Il discorso sulla meritocrazia

Giorgio Mascitelli

Il discorso sulla meritocrazia, ossia sul premiare i migliori, appartiene a quella serie di truismi che al pari di punire i disonesti, difendere gli infanti e lottare contro il male si presta a ogni tipo di uso sociale. Premiare i migliori nel concreto di una società come quella attuale, nella quale il possesso di denaro è l’unica misura di successo riconosciuta universalmente, significa attribuire un riconoscimento economico. Il che contrasta largamente con l'esperienza quotidiana nella quale il modo, tra quelli leciti, largamente più diffuso per ottenere la quantità di denaro necessaria al raggiungimento della stima sociale è ereditarla (e questo vale anche per quello che Bourdieu chiamava il capitale culturale ossia denaro potenziale sotto forma di informazioni e know how).

Se ci si pensa bene, gli unici campi in cui il discorso meritocratico corrisponde a una realtà diffusa sono lo sport professionistico e, parzialmente, il mondo dello spettacolo e la ricerca applicata, quest’ultima però solo nel caso ci sia un sistema scolastico pubblico efficiente, ossia un sistema che per la sua inclusività cozza con i principi meritocratici. Proprio l’esiguità degli ambiti in cui la meritocrazia ha un effettivo riscontro, rivela il carattere ideologico del discorso che la sostiene, volto infondo a veicolare il messaggio che la gerarchia sia un ordine naturale e giusto.

Il discorso sulla meritocrazia oggi in Italia è rivolto particolarmente alla scuola perché oltre alla sua funzione ideologica esso ha molto più prosaicamente una funzione pratica di giustificazione dell’abbassamento degli stipendi degli insegnanti o del loro licenziamento, come già avvenuto in Grecia o in Spagna. Si può capire che, presentando l’operazione come la premiazione dei migliori anziché come la penalizzazione dei molti, l’opinione pubblica sarà meno incline a prendere in considerazione il fatto che il sistema scolastico nel suo complesso ridurrà drasticamente le proprie prestazioni.

Ma per tralasciare queste italiche miserie, occorre riflettere che anche se esistessero le risorse per istituire una meritocrazia più generosa, essa finirebbe non solo con il rispecchiare le idee dominanti sul sapere e sulla sua trasmissione, bensì anche per bloccare qualsiasi critica su queste idee perché in una meritocrazia solo i migliori, evidentemente selezionati sulla base delle idee dominanti, possono parlare. In particolare, per restare nel concreto della situazione attuale, due sono le idee guida a livello internazionale: l’unico sapere valido è quello spendibile sul mercato ( quella che Lyotard a suo tempo chiamò la validazione performativa del sapere) e quello misurabile aritmeticamente, di modo da poter stabilire un apparentemente oggettivo valore monetario equivalente.

L’opposizione al discorso sulla meritocrazia non passa pertanto per un’astratta rivendicazione dell’egualitarismo, magari negando l’evidenza che in tutti i campi c’è chi fa un po’ peggio e chi un po’ meglio il proprio lavoro, ma per la consapevolezza politica che oggi la meritocrazia esprime la concezione dominante del sapere. Così parimenti non serve a niente descrivere una meritocrazia perfetta o ben temperata: quegli studenti e quegli insegnanti che non credono nella scuola che nasce da quell’idea di sapere oggi dominante dovranno svolgere una critica politica e non ideale della meritocrazia. Questa critica potrà essere esercitata solo a partire dall’idea che la meritocrazia non sia un concetto metafisico con varie applicazioni storiche più o meno positive, ma un discorso ideologico di supporto a determinate pratiche di potere.

