Macchine armate, corpi, guerre e mutazioni

Un documentario di Maurizio Gibertini sull’opera di Paolo Gallerani

di Federico Chicchi

Alberto Grifi ha girato, nell’oramai lontano 1977, uno dei documentari più sconvolgenti e politicamente incisivi che abbia mai visto. Il documentario intitolato Il preteso corpo racconta gli esperimenti di un medicinale fabbricato dalla casa farmaceutica “Roche” su persone considerate psicologicamente insane. Trovato per caso in un mercatino a Milano, il readymade di Grifi testimonia di come la sperimentazione farmacologica provocava sulle cavie umane orribili convulsioni e sofferenze indicibili. Questa sofferenza rappresenta nella metafora l’esito dell’azione del capitalismo sulla vita. Trovo che anche il lavoro di Paolo Gallerani recentemente esposto alla Casa della Memoria di Milano (oltre sessanta opere tra sculture, disegni, carte e fotografi) abbia per certi versi a che fare con questa pretesa. Per questo se ne rimane immediatamente coinvolti, c’è qualcosa nella sua arte che dice del disagio del corpo in frantumi, fatto a pezzi nella stanza delle pulegge del capitalismo.

Il lavoro artistico di Paolo Gallerani in realtà non può essere ridotto a questo motivo, esso traccia e dipana spudoratamente diverse ragioni contemporaneamente, intrecciando in maniera stretta, fino a renderla impalpabile, la differenza tra vita e artificio. Non si lascia raccontare facilmente la poesia, profondamente materialistica, di questo geniale ed ecclettico artista, o meglio non si lascia raccogliere in un medium espositivo tradizionale. Tracima da ogni parte, come se lo spazio che la circonda fosse sì quantitativamente capace di contenerla ma al contempo incapace di frenarla qualitativamente. Credo che questo sia dovuto al fatto che l’opera di Gallerani tenta di cogliere la forza, la pulsione, il reale, l’eccedenza che recalcitra.

Questo è poi particolarmente evidente in alcune sue bellissime opere recenti, come ad esempio la Nike (2011), un missile/antimissile che l’arte libera dalla sua funzione guerrafondaia e disumana per mostrarne invece una tremolante ma precisa vocazione estetica nascosta, e prima che l’artista ci mettesse mano, del tutto latente.

Ecco perché il documentario di Maurizio Gibertini (realizzato per OfficinaMultimediale) che ci presenta il modo in cui questa mostra è stata montata e realizzata ha un valore inestimabile, perché punta lo sguardo al lavoro di Gallerani senza tentare di rinchiuderlo, anzi facendolo esplodere attraverso tecniche espressive mirate come l’improvvisa inserzione di immagini documentaristiche, i tagli e i piani sequenza.

Due sono i movimenti che le opere di Gallerani producono a mio avviso su chi le osserva per la prima volta. Il primo movimento appartiene alla dinamica del in-compiuto, un incompiuto che non ammicca a ciò che manca ma al contrario spinge al divenire necessario (insistente e materiale potremmo dire) dell’opera, che attraversata dalla vita, continua a compiersi all’infinito. È il caso della cassa con gli stralci delle vigne, dove quest’ultimi pur mutilati, privati della luce e strappati dalla terra continuano a produrre vita nella sua forma microrganica; o degli alberi lavorati che il documentario realizzato da OfficinaMutimediale mette giustamente in risalto nei suoi dettagli. L’altro movimento, strettamente legato al primo, è quello dello strato o meglio dell’accumulazione dei segni che si producono in seno all’opera. L’opera dell’artista centese non è rappresentabile con il piano liscio, levigato, pareggiato ma è al contrario sempre un rizoma di scarti che si accumulano, scarti che mostrano il conflitto, l’incompletezza, l’entropia, la ricchezza del vivente, il suo perenne godimento in atto. Il trauma quindi, il trauma dell’albero che si fa cannone, e il trauma del cannone che cerca di farsi albero. È la lotta aperta che pone l’uomo al centro di questa torsione, contemporaneamente come attore e come oggetto passivo di questo movimento. C’è un dolore che attraversa l’opera di Gallerani, un dolore che viene lavorato affinché assuma la torsione generativa della poetica: «l’arte deve avere il coraggio di confrontarsi con la catastrofe».

