L’arte difficile della resistenza

Massimiliano Nicoli

Leggo l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti (Un velo di sobrietà. Uno sguardo filosofico sulla vita pubblica e privata degli italiani, il Saggiatore 2012) seduto sotto la pergola di un circolo culturale di Trieste intitolato a due partigiani – che quel circolo avevano fondato e che furono fucilati dai nazifascisti nella boscaglia di fronte. La percezione della distanza fra questo luogo, un luogo della Resistenza antifascista, e le scene della nostra collosa contemporaneità su cui si esercita lo sguardo micrologico di Rovatti produce su di me un effetto spaesante.

Da un lato, il riferimento che il luogo mi impone a un passato sempre più velato di oblio – fatte salve le occasioni cerimoniali – aumenta il disagio rispetto a quella che Pasolini (uno dei maestri citati da Rovatti) chiamava “catastrofe antropologica”, dall’altro, quello stesso riferimento mi rimanda a quella “intesa segreta” fra generazioni passate e presenti di cui parlò Benjamin, dandomi una misura ancora più dolente del conformismo da “mansuefatti” in cui oggi per lo più si vive, e che Rovatti contribuisce a diagnosticare.

Ma voglio lasciare un po’ da parte i riferimenti “colti” – che peraltro, temo, poco mi competono – perché il libro che sto leggendo mi invita a una pratica di lettura e di scrittura che azzeri “i privilegi della élite dallo sguardo alto” e che svuoti la filosofia da quell’irrisorio “delirio di onnipotenza” che così spesso la abita. Voglio però mantenere sottotraccia il rimando a una condizione storica ormai arcaica, non per nostalgia né per romantico passatismo, ma come se fosse un luogo altro, una “eterotopia” in cui transitare per prendere una distanza, pur rimanendo impiantati nelle contraddizioni e nei conflitti del presente.

È solo un modo per praticare, qui e ora, il gesto critico che costituisce la posta del libro di Rovatti. Un modo, cioè, di “abitare la distanza” rispetto a un presente ipertrofico fatto di equità meritocratica più che di giustizia sociale, di linguaggi burocratici e aziendali che ammansiscono il rumore delle lotte, di macchine mediatiche che fagocitano bisogni e desideri, di dispositivi di valutazione e di visibilità che spuntano le armi della critica. Un velo di sobrietà tecnocratica ci avviluppa, e non è aderendo come pellicole al nostro tempo disciplinare e omogeneo, o approssimandoci ulteriormente agli schermi e ai monitor che organizzano la nostra esperienza, che riusciremo ad allentarne la presa.

Dunque una mossa contro il tempo degli orologi – o delle macchine informatiche – vale ancora la pena farla, magari sostenendola con la presentificazione improvvisa di un ricordo seppellito. Avviene così che le scene descritte nel libro di Rovatti, lungi dal comporre il quadro teorico in cui si dipana un pensiero sistematico, diventano l’oggetto di una critica militante che include la discrasia fra i discorsi dei libri e le pratiche di vita nel proprio campo di battaglia. Siamo su un “piano inclinato” – espressione che ricorre più volte nel libro – di una rivoluzione neoliberale che, trasformando la vita in capitale umano, trascolora l’esistenza di ognuno in una proceduralità “multitasking”, secondo uno spazio-tempo scandito e quadrettato dalla precarietà del lavoro e dalla coazione a vedere e a essere visti che la società dello spettacolo offre in cambio di quella precarietà.

La categoria degli intellettuali, e degli aspiranti tali, non può chiamarsi fuori, e forse è proprio quella – la figura dell’intellettuale narcisista e competitivo – l’immagine antropologica verso cui tende il divenire del lavoro di tutti, quando questo è sempre meno mezzo di emancipazione e costruzione conflittuale di soggettività politica, e sempre più strumento di autosfruttamento sotto l’insegna della “Io S.p.A.”.

