Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Marina Forti

Di giorno le colonne di veicoli blindati si muovono tra i villaggi, minacciose. Ma dopo il tramonto, terminato il loro diurno sfoggio di potere, tornano alla base: “Quanto alle notti, da sempre appartengono ai maoisti”, spiega il giovane dal grande sorriso. La marcia nella foresta dunque comincia nell'oscurità: una ventina di giovani uomini, in divisa verde olivo e moschetto a tracolla, e una donna. Siamo nel cuore dell'India e i giovani armati sono un plotone naxalita, il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista sorto negli anni '60, più volte dato per finito e sempre risorto. La donna invece, unica disarmata, è un'antropologa che cerca risposte: perché una rivolta armata per una società comunista, cioè una battaglia che potrebbe sembrare anacronistica per il resto del mondo, sopravvive proprio in India – in quella che si descrive come la più grande democrazia al mondo, una economia emergente tra le potenze del globo? Soprattutto: perché tra le file di questo movimento guerrigliero ci sono tanti giovani adivasi, o “abitanti originari”, i nativi dell'Asia meridionale? E perché il movimento naxalita, una delle insurrezioni più ignorate del mondo, si è reincarnato proprio in queste foreste?

Alpa Shah ci porta così in un'India remota, in senso geografico e forse ancor più culturale e politico, anche se la storia che racconta ha risvolti modernissimi. La sua marcia con il plotone naxalita dura sette notti, duecentocinquanta chilometri a piedi attraverso foreste impervie tra il Jharkhand e il Bihar, nell'India nord-orientale. È questo viaggio che Shah racconta nel suo Marcia notturna, libro scritto come un lungo e appassionato reportage, in cui però confluiscono anche le osservazioni raccolte dall'autrice in oltre quattro anni di lavoro e studio, in due riprese, tra gli adivasi del Jharkhand.

La ricerca di Alpa Shah, nata a Nairobi da famiglia di origine indiana, è cominciata tra il 1999 e il 2002 quando l'autrice, dottoranda in antropologia sociale, ha deciso di condurre la sua ricerca etnografica in una zona rurale del Jharkhand con la pratica della “osservazione partecipante”: ovvero è andata a vivere in un villaggio adivasi. Allora i naxaliti, che cominciavano appena a penetrare nella zona, le sembrarono “una specie di racket”, spiega, “bravissimi a estorcere denaro dai vari programmi di sviluppo o anche dai grandi imprenditori” in cambio di protezione. E però il movimento cresceva, e anche il suo appeal presso tanti giovani adivasi. Shah non si contentava delle spiegazioni semplici: la spinta della povertà, o l'idea che le comunità native fossero “prese tra due fuochi”, i maoisti da un lato e le forze di sicurezza dall'altro. Insomma: nel 2008 decide di tornare in Jharkhand, in uno dei momenti di maggiore forza dell'insurrezione armata, questa volta per capirne le motivazioni.

Così eccola di nuovo in un villaggio adivasi che, scoprirà poi, era diventato una “capitale rossa” del movimento rivoluzionario (per la precisione del Partito comunista indiano - maoista, principale erede delle organizzazioni rivoluzionarie nate in seguito a una famosa rivolta contadina nel 1967 nel villaggio di Naxalbari, in Bengala occidentale, l'episodio da cui il nome naxalita). “Ci volle poco per capire che in effetti [i guerriglieri] erano ovunque, in ogni casa, in ogni villaggio, in ogni foresta”, scrive Shah. E che i giovani adivasi “avevano trovato nei ranghi della guerriglia una specie di casa alternativa”, una comunità da cui entravano e uscivano come si visita la casa di un parente.

