Live Works A Supercontinent 2, Centrale Fies, Dro

Mattia Solari

Live Works a Centrale Fies ci presenta un continente che si espande con pratiche performative eterogenee e ibridate all’incrocio fra generi e ricerche.

Questo non è un castello, garriscono gli stendardi penzolanti dalla facciata merlata della Centrale Fies. Questa dichiarazione d’intenti e d’identità, contro apparenze e fraintendimenti, è il primo statement che accoglie chi arriva a Centrale Fies; la centrale idroelettrica del 1909, esempio di archeologia industriale, che ogni estate ospita Live Works come parte iniziale del festival estivo dedicato alle arti performative. L’attuale edizione riprende il titolo della precedente ma ne rincara la dose: “Supercontinent2”, con la programmatica intenzione di soffermarsi sulla nascita di un nuovo, ipotetico megacontinente. Una Pangea bis, creata da movimenti tellurici, in un continuo rimestare tra frizioni, subduzioni e fusioni di zolle tettoniche, ma soprattutto rimodellata dai moti migratori umani.

Live Works, al contempo laboratorio e piattaforma di ricerca, ospita incroci artistici di diverse discipline fuse nella sperimentazione di nuovi formati.

Giunto alla sesta iterazione, il festival presenta quest’anno dodici delle 430 candidature ricevute. In residenza per dieci giorni in quest’angolo della Valle del Sarca, gli artisti hanno partecipato a un laboratorio collettivo con proiezioni, dibattiti, letture e sessioni critiche in modo da creare un clima di scambio e comunità fra i partecipanti. L’ossatura del festival, o meglio la cartografia del nuovo supercontinente, si è dipanata tra il colonialismo storico e i suoi residui contemporanei, le forme digitali dello storytelling, l’intersezione tra l’uso del corpo e la danza e le questioni di genere..

La selezione degli artisti per i Live Works di “Supercontinent2” è stata più internazionale delle precedenti edizioni, puntando anche a artisti extraeuropei per ottenere un’eterogeneità nella provenienza e una più ampia differenziazione di argomenti. Dalla Germania al Sudafrica, dal Congo all’Argentina gli artisti intervenuti sono stati Anne-Lise Le Gac, Christian Botale Molebo, Judith Raum, Rodrigo Batista de Oliveira, Nyakallo Maleke, Ely Daou, Reza Mirabi, Ursula Mayer, Michele Rizzo, Beto Shwafaty, Cinthia de Levie e Phumulani Ntuli.

Nei tre giorni di presentazione alcune performance sono emerse come più strutturate, chiare e puntuali, altre come meno compiute e concluse, dovuto probabilmente allo statuto di laboratorio che connatura Live Works, ma allo stesso modo icasticamente espressive, incarnando la discorsività emancipatoria legata all’uso del corpo, del reimpossessarsi di azioni e storie che è proprio della performance art. Come in Rock and Clay Improvisation, performance-lecture della tedesca Judith Raum (1977) che ha ripercorso la storia dell’agente segreto e storica britannica Gertrude Bell (1884-1926) che esplora la Mezzaluna fra Tigri ed Eufrate, al centro, all’epoca come oggi, d’interessi internazionali e di turbolente lotte intestine. Studiosa del Medioriente e fluente in arabo, Bell scattò oltre 6000 diapositive durante i suoi reportage compiuti a ridosso della dissoluzione dell’Impero Ottomano. Le foto, proiettate dalla Raum e accompagnate da un testo letto a inframezzato alla pulitura di alcune rocce, documentano architettura e reperti archeologici, mostrando un idiosincratico quanto poetico approccio alla documentazione fotografica di tipo storico-archeologico. Beto Shwafaty (1977), artista brasiliano, che con No fear of the raw (or), how to reverse one’s own gaze. Performed notes on the phantoms of wealth, presenta una performance al limite tra videoproiezione e la conferenza d’artista. A partire da un suo video sulla “pornomiseria”, lo stile cinematografico diffusosi negli anni Settanta nei paesi sudamericani che sfruttava le misere condizioni di vita per farne sequenze per i film occidentali; Shwafaty si concentra sul suo inverso, le promesse di ricchezza ed emancipazione che i paesi del Sudamerica hanno visto andare e venire negli ultimi vent’anni. Le immagini di povertà e ricchezza si mescolano alle riflessioni sullo sguardo e sul suo potenziale di creazione di soggetti e valori intrinseco all’atto stesso del vedere, e conseguentemente, dei rapporti di potere fra l’osservato e l’osservatore in una dialettica che deve molto a Didi-Huberman. Il coreografo Michele Rizzo (1984), invece, presenta una partitura in cui rallenta la danza fino a miniaturizzarne i movimenti in movenze molecolari, derivata dal clubbing e dall’esperienza di danza collettiva, Rizzo abbassa la musica e scandisce i gesti e il tempo, congelando la solitudine e l’incomunicabilità in una distanza siderale.

