Andiam a lavorar. Retoriche antimigranti e politiche di incentivo al lavoro temporaneo

Virginia Negro

Donald Trump e il Messico: da mesi la mise en scène ruota attorno alla disgiuntiva “o muro o Nafta”. La rinegoziazione dell’accordo nordamericano per il libero scambio risponde a fini propagandistici imperversando sugli improvvidi profili social del Presidente degli Stati Uniti. Durante l’ultima pasqua il presidente ha regalato svariati tweet anti migranti: «Il Messico sta facendo una fortuna grazie al Nafta. Con tutti i soldi che guadagnano dagli Usa, si spera che i messicani impediscano alle persone di passare per il loro Paese e di entrare nel nostro».

Sorge il dubbio che dietro le quinte esista una trama dissonante in cui politica e economia si articolano cambiando radicalmente lo sfondo su cui si muove la questione dei migranti che, da indesiderati e respinti, diventano necessari a soddisfare un bisogno concreto di forza lavoro. La politica moderna ha da tempo perso il suo impianto etico e si è sottomessa all’ economia; una politica calcolante che ha messo da parte l’umano e si è trasformata nel dispositivo legislativo sul quale si basano le attuali politiche migratorie, le cui radici in questa parte di mondo affondano nel 1942 con il primo Programa Bracero. Quest’ultimo era un accordo bilaterale che ha sponsorizzato la traversata legale e temporanea di circa 4,5 milioni di lavoratori agricoli dal Messico agli Stati Uniti: è stato l'esempio più importante al mondo di programmi per lavoratori temporanei. Il programma muore nel 1964 sotto la presidenza Kennedy, quando i migranti vennero espulsi dagli Stati Uniti e costretti a tornare in Messico.

Oggi non esiste un accordo bilaterale e al suo posto è nato un sistema di visti di lavoro temporaneo. Sono i visti H, suddivisi in innumerevoli categorie su cui dominano i permessi H2A, specifici per i lavoratori agricoli stagionali, e gli H2B, per tutti gli altri impieghi non agricoli ma comunque temporali. Neanche a dirlo, il Messico è in cima alla classifica dei lavoratori con H2 negli USA.

Osservando da vicino il sistema dei visti statunitensi il confine tra legalità e illegalità sfuma in un coacervo di dati nebulosi, nell’insufficiente monitoraggio della qualità del lavoro e del rispetto delle norme contrattuali. Lacune che ledono i diritti del lavoratore con gravi conseguenze, come denuncia la ONG Polaris, che, grazie a uno studio basato su dati dalla linea nazionale contro la tratta di persone (NHTH) raccolti tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, ha identificato circa 800 vittime di tratta che erano negli Stati Uniti con un visto H2.

Ma andiamo per ordine.

Il programma H2 è amministrato unicamente dagli Stati Uniti, in Messico manca di una efficace politica pubblica. Questa formula di “migrazione gestita” nel contesto della globalizzazione porta con sé conseguenze come l'autoregolazione degli agenti privati ​​che va di pari passo con una mancanza di responsabilità degli enti governativi. Il processo di reclutamento è un sistema estremamente frammentato che genera catene di sub contrattazione in modo da rendere quasi impossibile risalire ai responsabili della frode.

Un esempio: un datore di lavoro statunitense assume un'agenzia di reclutamento negli Stati Uniti, che subappalta a un'altra agenzia nazionale, che a sua volta subappalta a un'agenzia di reclutamento in Messico, la quale assume un gruppo di reclutatori individuali collocati in diverse entità federative.

Poco pubblicizzato, il budget approvato dal Congresso lo scorso marzo per finanziare il numero di visti H-2B disponibili per l'anno raddoppia il numero dei lavoratori temporanei stranieri. Il discorso xenofobo su cui Trump ha strategicamente fondato la sua campagna elettorale occupa la scena mediatica, eclissando la realtà di questo programma che annualmente attrae migliaia di migranti in terre statunitensi. Un vantaggio per molte aziende, tra cui varie proprietà di Trump, che assumono regolarmente i lavoratori temporanei con i visti H-2B, come camerieri, cuochi e personale del bar. Questa categoria di lavoratori e lavoratrici migranti affrontano condizioni incerte e insicure, come dimostrano innumerevoli ONG, che denunciano lo sfruttamento del lavoro e di altri abusi tra cui la discriminazione, la frode e il traffico di persone. I lavoratori spesso pagano quote anche parecchio elevate ai reclutatori nella speranza di ottenere un permesso di lavoro temporaneo negli Stati Uniti che li lega ad un unico datore di lavoro, facilmente soggetti a licenziamenti e espulsioni. “L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), numerosi ricercatori universitari, sindacati internazionali e le stesse agenzie del NAALCA, che è l’accordo che presiede alla regolazione delle relazioni di lavoro nel contesto del NAFTA, segnalano il grave disprezzo dei diritti sindacali e umani dei lavoratori messicani” segnala Paolo Marinaro, ricercatore italiano affiliato all’Università Nazionale Autonoma del Messico e al Centro di Studi sul Messico e Stati Uniti dell’Università della California.