La presa di parola pubblica stempera la propria politicità nel “troppo” di comunicazione, diviene parte dello show delle macchine mediatiche, oppure alimenta i dispositivi di valutazione meritocratica che ogni individuo-impresa rivendica per misurare il valore del proprio capitale umano: “al tramonto e alla notte dei valori” sono succeduti, in barba a Nietzsche, “l’alba e poi il giorno delle valutazioni”. Forse la parola e la comunicazione sono fradice di denaro, come diceva Deleuze, e fradice pure di godimento narcisistico, e di invidia, che, quando di denaro ne gira poco, diventano veri e propri valori di scambio.

Così, quella critica militante, che in una certa misura proviene dal passato, e a cui mi invita la lettura di questo libro di incursioni nel presente, quella critica che non può rinunciare ad annodare i fili della teoria e della prassi, mettendo in questione l’una e l’altra, non ha certo gioco facile, né grandi spazi di agibilità. Rovatti lo sa bene e quando parla di intellettualità marginale, di interruzioni nel flusso delle informazioni, di esercizio del silenzio, delinea una situazione paradossale e pericolosa, molto difficile da abitare, soprattutto per chi non può contare su nessuna posizione già acquisita.

Eppure il crinale rischioso che separa visibilità e impercettibilità, nome proprio e anonimia, presa di parola e silenzio, è il luogo di oscillazione in cui occorre trovare un difficile equilibrio, per forzare le sbarre del proprio egotismo e restituire una dimensione immediatamente politica a un’esistenza sempre più privatizzata: un’arte della resistenza che deve installarsi nei gesti e negli esercizi che ogni giorno puntellano la nostra soggettività, anche passando per operazioni ben poco remunerative nel presente in cui siamo, come cedere la parola, o disarmare lo sguardo.

Ravel unravel

Guido Barbieri

Tutto comincia con un incidente. Un banale incidente d’auto che non provoca morti e feriti, ma che crea nella mente di Ravel una sorta di abrasione, una cancellatura apparentemente invisibile. L’8 ottobre del 1932 - come racconta Enzo Restagno nella pagina di apertura de L’anima e le cose – il taxi che sta portando il compositore al suo hotel di rue d’Athènes si scontra all’improvviso con un altro taxi. In apparenza niente di serio: “una contusione al torace, un paio di denti rotti, qualche taglio sul viso”.

Ma le ferite del corpo non sono niente di fronte alle ferite della mente. Da quel momento qualcosa nella testa di Maurice comincia lentamente a scomparire, a svanire con sempre maggiore rapidità. Quel qualcosa è la memoria. Ravel inizia a perdere, a smarrire, a smarrirsi. Le prime cose che se ne vanno sono le parole. Non tanto le parole che cerca di leggere, ma quelle che cerca di scrivere: di alcune dimentica completamente il significato, tanto da doverlo cercare nel Larousse, altre diventano ideogrammi astratti, pure decorazioni grafiche prive di alcuna relazione con gli oggetti, i concetti, i sentimenti.

Poi cominciano a fuggire via anche i suoni: Ravel li percepisce distintamente con l’udito, riconosce una nota sbagliata, una dissonanza, una stonatura, ma non riesce più ad associare un segno grafico ad un segno sonoro. Come le parole anche le note scritte assomigliano sempre di più a grappoli di inchiostro, ad arabeschi armoniosi, ma inerti. Nella mente di Ravel si crea, nel giro di pochi anni, l’abisso della mancanza, una geografia fatti di vuoti, una storia popolata di assenze.