È l’arte o l’autore (l’artista), il protagonista dell’opera di Paolo Gallerani? Non saprei dire. Nel documentario emerge sia la figura umana dell’artista che la forza dell’arte che sfugge al controllo di chi la crea, che rappresenta un piano non governabile a cui occorre, per certi versi, accondiscendere.

In che relazione stanno i cannoni e gli alberi di Gallerani? Sarebbe troppo semplice dire che stanno in opposizione. Non c’è alcuna nostalgia naturalistica, nessun purezza da recuperare, negli alberi artigianati e lavorati dall’autore. Sono invece presi i due materiali, il ferro opaco e il legno chiarificato del tronco, in una congiunzione disgiuntiva dove in gioco c’è proprio il tema della in-appartenenza dell’uomo al mondo. O meglio il tema della ricerca per nulla scontata che l’uomo deve ad ogni passo fare per tentare di abitare il reale impossibile della vita.

In tal senso La stanza delle pulegge realizzata nel 1986 da Gallerani e Le macchine armate, su cui il documento visivo di Maurizio Gibertini ci consegna la storia e uno spaccato di rara intensità, devono a mio avviso essere osservate come se fossero l’una il rovescio dell’altra, l’una la trama del filato artistico dell’altra.

Gallerani, in questo come Kounellis, rompe con l’idea che l’arte del sensibile sia destinata ad essere superata dalla superiorità del logos. A questa «barzelletta» hegeliana l’artista risponde con la tracotanza della materialità dell’opera che si prende gioco del concetto mostrandone appunto l’inesattezza e la inevitabile bestialità. Nulla nel reale è solo razionale. Potremmo dire che Gallerani, pur non evocandolo mai direttamente da un punto di vista anatomico, attraverso le sue opere, faccia corpo, consistenza. Ma di che cosa? Corpo dell’evento, dell’imprevisto, del perturbante dello scontato. Come il corpo che abitiamo è sempre lo stesso medesimo corpo e mai è del tutto lo stesso. Gli accumuli che accompagnano disordinatamente gli oggetti inanimati di Gallerani, privandoli della loro funzionalità, uccidono la simbologia dell’oggetto, per donarli ad una nuova immagine del sensibile che non si accontenta della sua utilizzabilità precedente. Ecco, potremmo dire che l’incompiuto delle opere di Gallerani esprime l’impossibilità delle forme simboliche ad ospitare le forze della vita. Quest’ultima degenera sempre e si corrompe mostruosamente se non troviamo la chiave per accettare lo slancio che offre. È qui che risiede la vena nostalgica e preoccupata che l’opera di Gallerani stimola in chi la osserva. Non è una nostalgia che punta, come in Pasolini, perversamente a una purezza originaria corrotta e da ritrovare. Niente di tutto ciò.

Una chiave di questa sfida, che potremmo anche forse chiamare progetto per una politica per la vita (e non sulla vita), è la scrittura poetica. La Nike, l’opera di cui dicevamo, poc’anzi ce ne consegna la (una possibile) chiave di lettura. Il missile antimissile montato su di un carro che lo mette in condizione di avanzare, insieme ad alcuni innesti imprevedibili che ne perturbano la liscia fallicità. Alcuni di questi innesti sono organici (rami che spuntano come da un tronco dalla macchina/albero da guerra), altri sono testuali. Tra questi, in primo luogo, James Joyce che l’artista ha dichiarato essere fonte importante di ispirazione di quest’opera.

Lacan, come è noto, ha dedicato il suo Seminario XXIII alla figura di Joyce. Cosa vi vedeva di così significativo il grande psicoanalista francese nello scrittore dell’Ulisse? Vi vedeva la possibilità di nominarsi attraverso l’opera, di ricomporre il corpo in frantumi attraverso la scrittura. Attraverso l’opera Joyce ricostituisce il suo nome. In tal senso l’opera di Gallerani rappresenta il tentativo “joyciano” di produrre sul piano collettivo, in questo caso, una glossografia, che significa tentare di scrivere l’illeggibile e l’intrasmissibile per generare l’imprevisto e aprire un varco verso il nuovo passando attraverso l’estetica di un sogno comune.