Il panorama messicano non è molto diverso. Nel 2006, il Messico, paese di transito ma anche di destino del flusso migratorio proveniente dal centroamerica (Guatemala, Salvador, Honduras e Nicaragua), ha deciso di regolare le agenzie di collocamento richiedendo che tutte- incluse quelle che assumono per altri paesi - siano registrate. “Davanti alla cifra annuale di 214 mila visti H2A, il fatto che solo cinque agenzie quest’anno siano state registrate dal SNE (Servicio Nacional de Empleo – Servizio nazionale del lavoro) è preoccupante”, afferma Axel Garcia, direttore esecutivo per il Messico dell’Agenzia di collocamento binazionale CIERTO Global, che vuole proporsi come un’alternativa sostenibile e trasparente, “Noi di CIERTO siamo l’unica Agenzia registrata senza fine di lucro. Invece dei tipici enganchadores, che vanno nelle comunità a reclutare lavoratori da mandare nei ranchos nordamericani e che, troppo spesso, lucrano sulle loro necessità, la nostra rete si appoggia alle organizzazioni ecclesiastiche o ONG di base sul territorio. Inoltre, i lavoratori compilano un questionario sia al principio che verso la fine del contratto, per verificare le condizioni lavorative, e se sia il caso, elaborare delle raccomandazioni, cercando un’alternativa al conflitto legale. Tentiamo di essere presenti e lavorare in tutte le fasi della filiera, coinvolgiamo anche i supermercati, uno su tutti la catena COSCO, per sensibilizzarli rispetto al tema della produzione fair trade: è vero che i costi sono più alti, ma è il prezzo della sostenibilità, e i consumatori, se informati, sono disposti a pagarli”. Davanti alla domanda su quale siano gli ostacoli di questa “buona pratica”, Axel Garcia racconta il difficile processo di registrazione e di come “le agenzie non sono stimolate a farlo e ne consegue l’informalità, la mancanza di informazione sistematizzata e dunque una completa ignoranza delle necessità di questa popolazione, abbandonata dalle istituzioni”. Se il Messico fatica a garantire i diritti dei suoi lavoratori all’estero, come si comporta con gli stranieri chiamati a lavorare nelle sue fincas di caffè e canna da zucchero?

Il modello coloniale è cannibale e apolide e la politica migratoria messicana verso i vicini centroamericani è forzosamente dipendente da quella statunitense. Il conflitto tra una gestione del flusso migratorio dominata dall’ordine economico e la democrazia etica che protegge la vita si ripete in Messico, così il 7 luglio 2104, l’ex Presidente messicano Enrique Peña Nieto, annuncia il Programma Frontera Sur, riciclando il discorso di protezione umanitaria dei migranti in transito per il Messico. Tra i difensori dei diritti dei migranti che smentiscono questa versione c’è Diego Lorente del Centro di diritti Umani Fray Matias de Cordova, con sede a Tapachula, Chiapas: “Il piano Frontera Sur non è altro che una strategia di militarizzazione del confine, che non ha portato ad una diminuzione del flusso quanto a un peggioramento delle condizioni di vita delle persone migranti. Stiamo assistendo a un aumento delle detenzioni dei jornaleros, persone che abitualmente lavorano nella zona di frontiera, che sono trattati come dei migranti irregolari e incarcerati in stazioni migratorie, per esempio”. L’economia della zona si basa tradizionalmente sul commercio tra i due paesi, sono processi complessi e criminalizzarli porta solo a uno stato di vulnerabilità, spiega Diego.

Il programma si inserisce nel “piano Mérida”, un trattato di sicurezza internazionale firmato dal governo degli Stati Uniti e dal Messico che si centra sulla sicurezza e quindi sulla contenzione del flusso migratorio.

Martha Rojas, sociologa, conosce profondamente questo territorio e le sue annose dinamiche migratorie: “La modalità per entrare regolarmente in Messico non è adeguata al tipo di migrazione di sussistenza della frontiera. Ci vogliono politiche più flessibili o la conseguenza è forzosamente l’irregolarità. Inoltre, il tratto discriminatorio e poco flessibile dei funzionari dell’Istituto di Migrazione fa si che le persone siano orientate male e spesso tramitino un permesso inadeguato; chi lavora nella stessa finca da trent’anni e annualmente richiede un visto come lavoratore di frontiera (Trabajador Fronterizo), rompe la sua storia di anzianità lavorativa. Quindi le persone sono costrette a cercare aiuto in figure informali come i coyotes o altri intermediari esponendosi a possibili frodi”.