È in questa dimensione, la dimensione della mancanza, che sono nate del resto, le opere composte negli anni immediatamente precedenti l’incidente di rue d’Athènes: l’Alborada del gracioso, la Rapsodie espagnole, La valse e soprattutto il Concerto per la mano sinistra, vera e propria epitome realizzata del concetto di mancanza. La “radioscopia” di quest’opera, chiesta quasi rabbiosamente a Ravel da Paul Wittgenstein, il pianista austriaco al quale durante la guerra era stato amputato il braccio destro, rivela infatti un singolare rapporto con la dimensione della memoria. Come Restagno ha chiarito nella sua preziosa “anamnesi” la sostanza tematica del Concerto è costituita da una serie di “reperti” (citazioni, reminiscenze, evocazioni) che il compositore dispone in una sorta di museo privato della propria memoria smarrita. Come tutti i ricordi, anche questi sono incompleti, parziali, offuscati dalla nebbia, sommersi a metà nell’oblio. Insomma: mancanti.

Nelle pieghe di questa “scrittura dell’assenza” emerge così un dubbio radicale. E cioè che il Concerto per la mano sinistra non sia affatto un concerto “per”, bensì un concerto “senza”. Non cioè un concerto per la mano sinistra presente, ma un concerto per la mano destra mancante. E questa “mancanza” è, sic et simplicter, con un processo di identificazione brutale, la mancanza della memoria, la progressiva abrasione della facoltà di scrivere, di leggere, di ricordare.

Una lettura, questa, singolarmente vicina alle riflessioni sulla mancanza che si ritrovano negli scritti linguistici del fratello di Paul, Ludwig Wittgenstein. Nelle sue considerazioni sulla Grammatica dei giudizi di valore l’autore del Tractatus sostiene che la relazione tra il pensiero e il linguaggio sia fondata per l’appunto sulla regola della mancanza: la parola non è mai in grado di tradurre il pensiero nella sua completezza, anzi, è condannata a rendere l’incompletezza del pensiero. Questa “mancanza” non è per Wittgenstein di tipo difettivo, ma anzi rappresenta per l’appunto lo statuto che differenzia il linguaggio dal pensiero: “la mancanza – sintetizza il filosofo – è il senso del linguaggio nel suo tradurre il pensiero”. Una condizione, insomma, di carattere genetico che rappresenta la faccia linguistica di quella mancanza oscura, patologica, inquieta e sofferente di cui Ravel ha sofferto fino alla fine dei suoi giorni.

È da queste suggestioni, da queste letture trasversali, da queste risonanze del pensiero che nasce il progetto di Ravel Unravel, il nuovo lavoro “infrateatrale” di Lucia Ronchetti che vede la luce per la prima volta ad Ancona in questi giorni. “Il pezzo – scrive la compositrice - ricostruisce la complessa e difficile relazione tra il committente/interprete tedesco e il compositore francese, entrambi reduci della prima guerra mondiale, entrambi alle prese con conseguenze gravi, visibili nel caso dell’interprete, invisibili nel caso del compositore”.

La prima esecuzione assoluta di quello che l’autrice definisce un “action concert piece” avverrà al Teatro Sperimentale di Ancona domani 11 aprile. Ad interpretarlo sono stati chiamati due tra i due musicisti italiani più sensibili alla sperimentazione sonora e teatrale: Francesco Dillon al violoncello ed Emanuele Torquati al pianoforte. L’opera è stata commissionata dalla Società dei Concerti “Guido Michelli” in collaborazione con Mito, Accademia Filarmonica Romana, Amici della Musica di Modena e Musica Villa Romana
di Firenze.

Ravel Unravel di Lucia Ronchetti debutta l'11 aprile al Teatro Sperimentale di Ancona

Il canto delle parole

Maria Teresa Carbone

Alcuni giorni fa, al Nuovo Cinema Palazzo di Roma, Cesare Bermani è stato protagonista di una giornata di studio (Una voce nella storia. La ricerca di Bermani). Intervento dopo intervento, i partecipanti – Stefano Arrighetti, Pier Paolo Poggio, Sandro Portelli, tra gli altri – hanno cercato di dar conto di un metodo di indagine insieme rigoroso e (apparentemente) indisciplinato e della vastità dei territori esplorati da questo intellettuale caparbiamente “fuori canale”, impegnato da quasi mezzo secolo a captare parole e suoni della cultura popolare: dai canti religiosi abruzzesi al lavoro degli italiani in Germania sotto il Terzo Reich, dalla Resistenza in Valsesia alle leggende metropolitane...