La scuola profumata

Enrico Terrone

Da una ventina d'anni il popolo italiano ha il privilegio di far da cavia per innovativi esperimenti di ingegneria politica. Si è iniziato con quella che è stata chiamata “videocrazia” e che in pratica era una banda di affaristi che usava il denaro e i media per conquistare il potere, e simmetricamente usava il potere per incrementare i cumuli di denaro e la concentrazione dei media. Adesso è la volta di quella che si potrebbe chiamare “montarchia parlamentare”: all’opposto delle tradizionali monarchie parlamentari in cui governano gli eletti mentre il monarca firma carte e taglia nastri, nell'Italia contemporanea governa il montarca mentre gli eletti firmano carte e tagliano nastri. Il governo del montarca si ispira a un principio di darwinismo sociale altrimenti detto “meritocrazia”. Nell'arca del montarca che salverà la nazione dal diluvio universale finanziario non c'è posto per tutti i cittadini ma solo per quelli meritevoli. Gli altri saranno esodati o rottamati, cioè lasciati in balia delle acque. Con la nuova legge di stabilità, questo principio di selezione sociale viene finalmente applicato anche al campo della scuola pubblica. Imporre agli insegnanti delle scuole superiori un servizio di ventiquattrore alla settimana, in classi da trenta alunni cadauna, non è solo un modo come un altro per far cassa, ma anche un artificio ideologico per separare il grano dal loglio, cioè i meritevoli dagli esodabili e rottamabili.

Nei piani del montarca e del suo ministro, la scuola maleodorante dei prof brutti sporchi e cattivi lascerà finalmente posto alla scuola profumata dei prof giovani e belli. È pur vero che le prime vittime del provvedimento saranno soprattutto giovani insegnanti precari che in seguito alla sparizione delle ore destinate a supplenza si trasformeranno in disoccupati a tempo indeterminato. Ma questo per gli uomini del montarca è solo un incidente di percorso, un effetto transitorio e tutto sommato trascurabile del grande progetto. L'obiettivo fondamentale dell'orario “s24” non è fare strage di precari, ma di insegnanti di ruolo. La nuova scuola profumata dovrà funzionare come la serie televisiva 24, nella quale l'azione prosegue incessante per ventiquattr'ore consecutive, e alla fine restano in piedi soltanto i veri duri come il protagonista Jack Bauer: i deboli cadono sul campo. Dopo qualche mese o qualche anno in balia di trecento alunni ingestibili, di cui stenteranno a ricordare persino il nome, fra i prof sopravvivranno soltanto i veri duri, quelli “con le palle”, mentre gli altri finiranno giustamente esodati e rottamati, cioè licenziati per scarso rendimento o ricoverati in qualche reparto psichiatrico.

Il ministro del montarca è sincero quando dice che vuole rinnovare la scuola e ringiovanire il corpo insegnante. Crede veramente nelle virtù terapeutiche del concorso e degli altri meccanismi meritocratici di reclutamento che gli frullano in testa. Ma perché questi meccanismi possano funzionare, occorre prima creare lo spazio vitale, cioè esodare o rottamare la massa di vecchi prof imbelli che rallenta intollerabilmente l'avanzata delle truppe profumate. A questo serviranno le ventiquattr’ore settimanali. Nel loro tentativo di ripulire e profumare la scuola italiana, tuttavia, i montarchi non hanno fatto i conti con l'oste, cioè con il tratto distintivo del carattere nazionale: l'arte di arrangiarsi.

Prima di dar di matto o gettarsi dalla rupe, i prof “non meritevoli” si ingegneranno per salvare ancora una volta la ghirba. Ci obbligate a stare per ventiquattr'ore alla settimana in classi da trenta alunni ciascuna? Bene, noi smettiamo di interessarci a quel che dovremmo insegnare, e ci preoccupiamo soltanto di instaurare un qualche equilibrio ecologico che ci garantisca la sopravvivenza. Grandi visioni di film e video, grandi sessioni collettive di youtube e facebook, grandi chiacchierate sul più e sul meno. Non più lezione, insomma, ma baby-sitting, o per meglio dire: teen-sitting. In fondo questa mutazione adattativa era implicita nel cavillo sfruttato dal ministro per introdurre la norma capestro: l'equiparazione delle scuole medie e superiori alle scuole elementari, nelle quali già vigono le ventiquattr'ore settimanali di servizio. I professori sono così assimilati al maestro, il quale – transitivamente – risulta assimilato all’assistente all’infanzia. Vale a dire che l'insegnamento nel suo complesso implode nel baby-sitting.