Tra i naxaliti l'autrice trova dirigenti di estrazione urbana e casta alta, persone istruite che hanno abbandonato i privilegi di famiglie borghesi per combattere lo sfruttamento e l'oppressione, spinti da ideali a cui i più sono rimasti coerenti per la vita. Constata che la “fanteria” dell'esercito di liberazione del popolo invece viene proprio dalle comunità adivasi: “tribali”, come sono definiti in India, gruppi diversi per etnia e lingua che insieme fanno una minoranza di quasi cento milioni di persone, circa l'8,6 per cento degli indiani. Un gruppo sociale tra i più disprezzati dalle caste e classi dominanti, considerato “sottosviluppato” e primitivo, emarginato e sfruttato da secoli, sopravvissuto in foreste impervie come quella di cui stiamo parlando. Ed è proprio nel sistema di ingiustizia e sfruttamento che schiaccia l'India rurale, e in particolare le comunità adivasi, che l'autrice trova la prima serie di risposte. “Sempre più spesso [gli adivasi] sono espulsi da quelle foreste che erano diventate il loro rifugio e habitat”, trasformati in poverissimi lavoratori migranti in giro per l'India. Cacciati via per intervento di uno Stato che si fa garante degli interessi di grandi aziende e compagnie minerarie, fatti sloggiare per poter sfruttare gli immensi giacimenti di carbone e di ferro che si trovano in quelle regioni. Il Jharkhand, con i vicini Chhattisgarh e Orissa, è al centro della regione chiamata mineral belt, che racchiude il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell'India, il 60 per cento del ferro e altrettanto della bauxite, materie prime dell'espansione industriale indiana. Ma racchiude anche la più alta concentrazione di popolazione nativa, è la tribal belt dell'India, e questa è la radice del conflitto: un mix esplosivo di vecchie ingiustizie e modernissima industria estrattiva, l'impunità di vecchi poteri semifeudali su cui s'innesta la deregolamentazione selvaggia del neoliberismo, le diseguaglianze radicate e la predatoria avanzata del capitalismo.

Il racconto di Alpa Shah però va oltre. Le motivazioni collettive sono una cosa, poi ciascuno ha la sua spinta personale. L'autrice presenta le persone incontrate con affetto e intelligenza - il giovane quadro maoista scappato da casa per raggiungere il gruppo ribelle che, da bambino, incontrava spesso portando al pascolo le capre; la donna che nella vita di guerrigliera cerca di sfuggire a una famiglia patriarcale, il ragazzo che sceglie “la polizia della giungla”, quelli che raggiungono la foresta quando le forze di sicurezza bruciano il loro villaggio in un raid. Shah ce le racconta con grande empatia, e con capacità narrativa superba. E insieme analizza, documenta, riflette.

Il viaggio qui raccontato è avvenuto nel 2010, mentre le forze di sicurezza indiane erano impegnate in una delle più estese offensive contro il movimento armato (fu chiamata Green Hunt, la “caccia verde”): la sua marcia notturna infatti comincia sgattaiolando tra colonne di blindati. Il suo libro però sarà pubblicato solo nel 2018, nella prima edizione inglese. Perché? Dopo quel viaggio, spiega l'autrice, il primo impulso è scrivere il più in fretta possibile “per contrastare la rappresentazione dominante” dei ribelli come nient'altro che terroristi. Ma poi ci ripensa: avrebbe solo alimentato narrazioni superficiali, ragiona, “sarei rimasta nei binari della condanna o del romanticismo”. Del resto, qualche scritto di “contro propaganda” cominciava a circolare. Di li a poco sarebbe uscito anche il reportage di una nota scrittrice, Arundhati Roy, che aveva compiuto a sua volta un viaggio con un gruppo di naxaliti in un'altra foresta indiana. Insomma, Shah decide di fare quello che ci si aspetta da una antropologa: studia ancora, mette della distanza con quanto ha visto, continua la sua analisi critica sui limiti un movimento che è pure riuscito a mobilitare una delle comunità più oppresse dell'India – prima di rimanere vittima delle sue contraddizioni, oltre che della repressione governativa.

P-S. Dopo il viaggio raccontato da Alpa Shah molto è cambiato tra le foreste nel cuore dell'India, avverte l'autrice in una postfazione per l'edizione italiana. I ribelli sono in ritirata strategica, le forze di sicurezza hanno imposto il proprio draconiano controllo. Nei villaggi adivasi sono penetrate le organizzazioni dell'estremismo hindu, nuova forma di controllo sociale. E lo stato ha intensificato la repressione: nell'ultimo anno ha fatto arrestare decine di noti intellettuali, poeti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti in grandi città come Delhi, Mumbai, Ranchi, Nagpur. Sono persone che si battono per i diritti civili, un'avvocata che fa cause di lavoro, un anziano gesuita che lavora con gli adivasi, uno storico di fama internazionale: tutti indistintamente accusati di fiancheggiare i “terroristi”, definiti con scherno “naxaliti urbani” (si è sviluppata anche una contro-campagna di solidarietà, stile social media, con un #MeTooUrbanNaxal). Le ingiustizie di fondo invece restano tutte uguali, e finiranno per alimentare un nuovo ciclo di resistenza.

