Follia e psicosi. L’eredità di André Green

Marco Pacioni

Nel Novecento di Eric Hobsbawm, in quel «secolo breve» nel quale il flusso degli eventi sembra sottrarsi a condensazioni in grado di istituire lo spazio che occorre allo storico per raccontare, tocca allo stesso autore costruire tali condensazioni legando insieme elementi antitetici – gli “estremi” cui allude il titolo originale di quel saggio fortunato, The Age of Extremes: il capitalismo con il comunismo, l’«età dell’oro» della ricostruzione economica con la catastrofe della minaccia nucleare.

Le condizioni estreme nelle quali gli eventi sembrano ostacolare la possibilità di tracciare linee di senso sono in certo senso analoghe a quelle in cui la clinica di Freud viene a trovarsi nel trattare la situazione psichica dei traumatizzati della prima guerra mondiale – appunto il conflitto che per Hobsbawm dà inizio allo spasmodico ventesimo secolo. La pulsione di morte che Freud elabora non rivoluziona solo i fondamenti dello psichismo del piacere e dell’autoconservazione che fino ad allora avevano retto la psicologia del profondo, ma anche le condizioni cliniche nelle quali opera l’analista con il paziente. Non solo la teoria psicoanalitica, ma anche la pratica e soprattutto le condizioni teoriche della pratica clinica mutano radicalmente. Da quel momento in poi la psicoanalisi sarà chiamata a costruire su nuove coordinate anche la temporalità e lo spazio in cui andrà a operare: un cronotopo diverso in un contesto storico nel quale proprio l’epocalità e la spazialità entrano in crisi; un compito apparentemente impossibile che merita davvero l’appellativo messianico di «avvenire di un'illusione».

Freud, Klein, Lacan, Bion, Winnicott fra gli altri affronteranno la questione delle conseguenze della «nuova topica» della pulsione di morte sul setting clinico, ma sarà Green a fare di questo un argomento precipuo del discorso psicoanalitico e a offrire soluzioni cruciali e influenti. Soluzioni influenti, ma spesso di non dichiarata provenienza, talvolta attuate con la mano sinistra nella pratica clinica a fronte di critiche ufficiali – rivolte a Green – sul piano della teoria. Finalmente il libro di Maurizio Balsamo, André Green. Il potere creativo dell’inconscio viene a restituirci il percorso greeniano nella maniera che Green stesso ha implicitamente suggerito e cioè come prosecuzione e nuova attuazione delle questioni che lo psicoanalista francese ha posto e in parte lasciato aperto. Non è dunque soltanto per spirito di collana – Eredi – che il libro comincia riportando un frammento di dialogo fra lo stesso Balsamo e Green e con l’enunciazione di un elemento cardine del pensiero greeniano e cioè la necessità di istituire una terza dimensione, tanto spiazzante quanto riordinatrice della dualità precostituita dei soggetti e degli oggetti psicoanalitici. Chiaro indizio questo, della necessità di pensare le stesse condizioni di possibilità dell’analisi all’interno della pratica clinica. A paragone, i risvolti clinici dei discrimini di linguaggio di Lacan appaiono oggi meno rivoluzionari rispetto a quella che potremmo definire come la clinica performativa a oltranza di Green, vero profanatore, tra l’altro, delle dinamiche del transfert e soprattutto del contro-transfert – risorse e non più esclusivamente ostacoli dietro i quali spesso si nasconde l’ego deontologico dell’analista.

Nella psicoanalisi di Green anche ciò che non si struttura può avere senso clinico. Ciò vuol dire che per Green senso e struttura costituiscono dimensioni non coincidenti delle quali solo la prima è caratterizzata da un’articolazione complessa in grado di contenere la seconda senza esaurirsi in questa. A differenza della struttura, il senso può anche negare le opposizioni e opporre le corrispondenze, può cioè produrre ulteriori implicazioni che conducono tutto ciò che è binario a un terzo livello, eventualmente al neutro. Mentre per la struttura, individuare i suoi costituenti vuol dire anche capire come essa funziona, per il senso non è così. La funzione del senso può infatti essere anche la disconnessione, lo slegame con i suoi stessi fondamenti, per dirla con Green. La dimensione del senso può articolarsi paradossalmente attraverso ciò che non ha ancora significato, attraverso ciò che non è ancora accaduto; l’intrapsichico può fare da schermo all’intersoggettivo e complicare così qualsiasi tentativo di ricondurre le sue dinamiche alla coppia significato/ significante o oggetto/rappresentazione. Di qui scissioni permanenti, scarti, ripetuti elementi a latere attraverso i quali si dirama l’articolazione del senso psichico. Essi possono trovare un fondo comune anche soltanto nell’attestazione della loro mera presenza o assenza, cioè oltre il loro ruolo soggettivante e oggettivante. Per Green il fantasma psichico può essere concreto tanto quanto l’oggetto delle pulsioni; il segno o la tendenza della pulsione possono essere essi stessi funzione; la quantità di energia psichica può diventare qualità oltre una certa soglia la cui taratura rimane impredicibile al di fuori della specifica situazione clinica.