E l'Università? Nella carneficina generale, sembrerebbe – almeno per ora – l'unico ambito dell'istruzione a farla franca. D'altra parte – insinuano i maligni – è proprio dalla “casta” accademica che provengono il montarca e la maggior parte dei suoi uomini. Le ventiquattr'ore di lezione che un prof delle superiori dovrà tenere in una settimana, un ordinario di facoltà le diluisce all'incirca in un anno. Senza contare che all'università non si tratta di fronteggiare adolescenti selvaggi, ma placidi uditori che se proprio hanno voglia di rumoreggiare possono uscire dall'aula a farsi un caffè o una sigaretta. Eppure c'è il rischio che alla fine sia proprio l'università a pagare il conto più salato. Accadrà quando, fra non molto tempo, inizieranno a iscriversi alle facoltà i diplomati della nuova scuola profumata, in cui il baby-sitting e il teen-sitting avranno preso il posto dell'insegnamento. Allora, per i docenti universitari, anche quelle poche ore di lezione all'anno sembreranno un incubo, perché saranno ore da trascorrere di fronte al nulla.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.

Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

La faccenda della meritocrazia

Giorgio Mascitelli

È curioso come il principio meritocratico raggiunga l’apice della sua popolarità proprio quando le distanze, misurate in denaro, all’interno della società risultano ormai incolmabili e in molti ambiti professionali la diffusione di procedure standard automatizzate rende addirittura obsoleto parlare di meriti, specie se individuali.

In realtà tutta questa faccenda della meritocrazia è molto interessante a cominciare dalla parola stessa. Infatti il termine fu inventato negli anni Cinquanta da un sociologo laburista inglese Michael Young in un finto saggio sociologico, in realtà una sorta di pastiche distopico, ripubblicato meritoriamente l’anno scorso in traduzione italiana con il titolo L’avvento della meritocrazia, con un’accezione ironica, se non apertamente critica. Sia nei vocabolari inglesi sia in quelli italiani da me consultati (ma confesso di non avere fatto una ricerca sistematica), il sostantivo ha perso questa sfumatura ironica e mantiene solo l’accezione letterale con cui viene usato nel dibattito pubblico odierno.

Fatto affascinante questo che l’espressione caricaturale di un’ideologia venga accolta nell’uso comune come la designazione seria del suo valore, che evidenzia come tale denominazione abbia incontrato un’aspettativa sociale diffusa o, più semplicemente, un concetto già pronto che mancava solo di un nome; in questo senso potrebbe essere definita una sorta di teodicea semplificata per ceti medi e subalterni minacciati dalla globalizzazione. Insomma, quanto più la competizione per primeggiare assomiglia a una disperata lotta per la sopravvivenza tanto più è consolatorio sapere che alla fine resteranno solo i migliori.

Che questa ipotesi sia plausibile me lo suggerisce la circostanza che, in un paese come l’Italia, il cui disastro storico è stato causato anche dalle pratiche nepotistiche e clientelari delle sue élites economiche e politiche al potere, l’emergere del discorso meritocratico non abbia prodotto nessuna seria discussione sul ruolo storico dei gruppi dirigenti (per tacere di provvedimenti politici), ma solo l’interiorizzazione delle leggi sociali sostenute da queste stesse élites e l’accettazione come fatto naturale dell’emigrazione per poter vedere riconosciuti i propri meriti, che non a caso corrisponde alla nuova posizione subordinata dell’Italia nel sistema globale.

