Del pensionamento dei docenti universitari a 65 anni

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Max Livi

Io sono un privilegiato e so di esserlo. Sono (ancora) giovane ed ho raggiunto una posizione di assoluto riguardo nei vari gradini della carriera accademica. Dirigo un progetto d’interesse nazionale in un centro d’eccellenza, ho un budget di ricerca a quattro zeri, un’assistente e faccio parte di un collegio di colleghi miei coetanei. Beh sì che c'entra, sono in Germania. Da quassù vedo le cose in maniera talvolta diversa rispetto ai miei colleghi italiani che, loro malgrado, sono costretti a parare ogni giorno i colpi inferti da un sistema che a me ha fatto paura da subito e per questo ho deciso di lasciarlo più di dieci anni fa.

Continuo a seguire però con interesse e sgomento le discussioni ed i loro destini e mi rendo conto che la situazione non è facile. Con più sgomento che interesse seguo però anche le discussioni, o meglio i dibattiti sul previsto o possibile pensionamento a 65 anni per gli ordinari, nei quali i miei colleghi non coetanei da qualche settimana sono impegnati sui quotidiani nazionali.

Lo sgomento è dato da alcune argomentazioni dei diretti interessati che, seppur molto ben fondate su numeri (quelli della finanziaria) e scenari politico-giuridici (riforma/e dell’università, sistema dei concorsi), per lo più sottendono e/o esplicitano apertamente alcune considerazioni direi poco eleganti se non riprovevoli sul valore intrinseco (e non) del lavoro di migliaia di persone che oggi, di fatto, sostengono sulle loro spalle una parte fondamentale dei processi interni al funzionamento degli atenei italiani.

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