Finale di partita?

G.B. Zorzoli

Quando agli inizi degli anni ’90 l’ennesima versione delle coalizioni a guida DC entrò in crisi, a sinistra si fece subito strada la convinzione che si trattasse di una crisi di sistema, destinata ad aprire prospettive inedite (“il nuovo che avanza”).

I sostenitori di questa tesi avevano ragione, ma sottovalutarono l’anomalia di un cambiamento radicale provocato da un’indagine giudiziaria e non da un esito elettorale o dall’azione di un movimento di massa.

Infatti, le elezioni del 1994 sancirono l’avvento del nuovo sulla scena politica, ma fu quello incarnato da Berlusconi. A sinistra si mise subito in evidenza la debolezza di un movimento politico improvvisato (“Forza Italia è un partito di plastica”), per di più vittorioso alle elezioni grazie all’alleanza al nord con la Lega e al sud col MSI, allora portatori di idee e di interessi inconciliabili.

Di nuovo i sostenitori di queste tesi avevano visto giusto. Il primo governo Berlusconi durò meno di un anno per la defezione della Lega che, non alleandosi con gli altri partiti di centro-destra, gli fece perdere le elezioni del 1996.

Contrariamente alle aspettative, Berlusconi ricucì l’alleanza e dal 2001 al 2011 governò quasi ininterrottamente. Quando a fine 2011 fu costretto a dimettersi, nelle piazze vennero stappate bottiglie di spumante per brindare alla fine dell’odiato Cavaliere. Anche questa volta volta i festanti avevano visto giusto, si apriva una fase nuova, ma continuarono a sottovalutare l’anomalia di una caduta politica provocata dalle pressioni della BCE e del duopolio franco-tedesco e non dal voto popolare, e meno ancora da iniziative delle forze di opposizione o per effetto di movimenti di massa.

La nuova fase nuova ha faticato a prendere forma, ma non è esattamente quella sognata da chi brindava nel tardo 2011. Si chiama Salvini, prospettiva, se si consolidasse, destinata a far rimpiangere Berlusconi, che a sua volta era riuscito a suscitare qualche nostalgia per la vecchia DC.

Le analogie si fermano però qui. A differenza di quanto accadde nei primi anni ’90 e agli inizi di questo decennio, la svolta in atto non è determinata da forze esogene, ma dai risultati delle elezioni del marzo scorso e dal successivo spostamento delle intenzioni di voto a favore di Salvini, spostamento confermato da tutti sondaggi.

Il finale della partita in corso non è scontato. Ancora una volta potrebbe essere bloccata da interventi estranei alla normale dinamica politica o dagli effetti di una crisi economica dirompente, ma, se persistesse il vuoto di proposte in grado di contrapporre una convincente visione alternativa, anche in questo caso il dopo potrebbe essere persino peggiore di Salvini.

Leggi e mitologie razziali

Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. Non si tratta con ogni evidenza di un errore, di una svista nelle politiche di repressione o di un cedimento alle pressioni della base, ma di una scelta razionale che serve ad alimentare la macchina mitologica della xenofobia. Insomma i decreti proposti appaiano una continuazione sul piano legislativo del repertorio di dichiarazioni aggressive e immagini edificanti diffuse via social che costituiscono il fondamento del discorso salviniano. Non si tratta, cioè, di costruire una politica organica di apartheid come nelle leggi razziali storiche, che urterebbe gli interessi della base leghista di imprenditori medi e piccoli del Nord, ma di una serie di azioni e di parole che mirano a mantenere alta la paura e per così dire a oliare meticolosamente la macchina mitologica. Ovviamente il suo funzionamento a pieno regime ha bisogno di vittime.

Va da sé che anche le iniziative periferiche delle amministrazioni leghiste si muovono in questo solco tracciato dall’aratro salviniano, basti pensare all’odioso trucchetto burocratico escogitato dalla giunta comunale di Lodi per escludere dai benefici delle riduzioni delle tariffe della mensa scolastica e dello scuolabus riservate alle famiglie non abbienti i figli di extracomunitari, che sembra avere essenzialmente la funzione di ribadire il primato degli italiani, senza peraltro mutare in nulla la condizione di quelli che tra loro sono poveri. La situazione in cui questa strategia è emersa in maniera più nitida resta, tuttavia, la manfrina estiva organizzata dal ministro degli interni a spese dei profughi imbarcati sulla nave Diciotti, nella quale si è inventata letteralmente un’emergenza che non aveva alcuna ragion d’essere oggettiva.