Alpa Shah

Marcia notturna

traduzione di Daniela Bezzi

Meltemi, 2019,

pp. 392, euro 24

Alexander Kluge, la guerra incisa

 

Giancarlo Alfano

Da quando, nel 2004, sono state tradotte le conferenze tenute da Sebald nel tardo autunno del 1997 sul tema Luftkrieg und Literatur (reso in italiano col più evocativo titolo Storia naturale della distruzione), anche il lettore italiano ha iniziato a prendere confidenza con quella enorme lacuna intorno alla quale avrebbe girato vorticosamente la Germania del dopoguerra: il bombardamento indiscriminato delle sue città.

Per il feroce, metodico accanimento dei piloti Alleati – soprattutto di quelli della RAF, ispirati dalla parola d’ordine di Winston Churchill: «Vendicarsi!» – gli abitanti di quelle città patirono danni ingentissimi in termini materiali e perdite indicibili in termini umani. Eppure, osservava Sebald, nonostante l’enormità della cosa, nella letteratura tedesca mancano testi che abbiano efficacemente formalizzato gli eventi in forma letteraria. E anzi, mancano testi quasi in ogni senso, se è vero che «il deficit di testimonianze coeve non fu colmato nemmeno dalla letteratura del dopoguerra che, a partire dal 1947, andava consapevolmente ricostituendosi e dalla quale era lecito attendersi lumi sulla realtà del momento».

Più attento si mostrò chi era andato via, espatriato sin dai primi anni della presa del potere da parte di Hitler oppure al momento dello scoppio del conflitto mondiale. In particolare i grandi registi: come Lubitsch, che nello splendido To Be or Not to Be (Vogliamo vivere!, 1942) realizzò quasi in tempo reale una trasfigurazione cinematografica di Varsavia bombardata; o come Billy Wilder che nella carrellata aerea iniziale di A Foreign Affair (Scandalo internazionale, 1948 – l’anno in cui apparve anche Germania anno zero di Rossellini) mise in scena una impressionante Berlino tra i cui palazzi fece muovere Marlene Dietrich, eroina della resistenza umana calata nel fitto della disperazione.

Come spiegò con grande chiarezza lo stesso Sebald, non si tratta di un semplice problema di «testimonianza» (diciamo così: di approfondimento storico) o di «denuncia» di un comportamento irrazionale dal punto di vista militare e colpevole dal punto di vista etico. Quel che era in gioco attraverso le immagini della distruzione, o il loro racconto, era un certo rapporto con la memoria e la possibilità di apprendere dall’evento. In forma giocosa o drammatica riuscirono a farlo Lubitsch e Wilder (che pure dovevano fare i conti col sistema capitalistico degli Studios americani), molto meno efficaci furono invece i tentativi degli scrittori, che in generale impiegarono anni per avvicinarsi al fuoco vivo della questione, con la parziale eccezione di Arno Schmidt, autore nel 1953 del romanzo Dalla vita di un fauno (a cura di Domenico Pinto, Lavieri 2006).

Nel 1966, vi si sarebbe misurato – ma in sede critica, non creativa – Hans Magnus Enzensberger, con la bella introduzione Letteratura come storiografia, al nono numero del «Menabò». Nel 1977 sarebbe poi arrivato un testo toccante, e ironico, e lucidissimo come L’incursione aerea su Halberstadt dell’8 aprile 1945, di Alexander Kluge, adesso appena tradotto da Anna Ruchat insieme ad alcune allieve della Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano per l’editore Meltemi.

Per affrontare il difficilissimo compito, lo scrittore – in Italia più noto come regista (ha vinto un Leone d’oro nel 1968 e ha ricevuto l’Orso d’oro alla carriera nel 2002) – vi ha lavorato principalmente su due livelli, quello microtestuale delle strutture sintattiche (eccellentemente restituite in traduzione) e quello macrotestuale del montaggio delle diverse situazioni narrate e dei diversi materiali. Scompigliando la linearità del racconto esterno, Kluge è così riuscito a mettere in mora ogni ipotesi di controllo dell’evento, ogni ideologia della «ricostruzione» memoriale, trovando per via negativa una soluzione estetica per quella contemporaneità del non contemporaneo (Koselleck) che sola consente – parole ancora di Sebald – di «avviare un processo di apprendimento che non abbia già fin dal principio un “esito mortale”». Per via positiva, cioè operando dentro il deposito storico dell’evento, l’autore procede invece intrecciando (cioè montando) documenti ufficiali, brani di interviste, dichiarazioni di testimoni superstiti, nonché immagini, reali (come nel caso degli scatti fotografici) o inventate (come nel caso di disegni illustrativi).