Ma quando infine è toccato allo stesso Bermani parlare, non sono stati pochi, nel pubblico, a stupirsi: anziché rievocare i tempi in cui, con Gianni Bosio, fu tra i fondatori dell'Istituto Ernesto De Martino, anziché narrare qualche episodio legato all'uso dell'inseparabile registratore, anziché riprendere almeno alcune delle questioni trattate nei suoi libri, infatti, lo storico ha preferito raccontare la sua più recente avventura, le battaglie condotte con l'associazione Ernesto Regazzoni per difendere il paesaggio e il patrimonio artistico del lago d'Orta – la gioia per avere scongiurato l'abbattimento di un viale di tigli, la perplessità sgomenta di fronte all'ignoranza di tanti amministratori locali, la necessità di una lotta dalla quale, proiettando la dimensione locale su uno sfondo globale, dipende il futuro della nostra specie, se è vero che “nell'arco dei dodici mesi gli umani consumano le risorse annuali del pianeta in 240 giorni e vivono per il resto del tempo a credito”.

“Bermani è andato fuori tema”, ha forse pensato qualcuno quel giorno. Errore. Rivolgersi al presente non è una svista, un momentaneo capriccio, ma costituisce l'elemento fondativo del mestiere dello storico, così come lo intende questo instancabile, appassionato ricercatore – e non a caso proprio La libera ricerca di Cesare Bermani. Culture altre e mondo popolare nelle opere di un protagonista della storia militante si intitola un volume a più voci che DeriveApprodi ha appena pubblicato, raccogliendo i testi prodotti per un precedente convegno su Bermani (W Cesare! Cultura di classe, storia orale, cultura sociale, San Giovanni in Croce, 6 ottobre 2011) e integrandoli con altri contributi, nel tentativo di tracciare una mappa minima dell'opera sterminata di Bermani, arrivata oggi quasi ai duemila titoli, e più ancora di restituire il ritratto di una esperienza per certi versi irripetibile e tuttavia esemplare per chi oggi voglia fare ricerca senza appiattirsi su modelli accademici e polverosi.

In tal senso questo piccolo volume collettaneo potrebbe rappresentare un utile “manuale di istruzioni” per i giovani storici, a partire da una annotazione dello stesso Bermani, riportata da Bruno Cartosio e contenuta nella prefazione alla seconda edizione del monumentale Pagine di guerriglia. A chi gli rimprovera la sua estraneità a qualsiasi classificazione, Bermani ribatte: “È la mia una 'formazione eclettica' o non sono piuttosto le tradizionali divisioni disciplinari in storia, sociologia, antropologia, geografia, ecc. qualcosa di sempre più anacronistico, buone per burocrati in carriera universitaria ma assai distanti dalla ricerca scientifica?”.

Così come sono preziosi gli insegnamenti riguardo alla storia orale – una storia, sottolinea nel suo contributo Portelli, fondata da un lato sulla “attenzione a come le persone si esprimono, e quindi al dialetto, quindi al linguaggio, quindi ai canti”, dall'altro sulla capacità di analizzare e verificare criticamente le fonti, nella consapevolezza che “è precisamente quando si sbagliano che le fonti orali diventano ancora più interessanti”. Una storia, quella praticata da Bermani, che non teme gli errori e neppure ha paura di essere trasparente, anche quando si trova di fronte, come nel caso appunto di Pagine di guerriglia, sui “garibaldini” in Valsesia, anche episodi difficili da affrontare: scontri interni, casi di stupro, eccessi di giustizia partigiana.

“Non c'è nulla di indicibile, se riusciamo a capire perché determinate cose sono successe, compito dello storico non è nascondere ciò che parrebbe poco nobile, bensì dare comprensibilità a una vicenda che va valutata nella sua complessità”, commenta Santo Peli. È questa la pista su cui si è sempre mosso Bermani, e su questa pista lo dovrebbero seguire gli storici d'oggi.