È del tutto complementare a questo schema la vicenda di Riace e del sindaco Lucano, dove le difficoltà giudiziarie dell’amministrazione comunale sembrano essere state sfruttate piuttosto per distruggere un esempio di un’alternativa concreta alla politica della paura. Non si deve però guardare solo alla politica di inserimento e integrazione svolta con successo dall’amministrazione della cittadina calabrese. C’è un altro dato nella vicenda di Riace che va tenuto costantemente presente, se si vuole ragionare politicamente sulla storia di questa esperienza aldilà di afflati solidaristici o polemici, come ha fatto notare Sergio Violante su Nazioneindiana: il comune di Riace nel 2011 aveva 1793 abitanti e alla fine del 2017 ne aveva 2309 e tale incremento non era riconducibile esclusivamente alla popolazione straniera che consta di 470 residenti. Insomma in una regione caratterizzata da un saldo demografico sia naturale sia migratorio negativo a pesante rischio di spopolamento, il comune di Riace, in assenza di particolari investimenti esterni, innestava una dinamica positiva che coinvolgeva anche la popolazione italiana, finendo così con lo smentire implicitamente uno dei miti collaterali della macchina mitologica ossia che vi sia un piano per la sostituzione delle popolazioni autoctone con quelle provenienti dall’Africa. Il successo demografico del comune di Riace era uno scandalo troppo grosso per poter essere tollerato.

Le ragioni di questa politica sono tanto evidenti quanto banali: senza il razzismo, senza la paura dell’invasione, senza la macchina mitologica la Lega sarebbe un partito elettoralmente secondario incerto tra secessionismo o rivolta fiscale antieuropea forte solo in quelle che Aldo Bonomi chiama le aree tristi del Nord. Oggi, invece, la Lega è secondo i sondaggi il primo partito italiano e Salvini può giocare il ruolo di prestigioso leader della destra internazionale, verosimilmente a spese dell’Italia stessa. Non vorrei che la banalità della spiegazione fosse scambiata per una sottovalutazione del pericolo, al contrario la macchina mitologica, una volta avviata, tende a funzionare come un dispositivo e dunque a riprodursi e ad amplificarsi e per mantenere il consenso bisogna assecondarla. In altri termini ci troviamo su di una china che può scivolare verso qualsiasi conclusione.

La macchina mitologica garantisce a chi la governa o meglio l’asseconda un altro vantaggio non trascurabile ed è che scelte di governo potenzialmente dannose o pericolose non vengono percepite come tali dalla popolazione. Di questi primi mesi di governo gialloverde uno dei dati più sorprendenti è l’entusiastico appoggio ricevuto da Salvini nel suo scontro frontale con la commissione europea in aree ancora benestanti dell’Italia settentrionale, le quali hanno tutto da perdere da questo scontro e dalle rappresaglie economiche che toccherà loro subire. Paradossalmente la base elettorale dei 5stelle, specie nel Sud, ha un comportamento più razionale in quanto la sua situazione nello status quo del neoliberismo europeo è oggettivamente senza prospettive e dunque è comprensibile che sia tentata da qualsiasi avventura, ma che regioni come il Trentino, il Friuli o la stessa Lombardia si buttino su questa strada senza tentennamenti rivela bene il potenziale allucinatorio della macchina mitologica razzista e ricorda vagamente l’entusiasmo con cui le popolazioni europee nel 1914 accompagnarono al massacro i loro figli.

Questa ondata non può essere fermata da un antirazzismo come pura testimonianza o come regola di un galateo internazionale dei ceti vincenti nella globalizzazione, ma da un lungo lavoro politico che ponga il dovere di restare umani nella cornice di un progetto di società diversa che parli a molti. Che l’antirazzismo ufficiale delle istituzioni della globalizzazione, del resto, sia totalmente inefficace è dimostrato dal fatto che mai come in questi anni c’è stato un impegno dei media in Europa contro il razzismo, che ha coinvolto perfino un ambiente conservatore e superficiale come quello del calcio, ma il razzismo ha continuato a crescere dappertutto.

Questi sono le questioni che il nostro tempo ci pone e non sarà qualche tecnico ben preparato a poterle affrontare.

Riace, Lodi, la lontana Baviera

GB Zorzoli

Nell’estromissione del sindaco Lucano, un particolare più di altri ne mette in luce la premeditata volontà di mettere la parola fine a un’esperienza che contraddice la narrazione salviniana sui dannati della terra che cercano ospitalità in Italia. È il cinico utilizzo di un rapporto predisposto per consigliare al sindaco di Riace di porre rimedio al mancato rispetto di qualche procedura, dovuto all’urgenza di realizzare al più presto alcune iniziative.