Nemmeno in questo caso si sono istituiti accordi binazionali, e la tipologia dei visti apre le porte all’irregolarità. Per i guatemaltechi e belizeani esiste la Tarjeta de visitante Regional, che prevede l’entrata e uscita multiple per gli stati della frontiera sud: Campeche, Chiapas, Tabasco e Quintana Roo, con una permanenza massima di sette giorni. Per poter lavorare regolarmente esiste la Tarjeta de Trabajador Fronterizo, con validità annuale.

Anche in questo contesto esiste un sistema di intermediazione, ancor meno regolato di quello tra Messico e USA. In ogni particolare coltura e regione, il sistema di intermediazione adotta caratteristiche particolari, a seconda della grandezza della domanda stagionale, delle fonti e del tipo di produttore, tra gli altri fattori. A fungere da intermediari ci sono diversi tipi di agenti: agenzie statali, sindacati, associazioni di produttori e intermediari privati.

Gli intermediari tradizionali, vengono comunemente chiamati enganchadores, e la maggior parte delle volte gli accordi col lavoratore avvengono a voce.

Secondo la Dra. Rojas nella frontiera sud la migrazione soprattutto guatemalteca è una migrazione di sussistenza che non usa il canale dell’agenzia di reclutamento come succede in altre parti del paese, qui esiste, ed è tipizzata normativamente, la figura del contratista, che recluta direttamente nelle comunità i lavoratori e per legge deve essere necessariamente d’origine guatemalteca.

Un quadro dove la categoria economica è la colonna portante della politica migratoria, i comportamenti etici e il pensiero alternativo al calcolante sono oggi estranei, la politica al massimo può essere il luogo della retorica.

La storia di Olivia Guzman, nata a Topolobampo, un porto nel municipio di Ahome sulla costa pacifica dello stato di Sinaloa, Messico, ha un’altra rotta, caparra di un’alternativa. Vent’anni fa per la prima volta Olivia lasciò il suo villaggio sul Golfo della California per andare a lavorare nell’industria peschiera in Louisiana. Oggi è difensora dei diritti dei lavoratori migranti e fa parte della Coalición de trabajadoras y trabajadores migrantes temporales sinaloenses formata nel 2013 grazie all’aiuto della ONG ProDESC, che nel 2012 iniziò a monitorare le condizioni di lavoro dei migranti negli Stati Uniti. “C’erano già molti problemi soprattutto nel sistema di reclutamento. Frodi e costi ingiustificati erano all’ordine del giorno, esistevano addirittura reclutatori che estorcevano soldi ai lavoratori promettendogli un visto e poi li lasciavano indebitati e senza nessun permesso”, racconta Olivia. “Il problema non si è risolto, anzi, è peggiorato. La riscossione indebita è diventata una pratica regolare tra i reclutatori: non importa se sei in lista da anni, all’ultimo momento qualcuno arriva chi riesce a pagare anche solo poco di più e di punto in bianco ti ritrovi senza lavoro”. Olivia inizia a snocciolare la sua storia confessando il suo passato da reclutatrice. “L’ho fatto per molti anni senza ricevere nessuna remunerazione, semplicemente le persone venivano da me per stabilire un contatto con il padrone”.

Topolobampo è un polmone di lavoratori dell’industria agricola e peschiera della Louisiana, con centinaia di messicani impiegati nell’industria del caffè, della canna da zucchero e della seppia. Un paio di decadi fa i primi imprenditori statunitensi hanno impiantato allevamenti di seppia nelle vicinanze del porto, usando la manodopera locale e poi “da cosa nasce cosa, hanno deciso di portarli su da loro”, continua Olivia, “col tempo sempre più imprese hanno assunto personale attraverso il programma H2, si sono moltiplicate le agenzie di reclutamento così come i reclutatori individuali che approfittano della necessità delle persone esigendo una quota per entrare in lista e assicurarsi un lavoro. Anno dopo anno la situazione è peggiorata. Adesso bisogna anche aspettare giorni – a volte settimane- perché il consolato ti dia il visto. Sono solo sette i consolati che rilasciano i visti H: su tutti Monterrey seguito da Nuevo Laredo, Ciudad Juárez, Hermosillo, Nogales, Matamoros e Tijuana.

L’industria del reclutamento lucra su questa permanenza obbligata: è tutto organizzato, il viaggio, il cibo, l’albergo. È diventato un mercato mafioso poliforme”.

Spesso quello che viene chiamato hotel si rivela essere un casermone diroccato in cui le persone vengono ammassate in brande, e il “servizio di ristorazione” è un pessimo cibo fuori prezzo. Oltre al danno troppo spesso la beffa, non è raro che anche dopo una settimana di attesa il consolato neghi il visto.