Ne consegue un effetto come di scivolamento attraverso una sequenza di eventi simultanei il cui impatto psicologico supera ogni possibile ricomposizione narrativa, ogni forma di appropriazione (auto-)biografica, ma che al tempo stesso consente quel processo di apprendimento a posteriori che è possibile anche a chi non ha vissuto l’esperienza traumatica in maniera diretta. Non un inerte passato buono per essere riciclato a ogni commemorazione (Gadda parlava al riguardo di «residuo fecale della storia»), ma una sovrapposizione del passato dentro il presente della lettura tale da attivare anche per il lettore una paradossale esperienza della disappartenenza (in Francia qualcosa di simile fece Claude Simon).

Un libro importante, questo di Kluge, che forse davvero è stato aiutato dalla sua esperienza come cineasta, abituato a lavorare sulla organizzazione sequenziale delle percezioni. E che davvero sembra inverare quanto osservava qualche anno fa da Jörg Friedrich nel notevole saggio La Germania bombardata (Mondadori 2004), quando affermava che, a differenza di quanto avviene «nella guerra tradizionale» – dove «l’Io agisce. Dà prova di forza, abilità, coraggio» –, la guerra aerea «non si combatte, si assorbe. I sensi devono sopportarla con la propria struttura»: ed è per questo che «la guerra incisa nei sensi non se ne va più».

Alexander Kluge

L’incursione aerea su Halbertstadt dell’8 aprile 1945

traduzione di Anna Ruchat

Meltemi, 2019, 138 pp., € 14

Mbembe, pensare il mondo a partire dall’Africa

Claudio Canal

Questa non è una recensione, è una piccola segnalazione che spilla dal fusto sorsate inebrianti, nutrienti e anche sgradevoli. Il barile è costituito da Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, di Achille Mbembe. La medesima editrice aveva pubblicato nel 2005 il fondamentale Postcolonialismo¸ titolo improprio per l’originale Postcolony. Ombre Corte ha tradotto nel 2016 un articolo lungo ed essenziale, Necropolitica.

I libri sono anche degli utensili per il cervello e come tali possono essere soppesati. Ci vuole pedanteria e io ce l’ho. Per esempio, qui manca l’indice dei nomi, che in un romanzetto forse non si nota, ma in un saggio ricco e variato come questo ci avrebbe facilitato la lettura. Qualche decina di euro in più per il giovane precario addetto e l’editore ci avrebbe sorriso tra le pagine. Noi lettori e lettrici abbiamo bisogno di essere un po’ tenuti per mano, non mandati allo sbaraglio, arrangiatevi! Nello straordinario paragrafo Lotte sessuali e nuovi stili di vita [pagg. 255 sg.], che meriterebbe di circolare autonomamente, Mbembe fa riferimento sostanziale ai romanzi del congolese Sony Labou Tansi, prematuramente scomparso nel 1995. Citati nell’originale francese invece che nella traduzione italiana disponibile, molti dei quali risultato del lavoro di uno dei più lungimiranti traduttori oltre che personalità poliedrica, Egi Volterrani. Così Decolonizzare la mente (Decolonising the Mind), tradotto da Maria Teresa Carbone per Jaca Book nel 2015, così l’imprescindibile, per chiunque voglia ragionare di colonialismo, The Intimate Enemy. Loss and Recovery of Self Under Colonialism, di Ashis Nandy, tradotto da Umberto Rossi nel 2014 per le edizioni Forum di Udine. La medesima trascuratezza per C. Castoriadis, F. Eboussi Boulanga, Paul Gilroy, Ahmadou Kourouma, Alain Mabanckou…Non voglio infierire, ma L' Occident décroché di Jean-Loup Amselle è citato nell’originale come pure Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization di Arjun Appadurai che sono stati editi da… Meltemi medesima, l’editrice che pubblica il libro in questione. Surrealismo editoriale o sadomasochismo? O io sono un pignolo insopportabile?

