso al Collège de France 1979-80
a cura di Deborah Borca e Pier Aldo Rovatti
Feltrinelli (2014), pp.384
€ 35,00