THIS ARM / DISARM – le macchine armate di Paolo Gallerani


Presentazione del filmato This arm / Disarm. Le macchine armate di Paolo Gallerani
di Maurizio Gibertini | Officina Multimediale

10 marzo 2017, ore 18
Casa della Cultura, Via Borgogna 3 (MM1) Milano

Intervengono:
Paolo Gallerani (Scultore)
Maurizio Gibertini (Regista)
Nicola Del Corno (Università degli Studi di Milano)
Maria Fratelli (Direzione Centrale Cultura del Comune di Milano)
Andrea Kerbaker (Presidente della Casa della Memoria)
Giuliana Nuvoli (Università degli Studi di Milano e Casa della Cultura)

Dal 1 dicembre 2016 al 6 gennaio 2017 si è tenuta, nella Casa della Memoria di Milano, la mostra Le macchine armate. Sculture e frammenti visivi dello scultore Paolo Gallerani. Da quella mostra il regista Maurizio Gibertini è partito per una riflessione sul rapporto fra arte e potere, in un percorso che tende alla creazione di una possibile comunità estetica, dove il sentimento prevalga
sulla ragione e sia in grado di dar vita a una armoniosa convivenza.
Paolo Gallerani prende testate missilistiche e armi automatiche e le veste di Natura: le loro superfici si frammentano, l’immagine originale si frantuma e il loro potere distruttivo viene meno.

I materiali utilizzati sono i più vari:
"Lamiera
Cellulosa
Legno
Carta emulsionata
Fil di ferro
Corda
ChiodiTondini
Spine
Nero Fumo
Acrilico
Fil di rame”

E la forma finale è quella imbelle di un oggetto che puoi tenere accanto; che non fa più paura; che non reca con sé disumanizzazione e morte.

Resistenza. Ri-esistenza.

Se il modello strategico del potere è quello della razionalità tecnocratica, le tattiche di resistenza mettono in campo un’arte del saper fare, dell’uso e del riuso, in cui a fare la differenza è l’opera individuale attraverso il quale ricomponiamo in armonia consolatoria una realtà che – per troppi millenni – ha parlato di guerra e di una insana, irragionevole distruzione.

“This Arm? Disarm."

Leggi anche: una recensione di Federico Chicchi: Macchine armate, corpi, guerre e mutazioni: documentario di Maurizio Gibertini sull’opera di Paolo Gallerani

 

This Arm - Disarm comunicato stampa (pdf)

thisarmWeb (2)

SANKT PAULI, UNA STORIA DI CALCIO, POLITICA E ROCK’N ROLL

«Ho semplicemente preso una bandiera, l'ho legata ad un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all'autorità.»

Per una certa sinistra ortodossa il football ha rappresentato l'espressione più bassa del proletariato, una ciotola di cibo dozzinale da dare in pasto agli strati più bassi della società.
La cultura punk, dal canto proprio, non godeva di migliore opinione.

Germania, Amburgo, il quartiere portuale di St. Pauli, partigiano meticcio anticonformista "indecoroso"...pirata: una secolare storia di ribellione e sfida al sistema.
Il Jolly Roger - il teschio bendato - sventola sulle case occupate dell'Hafenstrasse e nello stadio del Millerntor. A saldare gli spalti e gli spazi della metropoli.

 

Marco Petroni
St. Pauli siamo noi
Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo
Prefazione di Emiliano Viccaro
DeriveApprodi 2015
224 pagine

Rivolta

Mario Gamba

Anni cruciali in una città cruciale. E le vicende intrecciate degli autonomi in quella città. I ‘70 a Bologna. Verso il ’77, il culmine, l’affollarsi delle esperienze di vita rivoluzionaria. La storiografia sul periodo non è tanto lacunosa quanto segnata dall’ideologia totalitaria dell’oggi italiano: neoliberismo alla base, protervia d’ordine nello scorrere delle documentazioni, specie quelle divulgative. Fiction televisive improntate all’orrore per l’insorgenza radicale diffusa dell’epoca (con le sue punte insurrezionali).

Descrizione farsesca dei comportamenti e dei linguaggi. Clamorose omissioni sulla durezza sadica delle punizioni inflitte agli insorti dagli organi dello Stato. Soprattutto, assenza in un quadro organico delle voci che raccontano come comincia l’avventura e come diventa scontro acceso e invenzione di situazioni alternative nella quotidianità. Niente di più utile, quindi, per cercare di mettere la materia nel posto giusto, di uno spicchio di quella storia raccontato dai protagonisti stessi, corpi e anime di quella che è stata chiamata l’Orda d’Oro.