Achille Mbembe è uno storico, filosofo, teorico politico, originario del Camerun, attualmente docente in una università del Sud Africa, dopo esserlo stato in diverse università degli Stati Uniti.

Emergere dalla lunga notte, pubblicato in Francia nel 2010, è un testo ricchissimo che affronta un groviglio di temi.

L’Africa è un avvenimento del pensiero e perciò bisogna pensare il mondo a partire dall’Africa stessa.

Non è mai stata un mondo a parte l’Africa, è stata sempre profondamente intrecciata, interconnessa, in circolazione col Resto del mondo.

Il colonialismo, la sua violenza, la sua produzione del nemico, le sue espulsioni - la violenza può assumere la forma della defecazione [pag. 230] - fanno parte costitutiva del corpo oscuro della democrazia.

Questa idea verrà radicalizzata in Politiques de l'inimitié – Politiche dell’inimicizia, del 2016.

L’Europa lungo la sua storia ha sempre prodotto l’Altro. Adesso non più, perché non è più il centro del mondo.

La violenza del mercato che aveva già colpito l’Africa, nella colonia e post colonia, ora non ha riguardi per nessuno. Come argomenterà in profondità in Critique de la Raison Nègre del 2013, per la prima volta nella storia ad essere negri – depredati, dispossessati di ogni potere di autodeterminazione soprattutto sul proprio futuro- non sono più solo gli umani d’origine africana, ma lo siamo diventati tutti, è il devenir-nègre du monde.

questa capacità di riconoscere il proprio volto in quello dello straniero e di dare valore alle tracce del lontano in ciò che è prossimo, di addomesticare il non-familiare..è questa sensibilità culturale, storica ed estetica che viene precisamente indicata con il termine afropolitismo.

In due capitoli centrali Mbembe sottopone a clinica la Francia e la sua incapacità di autodecolonizzarsi. E lo dice, feconda contraddizione, mentre proclama il dovere di voltarle le spalle.

Nel mio piccolo applico, forse arbitrariamente, questo compito all’Italia che a decolonizzarsi deve ancora cominciare. Nel recente anniversario delle leggi razziali antiebraiche in Italia non ho sentito, benvengano smentite, ricostruzioni del razzismo esplicito della legge contro il madamato africano dell’anno precedente, 1937, in cui si sanciva la condanna da uno a cinque anni di reclusione per il bianco italiano che avesse avuto nelle colonie relazione di indole coniugale con persona suddita. La purezza della razza ne avrebbe patito.

La lingua di Mbembe si è ulteriormente raffinata. La beatitudine della scrittura lo trascina qualche volta ai confini dell’oscuro e della pronuncia sciamanica. Nello stesso tempo, a differenza della prassi accademica, coinvolge sé stesso nella narrazione esibendoci memorie intime della sua prima età, non in modo appiccicaticcio o narcisistico, ma solidale con il successivo svolgersi del pensiero nutrito e patrocinato da Franz Fanon e di Édouard Glissant.

Due glosse marginali: un po’ sbrigativo Achille Mbembe a toccare il tema Cina : Per il prossimo mezzo secolo, un fenomeno rilevante in Africa sarà la presenza della Cina, potenza priva d’idea [pag.65]. Punto di vista parzialmente modificato nell’intervista in appendice. Troppo poco per una testa pensante come la sua.

Veemente fino all’invettiva: E’ il caso del pamphlet L’Occident décroché dell’africanista Jean-Loup Amselle dai toni fraudolenti [pag. 184]. Bega tra accademici o una diversa comprensione/valutazione del ruolo politico dell’Islam africano?

Per il niente che può servire, sono entrato per la prima volta in contatto con il lavoro di Mbembe leggendo il suo Variations on the Beautiful in the Congolese World of Sounds, in Politique Africaine, n.100, 2005.

Suggerimento improprio: leggere questo libro cominciando dal capitolo quinto: Africa: la capanna senza porta e sesto: Circolazione dei mondi: l’esperienza africana.