Il primo anno non sapevo nulla di nulla. Parlavo un inglese stentato e non capivo quello che il padrone mi diceva. Allora ho preso in mano un dizionario ed ho iniziato a chiedere come si fa quello, come si fa questo, eccetera…Un giorno il padrone mi domandò se volessi aiutarlo a portare su da lui le persone, perché nemmeno lui parlava spagnolo. Mi diceva quanti uomini e quante donne gli servivano e per quanto tempo…L’ho fatto per dodici anni: organizzavo i bus e li riempivo di gente. Poi mi sono stancata, anche perché non ho mai ricevuto un soldo dal padrone per tutto questo lavoro extra. Lo facevo solo per assicurarmi il lavoro l’anno dopo. Credo che sia proprio per questo, perché non c’è nessuna regola e nessuna retribuzione regolare che i reclutatori iniziano a lucrare sui lavoratori. In un certo senso è per poter pagare il servizio che offrono.”

Spesso i lavoratori non vogliono denunciare gli abusi di cui sono vittime per paura di perdere il lavoro l’anno successivo e di entrare nella temibile lista nera.

Ero stanca delle angherie, quindi ho iniziato, con all’aiuto dell’ONG ProDESC ad organizzare riunioni settimanali nella mia casa qui a Topolobampo. In Louisiana invece distribuivo volantini informativi sul diritto agli straordinari, sull’accesso ai servizi di salute eccetera…Nel 2013 siamo partiti per Città del Messico dove abbiamo costituito una coalizione davanti alla segreteria del lavoro e degli esteri, denunciando al governo la situazione”.

In un paese come il Messico dove la consuetudine è il sindacalismo charro, ovvero controllato dagli stessi imprenditori, alle spalle dei lavoratori che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno di essere sindacalizzati, né hanno accesso al contratto collettivo, l’operazione di Olivia è particolarmente difficile e pericolosa.

Non è stato facile: i reclutatori facevano le ronde sotto casa. Un giorno hanno addirittura sparato alla mia finestra. Ho rotto i rapporti familiari: i miei nove fratelli lavorano tutti con visto H2. Grazie a Dio non hanno subito rappresaglie da parte dei padroni, ma nessuno mi ha mai appoggiata. Per quasi un anno non sono uscita di casa; i miei parenti erano i primi ad accusarmi di mettere a rischio il loro lavoro. Tre dei miei fratelli sono reclutatori, e non ci si vede più neanche a natale; l’unica connessione che ancora esiste tra noi è nostra madre, finché vivrà. La stessa cosa è successa con alcuni compagni di lavoro che si sono allontanati per paura. Li capisco. Mio marito l’anno scorso ha perso il lavoro perché considerato un sedizioso”.

Nonostante tutto Olivia sta raccogliendo i suoi frutti: da quando esiste la coalizione le frodi sono diminuite e le denunce aumentate.

I miei tre figli si sono laureati e lavorano qui in Messico. Sono orgogliosi di me e di quello che faccio, e io continuerò a farlo finché Dio me lo permette. Anche perché mi piace”, conclude risoluta, e io non posso che crederle.

Ni vivos ni muertos

Franco Berardi Bifo

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, pubblicato da DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali.

Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. In realtà non si può più parlare della criminalità messicana senza allargare lo sguardo al necro-capitalismo come ciclo economico decisivo dell’economia globale contemporanea. Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi, francesi, austriaci, egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa, come los Zetas, sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. I cosiddetti Narcos sono in ultima analisi dei neoliberisti coerenti, dei neo-darwinisti sociali radicali.

Scrive John Gilber nel libro Morir en Mexico: “Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti”.

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe forse introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha fatto uccidere dai suoi salariati. Occorre infatti parlare di salariati del crimine. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare e quante a sequestrare, torturare uccidere.

Occorre però distinguere tra i narco-proletari e i narco-profittatori. I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale “morenos”. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o “gueros”. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le elite politiche e militari.

Il libro di Federico Mastrogiovanni, che uscì in Messico proprio nei giorni in cui la questione della violenza di massa esplodeva nella coscienza nazionale in seguito al sequestro dei 43 studenti di Ayotzinalpa getta una luce su questa realtà da un punto di vista particolare, quello del destino di un giovane sequestrato e della sua famiglia, dell’ambiente in cui è cresciuto e da cui è stato strappato.

Federico Mastrogiovanni
Ni vivos ni muertos
La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore
Prefazione di Gianni Minà
pp. 192
€ 17,00

Votàn Zapata

Duccio Scotini e Gea Piccardi

"Coloro che avevano scommesso sul fatto che noi esistevamo solo mediaticamente e che, circondati dal silenzio e dalle menzogne, saremmo scomparsi, si sbagliavano. Quando non c’erano videocamere, microfoni, penne, orecchie e sguardi, noi esistevamo"[1]. Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l'autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell'Escuelita.

A partire dalla marcia del 21 dicembre 2012 (giorno indicato dai media come quello della fine del mondo e per i Maya l'inizio di una nuova era) si è susseguita una serie di comunicati dal titolo Ellos y Nosotros in cui dichiarano la distanza dalla cultura politica della rappresentanza e da un sistema economico neoliberista, l'esistenza di un'altra maniera di vivere e governarsi e l'esigenza di stabilire nuove connessioni con i movimenti sociali del Messico e del mondo. Per questo prende forma il progetto di organizzare nel mese di Agosto la prima sessione dell'Escuelita zapatista, una "scuola" che ha coinvolto e coinvolgerà oltre le comunità zapatiste, migliaia di persone da tutto il mondo.

