Santiago Cirugeda. L’architettura è una strategia politica

Intervista di Virginia Negro

L’architettura è una forma di comunicazione di massa, ci ha spiegato Umberto Eco in Opera Aperta. La differenza con gli altri media, come la televisione o la stampa, è il suo particolare campo d’azione: lo spazio, per definizione modificabile quotidianamente attraverso l’uso che noi cittadini ne facciamo.

Negli ultimi anni l'architettura ha spesso trascurato fattori come funzionalità e sostenibilità, per esaltare estetica e spettacolarità. Tendenze come il city marketing hanno trasformato l’architetto in un designer, accantonando la funzione di guardiano e creatore dell'habitat urbano. Con la crisi però le esigenze sono tornate a essere ben più elementari - come ad esempio riutilizzare spazi in disuso - e sono nate teorie e pratiche alternative sul modo di intendere la città.

Una è la cosiddetta Architettura sociale, e Santiago Cirugeda è sicuramente tra le figure più rappresentative di questa controtendenza. Sivigliano, classe 1971, la sua fama ha oltrepassato i confini iberici dopo aver partecipato più volte alla biennale di Venezia e di Rotterdam, senza contare le personali in tutto il mondo, da Tokyo a New York. Il suo sito Recetas Urbanas, è un vero e proprio ricettario di consigli fai da te volto al recupero di quartieri, strade, spazi abbandonati. Secondo Santiago il punto centrale sta nel coinvolgimento della cittadinanza nell’autocostruzione. Deviare e affrontare i problemi con soluzioni imprevedibili, approfittando di lacune nella legislazione urbanistica.

La sua pagina web e il suo stesso lavoro prevedono una parte di formazione in cui si insegna come recuperare fondi e strumenti e come organizzare il lavoro. Sono nati così parchi giochi per bambini dove prima c’erano parcheggi abbandonati, centri culturali con aule perfettamente insonorizzate dove si riuniscono compagnie teatrali, gruppi musicali eccetera. Intervistarlo non è stato difficile, Santiago è disponibile e appassionato.

Quali sono dal tuo punto di vista i problemi di un’architettura e di un urbanismo intesi in senso tradizionale?

Se per tradizionale si intende quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni… è piuttosto lontano dal pensiero proposto da quei sociologi e architetti - e sono molti - che parlavano di potenziare il diritto alla città, che poi significa il diritto a svilupparsi come individuo e collettività. Guardando alle città europee, dove – presumibilmente – lo Stato ha assicurato educazione, sanità, diritti sociali in generale, il cittadino si è trasformato in un consumatore sottomesso a una politica pubblica venduta al mercato più selvaggio. La mossa più offensiva è stata quella di trasformarci in investitori nel momento in cui sviluppavamo il nostro diritto a una casa. Quello che è successo qui in Spagna con la bolla immobiliare. Finalmente si poteva avere una proprietà (o più d’una), anche una ben al di sopra delle nostre possibilità, e ci hanno fatto credere che in qualunque momento avremmo potuto venderla.
Urge recuperare la coscienza critica e liberarci da un urbanismo manipolato da agenti economici e politici e in cui la cittadinanza ha perso la sua capacità di intervento.

Come vedi il futuro delle città in Spagna e in Europa? Cosa ti spaventa?

La paura è sempre quella che la cittadinanza perda la capacità di avanzare proposte e di mettere in discussione le cose, cioè che la condizione della creatività e libertà umana, disposizioni naturali e innate, finiscano per essere manipolate. Per questo è così entusiasmante vedere collettivi e gruppi di giovani che si organizzano. Noi, da Recetas urbanas alla rete arquitecturas colectivas  pianifichiamo strategie congiunte, con armi legali, attraverso l’architettura, la partecipazione sociale agendo sugli interstizi del diritto.

Come vivi la relazione tra il tuo lavoro e il momento di crisi del tuo paese?