Achille Mbembe

Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata

traduzione e curatela di Didier Contadini

Meltemi, Milano, 2018

pp. 311, € 20,00

Barocco, onirico, rizomatico, pop. Storia e storie del videoclip musicale

Arianna Agudo

Una grande e pallida luna squarcia l’oscurità. Anzi, forse non è una luna. Forse è un riflettore. Una grande luna-riflettore squarcia l’oscurità per poi rifrangersi sulle onde di un mare nero; poi una bambina vestita con una tuta rossa accende una gigantesca radio e, improvvisamente, fa capolino la silhouette di un uomo che si sovrappone alla bambina, alla luna-riflettore e al mare nero; poi un altro uomo suona contemporaneamente un pianoforte e una tastiera e, di nuovo, la bambina con l’enorme radio e l’uomo-sagoma; poi la sagoma si sdoppia e la radio esplode e la bambina cresce e sembra trasformarsi in una creatura del futuro e fluttua in un tubo trasparente e vari personaggi appaiono, si dissolvono, si sovrappongono, suonano, mentre Trevor Horn intona Video Killed the Radio Star (The Buggles, 1979).

È questa la proliferazione rizomatica di immagini, la sequenza allucinatoria, onirica e schizofrenica di cui è fatto il primo videoclip mandato in onda dall’emittente MTV nel 1981 con il quale si inaugura ufficialmente la storia del video musicale oggetto dell’ultimo libro di Bruno Di Marino: Segni Sogni Suoni. Quarant’anni di videoclip da David Bowie a Lady Gaga. Nato da un lungo lavoro di schedatura condotto su circa 4000 videoclip di cui resta traccia visibile negli innumerevoli esempi magistralmente inseriti nella cornice storico-teorica, il testo mantiene inalterata la struttura della precedente edizione – Clip! 20 anni di musica video, Castelvecchi 2001 – con l’aggiunta di un capitolo dedicato alla videomusica italiana e di un imponente indice dei nomi che ne agevola la consultazione e la possibilità di una lettura non-lineare del testo.

Seppur attraverso uno sguardo prevalentemente cinematografico, scopo dell’autore è quello di analizzare le molteplici componenti, i mille-piani che si sovrappongono e compongono «uno dei generi audiovisivi più innovativi della seconda metà del ’900», genere che ha rivoluzionato radicalmente il nostro modo di fruire la musica e le immagini ad essa (s)connesse. Figlio delle sottoculture, della società dei consumi e di un concetto allargato di cultura visiva, il videoclip si è insinuato nell’inconscio collettivo (traendo a sua volta linfa vitale proprio da quest’ultimo attraverso il riuso di quei tropi visivi sedimentati nell’immaginario della cultura di massa), contribuendo a modificare la nostra capacità percettiva, educandoci a quella modalità di «lettura distratta», frammentaria e schizofrenica delle immagini, a quel modo di sentire ed essere, schizofrenicamente, postmoderni. In effetti il gusto per il frammento, per l’appropriazione, la citazione, la parodia, il pastiche, la ripetizione, l’ambiguità percettiva, il «superamento della classica narrazione lineare» a esso connaturati, fanno del videoclip una delle forme espressive più emblematiche – o, si potrebbe dire, «sintomo» e «causa» – della cultura e del sentire postmoderni: anzi, la natura di quest’ultimo coincide con quella del videoclip al punto da far affermare a Di Marino che la sussistenza di questo genere sia una spia della sopravvivenza di quell’era che si riteneva ormai superata (anche se la sostanziale invariazione della forma-video degli ultimi diciott’anni sostenuta dall’autore potrebbe, di contro, far pensare all’avvento di un’era post-postmoderna).

A confermare l’ontologia – o ontogenesi – postmoderna del video musicale è anche la sua intrinseca indole barocca intesa tanto nel senso deleuziano – come «prodigioso sviluppo di una continuità tra le diverse arti, in larghezza o in estensione» – quanto in quello benjaminiano – come forma di allegorismo dal gusto frammentario, citazionista e paradigmatico – e si riconferma nel suo desiderio di riempire tutto lo spazio a disposizione, senza soste né respiri, nel suo eccesso di dirsi e mostrarsi fino a debordare, sconfinare ed estendersi tentacolarmente fuori da sé, per poi creare degli «ibridi mostruosi […] in cui l’immagine e il suono, il video e il disco si inseguono l’un l’altro […] in una doppia ellisse che esclude altre possibilità» (Dick Hebdige).

