J’accuse! L’Europa è morta il 22 settembre

Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.

Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza.

Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune. E di averlo fatto usando la crisi finanziaria come alibi/grimaldello per ridefinire e rimodulare in senso autoritario (leggi: indebolire se non cancellare) i diritti sociali e quindi anche politici e civili, la giustizia sociale e non solo, la democrazia, un’idea di progresso – il tutto sempre nella logica ideologica neoliberista per cui non deve esistere società ma solo individui, dimenticando che è impossibile essere individui senza società e democrazia.

Diritti e valori che erano le linee guida virtuose dell’Europa nel trentennio 1950 - fine anni Settanta, quando la politica aveva cercato di democratizzare il capitalismo. Che poi i maledetti trent’anni successivi – quelli del neoliberismo che voleva abbattere la democrazia sostanziale anche se non quella formale (e perché farlo, se bastava svuotare la democrazia di quei diritti e di quei valori e governare in nome di un incessante stato d’eccezione, pur chiamandolo ancora democrazia?) – avevano iniziato ma non erano ancora riusciti a demolire del tutto.

Il lavoro di solidificazione della società e degli individui sotto la pesantissima egemonia tecnocapitalistica (esito inevitabile della baumaniana modernità liquida) doveva essere portato a compimento ed è stato facile farlo sotto i colpi della crisi, imponendo ancora più mercato e meno Stato, riducendo il welfare e allo stesso tempo imponendo una jüngeriana mobilitazione totale nella esasperazione del principio di prestazione secondo Marcuse e del principio di connessione nella società di massa della rete.

Portate dunque a niente, l’Europa e la sua democrazia sociale. In nome di un’ideologia neoliberista socialmente devastante e fatta di pure astrazioni (come il rapporto Pil/deficit/debito); portando a niente l’idea stessa di unione che presuppone solidarietà ed empatia, e non abbandono, esclusione, impoverimento. Con europei preda infine di un sempre più pervasivo senso di impotenza e di stanchezza e insieme di un utilitarismo che porta a chiudersi in se stessi (i falsi individui del neoliberismo, i nuovi solipsismi narcisistici, i nuovi comunitarismi e i nuovi tribalismi), demolendo il vecchio contratto sociale e riportando tutti a un regressivo stato di natura, all’homo (oeconomicus) homini lupus.

Un’Europa portata a niente dal nichilismo tedesco, ora nella sua forma teologico-economica e non più teologico-politica e diventato ormai nichilismo europeo, in overdose di cinismo. Che si è sommato al meta-nichilismo implicito nel tecno-capitalismo. Portando infine alla resurrezione dello schmittiano amico/nemico tra europei, oggi tradotto nel virtuosi-predestinati contro colpevoli-peccatori; tra vincenti che vogliono vincere ancora di più (credendosi predestinati) e perdenti che devono perdere ancora di più. Per questo Angela Merkel ha vinto facile tra tedeschi che si credono virtuosi ma dimenticano i loro 7,5 milioni di minijob a 450 euro al mese.

Dunque, questo è un J’accuse! rivolto direttamente agli europei («è a loro che va gridata questa verità», usando ancora Zola), cioè a tutti noi. Noi: che sognavamo di poter essere cittadini di una Unione infine politica e che invece ci ritroviamo a essere sudditi di una dis-Unione dove niente è politica, poco (sempre meno) è democrazia e tutto (sempre di più) è economia, mercato e impresa. Noi: europei-non-più-europei che hanno permesso che l’Europa diventasse un incubo fatto di 26 milioni di disoccupati (19 milioni nella sola euro-zona e 4 in Italia), con una disoccupazione giovanile che ha superato il 60% in Grecia e il 40% in Italia.

Una lenta agonia

J’accuse! Perché dopo una lenta agonia, durata più di cinque anni, l’Europa è morta ufficialmente il 22 settembre 2013. Dov’è finito allora il sogno di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi e del loro Manifesto di Ventotene? Era più di un bellissimo sogno (migliorabile, ma bellissimo e in parte realizzato, prima della sua attuale rottamazione), un sogno a occhi aperti figlio di una ragione politica illuministica-liberalsocialista capace di guardare avanti, di cercare il futuro oltre le rovine di quella prima parte del secolo breve novecentesco.

Con la vittoria di Angela Merkel, invece, quel sogno muore (forse) definitivamente sotto il peso delle rovine (recessione, disoccupazione, impoverimento, malessere sociale, perdita di futuro per i giovani) che questa Europa ha voluto/dovuto rovesciarsi addosso per l’inettitudine, l’ostinazione, la paranoia di una oligarchia che ha sequestrato la democrazia e manipolato la verità; e di una massa di europei capaci di indignarsi solo un po’ (ma poco), di occupare un po’ (ma poco) qualche piazza e di impegnarsi (ahimè, molto) rincorrendo populismo o disimpegno.