Ad affiancare gli artisti selezionati, i guest performer del primo weekend sono stati Maria Hassabi, Giovanni Morbin, Franco Buffoni e Lina Lapelyté, ciascuno ha portato una diversa incarnazione della performatività: Hassabi presenta una parte di STAGING: Solo (2017), in cui distribuisce tre performer in diversi luoghi della Centrale mentre eseguono in sincrono una partitura coreografica di movimenti lentissimi. Morbin reinscena Ibridazione 1 – Bodybuilding, dove l’artista cementa il suo braccio dentro un edificio per otto ore, dove in un reciproco contrappasso il corpo viene forzato all’immobilità mentre l’edificio si dota di un’appendice umana. Franco Buffoni partecipa invece nelle vesti di amico e profondo conoscitore di Mario Mieli, l’attivista milanese, autore di “Elementi di critica omosessuale”; Buffoni presenta a Fies un ritrovamento tanto raro quanto singolare: una serie di 72 foto fortuitamente ritrovate in un mercatino dell’usato romano in cui Mario Mieli posava fra il deshabillé e il crossdressing, in mezzo a pastori tedeschi e moto da corsa, mettendo in scena un’attitudine queer ante litteram; audace negli scritti quanto nel pensiero, Mieli rimane un esempio unico di pensiero della diversità in ambito italiano. Infine, Candy Shop – The Circus della lituana Lina Lapelyté, che rappresenterà il suo paese alla prossima biennale di Venezia, porta in scena la sua pratica performativa che incrocia musica pop, rituali folkloristici e format dell’opera; Lapelyté coordina una banda di paese maschile assiepata sugli spalti fra gli spettatori, assieme a una batterista e a un coro femminile di sette cantanti che recitano un testo composto di estratti sessisti e violenti di canzoni di alcuni rapper americani. Mischiando i generi e i media Candy Shop sollecita una riflessione sulle gerarchie del potere.

Quello che Live Works può sembrare, a conclusione delle varie performance, è quindi più un carotaggio dentro un cosmo composito ed eterodosso, che una mappa di un continente vasto e vario come è la performance oggi. Si denota uno stato dell’arte che mescola e si appropria di altre discipline e che rimane ancora un mezzo potente per esprimere una ricerca artistica attraverso l’uso del tempo e del corpo, anche in un’epoca smaterializzata e digitale come quella che stiamo vivendo.

Le performance presentate dimostrano come l’atto performativo sia il luogo ideale dove ibridare e tradurre le discipline l’una nell’altra; all’intersezione fra arte time-based e teatro sperimentale, gli artisti hanno esplorato le potenzialità e i limiti delle varie pratiche coinvolte: dalla danza al teatro, dalla lecture accademica al canto, fino alla sfilata di moda, per sbordare da quegli stessi confini; riflettendo così l’ampiezza e la vasta applicabilità che oggi il termine arti performative riveste.