Mi sono formato in parte in America Latina, dove la situazione è estremamente diversa, lì si parte dal fatto che lo Stato ha perso ogni possibilità di risolvere i problemi della collettività, quindi è la cittadinanza che si trova a doverlo fare. In questo momento preferisco lavorare nel mio paese che è un disastro, però non ho smesso di collaborare con l'America Latina, e tra le urgenze più pressanti c’è quella di insistere sul rischio che corrono nel seguire politiche simili alla nostra. Adesso sto lavorando soprattutto a Siviglia, e sto viaggiando molto in Spagna, dove, con alcune associazioni, studiamo delle alternative possibili. Mettiamo in pratica un altro tipo di politica, con la speranza di migliorare ogni giorno, raccogliendo il contributo di tutti e migliorando il nostro supporto legale.

Hai diversi collaboratori italiani, vedi una differenza nel modo di intendere e vedere l’architettura?

Per cultura, diritto e territorio abbiamo molto in comune. Ho avuto a che fare con molti collettivi e gruppi diversi in Italia, da Napoli a Milano, e cerchiamo di mantenere questo trait d’union sul lavoro. Il consiglio all’Italia è quello di rinforzare la rete tra le varie realtà, per poter lavorare insieme con più forza. Alla fine è questa la lotta a cui mi riferisco, perché siamo più forti quando lavoriamo insieme, anche nelle differenze.

Sul rischio manicheo di certe Ztl

Ornella Tajani

«Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, tutta intarsi e incastonature.

Si crede pure che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che c’è di spregevole e d’indegno; una città infera di pattumiere rovesciate da cui franano croste di formaggio, carte unte, vecchie bende». La citazione, rimaneggiata da Le città invisibili di Italo Calvino, si presta a efficace immagine della marcata polarizzazione che si verifica oggi nelle grandi città: laddove il centro aspira a un modello sempre più ideale, in cui vige un preciso codice di bellezza da rispettare, il resto della città sembra destinato a raccogliere tutto ciò che non soddisfa determinati standard estetici.

Così, in un’area urbana che somiglia a una scatola di legno grezzo, si racchiude quel che somiglia a un gioiello da sfoggiare nelle grandi occasioni: dove si godono i panorami più belli e si visitano gli edifici storici; dove non v’è traccia di pompe funebri o posti di pronto soccorso; dove non ci si ammala e non si è infelici, non si muore e spesso neanche si vive, se si pensa ad alcuni casi di esodo verso i sobborghi; dove vanno i turisti, e i cittadini solo quando non hanno niente da fare.

Se la periferia finisce, come rilevava Pierandrea Amato nel suo lavoro La rivolta del 2010, «col delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», l’area urbana al di fuori del centro pare invece destinata a quella porzione di vita cittadina non particolarmente interessante da un punto di vista decorativo.

Di questa operazione manichea un aspetto non trascurabile mi sembra essere la pedonalizzazione. Ormai, davanti a una foto di piazza Navona o di piazza del Duomo a Milano piene di automobili, il nostro occhio classifica istantaneamente l’oggetto come reperto d’epoca. Questo perché oggi il centro storico delle città italiane è sempre, o quasi, una zona a traffico limitato: è un modo per preservare le bellezze storico-artistiche e consentirne una migliore fruizione. Ma – verrebbe da chiedersi con le parole che pare avesse usato l’architetto Kenzo Tange, quando l’allora sindaco di Napoli Bassolino gli mostrò per la prima volta piazza del Plebiscito chiusa al traffico – «e adesso le auto dove sono?».