Un secolo lunghissimo – il Novecento – (e non breve), iniziato con le rovine prodotte (1914) a Sarajevo e che si conclude (forse) con le rovine prodotte oggi da Berlino e da Francoforte su gran parte dell’Europa, mentre il neoliberismo continua a trionfare indisturbato, facendo profitti sulla vita degli europei – perché egemone, perché ha indotto tutti a pensare che non ci siano alternative (la sindrome della Tina), perché è riuscito a fare di ciascuno anche una preda docile della sindrome di Stoccolma (solidarizzare con chi sequestra la nostra vita).

Un nuovo Manifesto di Ventotene

Certo: chi siamo noi italiani per dire che gli altri (in particolare i tedeschi) hanno sbagliato? Noi che abbiamo Berlusconi e Renzi, Monti, Letta e Beppe Grillo; che abbiamo dilapidato risorse immense; che abbiamo la peggiore classe imprenditoriale del vecchio continente? Chi siamo per proporre qualcosa di nuovo e soprattutto di radicalmente diverso? Eppure Spinelli e Rossi lo hanno fatto – con Mussolini al potere! – con il loro Manifesto di Ventotene.

Dunque, come allora, e fatte le debite proporzioni, abbiamo nuovamente il dovere di proporre alternative radicali. Le proposte ci sono: da Sbilanciamoci.info ai beni comuni, da La via maestra di Zagrebelsky, Rodotà e Landini per la difesa e l’attuazione della Costituzione, all’idea di un nuovo new deal secondo Luciano Gallino. Ma questo non basta ancora. Occorre ripartire dalla consapevolezza che il tecnocapitalismo e il neoliberismo non sono democratizzabili (oltre a essere economicamente ed ecologicamente irrazionali). Con un primo obiettivo: quello di difendere, per ampliarli ulteriormente, i diritti sociali. Che dobbiamo imparare a considerare come diritti universali e indisponibili dell’uomo al pari (se non di più, essendo il presupposto per la loro effettività) di quelli civili e politici.

Se oggi questi diritti sociali sono considerati uno spreco che non possiamo più permetterci; e se difenderli viene considerato un atteggiamento conservatore, ebbene noi siamo radicalmente conservatori e orgogliosi di esserlo (in realtà siamo rivoluzionari nel senso di volere cambiamento e miglioramento). Per questo, oggi, serve lanciare o rilanciare – è ciò che qui facciamo – l’idea di un nuovo Manifesto di Ventotene.

Abbiamo poco tempo per provarci: da qui alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Pochi mesi, per non far morire del tutto il sogno europeista, cacciare le oligarchie al potere e rottamare la loro nichilistica e folle ideologia.

La nuova alleanza

Intervista a Maurizio Landini a cura di Francesco Raparelli

Sergio Marchionne viene presentato dall’informazione mainstream e dalla politica quasi al completo come un grande innovatore. Di converso la Fiom – seguendo la litania – risulta una forza ideologica e conservatrice incapace di fare i conti con le trasformazioni del mondo presente e con la crisi. Ci aiuta a demistificare questa retorica e a comprendere più nel dettaglio il carattere distruttivo del «modello Marchionne»?

Basta ricordare la Fiat con questo accordo… Se la Confindustria non applica il contratto di lavoro nazionale impedisce ai lavoratori e alle lavoratrici di votare per potere eleggere i propri delegati, in più toglie la possibilità alle persone di poter contrattare la propria condizione di lavoro limitando il diritto di sciopero fino al licenziamento, non pagando i primi giorni di malattia, aumentando lo straordinario obbligatorio e rendendo l’orario di lavoro uno strumento totalmente in mano alle imprese, totalmente discrezionale nel suo uso. Leggi tutto "La nuova alleanza"

Obama e Landini tra finzione e realtà

Christian Caliandro

Due episodi che più lontani non si potrebbe: le elezioni midterm negli Stati Uniti e gli scontri al corteo Ast. Barack Obama e Maurizio Landini. Eppure, ad accomunarli e ad avvicinarli dalle due sponde dell’Atlantico c’è un elemento centrale: la gestione della comunicazione.

1.

Obama è politicamente un sole al tramonto: lo certificano queste elezioni, che d’ora in poi lo ingabbiano e lo paralizzano nella condizione proverbiale e poco invidiabile di “anatra zoppa”. Con la maggioranza contraria alla Camera e al Senato, infatti, vedrà sistematicamente invalidate sia le sue iniziative di legge sia le future nomine. Il Presidente che più di tutti, forse, negli ultimi decenni – dai tempi di John Fitzgerald Kennedy e addirittura di Franklin Delano Roosevelt – era riuscito a catalizzare un’attenzione straordinaria, addirittura planetaria attorno a sé e alla sua figura simbolica, costruendo una narrazione epica che penetrava singolarmente nell’immaginario collettivo e popolare, si è sciolto come neve al sole. Rispettando una regola aurea della politica e della vita: più alte le aspettative, più cocente la delusione se queste aspettative vengono poi clamorosamente disattese.