William Guerrieri, i corpi dei lavoratori

Mattia Solari

La ricerca fotografica di William Guerrieri (Rubiera, 1952) si focalizza sulla memoria collettiva espressa nell’architettura e sull’identità degli spazi pubblici. Guerrieri è stato tra i primi fotografi italiani, dagli inizi degli anni Novanta, a dedicarsi alla ricognizione dei non-luoghi. Nella sua pratica, il fotografo emiliano usa lo scatto come indagine, documento antropologico e culturale dei luoghi che condensano storie e vicende politiche. Laureatosi in pedagogia, giunge tardivamente alla pratica artistica, grazie soprattutto all’incontro con Franco Vaccari, suo professore alle superiori. Condivide con Guido Guidi e altri fotografi italiani, il progetto Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, associazione che promuove la ricerca fotografica sul territorio emiliano dal 1990.

Con la mostra “Bodies of Work” in corso al Centro Culturale Candiani di Mestre, Guerrieri ritorna a Marghera dove, già nel 1997, aveva condotto un’indagine sui processi di deindustrializzazione. Percorre le tracce della scomparsa degli operai e della fuga delle imprese verso lidi meno regolamentati e manodopera più a buon mercato, documentando il conseguente svuotamento dei corpi dalla fabbrica.

In questa mostra presenta una riflessione aggiornata sulle attuali condizioni del lavoro. In occasione del centenario della fondazione di Marghera - progettata come espansione urbanistico-industriale nel 1917 - Guerrieri torna a indagare il lavoro nella sua “ineluttabile dimensione fisica” e mostra l’evaporazione degli operai dovuta alla crisi, all’automazione e alla delocalizzazione imprenditoriale. Le foto ritraggono i processi produttivi divenuti sempre più tecnologici e la fisiologia del lavoro precario. Dei bacini navali Fincantieri e di alcuni reparti di progettazione degli impianti SAIPEM (società per la produzione di macchinari per l’estrazione di prodotti petroliferi) Guerrieri restituisce la scarna presenza dei lavoratori in processi tecnologici complessi ed evoluti, ma soprattutto ne descrive il vuoto.

La mostra si divide in quattro sezioni: la prima è il work in progress con foto dei test che vengono effettuati nei laboratori SAIPEM sulle macchine; la seconda ritrae braccia e mani sui mouse intente nella progettazione di componenti e programmi per macchinari. La terza si sofferma su dettagli e presenze di lavoratori nei dintorni dei cantieri navali; la quarta propone un video 3D con le componenti progettate nei laboratori SAIPEM. In apertura, una foto programmatica delinea già il tenore della mostra. Guerrieri sceglie il ritratto di una receptionist di cui non vediamo le mani, è un corpo che fa tutt’uno con il bancone dove svolge il suo impiego, fuso in un’unica presenza dallo sguardo assorto, alienato, come la barista al Folies-Bergére di Manet. Queste foto non estetizzano né spettacolarizzano, nonostante la loro armonia formale. Sono in bilico fra indice e icona, documentano le condizioni e le azioni del lavoro contemporaneo a Marghera, mostrando sic et simpliciter il contesto attuale. Che le condizioni siano cambiate, e che il lavoro si sia fatto immateriale e astratto, è ormai noto a tutti; quella che tuttavia ancora scarseggia è la consapevolezza delle trasformazioni psicofisiche e sociali che ciò ha comportato. I corpi sono il fil rouge che attraversa la mostra e su cui il fotografo ricerca le tracce di tali cambiamenti; Guerrieri riprende la biopolitica foucaultiana sia nel testo introduttivo sia nelle premesse concettuali delle foto. “Bodies of Work” riflette sull’uso, sulla fenomenologia dei corpi e su come essi oggi siano complementari, quando non fagocitati dalle macchine o dai programmi che le regolano.

Bodies of Work

Centro Candiani, Mestre

sino al 24 giugno 2018