L’imitazione della merce 3

Guido Caserza

PARTE TERZA- dialogo ipologico fra i due maestri (parte B)

Torniamo al punto di partenza: quando arrivano ai grandi centri commerciali (towns of trade) le merci giungono al termine della loro corsa. Ecco il caso in cui esse dormono e sognano.

No. Mentre, con parole altisonanti, per inebriare l’uomo, dicono «abbiamo terminato la nostra corsa, abbiamo mantenuto la fede; ora non ci resta che attendere la corona di giustizia che ci darà il nostro idolo» - mentre dicono ciò, le merci iniziano una nuova corsa, dentro il cuore dell’uomo.

Ed esse, viaggiando diuturnamente, colmano le regioni deserte e le solitudini del tempo e dello spazio.

E la loro dolcezza è tale che a qualsiasi oggetto le si congiunga, persino alla morte, le si ama.

È allora che l’uomo dorme e sogna, mentre le merci continuano il loro viaggio. Quanto a noi, solo quando avremo imparato a raccoglierci interamente in esse, non ci accorgeremo più di noi stessi, ma soltanto di esse.

Per questo dicono le merci: «abbandona te stesso e ci troverai, e ne avrai sempre vantaggio».

E dunque in questo, e in consimili modi, siamo sottoposti a questa terribile prova: sappiamo noi rinnegare noi stessi?

Allora noi dobbiamo essere morti a noi stessi! Leggi tutto "L’imitazione della merce 3"

L’imitazione della merce 2

Guido Caserza

PARTE SECONDA- Dialogo ipologico fra i due maestri (parte A)

Dormono le merci, maestro?

Non mai! Se le merci dormissero sarebbe doppia follia: la loro e quella del capitale che le muove.

Ma se le merci potessero dormire…

Maestro, possono forse le merci morire?

Forse sognerebbero.

Mentre il sogno, in verità, è un presupposto della circolazione delle merci. Si colloca a uno stato anteriore dell’ontogenesi.

Con questo, maestro, vuole dirmi che la merce non è deperibile?

È deperibile e non lo è: è deperibile in quanto transustanziata in natura umana; è indeperibile in quanto autogenerantesi e autorinnovantesi. Leggi tutto "L’imitazione della merce 2"

Non è un problema di artigianato

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un'affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c'è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un'altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte "visibile" del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura - per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Leggi tutto "Non è un problema di artigianato"

È un pezzo di cartone sagomato

Gherardo Bortolotti

L'opera di Hans-Peter Feldmann, che vedo alla mostra, è composta da una teiera da supermercato e da un cartoncino sagomato che ne riproduce l'ombra e su cui la teiera è appoggiata. A fronte della semplicità dell'installazione, quello che colpisce è la sua capacità di fare collassare un numero significativo di elementi, dando all'insieme una dinamica veramente coinvolgente. Elenco brevemente, di seguito, quelli che mi sembrano i concetti che l'installazione compone.

Il primo concetto è che l'intervento dell'artista trova l'ombra delle cose, il lato oscuro, misterioso, opaco allo sguardo distratto e quotidiano. Un passo ulteriore, in questo senso, è riconoscere che è nelle cose banali, negli oggetti di tutti i giorni (la teiera), che questo mistero si cela. Sembra che si debba concludere che l'infraordinario è una terra magica, inesauribile allo sguardo perché opaca, sfuggente: un buco nero in cui lo sguardo si disfa nell'assenza di luce. È interessante, in questo senso, vedere come l'ombra nasca dalla basa dell'oggetto che vi si appoggia, come se l'inconsistenza, l'opacità sia la vera natura e, nello stesso tempo, la fondazione degli oggetti, della realtà - e che l'operazione artistica stia proprio nello svelare questo abisso originario. Leggi tutto "È un pezzo di cartone sagomato"

L’imitazione della merce 1

Guido Caserza

 PARTE PRIMA- Dialogo prologico in forma diversiva fra i due maestri

 Si vedevano ogni sera: i due maestri facevano lunghe chiacchierate filosofiche nello stabbio dei maiali e, dandosi vicendevolmente del maestro, si ponevano quesiti sottilissimi.

Maestro, lei ritiene che una donna che è stata una grande meretrice, che l’ha data a cani e porci, possa in seguito diventare una moglie onesta e fedele? Maestro, il suo quesito è ben posto e motivato e, come lei certamente sa, noi percepiamo un’immagine della verità e non possediamo che la menzogna; sarebbe a dire, maestro, che l’immagine percepita della donna che puttaneggiava potrebbe essere null’altro che un simulacro, un inganno dei nostri sensi, e che quindi il suo redimersi in moglie onesta non sia che il compimento di quanto era già in potenza? Leggi tutto "L’imitazione della merce 1"

Utopia for Sale!

Ilaria Bussoni

«Se sei un falegname e stai facendo un bellissimo cassettone, non userai un pezzo di compensato per il retro anche se finirà contro il muro e non lo vedrà nessuno. Tu lo sai che sta lì, per questo userai un bellissimo pezzo di legno anche per il retro. Perché tu possa dormire la notte, perseguirai l’estetica attraverso la qualità». Chissà se l’autore di questa sentenza dal sapore di maestranza artigiana considerava i propri dipendenti della fabbrica di Shenzhen alla stregua del falegname, o del compensato.