E perché sono state disattese? In effetti, la questione è centrale nella vita politica contemporanea, e nella formazione della cosiddetta opinione pubblica. Ci troviamo qui all’incrocio esatto di parecchi problemi che riguardano anche (e forse soprattutto) noi italiani in questo momento, e che possono essere sintetizzati in una domanda ulteriore: che cosa succede se sistematicamente al discorso non segue l’azione, se la comunicazione precede e annulla il livello della decisione, se la dimensione mediatica presuppone e oscura quella costruttiva? In definitiva, è come assistere alla superfetazione di una realtà parallela, in cui figurine si agitano e recitano le azioni, le politiche davanti agli spettatori-cittadini: arriva però il momento in cui la realtà-realtà, la realtà 1 se vogliamo, sbatte nella polvere la realtà 2 - la dimensione finzionale parallela.

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Shepard Fairey, Hope poster

2.

È precisamente quanto sta accadendo in America in questo momento. Il dispositivo della comunicazione si è inceppato, quello dell’elaborazione e della produzione dei contenuti simbolici è esaurito, e l’influenza sull’immaginario collettivo è andata da un’altra parte. Nonostante gli indubbi successi nella sfera economica, questa presidenza verrà molto probabilmente ricordata per una riforma sanitaria stiracchiata e poco altro. Pochino, per entrare nella Storia. La differenza sostanziale con un Roosevelt, per esempio, è che il New Deal riuscì a saldare magnificamente l’immaginario e la pratica, la cultura e l’intervento nella realtà: John Steinbeck e Walker Evans con la ricostruzione dell’infrastruttura materiale, economica, sociale. Certo, c’erano i famosi discorsi del caminetto, che inaugurarono una nuova, diretta forma comunicativa del Presidente con i cittadini e introdussero una meravigliosa “aria confidenziale” nel discorso politico: ma non c’era solo quello. L’obiettivo fondamentale era sempre e comunque, infatti, la trasformazione della realtà sociale: attraverso una miriade di politiche e di interventi innovativi, come per esempio la riforma agraria, patrocinata dalla rivoluzionaria e dimenticata figura di Henry A. Wallace, Ministro dal 1933 al 1940 e vicepresidente dal 1941 al 1945. Mi sbaglierò, ma non ho visto molti Wallace nell’amministrazione americana di questi sei anni.

3.

E ora, veniamo a Maurizio Landini e agli scontri del 29 ottobre durante il corteo Ast in piazza Indipendenza a Roma: certamente, questo episodio una volta incastrato nel framework interpretativo dei media nazionali, diventa ciò che deve essere – viene cioè stiracchiato, deformato, svuotato. Ma proviamo a guardarlo per gli elementi che presenta. Proviamo a osservare le immagini, per esempio, delle riprese di Gazebo. Siamo nel fuoco della battaglia, per così dire: il nostro punto di vista coincide con quello intermedio tra le due parti della contesa, polizia da una parte e lavoratori dall’altra. Le immagini sono confuse, movimentate, agitate, quasi da cinéma vérité. Il campo è molto ristretto, la scena confinata in un angolino, un budello. E poi, subito dopo che sono partite le manganellate, irrompe in campo con potenza e efficacia dalla destra dell’inquadratura una figura totalmente nuova, inedita – almeno in tempi televisivi – di leader. Si protende verso i poliziotti, urla di fermarsi: la mano del lavoratore che gli protegge la sommità della testa ha un impatto simbolico devastante nella sua semplicità.

Caliandro Scontri al corteo Ast, Roma (ANSA) (500x279)
Scontri al corteo Ast, Roma

Cioè: da una parte abbiamo politici inavvicinabili, chiusi ermeticamente nelle loro auto blindate o nel cerchio delle bodyguard; dall’altra, un leader che guida, che non ha paura di lanciarsi nella mischia – non per fare a botte, ma per proteggere i suoi. Davvero come in un romanzo di Steinbeck. Il tutto prontamente ripreso da parecchie telecamere. Io credo che davvero siamo in presenza di qualcosa di nuovo: una figura “politica” che riesce a infrangere il circuito smaterializzante della rappresentazione, della finzione, della riproduzione, della comunicazione fondendo (pasolinianamente, quasi, è il caso di dirlo) il corpo con la mente, con il pensiero; ricongiungendo la materialità e il progetto, riconnettendo la visione alla realtà della vita individuale e comune. E si becca infatti una bella manganellata – con tanto di sonoro schiocco - sulla mano destra mentre urla “Basta! Basta! Basta!”. E subito dopo: “Ma cosa state facendo???”. Ecco: che cosa stiamo facendo?