Il rapporto, concepito prima del 4 marzo con lo scopo di suggerire al sindaco Lucano come mettere in sicurezza, anche formale, l’esperienza Riace, nelle mani di Salvini è diventato il bazooka per tentare di distruggerla, cercando altresì di diffamarlo (tentativo ovviamente non riuscito). Anche la stessa magistratura, pur rimuovendo la detenzione a domicilio, si è preoccupata di impedire la permanenza di Lucano a Riace. La parola d’ordine è rimuovere qualsiasi ostacolo alle scelte del manovratore che, quando non è in giro a far comizi o a intrattenersi con gli Orbàn o con i Putin, risiede al Viminale.

In perfetta sintonia col manovratore, a Lodi la sindaca leghista, Sara Casanova, ha utilizzato cavilli formali per escludere dalle mense scolastiche i bambini figli di immigrati, discriminazione che solo una spontanea raccolta di fondi sta mettendo in mora. Una luce di speranza, che però non dissipa le tenebre calate su un paese dove la politica razzista di Salvini continua a consolidarne il consenso tra gli elettori.

Da questo dato di fatto dobbiamo partire, evitando di cercare un acritico conforto nei recenti risultati elettorali tedeschi.

Innanzi tutto, sotto il profilo economico e sociale la Baviera, con un Pil di 594 miliardi nel 2017 (il 18% del totale tedesco e una volta e mezzo quello della Lombardia) e un tasso di occupazione intorno all’80%, rappresenta una felice eccezione nel panorama tedesco.

Anche in Assia, dove si vota a fine mese e i sondaggi vedono in calo la CDU dal 42 % di cinque anni fa al 29% e i socialdemocratici dal 29 al 23 %, mentre a guadagnare sarebbero l’estrema destra di Alternative für Deutschland (14%), che alle precedenti elezioni non si era nemmeno presentata, e i Verdi (dal 10 al 18 %), è una delle regioni più prospere della Germania. Chiaramente in entrambe le regioni è assente l’ansia per i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione che, là dove generano esclusione economica e/o sociale, anche in Germania spingono una parte rilevante dell’elettorato sotto l’ala protettrice dei partiti populisti, ma questo non basta a spiegare perché Verdi tedeschi siano l’unico partito in campo da decenni a crescere, dopo un periodo, durante il quale sembravano avere perso la precedente spinta propulsiva.

Gioca indubbiamente a favore di questa felice singolarità il rispetto per la natura e per l’ambiente, che da più di un secolo è parte integrante della cultura del comune cittadino tedesco, a prescindere dai suoi orientamenti in altri campi, a partire proprio dalla politica. Fanno testo lo zoologo Ernst Haecke, che nel 1867 coniò il termine «ecologia» e sotto questo nome avviò la disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente, ma nel contempo si distinse per le posizioni e gli scritti antisemiti, e lo stesso Hitler, il quale in Mein Kampf scrive che «quando le persone cercano di ribellarsi contro la logica ferrea della natura, entrano in conflitto proprio con i princìpi stessi cui devono la propria esistenza di esseri umani. Le loro azioni contro la natura devono condurre alla loro rovina». Hitler e Himmler erano entrambi vegetariani rigorosi, attratti dal misticismo della natura e dalle cure omeopatiche, fortemente contrari alla vivisezione e alla crudeltà sugli animali.

La matrice ambientalista dei Verdi tedeschi è quindi in sintonia con una cultura diffusa trasversalmente nell’elettorato, il che spiega perché, pur essendosi organizzati in partito - come analoghi movimenti di altri paesi – sull’onda della battaglia antinucleare, fin dall’inizio siano riusciti ad attestarsi su percentuali di voti più elevate. Altra differenza, dopo l’unificazione tedesca il loro accordo con Alleanza '90, un movimento per i diritti civili nella Germania dell'Est, ha dato il via a una trasformazione che ne ha reso meno monotematico il programma politico, oggi ad esempio caratterizzato da un forte europeismo, da una politica di inclusione degli immigrati e impegnata a favorire l’effettiva pari opportunità.

I Verdi non si sono però limitati ad aggiungere altre tematiche alla precedente “lista della spesa”: le hanno integrate con successo all’interno del loro tradizionale obiettivo – realizzare una “green economy” –, riuscendo quindi ad avanzare non nominalmente, ma di fatto, una proposta politica per la costruzione di una “green society”, economicamente e socialmente equa. Impossibile da realizzare se non è accompagnata dalla trasformazione “low carbon” dell’economia. Non a caso i Verdi stanno soprattutto sottraendo voti ai socialdemocratici.