Se avrebbe scovato un’estetica nell’opera del cinese Li Liao, Consumption, composta da un contratto di lavoro alla catena di montaggio della fabbrica cinese della Apple, una lettera di licenziamento, un camice bianco a mo’ di tuta blu e l’iPad mini comprato con il salario di 45 giorni di alienazione. Di certo, nel Li operaio, Steve Jobs non avrebbe visto un soggetto dedito all’applicazione di un’arte manuale. Probabilmente, nel Li artista, non avrebbe visto l’ostinata persecuzione di un’estetica. Forse, avrebbe persino trovato discutibile quel punto interrogativo alla fine della frase Utopia for Sale?, titolo della mostra omaggio ad Allan Sekula (a cura di Hou Hanru e Monia Trombetta) dedicata dal MAXXI all’artista americano scomparso nel 2013.

li liao consumption (600x400)

Perché che altro vende la Apple se non quel surplus non misurabile di valore, quel prototipo di un’immagine declinabile per qualunque immaginario, che ammanta tale un’aura una merce altrimenti prodotta in serie, fatta di circuiti elettrici, plastica e minerali in esaurimento? Senz’altro Steve Jobs avrebbe rivoltato la frase: Utopia for Sale! Del resto, è l’unico modo per vendere. Da tempo la dirigenza d’impresa si è fatta artista, e ben lungi dal limitarsi a proporre un semplice manufatto le tocca piazzare quell’intangibile che assume i tratti di uno scorcio di futuro, di una relazione, di un affetto, di un mondo desiderabile, meglio se libero. Difficile vendere un prodotto che promette perenne dittatura.

Ma la dirigenza d’impresa non si ispira a un artista qualunque, guarda piuttosto al trompe l’oeil dell’Aleotti (purché duri il tempo di un matrimonio), perché dietro la verosimiglianza devono stare le compatibilità, i margini di guadagno, i flussi e nel vendere utopia le tocca mascherare l’abuso di compensato operaio. Da tempo la merce non è più incarnazione di materia, sostanza al cui peso corrisponda un valore. Il valore della merce non è il sempre minor numero di ore di lavoro necessario a produrla, non è la materia di cui è fatta, non è l’originalità della matrice della quale è serie. Il valore della merce è, dopo Bretton Woods, una tautologia. Un decreto al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di mercato.

sekula

Di come sia fatta e da dove arrivi una merce ce lo riepiloga l’artista Allan Sekula nel suo The forgotten Space, film documentario (girato con Noël Burch) dedicato alle rotte del trasporto globale e ai poli della logistica portuale. Dove all’utopia in vendita si sostituisce la concretezza del container che al mercato globale, al dumping sui prezzi, alla corsa al ribasso sui salari sta come la macchina vapore per la rivoluzione industriale. Tra navi cargo e slot, tonnellate di diesel e gantry cranes, automazione e cicli dello shipping, Allan Sekula ci mostra come, grazie a chi, per quali strade si realizzi quell’epifania scintillante che tanto rende utopiche le vetrine d’Occidente, e non solo.

Un mondo dell’armamento affatto immune da una certa stagionalità finanziaria (come ha più volte mostrato Sergio Bologna nel suo lavoro), che convive con retaggi di multiculturalità e tolleranza in tutto e per tutto topica (prerogativa dei porti) e forme residuali di cultura e solidarietà operaia. Nel mostrarci gli approdi delle rotte oceaniche e la vie intermodali del trasporto a terra, il film restituisce fisicità all’idea di circolazione, tracciando una concreta mappa dei flussi che è il precipitare del cielo dell’immaterialità finanziaria. Una terra ai più sconosciuta quella della logistica portuale globale, dove Amburgo, Rotterdam, Anversa si contendono a colpi di gru e banchine il ruolo primario di scalo europeo, diventando piccole comparse se paragonate a Los Angeles e il declinante Hong Kong.

Amie Siegel , Provenance . 2013 (3) (600x338)

Il film di Allan Sekula, opera centrale di Utopia for Sale?, è un lavoro di critica che toglie alla merce qualunque aura, per questo non la si vede mai se non imballata, stoccata, contenuta, impilata. Unica eccezione è il capolino di un desiderio da parte di due giovanissime operaie cinesi, in cerca di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Far trapelare con grazia un desiderio, in questo sta la grande critica, prerogativa dell’artista Sekula.

E non a caso una delle chiavi di lettura della mostra sta nelle prime opere esposte, di Amie Siegel. Provenance, un video che mostra il movimento di sussunzione del mercato dell’arte di quel modernismo architettonico nato in primis non per essere venduto, ma per proporre il «valore» di una buona vita. E, poi, Lot 248, che segue quello stesso movimento, continuo e inarrestabile, nell’istante in cui a un’asta di Christie’s trasforma in merce quella stessa critica dell’artista Siegel. Non più solo sussunzione, meta-sussunzione. Resta un margine? Per l’arte, per la critica? Per un valore che non sia quello del prezzo? Forse sì. È quello di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Di un desiderio di libertà. E di chi, con grazia, riesce a filmarlo.