Nel gennaio 2015 è stato pubblicato, a firma di circa quattrocento ricercatori attivi nel campo dell’intelligenza artificiale, una lettera aperta sulle priorità di ricerca per un’intelligenza artificiale robusta e proficua. In questo documento si esaminano rischi e problemi a breve e lungo termine connessi con lo sviluppo di tali tecnologie. Il tono del documento è comprensibilmente ottimistico individuando nell’intelligenza artificiale un passo avanti decisivo per l’umanità con grandi potenzialità anche nella soluzione dei grandi problemi relativi alla povertà e al disagio sociale; tuttavia gli scienziati non nascondono anche l’esistenza di alcune gravi difficoltà e propongono, per superarle, alcuni indirizzi di ricerca interdisciplinare.

In particolare nella sezione dedicata all’ottimizzazione dell’impatto economico sul breve periodo delle nuove invenzioni, gli estensori della lettera indicano come ambito di ricerca il seguente: “La storia offre numerosi esempi di piccoli gruppi di popolazione non bisognosi di lavorare per ottenere la sicurezza economica, dall’aristocrazia nell’antichità fino alla maggioranza dei cittadini nel Qatar contemporaneo; quali strutture sociali e quali altri fattori determinano se tali popolazioni prosperano?”(pag. 2, doc.cit.). In pratica in un documento redatto da alcuni degli scienziati di punta della nostra società viene proposto un indirizzo di ricerca volto a scoprire se in società non basate sul lavoro, che un tempo avremmo definito arcaiche, ci siano degli elementi organizzativi e culturali, immagino, atti a rendere tollerabile la vita per le popolazioni che si troveranno in una condizione perenne di esubero (e non si tratterà solo di lavoratori non qualificati) quando l’intelligenza artificiale dispiegherà a pieno le sue applicazioni, già oggi utilizzabili.

Se confronto una prospettiva del genere con il discorso meritocratico in voga, non è per denunciare la natura ideologica di quest’ultimo, abbastanza evidente senza bisogno di scomodare prospettive tecnologiche, quanto il suo carattere di mitologema. Infatti la fiducia nella meritocrazia sembra nascere da frammenti di immagini mentali, discorsi ideologici, parabole edificanti e memorie ed esperienze delle generazioni precedenti del tutto avulse dalla realtà attuale, fatta appunto di un dominio assoluto del denaro che nasce dal denaro e non dal lavoro e di una tecnologia che rende sempre di più superfluo lo stesso lavoro. In questo senso si può dire che il discorso sulla meritocrazia condotto nella nostra società aggrega e organizza un insieme di materiali frammentari, ma diffusi spontaneamente.

Proprio questo carattere, che è quello mitologico, rende la meritocrazia non solo, ovviamente, un discorso utile a mantenere lo stato di cose esistenti, ma soprattutto la narrazione che permette di sopportare in senso simbolico alla società nel suo complesso la marginalizzazione di fette crescenti della popolazione.

La scuola della valutazione

Giorgio Mascitelli

La pubblicazione sul giornale inglese Guardian il 6 maggio scorso di una lettera al direttore del programma PISA dell’OCSE Andreas Schleicher da parte di un gruppo di accademici ed esperti di didattica in prevalenza anglosassoni sui danni prodotti dallo stesso programma al sistema scolastico rappresenta una riflessione e una proposta di dibattito che per la sua ampiezza richiederebbe il rapido sviluppo di quella che, per comodità, potrei chiamare un’opinione pubblica globale.

Gli estensori della lettera criticano la pretesa di ridurre a valutazioni quantitative omogenee sistemi scolastici disomogenei finendo con il produrre risultati falsati, ponendo le scuole e i sistemi scolastici che operano in ambienti sociali sfavorevoli agli ultimi posti e favorendo una didattica tutta rivolta a migliorare la posizione in classifica, che trascura obiettivi fondamentali dell’insegnamento come la formazione culturale e civica dello studente. Un secondo genere di osservazioni non meno importanti è relativo al quadro di legittimità delle prove PISA che sono promosse da un’organizzazione che non ha alcun mandato internazionale, a differenze di Unicef o Unesco, per occuparsi di questioni educative e culturali e alla sua collaborazione per la realizzazione di queste prove con soggetti economici privati che hanno interessi aziendali nel mondo della scuola.