Questo articolo è apparso il 29/04/2013 su Il Bo

Lo sterminio della memoria

Alberto Burgio

Da dieci anni, dall’inizio della «guerra contro il terrorismo» scatenata all’indomani dell’11 settembre, si parla di nuove guerre. La guerra è cambiata nelle sue forme, nelle sue finalità. E nelle sue conseguenze. Non la si dichiara più e la si pianifica dissimulandola. La si combatte sotto mentite spoglie (non sono guerre, sono missioni internazionali di pace) e nobilitandola come difesa dei diritti e della democrazia. Soprattutto, le guerre regionali non sono più, da vent’anni ormai, metafore del grande scontro geopolitico tra l’Impero del Male e il Mondo Libero, avendo quest’ultimo vinto un’altra guerra, fredda, cominciata prima ancora della fine della Seconda guerra mondiale e durata quasi mezzo secolo tra il 1945 e il 1991. Leggi tutto "Lo sterminio della memoria"

La scrittura, il coraggio e la paura della neve

Diego Guzzi

«Non sono rassegnato a morire, né angustiato dalla morte. Sono furioso, straordinariamente irritato dall’idea che presto non sarò più qui, in mezzo alla bellezza del mondo o, al contrario, nel suo scialbo grigiore». Così Jorge Semprun su «Le Monde», pochi mesi prima di andarsene. Nato a Madrid nel 1923, esiliato in Francia all’arrivo del franchismo, decise di militare nella resistenza comunista. Arrestato dalla Gestapo, venne torturato e deportato a Buchenwald. Uno dei momenti più drammatici dei sedici mesi nel Lager fu l’incontro con un ebreo polacco, reduce di un Sonderkommando di Auschwitz: una riunione clandestina nell’infermeria del campo e il racconto dell’annientamento sistematico nelle camere a gas; una violenza che, per la prima volta nella storia, non lasciava sopravvissuti. Al ritorno nelle baracche infuriava una burrasca di gelo. Da quel momento, per Semprun la neve divenne il simbolo, fortuito quanto indelebile, di una vicenda di morte. E, al contempo, un’esortazione a testimoniare. Leggi tutto "La scrittura, il coraggio e la paura della neve"

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"

Doppio canto. Luoghi di una memoria minore

Daniela Panosetti

Stefano Schirato è un fotografo indipendente, sbarcato a Chernobyl lo scorso dicembre per realizzare un reportage sul fenomeno (in crescita) dello stalking sui luoghi della catastrofe. Tymofyi è il nonno di uno dei tanti bambini della zona nati con gravi patologie e 25 anni fa lavorava per la centrale come autista, facendo spola tra gli impianti e la vicina città di Prypyat. Stefano ha un permesso per entrare nella zona rossa, nei giorni successivi. Tymofyi, invece, non ci ha più messo piede dal giorno del disastro. Decidono allora di andarci assieme, per un breve viaggio nella memoria. Ne nasce un racconto a due voci, tra le immagini catturate da Stefano1 e i ricordi ripercorsi di Tymofyi, dalle strade deserte di Prypyat fino alla soglia di una vecchia casa di pietra, invasa dal verde.

Stefano, a Chernobyl, è arrivato inseguendo una storia, quella degli stalkers. Per raccontare le loro incursioni incoscienti e disperate nella zona rossa, oltre il cordone di sicurezza, a trafugare oggetti e materiali radioattivi per il mercato nero2 o a far da guida ai molti, discutibili “turisti della catastrofe”, in cerca di inquietudini alla Tarkowski3 o di emozioni forti da videogame post-apocalittico.4 Cercava il presente in un passato congelato, il retroscena reale di una delle scene più potenti della nostra iper-realtà. Leggi tutto "Doppio canto. Luoghi di una memoria minore"