Le auto – altro elemento antiestetico – sono espulse dallo scrigno. È naturale, si dirà: le auto inquinano l’aria e la bellezza del luogo. Il centro è fatto per la promenade. Eppure, azzardando ma non troppo, la sensazione è che il messaggio subliminale non sia tanto «se vuoi, puoi passeggiarci», ma piuttosto «se vuoi passeggiare, devi farlo qui (e là invece no)». Non è difficile prevedere – sta già accadendo – che, seguendo questo modello di pascolo forzato, qualsiasi amministrazione comunale investirà sempre più fondi nella cura del centro, nell’obiettivo di renderne il suolo gradevolmente calpestabile, mentre si occuperà sempre meno di consentire in altre aree urbane la presenza di pedoni.

Lungi da qualsiasi velleità apocalittica, basta rifletterci un istante e non sarà difficile ricordarci di quando, in un punto o un altro della città, ci siamo ritrovati a pensare che, vuoi per l’assenza di marciapiedi, vuoi per la presenza di incroci ardui da attraversare, camminare era impossibile. Il sospetto è che sia la pedonalizzazione stessa a legittimare la rigida separazione: se è stata prevista una zona apposita, perché pretendere di passeggiare altrove?

È chiaro che avere un intero lungomare pedonalizzato per farci jogging è un lusso considerevole. Correre al centro della strada è una sensazione quasi irreale, come se il resto del mondo fosse altrove, dove succede qualcosa di molto importante che tu, mentre ti dedichi ai tuoi quaranta minuti di sport, ignori. Ma proprio per antitesi scaturisce il pensiero che nel resto della città, la presunta parte infera dove si svolge la vita quotidiana, si stia pagando il prezzo di quel lusso non comune: nel satellite che per Calvino consisteva nella vera Bersabea, «un pianeta sventolante di scorze di patata» dove, sotto un cielo di comete dalla lunga coda, risplende tutto il bene della città.

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Franco Berardi Bifo, La rivolta che non crede nel futuro
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Maurizio Ferraris, L’eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case
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Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

Lightblack: decostruire la città

Domenico Donaddio

Correre è certamente una delle metafore principali dei nostri tempi: esistenze metropolitane dominate da una perenne routine degli spostamenti, da flussi di circolazione che ammassano corpi, pensieri e sudori fornendo illuminanti corollari quotidiani di psicologia della folla. Al Teatro Vascello di Roma “La Fabbrica dell'Attore” e l'associazione “Dynamis Teatro Indipendente” partono dall'idea della corsa per assemblare un progetto composito, interdisciplinare, mutante, sensibile alle nuove tecnologie, a metà strada tra arte relazionale e performance, intitolato Lightblack°.

Due citazioni dal programma di sala chiamano in causa Zygmunt Bauman (Quando molte persone corrono tutte insieme nella stessa direzione, occorre porsi due domande: dietro a cosa stanno correndo e da che cosa stanno scappando) e il maestro Lewis Carroll (Qui, invece, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto), predisponendo al meglio lo spettatore che magari è arrivato trafelato pensando di essere in ritardo.

La luce in teatro resta sempre accesa, rivelando la natura spiazzante del lavoro del giovane collettivo: uno studio sulla geografia urbana a più livelli, che accosta ai corpi degli attori-corridori una sorta di 'plancia di comando' web che decide cosa proiettare sullo schermo in scena. Lightblack° è infatti parte di un progetto più ampio, partito nell'ottobre dello scorso anno a Milano, Roma e Palermo per poi toccare altre città, non solo italiane: la sfida è cercare di guardare con altri occhi il paesaggio urbano, il reticolato da cui non si può (s)fuggire, le direzioni forzate, i condizionamenti più o meno inconsci provando a decostruire e a liberare lo spazio cittadino.

La tecnica di cui si servono gli attori è la cosiddetta 'deriva', il coraggio di smarrirsi nella metropoli scoprendo cose nuove a ogni passo: alcuni di loro corrono fuori dal teatro, vestiti da podisti anni '80, con i propri smartphone registrando il percorso, mentre tramite Skype e WhatsApp si contattano amici da altre città o da altre zone di Roma che raccontano le proprie esperienze, escono di casa e attraversano le strade seguendo delle indicazioni, fornite di volta in volta.