Murales di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)
Murale di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)

Durante l'Escuelita abbiamo sperimentato prima di tutto l'apprendimento come etica dell'incontro. Siamo andati a condividere la vita quotidiana con la gente comune non ad ascoltare i comandanti indigeni o il subcomandante Marcos, non abbiamo assistito alla trasmissione discorsiva di un sapere codificato. Migliaia di donne e uomini, indigeni e zapatisti, si sono convertiti, durante la scuola, in Votàn. Ciascun Votàn si prendeva cura del singolo alunno, gli raccontava la storia dei pueblos indigeni zapatisti, la loro identità, la loro organizzazione, con lui studiava i libri di testo, andava a lavorare, rispondeva ai suoi dubbi, e infine traduceva dalle lingue maya allo spagnolo e viceversa.

Termine maya difficilmente traducibile, Votàn per gli zapatisti significa qualcosa come "guardiano e cuore del popolo" o "guardiano e cuore della terra", o ancora "guardiano e cuore del mondo". Il Votàn è dunque un'entità singolare e comune allo stesso tempo: una persona ordinaria il cui orecchio e la cui parola sono collettivi. Non è un volto definito, un’individualità riconoscibile: è uno, ma dietro quell’uno potenzialmente si nascondono tutti. Con i nostri Votàn abbiamo preso parte a questa "scuola" dove non c'erano aule, esami e professori. La scuola era il collettivo, lo spazio aperto della comunità.

A noi due hanno assegnato comunità diverse e una di queste era il poblado Vicente Guerrero, presso il Caracol de La Garrucha. Nato nel 2002, Vicente Guerrero è, come la maggior parte del territorio zapatista, tierra recuperada, occupata e sottratta alla proprietà di rancheros e tierratenientes. "Motore dell’autonomia", diceva un Votàn, sono i trabajos collectivos: lavori di gruppo a cui prendono parte in maniera rotativa tutti i membri della comunità e che non riguardano solo la produzione alimentare, ma anche la scuola, la cura e la comunicazione.

Escuelita autonoma (ph Alex Campos Nomad Eyes)
Escuelita autonoma (ph Alex Campos - Nomad Eyes)

Il nostro apprendimento consisteva, in buona parte, nella partecipazione diretta ai differenti trabajos della comunità, tuttavia non si è trattato di apprendere un mestiere particolare ma, al contrario, di prendere parte a una forma di organizzazione che è quella dell’autonomia. La partecipazione a questa processualità, che altro non è che la sperimentazione di una democrazia radicale dal basso, si è data soprattutto attraverso un'esperienza di condivisione che può esserci soltanto nella pratica. Per dirla con Gustavo Esteva, altro alunno dell'Escuelita, “sono mancate delle parole perché abbiamo esperito novità radicali che non provengono dai libri, dai ruoli o dalle ideologie, ma dalla pratica e per questo portano con sé un impegno di immaginazione”[2].

Andando oltre le parole d'ordine, le logiche identitarie e i vuoti appelli alla costituzione di “fronti uniti” contro i governi o la crisi, che caratterizzano ancora molte organizzazioni politiche, gli zapatisti affermano: "La nostra analisi del sistema dominante ci ha portato a dire che l’unità di azione può esserci se si rispettano quelli che noi chiamiamo “i modi” di ognuno, ossia le conoscenze che ognuno di noi, individualmente o collettivamente, possiede della sua geografia e calendario. Ogni tentativo di omogeneità non è altro che un tentativo fascista di dominazione, anche se si nasconde dietro un linguaggio rivoluzionario, esoterico, religioso o simile. Quando si parla di unità si omette di dire che questa "unità" è sotto la direzione di qualcuno o qualcosa, individuale o collettivo"[3].

Non si tratta ovviamente di dare dei giudizi di valore, ma di esercitarsi in quello sforzo di immaginazione di cui parla Esteva e in questo senso chiedersi: perché gli zapatisti hanno scelto la forma di una “scuola”? Che nesso c’è tra i processi di apprendimento, a cui abbiamo partecipato durante l'Escuelita, e i modi di costruzione dell'autonomia zapatista? Che relazione c’è tra forme di apprendimento che rifiutano qualsiasi tipo di “pedagogia” e pratiche autonome oltre lo Stato e i sistemi di rappresentanza? Crediamo che questo sia uno dei problemi fondamentali che l’esperienza zapatista ci lascia.