Nulla di simile esiste per ora in Italia, dove anche i movimenti ambientalisti nel loro agire pratico sono concentrati esclusivamente sui temi dell’economia ecosostenibile e non riescono pertanto a dare risposte alle cause che hanno provocato la ribellione di più di metà dei cittadini. Figurarsi gli altri.

Fino a quando conviveremo con il vuoto di proposte alternative, il consenso continuerà ad andare ai Salvini, la cui intolleranza nei confronti degli immigrati è parte integrante di una concezione autoritaria a tutto campo.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Niente è più attuale di queste parole, pronunciate in un sermone dal pastore luterano Martin Niemöller.

I Rom, Salvini e le Eumenidi

Alan Denney - Flickr: Corso XXII Marzo 1984, CC BY 2.0

Letizia Paolozzi

Liliana Segre nel suo discorso per la fiducia al governo Conte, promette di opporsi “con le forze che mi restano a nuove leggi discriminatorie nei confronti dei Rom e dei Sinti”. I leghisti non applaudono ma sono “infondate le paure di Liliana Segre sulle leggi speciali” rassicura Matteo Salvini.

Da ministro degli Interni, tuttavia, parlerà di un censimento per i Rom. Torna l’ammonizione di Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano”. E poi, e poi … la catastrofe era dietro l’angolo.

Oggi i Rom e i Sinti ai quali si riferisce Salvini sono per lo più di nazionalità italiana. Bontà sua, gli italiani “ce li dobbiamo, purtroppo, tenere”.

Non voglio dire che problemi non ci siano: di convivenza con gli abitanti dalla vita agra dei quartieri in cui i campi dei “nomadi” sono collocati (quei campi andrebbero superati e non l’hanno fatto i governi precedenti); di desolazione quando il turista scopre su un autobus affollato di non avere più il portafoglio con i documenti che magari un ragazzino sotto i quattordici anni gli ha sfilato dallo zaino.

Le reazioni lavorano in profondità. Significa che “avete voglia di fascismo”, come accusa il regista Paolo Virzì? Forse “fascismo” non è termine adeguato ma sostenere che: non bisogna “esagerare”; che siccome “hanno vinto le elezioni, ora si tratta di vedere cosa combinano”, mi sembra uno stato d’animo un po’ troppo tranquillo. Se non opportunista.

Guarda caso, accanto alla promulgazione delle leggi razziali del ‘38, ci furono l’internamento e le deportazioni dei Rom “eterni randagi privi di senso morale”.

Per carità, il ministro degli Interni non avrà nulla dell’uomo dispotico, dittatoriale; sarà al contrario un pezzo di pane, ma i problemi invece di risolverli li infiamma. Li aizza. Ci soffia sopra. E se i bubboni (per Salvini la lista comprende oltre a Rom, Sinti, gli immigrati, le massaggiatrici orientali sulle spiagge, i venditori di pareo fino al “fritto misto” delle coppie gay) si sono ingranditi, non ha intenzione di curarli.

Piuttosto, punta a recitare le sue formule ispide, caporalesche. Succede ai tanti portatori sani di violenza di privilegiare una lingua aggressiva, che se ne sbatte dei dati di realtà, dei valori dell’informazione, della conoscenza, della critica. Piuttosto, autorizza a nominare apertamente ciò che ci teniamo nascosto.

D’altronde, le sue affermazioni, comprensibili nella loro semplicità, pagano: nei sondaggi, la Lega è cresciuta; ha superato i 5 Stelle. In effetti, si discute nei programmi televisivi, luogo principe dell’informazione per gli italiani, di sensazioni, percezioni, approssimazioni. I media non hanno fatto il loro dovere. “Gli immigrati ci invadono” (dati alla mano, l’allarme è esagerato); l’obbligo del soccorso in mare si trasforma in “buonismo”; i barconi sono pieni di terroristi dell’Isis.

Roger Cohen ha scritto sul «New York Times»: “Salvini e Di Maio hanno ragione e per questo hanno vinto come Trump, che ha intuito una rabbia che stava filtrando”.

Salvini si trova bene in un clima simile. L’ha intuito e tradotto nella sua lingua. Non si tratta solo di ideologia (o della esigenza di tirare la corda per andare al più presto a votare raccogliendo i frutti elettorali del consenso) ma di reale malessere, di frustrazione e solitudine profonda che si prova nel Paese.

Gli immigrati (oppure i Rom) devono risarcire per tutto questo. Anche se non ripagheranno mai abbastanza con le loro sofferenze la sensazione di declassamento, di minaccia alla collocazione nella scala sociale di ognuno di noi. E d’altra parte la rabbia, sorta di danza narcisistica, espressione e paradigma adatto alla mascolinità, non si scioglie miracolosamente.