Sullo schermo si susseguono materiali live e registrati, musiche, canzoni, pezzi di dialogo ripetuti, frammenti di discorsi e di chat: i performer sul palco, dopo essersi ironicamente riscaldati, iniziano a correre sul posto, a ripetere autisticamente voci che hanno sentito, a girare per un Vascello 'nudo', che mostra tutte le proprie funi, le scalette di ferro, i drappi e le passerelle. L'apice dello spettacolo si raggiunge proprio quando tutte le componenti di questo mosaico imperfetto si incastrano, alzando ritmo e volume: una litania elettronica, un turbine di suoni e movimenti in cui le parole acquisiscono un peso diverso, come uscendo fuori da una calca infernale, per mezzo della ripetizione e dell’amplificazione.

Gli attori-corridori si trasformano in quel momento in attori-medium (Deleuze docet) capaci di farsi attraversare dalla comunicazione riproponendola allo spettatore in un’arci-contestualizzazione in cui diventano figure sfuggenti e allo stesso tempo concretissime, everymen che testimoniano esigenze (e pericoli) dell’essere umano del terzo millennio.

Un'opera che convince e fa riflettere, che si serve della 'danza' della corsa come di GoogleMaps, che tenta di suggerire traiettorie (fisiche ma anche mentali) per abbandonare abitudini sclerotizzate e cambiare atteggiamenti e sensibilità: il bisogno fisico di liberare spazi per una nuova collettività sociale è presente fino alla fine di questo 'esperimento', quando i corridori, ansimando, creano con lo scotch un nuovo reticolo in mezzo agli spettatori. Una ragnatela straniante, giocosa, che ricorda quanto le costrizioni e le prigioni siano tutte intorno a noi, spesso e volentieri auto-imposte: sul nastro adesivo, largo e bianco, c'è scritto “de-propriazione in corso”.

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foto di Giovanni Bocchieri

Le donne vogliono cambiare la città

Sandra Bonfiglioli

Se osserviamo i progetti urbani promossi da donne in quanto cittadine pensanti, è facile riconoscere un modo di agire, un modo di posizionarsi rispetto ai poteri che sono del tutto originali.
Le donne vogliono cambiare la città con intelligenza strategica e risultati brillanti. Ma non sono influenti nell’agenda del cambiamento.

I progetti sono, di solito, di piccole dimensione spaziali. Annunciano un’idea della città contemporanea. Perché è questa, affatto piccola, la sfida sottesa al grande lavorio. La forza espressa da questo disegno nulla ha a che vedere con la potenza che ha costruito la città nell’epoca del moderno. La potenza, in epoca moderna, sta in alleanza con la tecnologia.
La incontriamo ovunque. Ma non nelle pratiche delle donne.

La forza come potenza deve accrescersi nel tempo. Niente bocce ferme. La figura di questa forza maschia è la scala da salire. La sua ratio è quella di kronos, tempo lineare e illimitato, misurabile. Gestire è prevedere, conoscere, misurare, portare un obiettivo in gol.
È anche il tempo della natura pensata dalla scienza moderna, il tempo dell’organizzazione scientifica del lavoro industriale tayloristico, il tempo della pianificazione urbanistica e il tempo della legge. In breve, è la freccia del tempo cronologico che regge le espressioni più potenti e strategiche dell’era moderna.

Esiste davvero la possibilità per le donne di sfidare questa potenza? Sì. Possiamo farlo. Sebbene il dominio del progetto urbano sia governato da potenti forze tecniche ed economiche, è tuttavia favorevole all’azione pubblica delle donne. Lo slancio della loro iniziativa politica è l’esito congiunto della maturazione del loro pensiero e del desiderio
di iscrivere il loro simbolico nel volto della città. Sono motivate dalla necessità di cambiare qualcosa di fronte alla fatica e iniquità del vivere in città.