In effetti l’incontro tra immagini (Segni) e musica (Suoni) nel territorio onirico (Sogni) del videoclip – onirico in quanto spazio allucinatorio che deforma lo spazio, che condensa il tempo e «sposta» simbolicamente i significati in significanti «altri» – appare qui come un «incontro mancato» e trasforma il videoclip nel luogo – o non-luogo – d’elezione in cui l’immagine recide deliberatamente il rapporto con la musica per rendersi, finalmente, autonoma. Se questa secessione dell’immagine dall’audio ha più a che fare con l’aspetto testuale-linguistico del brano «immaginato» – perché, come sostiene l’autore, nulla è peggio della traduzione letterale e didascalica del testo in immagine – diverso risulta il discorso per l’elemento ritmico, ossia per la componente più ancestrale dell’universo musicale: è forse proprio nel ritmo che si compie la sinestesia tra suono e immagine, tra il tempo della musica e quello del linguaggio cinematografico; è forse il ritmo a tagliare verticalmente – come suggerisce Ėjzenštejn nelle sue teorie del montaggio – e articolare il «doppio movimento orizzontale» di immagine e suono, a porsi come anello di congiunzione tra questa pluralità barocca di stimoli e sottolineare, quasi tautologicamente, l’ontologia ritmica del montaggio come possibilità ultima di un senso non-logico, non-narrativo, non-lineare all’interno del flusso indifferenziato che costituisce la «macchina onirica» del videoclip.

Bruno Di Marino

Segni sogni suoni. Quarant’anni di videoclip da David Bowie a Lady Gaga

Meltemi, 2018, 505 pp., € 25

Max Frisch, per non essere mummie

Barbara Julieta Bellini

Ci è voluto più di mezzo secolo perché achtung: Die Schweiz venisse tradotto in italiano, eppure l’editore Meltemi ha scelto un momento più che propizio per pubblicarlo: nel 2018 questo manifesto di Max Frisch, scritto per i lettori svizzeri del 1955, sembra rivolgersi in prima linea a tutti noi.

Apparso nei Basler politische Schriften, Attenzione: la Svizzera è una severa critica dell’inerzia elvetica e insieme una «proposta d’azione». Frisch invita i lettori a riflettere sulla mancanza di una «forma di vita» che sia al tempo stesso svizzera e moderna: i suoi compatrioti continuerebbero a pensare e agire entro sistemi ormai vecchi e irrigiditi, «rattoppati» di volta in volta con soluzioni provvisorie e inadeguate perché importate da altrove, in particolare dagli Stati Uniti. Secondo l’autore, se i problemi della modernità sono fenomeni internazionali, le loro soluzioni dovrebbero essere adatte alle diverse manifestazioni che questi assumono in ogni nazione. Quindi, servendosi dell’urbanistica quale esempio rappresentativo di un problema più vasto, Frisch presenta il progetto di fondare una città nuova. L’obiettivo è di ideare uno spazio che, pur rispettando la tradizione elvetica, corrisponda realmente ai bisogni dell’uomo moderno. Questa città, di cui nel pamphlet si discutono anche aspetti più o meno tecnici (costi, possibili sedi, numero di abitanti), sarebbe dovuta essere un modello urbanistico da realizzare entro l’Esposizione nazionale del 1964. Un esperimento, un’occasione per invitare i cittadini a partecipare attivamente al processo di creazione di uno stile di vita all’altezza dei tempi.

Il progetto non si realizzò mai. Un fallimento? Non proprio. Perché, in realtà, la proposta è d’ordine politico e intellettuale più che architettonico. A Frisch non sta a cuore tanto la costruzione della città ideale, quanto la riflessione che ne è la necessaria premessa: per capire che città si vuole costruire, bisogna pensare a che vita vi si vorrebbe condurre – e questo è il pensiero che Attenzione: la Svizzera vuole attivare. Quella che Frisch denuncia è una Svizzera assopita, che perpetua una forma di vita non più sostenibile; che si adagia sulle conquiste delle generazioni precedenti e si rifiuta di ideare nuove soluzioni per nuovi problemi; che preferisce amministrare il presente invece che pianificare il futuro a partire da quel presente. Lo scopo del libro è polemico: l’autore vuole suscitare una reazione, positiva o negativa che sia, e scatenare un dibattito. Perciò sceglie la forma del pamphlet, breve ed enfatico, ricco di slogan che oggi funzionerebbero come hashtag (#questionedistile, #mancalazione, #laSvizzeracomescopo), e invita i lettori, nell’appello in coda al volume, a pronunciarsi sulla proposta con critiche, consigli, pareri – e in effetti tale scopo fu raggiunto almeno in parte, con centinaia di risposte dei lettori e un’ampia risonanza nella stampa.

