A piedi scalzi

Roberto e Valentina Gramiccia

A piedi scalzi è una mostra curiosa. Si intitola così perché chi se l’è inventata ha messo a disposizione di ciascuno degli artisti che vi partecipa una scatola di scarpe vuota. Quindi l’idea è che uno senza scarpe è costretto a camminare scalzo. Che è forse seccante e fastidioso ma se il terreno non è troppo accidentato (pensate a una spiaggia tropicale) è anche molto piacevole e dà un’idea di grande libertà. Ecco, la libertà è il tema di questa mostra. Libertà dai vincoli di mercato e di linguaggio. Indipendenza di pensiero e di azione. Autonomia, sovversione anche, quando serve, quando è necessario.

La scommessa è quella di dimostrare che partire dalle stesse condizioni – a tutti è messa a disposizione la stessa scatola - non significa inibire ma esaltare la possibilità di scelte individuali. L’uguaglianza, cioè, come precondizione di una libertà sostanziale. Non è chi non veda, infatti, che in arte non è la stessa cosa disporre di macchine da guerra finalizzate al successo (potenti alleati, gallerie, materiali di prima scelta, assistenti abilissimi e soprattutto accesso al mondo della comunicazione e del potere finanziario) oppure non possedere altro che il proprio talento e la propria voglia di fare.

Nel nostro piccolo, quindi, noi abbiamo voluto mettere simbolicamente tutti sullo stesso piano, azzerando i vantaggi. Giovani e meno giovani, artisti storicizzati e non, pittori e scultori, installatori e inventori visivi non classificabili. Riteniamo, del resto, che l’uguaglianza sia una cosa per la quale valga la pena di battersi (forse la più importante) perché se manca, semplicemente, la libertà non ci può essere. Del resto i più inguaribili individualisti, essendo sicuri del proprio valore, da sempre si sono battuti per l’eguaglianza: da Voltaire, a Marx, da Bakunin a Mazzini, da Gramsci a Gobetti e così via. Per non parlare degli artisti e dei poeti. Ve lo immaginate Rimbaud che cerca la raccomandazione o Picasso che copia un disegno a scuola?

Questa mostra, alla quale con entusiasmo hanno aderito tanti autori, ben si inserisce in INDY. Fiera dei gusti non omologati. INDY, infatti, sta per cultura indipendente, cultura della parola, delle immagini, della musica e del palato, capace di vivere nonostante e al di fuori della distribuzione di massa. Una distribuzione che non ha niente a che vedere con la qualità, evidentemente, perché la qualità non sopporta le regole implacabili e omologanti del grande mercato. Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, in qualche modo ricostruisce in miniatura le dinamiche della distribuzione monopolistica.

A funzionare, nel suo caso, non sono i supermercati e l’ordinata fibrillazione dei centri commerciali, i non luoghi di Marc Augé, ma un apparato miniaturizzato che tutto controlla: le carriere, il successo, le aggiudicazioni d’asta, le recensioni sulle riviste specializzate, la selezione dei nomi da invitare alle biennali e cosi via. In arte non esiste la grande distribuzione ma esiste una divisione scientifica e lobbistica degli ambiti di potere. In coerenza con la filosofia della Festa dei gusti non omologati, A piedi scalzi si colloca al di fuori di queste dinamiche, nella sua semplicità e nella sua modestia. Ma anche nella presunzione di indicare una possibile «strada contro».

L’adesione di tanti artisti importanti ci conforta e rende prezioso obiettivamente questo microosservatorio di linguaggi, di tendenze e di inquietudini. Dentro una stanza poco più grande del normale saranno classificate, quindi, più di cinquanta possibili poetiche, una specie di mappatura povera ma anche presuntuosa di ciò che succede di rilevante da un punto di vista artistico nella nostra città e nel nostro paese.

Chi verrà a vedere la mostra non farà fatica e con pochi passi potrà godere di quanto di meglio viene prodotto a partire dalla fantasia creativa di cinquanta generosi artisti indipendenti. Una specie di giro d’Italia in una stanza.