L’iniquità più grande è la crescente impossibilità di avere cura delle giovani generazioni. Il «doppio sì» al lavoro e alla vita (e alla maternità) che le donne hanno chiaramente espresso
è la leva creatrice di una nuova idea di città, di welfare e di convivenza. Tutto assieme, perché non si può avere un nuovo welfare senza un’urbanistica che se ne faccia carico per gli aspetti di organizzazione spaziale e temporale dell’habitat urbano.

Nel campo del progetto urbano esiste un vuoto lasciato da tanta potenza. Da questa postazione, fasciata di tecniche e di oggettività, i decisori pubblici non riescono a vedere le pratiche quotidiane di vita degli abitanti. Non riescono a vedere l’uso del tempo personale
e degli spazi pubblici che sono stati rivoluzionati dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e degli orari di lavoro. E da nuovi valori del vivere. Le donne sono abitanti speciali perché non accettano che la potenza dell’era moderna sia usata per semplificare la vita avendo al centro il lavoro e la sua ratio ordinatrice della giornata. Vogliamo praticare la complessità del vivere. La piccola dimensione spaziale dei progetti delle donne è quella dove stanno i corpi di noi abitanti.

Ma è proprio a questa scala dei corpi viventi che il metodo urbanistico dell’osservazione oggettiva presenta una rottura epistemologica. È proprio a questa dimensione che fallisce la comprensione di cosa succede agli abitanti della città. Per conoscere i problemi e le attese dei cittadini occorre allora che lui/lei voglia narrare la propria esperienza di abitante che ha messo alla prova gli assetti minuti della città. Le donne hanno buone idee dei problemi della città contemporanea perché nascono dall’esperienza di una vita complessa. Non è il tempo metrico e lineare di kronos che regge l’esperienza del vivere delle donne. Il nostro tempo è kayros, il tempo del progetto, dell’attesa attiva che si diano le circostanze favorevoli all’azione, alla presenza sapiente.

La strategia d’azione è gettare reti di relazioni con donne delle istituzioni necessarie al progetto che siano capaci di ascoltare e tradurre il linguaggio comune d’ingresso in quello della comunità istituzionale. Il problema diventa allora trattabile dalle diverse competenze tecniche necessarie. Un’impronta viene lasciata nella nuova comunità ed essa continua
ad agire nel tempo. Gli schemi tecnici sono in qualche modo, traduzione dopo traduzione, scivolati verso nuove possibilità.

Il laboratorio delle donne ha trovato due principi generali da far agire in combinata: prossimità e tempi urbani per una città amica. Assumere a problema il tema della prossimità significa occuparsi del disegno della città come grammatica pubblico-e-privato degli spazi-e-tempi della città abitata. Dobbiamo darci i luoghi dove esprimere una nuova libertà che già abbiamo intravisto.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

In morte della critica urbana

Lucia Tozzi

Il giorno di Sant’Ambrogio, in coincidenza con la tradizionale prima scaligera, è stata inaugurata in pompa magna la “Piazza Gae Aulenti” a Milano. Lo spazio, che ha rischiato l’intitolazione al fu cardinal Martini, è una galleria commerciale dall’aspetto squallido ricavata al centro del grattacielo circolare Unicredit dell’architetto César Pelli, cuore e degno simbolo del nuovo quartiere di speculazione Porta Nuova-Garibaldi. Come al solito, il giorno dopo tutti i giornali in coro unanime magnificavano l’apertura di un nuovo straordinario spazio pubblico in centro, “dono alla città” (in verità onere di urbanizzazione al ribasso) da parte dei benefattori Hines (la società texana di Real Estate che ha spuntato cubature mai viste nelle città italiane), fonte d’ispirazione di opere d’arte (marchette) per artisti come Garutti, Basilico e Doninelli, trionfo del sindaco Pisapia (che si è trovato l’operazione immobiliare sul groppone senza altra possibilità che cercare di renderla presentabile) e promessa di investimenti futuri (fantascienza pura).