Potrebbe apparire sorprendente che un sistema di rilevazione internazionale triennale per quanto prestigioso abbia influenze così pesanti sul mondo della scuola di nazioni diverse, ma bisogna considerare che i dati PISA vengono utilizzati come indicatori dai vari governi per le loro scelte in materia di politica scolastica e che hanno originato una serie di valutazioni all’interno delle singole nazioni con modalità, criteri e finalità analoghi (per l’Italia si tratta delle prove INVALSI). In un certo senso si potrebbe affermare che le prove PISA tendono a prendere una funzione simile a quella che hanno le agenzie di rating sul mercato finanziario delle obbligazioni e dei titoli di stato con analoghi effetti di condizionamento.

Naturalmente non è possibile descrivere qui dettagliatamente le conseguenze nella vita scolastica concreta di questo stato di cose, l’osservazione delle quali ha probabilmente indotto i firmatari a scrivere la loro lettera. Vale invece la pena di fare qualche osservazione a margine a partire dal fatto che l’obiettivo delle prove PISA è la misurazione in termini numerici, ossia astratti, del valore dell’istruzione dei singoli paesi e delle singole scuole. Si tratta dunque della ricerca di una misura oggettiva del valore dell’istruzione, sulla base della quale sarebbe dunque possibile stabilire un equivalente monetario oggettivo, e nel contempo il miglioramento qualitativo, ma valutato quantitativamente, dell’istruzione può essere raggiunto dalle varie scuole solo tramite l’adozione di pratiche scolastiche standard, costruite sul modello delle prove PISA.

Se da un lato tutta questa razionalità ricorda indubbiamente i complicati calcoli mentali di certi personaggi beckettiani, dall’altro è chiaro che questa logica richiama quella che sta alla base del processo di industrializzazione, seppure in modo più instabile e meno realizzabile data la natura immateriale e non priva di astuzie metafisiche dell’oggetto di questa produzione industriale ossia l’istruzione. Sul piano dell’esperienza culturale del singolo studente, invece, la scuola forgiata dalle prove PISA, o meglio dalle politiche e dalle pratiche che prendono l’abbrivio da esse, tende a diventare qualcosa di simile a un nonluogo. In un certo senso la scuola ha costitutivamente dei caratteri da nonluogo, basti pensare a una certa uniformità dell’architettura scolastica o alla sua parziale separatezza dall’ambiente sociale circostante, ma essi sono controbilanciati dalle relazioni umane che in essa si intrecciano e dalla presenza della trasmissione del sapere, che funge da tramite con la storicità della propria società (operazione effettuata in maniera consapevole nelle buone scuole).

Tra le relazioni umane ovviamente ha un ruolo fondamentale quella tra studente e insegnante, perché un buon insegnamento anche in senso tecnico è sempre fondato sul fatto che procede da una relazione umana di tipo educativo: non a caso nelle scuole autoritarie la specificità di questo tipo di relazione è stata negata imponendo all’insegnante di interpretare il ruolo ora del genitore, ora della guida spirituale, ora del comandante militare o del tecnico.

Una scuola centrata sulle valutazioni quantitative sopprime sia la relazione umana dell’insegnamento sia la consapevolezza della storicità del sapere trasmesso perché l’unico obiettivo è il raggiungimento degli obiettivi didattici stabiliti implicitamente dalle prove. La prima in quanto a un insegnante viene di fatto richiesto di raggiungere livelli standardizzati attraverso modalità standard, la seconda perché una scuola competitiva che definisce il proprio valore attraverso test e classifiche ostacola qualsiasi riflessione critica sui saperi che impartisce.

Rimuovendo queste dimensioni la scuola resta un ambiente asettico assolutamente assimilabile a un aeroporto o una località turistica. Nella prevalenza di questa idea di scuola nella nostra società, possiamo in fondo leggere un finale di partita per l’idea dell’acculturazione e della formazione come processo di emancipazione che ha informato di sé la scuola moderna.