Linea del tiempo (ph. Alex Campos-Nomad Eyes)
Linea del tiempo (ph Alex Campos - Nomad Eyes)

Pensare l’apprendimento non come una formazione teorica alternativa, autodidatta, che si pone contro le istituzioni addette all’insegnamento e alla trasmissione di conoscenze, ma come una pratica che sfida, in tutte le sue manifestazioni, la produzione di verità e di sapere attuali e che non concerne solo l’ambito del “teorico” o dell’accademico, ma tutti gli istanti della vita quotidiana. Pensare l’apprendimento come un rapporto tra soggetto ed esperienza significa immaginarsi una pratica politica che si rimpossessi di mezzi e strumenti di percezione del mondo e che parta, prima di tutto, da un non sapere dei corpi. L'apprendimento, quindi, come una forma di soggettivazione che diventa molto forte proprio nel momento in cui la formazione entra in crisi e come pratica politica di organizzazione che si afferma proprio quando le altre pratiche perdono di senso.

Secondo Raúl Zibechi "Ci sarà un prima e un dopo dell’Escuelita zapatista. Della recente e di quelle che verranno. Sarà un impatto lento e diffuso, che si farà sentire in alcuni anni e segnerà la vita dei los de abajo durante decadi"[4]. Certamente per gli zapatisti l’Escuelita produce grandi trasformazioni, tuttavia restano aperti dei quesiti che, abbandonando il territorio chiapaneco, si rivolgono da là a qua, inserendosi in quella distanza che intercorre tra l’esperienza vissuta e il ritorno a casa. Quale sarà il nostro “dopo” dell’Escuelita?

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1 Comité Clandestino Revolucionario Indigena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberàtion Nacional - 30 dicembre 2012, ¿Escucharon? Recopilacion de comunicados del EZLN Diciembre 2012-Febrero 2013, El Rebozo, Oaxaca, 2013.Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/02/ezln-annuncia-i-seguenti-passi-comunicato-del-30-dicembre-2012/

2 Gustavo Esteva, Y si, aprendimos, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/19/opinion/018a2pol

3 Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Ellos y nosotros. V. La Sexta, (tomo I), El Rebozo, Oaxaca, 2013. Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/26/ellos-y-nosotros-v-la-sexta-2/

4 Raúl Zibechi, Las escuelitas de abajo, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/23/opinion/023a1pol

5 Alex Campos, autore delle fotografie, è un artista e filmmaker che attualmente lavora in Messico. Qui il link del suo canale www.youtube.com/user/olharesnomadas

Europa e America a Città del Messico

Virginia Negro

Il quartiere Roma a Città del Messico ricorda la Belleville à la page popolata da gallerie d’arte, ristoranti etnici e botique del vintage, spontanei ricettacoli di giovani bobo. Un’oasi in cui il fenotipo ricorrente non è esattamente quello latino: il canone qui nella Roma è un teutonico e traslucido pallore. Eletta a simbolo del cosmopolitismo, questa zona della città è la nuova meta di pellegrinaggi notturni per gli amanti della movida messicana, affollata da locali per tutti i gusti, dalla discoteca al karaoke passando per i concerti acustici.

I resti di un Messico che ha poco a che vedere con questo glamouroso angolo d’Europa sono appesi al grigiore decadente ma pittoresco delle facciate di certi vecchi palazzi, oggi disabitati, le cui porte non sono che trompe l'oeil, entrate sul nulla, meri supporti per avanguardistiche battaglie d’arte urbana. Il fenomeno che ha cambiato l’identità di questa colonia, e con lei il profilo sociale dei suoi abitanti oltre all’estetica architettonica, si chiama gentrificazione.

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Il geografo Chris Hamnett lo definisce un miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, che comporta il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, e la sostituzione della popolazione operaia con la classe media. Un’operazione sempre più frequentemente venduta come un indispensabile rinnovamento grazie a un lessico che nasconde dietro a termini come riqualificazione e miglioramento urbano l’intenzione di spostare verso la periferia una popolazione costretta alla marginalità non solo economica ma anche spaziale.

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E invece resistono come naufraghi in un oceano in tempesta le ventidue famiglie del palazzo di calle Merida al civico 90, all’angolo con Tabasco e Colima. L’edificio si chiama America, risalente agli anni venti, rappresenta un modello residenziale diverso, con un patio in comune, bagni esterni condivisi da più famiglie, e nel centro della terrazza uno spazio adibito a lavanderia.

A distruggere l’antica struttura dell’immobile non sono state le inondazioni o i frequenti terremoti, ma la precisa volontà dell’INVI, l’Istituto per le politiche abitative del Distrito Federal, con un progetto di “riforma” urbana, inaugurato da un’ordinanza di demolizione sotto minaccia di sfratto forzoso. Nel 2003 l’INVI dichiarò la costruzione inagibile, dando ai suoi affittuari un preavviso di due settimane per sloggiare, pena l’evacuazione coatta.

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Il diritto a una casa sicura diventa terreno di scontro tra l’amministrazione messicana e gli affittuari dell’edificio America. Un contrasto le cui radici affondano in una storica e profonda difformità di interessi. Il quartiere Roma da un lato è territorio fertile per speculazioni immobiliari, dall’altro è un crocevia dove sopravvive un secolare amalgama culturale, un matrimonio surreale troncato dalle politiche del governo federale.