L’episodio in sé è insignificante, di pura routine, ma torna utile per chiedersi: perché la critica urbana (in Italia) è morta? E: questo decesso ha delle conseguenze sulla coscienza civica dei cittadini? La risposta alla seconda domanda è sicuramente positiva, perché la propaganda, soprattutto nei regimi di democrazia apparente come quelli diffusi nell’occidente contemporaneo, funziona piuttosto bene. La sensibilità comune si ottunde, le impressioni negative vengono represse, stemperate dal trionfalismo mediatico.

Le ragioni della scomparsa di questo specifico campo critico, che richiede una coscienza politica oltre che delle competenze estetico-urbanistiche, sono molteplici. La più ovvia è la composizione proprietaria dei giornali: non è necessario che nel cda sia presente Ligresti o Coppola, dal momento che quasi tutti i grandi gruppi hanno interessi immobiliari da difendere. E se non succede mai che, sul modello di Leland in Citizen Kane, un giornalista sacrifichi il posto di lavoro per criticare un progetto finanziato dalla banca che controlla il giornale, tanto più futile è sperare che lo stesso giornalista abbia mano libera sulle speculazioni altrui, perché il codice non scritto impone un ferreo patto di non belligeranza. Ma questo problema è sempre esistito, anche se fino ad alcuni decenni fa il Real Estate non era onnipresente come oggi nei portafogli finanziari. Ridurre il fenomeno a questa forma classica di censura verticale – i grandi poteri che inibiscono i giornalisti – sarebbe, come tutte le semplificazioni, appagante ma stupido.

La censura vecchio stile presuppone l’opposta volontà di trasmettere informazioni e opinioni scomode, problematiche, in altre parole critiche. Quando si parla di città questa volontà sembra essersi estinta alla radice, con l’eccezione di alcuni argomenti di scarso rilievo come l’altezza o la forma dei grattacieli: di tutti i campi dello scibile, le politiche e le trasformazioni urbane sono quelli in cui la confusione tra informazione e comunicazione sembra essere del tutto compiuta. Giornalisti e critici, se è ancora lecito chiamarli così, trovano normale trascrivere i contenuti di cartelle stampa senza porre in dubbio la loro veridicità. Le amministrazioni pubbliche, dal canto loro, investono soldi nella creazione di dispositivi di “trasparenza” che dovrebbero rendere intellegibili ai cittadini il presente e il futuro del proprio territorio, e invece fanno l’esatto contrario.

Uffici stampa e Urban center sono di fatto organi di propaganda, preposti al controllo scrupoloso delle informazioni da filtrare ai cittadini. Indipendentemente dal genere e dalla qualità dei progetti, la loro rappresentazione ha assunto un’importanza cruciale e una forma monocorde, levigata, che compone ogni conflitto e non ammette repliche. È una macchina messa a punto nell’era dell’urbanistica “contrattata”, che pone gli interessi pubblici e privati sullo stesso piano e in una relazione di stretta interdipendenza. Nella sua banalità, la strategia appare ancora vittoriosa: la gente non vede neanche più lo spazio che attraversa, si è abituata a guardare i rendering.

L’inquieto laboratorio della modernità

Marco Assennato

La città è uno dei volti dell’uomo, e interrogarsi su di essa significa tentare un’archeologia di quanto di meglio il vivere associato ha saputo produrre. Questa è la premessa concessa a denti stretti da Marco Filoni nel suo Spazio inquieto.

La bella prosa del libro restituisce l’immagine urbana, sfuggente geroglifico sociale, attraverso una serie di archetipi: il blocco, il muro, la porta, il ponte – tuttavia sempre raddoppiati dall’ombra del loro altro, frescura che abbraccia la vita profana e reale degli uomini. Accompagnato da un denso e utilissimo – per quanto classico – apparato bibliografico, il testo di Filoni è un ottimo compendio di quella lettura critica delle utopie di città armoniose, che si è prodotta nel laboratorio italiano da almeno un trentennio.