La mostra A piedi scalzi si inaugura oggi alle ore 18 al Brancaleone (via Levanna 13, Roma) in occasione dell'apertura di INDY. Fiera dei gusti non omologati. Editori, produttori, vignaioli, mastri birrai... E ancora concerti, dibattiti, proiezioni, letture pubbliche e presentazioni di libri: dal 1 al 3 giugno oltre 50 stand dedicati alle produzioni autonome e artigiane. INDY è organizzata da alfabeta2, DeriveApprodi, Radio Popolare Roma e Brancaleone.

Slot Art Machine

Roberto Gramiccia

Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, somiglia a una slot machine. Una macchina, cioè, costruita come tutte le slot per fare soldi imbrogliando la gente e premiando ogni tanto e casualmente qualcuno, allo scopo di mantenere in vita l’illusione di facili guadagni. Nel caso del sistema dell’arte la macchina è truccata due volte, la prima come tutte le slot machine, la seconda perché i soldi non vengono distribuiti a caso ma solo ad alcuni giocatori (gli stessi che l’hanno costruita). Essi sono i grandi mercanti, il più delle volte organizzati in cordate, i galleristi più potenti, le case d’asta internazionali, i musei che contano, i collezionisti professionali, le banche, gli international curators che fanno tendenza e la nuova e vincente categoria degli artisti manager.

Tutti costoro, sapendo che la macchina è truccata, agiscono con la pressoché totale sicurezza di incrementare progressivamente i propri profitti e la propria influenza. In questo quadro per nulla edificante l’arte diventa una merce. Una forma particolare di merce, che possiede un unico valore: quello di scambio. Un feticcio insomma. Una cosa che non corrisponde a nessuna funzione e ad alcuna utilità sociale ma che, come qualsiasi pacchetto azionario, serve a produrre nuovo profitto dentro il gorgo di un processo perverso di finanziarizzazione dell’attività dell’industria culturale, di cui il sistema dell’arte è parte costitutiva importante.

La natura di questi processi e del sistema che li produce e li governa, mentre è ben nota ai burattinai di questo teatrino, è ignota a quasi tutti gli altri perché non esiste, oggi, un ragionamento sull’arte contemporanea capace di decostruirla, decriptarne il senso e muoversi in direzione controegemonica. Mentre la letteratura su di essa straripa di sollecitazioni che tendono a valorizzare il rapporto consustanziale fra capitalismo, liberismo e ricerca estetica; mentre questo pensiero borghese e postideologico utilizza la categoria del darwinismo estetico, come si usa in altri ambiti quella del darwinismo sociale ed economico, cercando di dimostrare che il mondo del libero mercato è il migliore dei mondi possibili; mentre questa vulgata si diffonde e si rafforza come una pandemia, latita una risposta culturale di classe che sia all’altezza della sua pericolosità.

La crisi dell’arte è un aspetto di una crisi più generale che tutto coinvolge: la sfera sociale, quella politica, quella etica, quella estetica, quella culturale. Le classi egemoni e i poteri forti che ne decidono le strategie credono, nella loro ottusa miopia, che il mondo possa fare a meno dell’intelligenza collettiva. Che sia meglio disporre di popoli di passivi consumatori, che di eserciti di fastidiose intelligenze critiche. Per questo tendono a sostituire alla cultura la comunicazione, all’arte internet e la televisione, alla veglia il sonno della ragione. Al sistema dell’arte una slot machine. Questa cosa può funzionare per un breve periodo. Ma non a lungo. E già ce lo indicano segnali inquietanti e inconfondibili. Il torpore generale rischia di condizionare il destino dell’arte e del resto. Per questo l'insieme di questi scritti, nel suo piccolo, aspira a suonare la sveglia. Se trilla non la spegnete subito. Se no vi riaddormenterete.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Roberto Gramiccia «Slot Art Machine» in libreria da mercoledì 30 maggio per DeriveApprodi.