Se per Green la rappresentazione può addirittura sostituirsi alla pulsione, allora vuol dire che il soggetto può pretendere di costruirsi anche attraverso la sua distruzione – sia essa eclatante e spettacolare come quella del terrorista suicida, sia essa silente ma non meno inesorabile come quella delle neomalinconie di cui di recente ha parlato anche Bollas. L’Io può rappresentarsi anche come la sua stessa scissione. È in tal senso che la pulsione di distruzione introdotta da Freud in circostanze storiche analoghe a quelle alle quali Green compie le sue prime cruciali esperienze cliniche, può essere assunta come simulacro dell’Io. L’Io può assumere la sua stessa imago, la sua maschera mortuaria, pretendere di essere un morto vivente, per utilizzare una figura sintomatica della soggettività odierna. Mentre per Freud la pulsione di morte è ancora la vita che vampirizza se stessa in un processo in cui è la libido ad agire seppur perversamente (ad esempio esclusivizzandosi alla sola via negativa per realizzare il principio di piacere e cioè rendendo sistematico il ricorso al non dispiacere), per Green invece la pulsione di morte si fa paradossale veicolo delle pulsioni di autoconservazione che in questo modo pretendono di istituire soggettività anche a costo di depauperarle di qualsiasi vitalità psichica. Anche per questo per Green ha di nuovo grandissima importanza ciò che Freud aveva pensato nella prima topica, ma successivamente lasciato non pienamente svolto e cioè il narcisismo. Green lo elabora oltre la situazione del narcisismo primario arrivando a formulare il narcisismo negativo cruciale per comprendere altre sue note formulazioni quali la psicosi bianca e il complesso della madre morta.

La situazione estrema nella quale si pone Green è quella di un senso psichico che può arrivare a incistarsi per non manifestarsi, di un io che preferisce affermare la sua negazione, di un principio di piacere che predilige neutralizzarsi per istituire un soggetto sopravvivente anziché vivo, in un limbo fra la vita e la morte nel quale la resistenza si trasforma in indifferenza, la rimozione in reiterata prevenzione della stessa possibilità che si innesti un legame con il sé, con l’altro, con lo stesso analista. È qui nel «legame» che entra in gioco una nuova e più complessa concezione della ripetizione psicoanalitica, che è anche uno dei tratti del pensiero greeniano su cui Balsamo investe in modo originale attuandone potenzialità inaudite.

Nel Green di Balsamo la ripetizione non coincide più soltanto con la coazione a ripetere. La ripetizione può essere restaurazione di un’origine irraggiungibile o forse mai accaduta, ma può essere anche processo progrediente teso a istituire un legame di base: quell’iscrizione psichica senza la quale non sarebbe possibile nessuna situazione clinica. Mentre la ripetizione-restaurazione di un evento avvenuto o supposto tale è una sorta di tendenza al grado zero del «ritiro psichico» fino all’asintomatica «psicosi bianca», la ripetizione intesa come ri-contestualizzazione (Zusammenhang direbbe Freud, cioè il tenere insieme) è invece un modo attraverso cui possono diramarsi segnature e cesure nelle quali può entrare anche l’analista o dalle quali il paziente può trovare un varco. Un’analisi che si confà a tale processo progrediente della ripetizione, nel quale il sintomo non viene immediatamente soffocato nella definizione di «coazione», non è più soltanto un’analisi, cioè una scomposizione via via più elementare che dovrebbe arrivare a una sorta di inizio, ma è al contrario un comporre che mette in reazione gli elementi fino a farne riemergere, se necessario provocarne, una trama possibile: una costruzione che può, se è il caso, anche fare ricorso al buon uso del delirio. Come sostiene Balsamo sulla scorta di Green, per la psicoanalisi a venire l’alternativa non è tra normalità e psicosi, ma tra follia e psicosi.

Maurizio Balsamo

André Green. Il potere creativo dell’inconscio

Feltrinelli

pp. 150, € 15