Scrive Martha C. Nussbaum (Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, il Mulino 2017, traduzione di Rinaldo Falcioni) che non è solo una malattia, ma la possibilità di risarcimento, riparazione essenziale all’ingiustizia oltre che terribile rivalsa sul più debole.

Eppure, le Furie, le Erinni potrebbero – da creature vendicative, insaziabili – diventare dee benevole, le Eumenidi, dedite al bene generale, al vivere meglio insieme.

Di fronte alla vulnerabilità umana immaginate sia concepibile produrre fiducia, piuttosto che una società di rancore? Non è quello il compito anche di ogni compagine governativa, in democrazia, ministro degli Interni compreso?

Perché insegnare filosofia a scuola: piccola lezione sul buonismo e sul grillo-leghismo

Federico Campagna

Da anni si discute se valga la pena di insegnare la filosofia nelle scuole. Di certo non aiuta a fare soldi, spesso fa passare la voglia di lavorare, quasi sempre produce soggetti difficili da integrare in società. Grazie al cielo, il Movimento 5 Stelle e i suoi alleati leghisti sono arrivati a sbilanciare decisamente il dibattito in favore degli umanisti filo-filosofi.

La questione, come tutti sanno, è quella del ‘buonismo’. La definizione stessa di ‘buonismo’ è la prova che vale sempre la pena insegnare la filosofia nelle scuole – perché per saper agire, bisogna saper parlare, e per saper parlare bisogna saper pensare.

Ma andiamo con ordine: cos’è il buonismo? Cerchiamo di analizzare filosoficamente questa strana parola che contiene un ancor più strano concetto. Per definizione, il buonismo è l’attitudine di quelli che vogliono essere buoni a tutti i costi. Di quelli che pensano che essere buoni sia il valore più grande, tale da sorpassare ogni altro interesse particolare. Ma chi sono i buoni? I buoni sono quelli che perseguono il bene. È nella parola stessa, come si dice. Quindi i buonisti sono quelli che pensano che la cosa più importante nel proprio agire sia perseguire il bene (a prescindere dalla definizione specifica di cosa sia il bene). Ma che cosa è il bene, in senso fondamentale? Il bene è la finalità dell’azione, o più esattamente è la finalità ultima di ogni agire. Insomma, il bene è la direzione generale che viene perseguita dall’agire razionale dell’uomo – ed è l’angolo specifico che consente di mettere in prospettiva tutti i diversi modi possibili di agire.

Proviamo a ricapitolare. I buonisti sono quelli buoni ad ogni costo. I buoni sono quelli che perseguono il bene. Il bene è il fine dell’agire razionale dell’uomo. Dunque i buonisti sono quelli che credono che l’azione debba seguire una direzione razionale. E quindi che cosa vuol dire il ‘basta-buonismo’ di gente alla Grillo o alla Salvini? Logicamente, e senza alcun dubbio, significa che bisogna abbandonare l’agire razionale. Che bisogna agire alla cazzo di cane, come direbbe un filosofo un po’ ubriaco. Ecco perché è importante studiare filosofia a scuola: perché ti consente di smascherare in quattro mosse le stupidaggini che abbondano sulla bocca degli sciocchi (o, più spesso, degli stronzi).

Ma facciamo un passo più in là e cerchiamo di dare una definizione filosofica anche alla posizione di chi si oppone al buonismo. La domanda è: cosa sono, fondamentalmente, Grillo, Salvini, i loro seguaci italiani e i loro epigoni internazionali?

Sant’Agostino ha dimostrato in maniera convincente che l’unica possibile definizione di male, è quella di ‘assenza o privazione di bene’. Il male non può avere una sua consistenza ontologica autonoma, ma può prendere piede solo come un buco all’interno dell’esistenza – poiché l’esistenza stessa, per definizione, è buona. Se quindi immaginiamo un’ideologia del buonismo, a cui si oppongono i ‘cattivisti’ Grillo-Leghisti, eccoci subito in mano una definizione solida e inoppugnabile. I ‘cattivisti’ non sono niente: letteralmente, incarnano il Niente, l’orifizio dell’esistenza da cui emergono gli ‘skata’, i ‘kaka’. La merda. Insomma, ecco spiegato perché bisogna studiare filosofia a scuola: per poter dimostrare in un minuto con calma e discernimento, che dire a un Grillo o a un Salvini che sono una merda (anzi, LA merda) non è un insulto ma un definizione ontologica.

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