Lettura realistica, disincantata, di un oggetto prima di tutto filosofico, sezionato a colpi di pensiero negativo, ancora oggi rilevante perché la città è essenzialmente il laboratorio della modernità. E il moderno, bisognerà pur riconoscerlo, coincide con il politico. Non traggano in inganno dunque le argomentazioni classiche che Filoni ridiscute con arguzia, perché queste parlano di noi, più che di storia o di origine: i miti di fondazione, la città greca, il solco che fonda la civitas romana o l’amnistia con la quale Trasibulo, tornato ad Atene rammenda il corpo politico della polis impegnando tutti i membri della comunità a non rievocare le sventure – quel me mnesikakein che sublimò la paura per la stasis ricostruendo l’ordine costituzionale.

Libro attuale e da leggere, quindi. Ma, vien da dire – come sempre nel labirinto del pensiero negativo – che per orizzontarsi in questa ricerca, e trarne qualcosa di utile, il libro andrebbe letto a testa in giù: o forse, costringendolo a rimettere i piedi per terra.

Il doppio dell’idillio d’ogni città ideale è la paura. Paura di cosa? Della guerra intestina, del differente che spezza l’interno ordinato e lo riapre, del conflitto insomma che, per quanto negato, resta cuore e motore del politico, maledizione e madre del potere sovrano. Assuma quest’ultimo il volto dell’altro, dello straniero o della peste, il rapporto città-conflitto è una relazione dialettica, suggerisce Filoni. Come la relazione tra le città immaginate, sempre sovra-strutturate, perfettamente pianificate, integralmente controllate, senza scarti, e le città reali, comunque difettose, ancora aperte, friabili e scomposte. Una dialettica perciò sempre interrotta, da un dire-vero o dall’irruzione di un reale che nulla concede alla ricomposizione metafisica del dominio.

Filoni parte dal presupposto che la città è lo spazio in cui potere e architettura coincidono. Eppure traduce in termini di paura, la scoperta che la città reale prende sempre il posto della cattiva utopia del potere. Qui la domanda, dunque: chi ha paura? Perché in fondo la ricca letteratura alla quale l’autore attinge, nel descrivere la tragica scoperta della contraddizione dentro le mura, dell’ordine assoluto rovesciato in aporia, è tipicamente primonovecentesca.

Scoperta grande borghese, si diceva una volta, che denudava la razionalizzazione capitalistica avvelenandola di caos, intuiva gli echi di rivolta che s’odono tra le vie di Metropolis, e denunciava l’illusione di chi pensa di poter risolvere in una stretta di mano la divisione del moderno, il suo conflitto insanabile. Chi ha bisogno di cancellare il conflitto dalla scena della città? Chi pensa che se il conflitto non è messo in ordine, se non si da totalizzazione geometrica dello spazio sociale, l’alternativa è vertigine, assoluto terrore, nessuna certezza?

La città è il moderno. Il moderno è politico. Il politico è conflitto. Tanto più oggi che lo spazio della polis è disseminato sul territorio, come un’enorme fabbrica sociale; che l’arrogante volontà d’un ordo geometricus che quantifichi tutta intera la qualità biopolitica dei soggetti produttivi s’infrange sulla porosità d’ogni limite e confine – e insieme alla metropoli, quindi, de-lira. Collocati su queste soglie, il conflitto umilmente si pratica, nel conflitto ci si schiera. Vista da qui l’architettura delle città è il prodotto di un rapporto tra forze, più che semplice specchio del potere. Al moderno dominio totalitario dello spirito ha sempre corrisposto l’altrettanto moderno poème de l’angle droit, una mano aperta per ricevere e perché tutti possano prendere.

Marco Filoni
Lo spazio inquieto. La città e la paura
Edizioni di passaggio, 2014, 149 pp.
€ 12,00