Dopo il terremoto del 1985, si impone un regime residenziale teso a incentivare la proprietà privata, le case del centro si trasformano in complessi di piccoli appartamenti di lusso, mentre la classe media si indebita con Infonavit, un organismo statale che concede prestiti ai lavoratori.

Le case dell’Infonavit sono blocchi residenziali costruiti alla periferia della città. Vere e proprie cittadelle nuove di zecca. La maggior parte disabitate. Moltissimi degli impiegati con un’ipoteca Infonavit hanno poi abbandonato la propria casa perché troppo lontana dal luogo di lavoro. In una megalopoli di più di 20 milioni di abitanti spostarsi dalla periferia al centro può significare anche 4 o 5 ore di calvario automobilistico.

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La vita degli abitanti dell'edificio America è raccontata dalla macchina fotografica della brasiliana Livia Radwanski che ha realizzato un lavoro documentale durato un biennio. Per ogni finestra un abitante, per ogni porta una famiglia. Storie che convivono quotidianamente con uno Stato ostile, nella giungla del capitalismo più violento, soprannominato dalla filosofa messicana Sayak Valencia Capitalismo Gore, dove un operaio è costretto da un salario davvero insignificante ad alloggiare, o per essere più precisi squattare, nel cantiere dove lavora.

foto_merida07 Livia Radwanski

Rimane una rete fatta di affinità vicinali dove emerge una società civile costretta a supplire alle carenze della politica pubblica. In questo senso la sopravvivenza dell’America rappresenta una vittoria significativa. Purtroppo si tratta di un successo zoppicante: i rapporti di vicinato continuano a essere messi a dura prova dall’aumento vertiginoso del carovita, e la colonia è sempre più invasa da tribù caucasiche assuefatte ai prezzi maggiorati.

Ma cos'è che ci spaventa così tanto da dover inventare un enclave del vecchio continente anche dall’altra parte dell’oceano? La fortezza Europa si è tramutata in un prodotto da esportazione. Che, a quanto pare, si vende facile.

Tutte le foto sono di Livia Radwanski

Apologhi e apolidi – parte II: Giungle d’asfalto letterarie.

Alessandro Raveggi

Due condizioni storiche, una biografica, l'altra mondiale, mi spingono a scrivere questa riflessione: le porte del Chianti, mia terra d’origine, e la prossima Conferenza internazionale sul cambio climatico COP16, dal 29 Novembre al 10 Dicembre, che si terrà a Cancún, Messico. Dove, volendo sintetizzare senza esagerare, si parlerà della possibile fine della specie umana, oltre che del disastro che questa ha occasionato in passato a flore, faune, oceani e barriere coralline. Anche se dietro, oltre e prima di quelle barriere coralline disintegrate, che ci proteggono dai sempre più frequenti tsunami, si staglia un palazzo, una torre sebbene impervia, una città ancora possibile luogo di un’ecumene, di un luogo abitabile per la specie umana, nonostante tutto. Mai come oggi, epoca in cui la maggioranza della popolazione umana vive in ambito cittadino e metropolitano, le città metropoli si affacciano e ci fanno affacciare, con le loro forme più imprevedibili, ad un baratro climatico imminente, che ci riguarda appieno. Leggi tutto "Apologhi e apolidi – parte II: Giungle d’asfalto letterarie."

alfadomenica gennaio #4

BERARDI BIFO dal MESSICO – FESTA sul NEAPOLITAN POWER – GIOCO(E)RADAR di GIOVENALE – RUBRICHE di CARBONE e CAPATTI

MESSICO: L'ECONOMIA DELLA PAURA
Franco Berardi Bifo

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.
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LA POTENZA PLEBEA DELLA MUSICA
Francesco Festa

Il Neapolitan power, nel suo piccolo, è stato l’affermazione di una diversità di linguaggi, di un’alterità di immaginari, a dispetto delle immagini stereotipate, per dare nuovo significato alla propria identità e alle indentità subalterne. Nero a metà, l’album di Pino Daniele del 1980, forse, coglie profondamente questo processo.
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GIOCO (E) RADAR #02 - PRIME CRITICHE?
Marco Giovenale

Negli scorsi interventi si accennava appena a possibili critiche che non è insensato muovere a quanto di fortemente ottimistico viene spesso detto e diffuso su rete e testi, e sul rapporto fra cambiamenti nel contesto del mercato globale e diffusione libera e gratuita di saperi e materiali. Cade allora qui a proposito un dialogo con Jaron Lanier uscito nel luglio scorso, che parla fra l’altro del suo libro Who Owns the Future, tradotto dal Saggiatore come La dignità ai tempi di internet.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