Il film Rivolta realizzato da Maurizio Gibo Gibertini con la sua Officina Multimediale è appunto questo spicchio di storia narrata. Parlano otto persone che negli anni ’70 facevano parte di Autonomia Operaia e agivano nel capoluogo emiliano. È il tempo in cui viene aggiunta la parola Organizzata al nome del gruppo. Questo succede a livello nazionale. C’è una curiosa contraddizione tra il massimo di movimentismo del periodo, in particolare del ’77, ben vissuto e interpretato proprio dai militanti di AutOp, e un riferimento organizzativo forte conferito al proprio itinerario politico. E a Bologna, capitale dei «creativi» nel movimento rivoluzionario dell’epoca, la contraddizione può sembrare particolarmente acuta. Solo a posteriori sembra difficile da armonizzare, quando si forma una domanda nel ricordo e nelle riflessioni di coloro che quella battaglia l’hanno fatta e oggi ne espongono i tratti in chiave personale.

Mimmo Rotella - Attacco - 1979 - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano
Mimmo Rotella, Attacco (1979) - Collezione Fondazione Mimmo Rotella, Milano

Nel suo momento, il ’77 bolognese, questa convivenza di opposti, o almeno diversi (Roberto Sassi: «Radio Alice fungeva da organizzatore collettivo, strano l’abbinamento di movimentismo e leninismo!») non viene avvertita come artificiosa. Casomai come l’oscillazione (in un passaggio fluido e continuo) tra spontaneità informale e desiderio di un’efficacia nella «pratica dell’obiettivo», oltre al desiderio di anticipare concretamente forme di vita che appaiono ulteriori rispetto all’ordine del discorso capitalistico. Una contraddizione vitale. Gli «storici veri» di Rivolta non sono né pentiti né rifluiti: sono oggi vispi attivisti all’incirca sessantenni in un campo di ripresa del pensiero critico. Il regista li inquadra, uno alla volta, seduti su uno stesso divano bianco in un interno di soggiorno-studio. Parlano tutti con un tono di passione pacata. Esibiscono accenti diversi, s’intende, curve melodiche diverse dell’eloquio. Ma la vivezza distesa li accomuna mentre ripercorrono ragionando la loro vicenda di antagonisti sociali.

Primi piani e campi medi si alternano, i personaggi del film cambiano di poco la loro posizione nel quadro, al massimo da un capo all’altro del divano. Ma l’aggancio degli spezzoni delle loro storie è sapiente, è attento alla successione dei temi e dei toni, alla «musicalità» degli interventi. Così il tutto risulta languidamente mosso, pensosamente vivace. Non c’è epica nel lavoro di Gibertini. I suoi personaggi non sono eroi né reduci. Scoprono l’irruzione della memoria come attivazione del presente. Scoprono l’attualità preziosa delle loro esperienze. O la preziosa «inattualità», se vogliamo dirla con Agamben (Che cos’è il contemporaneo) per via della discordanza di quelle esperienze con lo stato delle cose, di allora e di oggi.

Si sa che in tipi di prodotti come questo film il culto della memoria può giocare brutti scherzi. La smemoratezza, l’oblio («Occorrono poeti del dimenticare» scriveva Franco Berardi “Bifo” in Caleidoscopio della paura, DeriveApprodi, n. 20, 2001) può rivelarsi più stimolante per chi punta a una nuova instabilità antagonista del quadro politico-sociale. Meglio agire-per-sovvertire, rinnovando i propri strumenti interpretativi, che ricordare. Ma è proprio qui che il lavoro di Gibertini vince la sfida. Di racconto in racconto, di frammento in frammento, emerge la sintonia con un oggi possibile di aggregazione di nuovi soggetti insorgenti.

Maurizio Sicuro: «A un certo punto cambiano i comportamenti. E il movimento si espande, i non garantiti sono protagonisti». Valerio Guizzardi: «L’autonomo diventa egli stesso la rivoluzione qui e ora». Patrizia Gubellini: «Il personale è politico, ecco un tema centrale. Noi cerchiamo di modificare subito la nostra vita». Gli altri «attori» sono Alessandro Bernardi, Lucia Costa, Giorgio Lavagna (fondatore del gruppo punk Gaznevada), Nico Maccentelli. Un respiro lungo del film. Un procedere monodico che cattura lo spettatore/ascoltatore come una serie di Madrigali di Monteverdi legati uno all’altro.

Rivolta di Maurizio Gibo Gibertini verrà presentato oggi 28 marzo 2014 alle ore 18.00 nel corso della mostra BHAP (beat, hippie, autonomi, punk) al Lucernario Occupato della Sapienza - Viale delle Scienze, Roma.