Il titolo della postfazione di Mattia Mantovani menziona giustamente l’utopia: Frisch, si sa, accusava la Svizzera di essere un Land ohne Utopie, un Paese prigioniero della propria «strettezza» spirituale ancor prima che geografica. Il termine, tuttavia, rischia di essere fuorviante, e va perciò meglio specificato. L’utopia di Frisch non è una rêverie avulsa dalla realtà, bensì il primo stadio di ogni idea non ancora realizzata. Vivere in uno Stato senza utopia significa dunque accettare lo stato delle cose come verità immutabile, come unica possibilità, e rigettare a priori ogni alternativa. È qui che il libro, lungi dal ridursi a un trattatello di architettura o a un pamphlet d’interesse storico, dimostra la sua sorprendente attualità. Frisch denuncia una forma degenerata della democrazia, che lui vede profilarsi negli anni Cinquanta e che il lettore del XXI secolo ormai conosce bene; una democrazia in cui il dibattito viene appiattito nell’ottica della «minima opposizione possibile» e in cui i partiti politici, impegnati nell’amministrazione di problemi contingenti, mancano «della grandezza di una volontà formatrice» che inciterebbe i cittadini a pensare e agire nell’ottica di un superamento dello status quo.

L’invito a mettere in atto questo avanzamento è esplicito. «Cosa fareste se fosse possibile realizzare ciò che volete?». Questa domanda è rivolta agli specialisti di tutti i settori coinvolti nella fondazione della città nuova ed è un richiamo alla progettualità. Frisch si era accorto, infatti, che per la costruzione di una città modello non mancavano i mezzi, bensì la volontà dei cittadini. Per il lettore di oggi, la questione apre il vaso di Pandora: è pertinente chiedersi, ad esempio, se la maggioranza dei cittadini italiani abbia idee chiare su ciò che vorrebbe cambiare nel proprio Stato e s’interroghi sul come realizzarlo. La reticenza a porsi queste domande deriva almeno in parte dallo stesso equivoco alla base della degenerazione della democrazia: l’idea che la libertà «consista nel lasciar andare liberamente le cose». No, chiarisce Frisch con fermezza: la libertà va garantita attraverso l’azione e l’azione va concepita come parte integrante di un progetto. Non come impresa individuale né come lavoro provvisorio, bensì come manifestazione di un «mutamento del nostro pensiero». Il progetto dell’autore risponde appunto all’imperativo del cambiamento, vale a dire al bisogno di trovare una forma di vita che sia adeguata al proprio tempo e Eigenart, la propria particolare cultura.

L’apertura all’evolversi dello stato delle cose è un filo conduttore che attraversa tutta l’opera di Max Frisch, e questo pamphlet non fa eccezione. Che si tratti di una relazione sentimentale o di pianificazione territoriale, per l’autore uno stesso principio resta valido: tutto ciò che è vivo è anche mutevole, e invecchia. Perciò essere in vita significa essere disposti alla trasformazione, al confronto e alla novità, mentre il contrario è rigidità, paralisi, mummificazione (il titolo proposto inizialmente da Frisch per la brochure era, non a caso, Ist die Schweiz eine Mumie?). La traduzione, seppure ottima, non sempre rende conto di tale opposizione vita/morte, movimento/staticità, che pure caratterizza la semantica di Frisch e struttura il suo universo ideologico (un esempio: il rifiuto svizzero di ogni autocritica «porta al rincretinimento», certo, ma è soprattutto geisttötend, letteralmente «uccide lo spirito», il che è significativo in un paragrafo in cui si menziona la mancanza di qualsivoglia «apprensione spirituale» presso la maggioranza dei cittadini svizzeri). In quest’ottica, possiamo leggere Attenzione: la Svizzera anzitutto come un invito a individuare le possibilità aperte davanti a noi – ma che non resteranno aperte indefinitamente, come si preannuncia nell’appello conclusivo – per fare del mondo in cui siamo il mondo in cui vorremmo essere.

Max Frisch
Attenzione: la Svizzera. Una proposta d’azione
traduzione e postfazione di Mattia Mantovani

Meltemi, 2018, 118 pp., € 10

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