A 28 anni si è adulti? Un consiglio dello scrittore giapponese Haruki Murakami
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Sotto il segno dell’acquario si è aperta a Milano alla Triennale, la mostra Camminare la terra dedicata a Luigi Veronelli. Alla cucina del segno zodiacale Acquario, 21 gennaio – 19 febbraio, aveva dedicato un capitolo di Alla ricerca dei cibi perduti (Feltrinelli, 1966). Tre salsette per l’insalata, sardine e acciughe a scotadeo appena bagnate con un poco d’olio d’oliva vergine e cotte alla griglia, e queste costolettine d’agnello, sempre a scottadito, degustate a Roma nell’osteria di Albertino.
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Messico: l’economia della paura

Franco Berardi Bifo

Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli di Mexico City da sud a nord. Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta essere costretti a fare un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Mentre guida nell’ingorgo continuo, Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. È questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come?

Negli ultimi anni la recessione aveva fortunatamente ridotto un po’ i consumi di petrolio, ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. È naturale.Il petrolio è sceso a 50 dollari al barile. Mezz’ora a passo d’uomo, un’ora, un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente per evitare il panico e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compaiono gli edifici dell’Università. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo riprendo a respirare lentamente, la testa mi gira e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Il panico da asma si dirada, la voce viene fuori a fatica, tremula all’inizio poi più sicura. Parlo per un po’, poi inizia la discussione.

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.

Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera, milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi francesi austriaci egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa come Los Zetas sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. Sergio Marchionne fa lo stesso lavoro di Al Baghdadi e del Chapo Guzman.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, che attualmente è in traduzione per DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.

Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali. Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco, quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare. Quel che è certo è che ci sono i narco-proletari e i narco-profittatori.

I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale morenos. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o gueros. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le élites politiche e militari.

Il settimanale Proceso ha rivelato che la polizia federale è responsabile dell’aggressione contro i normalisti, ci sono registrazioni audio e video che lo provano. L’ondata di proteste è ripresa dopo le rivelazioni del Proceso. Questa onda di movimento delle città messicane, non diversamente dall’onda che attraversa le città nord americane, sembra determinata e inarrestabile, ma al tempo stesso priva di una direzione verso la quale andare. Una strategia realistica, un obiettivo unificante per il momento non si vedono.

A metà dicembre a New York cinquantamila persone hanno sfilato gridando I can’t breathe. Lo stesso è successo a Washington e in molte altre città americane. La supplica disperata di Eric Garner è diventata la parola d’ordine di un nuovo movimento, che pare consapevole del fatto che il pianeta è entrato nella fase finale dell’agonia.

In Messico, il rapporto di forza con il potere narco-liberista, è drammatico. Morir en Mexico, un libro di John Gibler, mostra che il potere narco-liberista è un pilastro essenziale del sistema finanziario globale e costituisce insieme al petrolio (Pemex è stata recentemente privatizzata e offre al ceto narco-finanziario un nuovo terreno di investimento) la principale fonte di reddito di questo paese. Il libro di Gibler fornisce informazioni impressionanti.

«Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti».

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha ucciso, o fatto uccidere dai suoi salariati. La lettura del libro di Gibler è scoraggiante. Diversi giornalisti messicani intervistati spiegano benissimo che sul crimine è possibile informare solo in una maniera che non irriti troppo i narco-imprenditori.

«Non è necessario che qualcuno arrivi in redazione per minacciarti» - dice Javier Valdez Cardenas, giornalista e fondatore di Riodoce - «questa situazione in sé è una minaccia. È come se qualcuno ti puntasse continuamente una pistola alla tempia. I narco controllano gran parte del paese, controllano i governi e controllano le redazioni. Quando scrivi un articolo non pensi al tuo editore. Non pensi al tuo capo redattore. Non pensi al tuo lettore. Pensi al narco, se gli piacerà o se penserà che l’articolo sia un problema, e se magari sta pensando di sequestrarti».

Alla fine della discussione ho assistito a un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno... e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: Tres. Poi tutti urlano all’unisono CuatroCincoSeis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a Quarantatrè, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: Vivos se los llevaron vivos los queremos!

Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington contro i cimino razzisti della polizia? Forse la chiave di interpretazione sta nelle parole di una ragazza intervistata da una TV nordamericana la sera del 5 dicembre. Con un sorriso dolce e implacabile ha detto: «it’s not about black and white. It’s about life and death». È una questione di vita e di morte. È chiaro che la ribellione contro il razzismo è parte della rivolta, ma l’elemento più profondo è un altro.

È la consapevolezza del fatto che il potere finanziario sta tentando di ammazzarci tutti.Vogliono rendere invivibile la nostra vita, ci stanno spingendo al suicidio di massa. Sequestri collettivi per terrorizzare la popolazione in Tamaulipas, Guerrero. Terrore razzista nelle strade di New York e Los Angeles. Schiavismo per i giovani di Milano e di Madrid. Non è forse evidente che una vita di miseria e di paura, di umiliazione e di solitudine è peggio che la morte?