Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

Il perturbante della sessualità

Cristina Morini

Con curiosa e istruttiva coincidenza temporale, l’assoluzione definitiva di Silvio Berlusconi dal cosiddetto «processo Ruby» stabilita dalla Cassazione avviene nelle stesse ore in cui un parlamento silenziato è stato messo di fronte allo scardinamento della Costituzione voluto dal governo Renzi. Storia grottesca, e insieme tragica, quella del vecchio premier che, in una notte del maggio 2010, telefona alla questura di Milano per chiedere di rilasciare una giovane donna, allora minorenne, in quanto «nipote di Mubarak».

L’inchiesta che da lì parte e si salda ad altre piste connesse alla vita privata di mister B. è un esempio eclatante di diversivo, cioè di programmatico spostamento dell’attenzione di un’opinione pubblica già pienamente piegata dalla crisi, con tutte le patologie sicuritarie e di negazione dei legami sociali che questo comporta. Viene utilizzata da una esangue sinistra incapace di costruire discorso, di giocarsi l’egemonia sui contenuti, di rilanciare la lotta politica sulle diseguaglianze che aumentano e punta tutto sulla battaglia contro la figura del ricco tycoon, sceso in campo perché «unto dal signore».

Tutto è compiuto, dunque. Il caso che per anni ha infiammato i media, chiamando in correo mirabolanti indignazioni femminili, si chiude. Berlusconi ringrazia i giudici, non smentisce se stesso e fa l’immancabile, triste, battuta, «Siete qui per il bunga bunga?», fuori dal cancello di palazzo di Giustizia.

A noi rimane da ragionare su un ventennio che ci ha portati al totale svuotamento della politica. Tra resa dell’autonomia del politico e istituzionalizzazione delle quote rosa, si conferma la personalizzazione dell’ «arte del governo» nella figura dell’uomo solo al comando che fa tutte le parti in commedia, dispone rottamazioni, impone innovazioni e sempre si circonda di giovani donne. Mentre il vecchio esce di scena e il suo ruolo di contraltare si consuma, sul palcoscenico si staglia in modo più chiaro un giovane potere fallocratico, con i suoi diversi rituali. Tutto cambia perché nulla cambi e accanirsi contro un finto avversario, mutilato dagli anni e oggi potenziale alleato, non ha più significato.

Così, mentre il potere maschile trova modo di ricostituirsi in un simbolico passaggio di consegne tra vecchio e nuovo che consente a Berlusconi di tornarsene dal tribunale ad Arcore a festeggiare con un prosecco lasciando lo scettro a qualcuno di più telegenico e capace di rassicurare con tweet l’Europa, vale la pena di soffermarsi, ancora una volta, sulla figura di Ruby e delle «olgettine». Tra barzellette volgari e giochi di ruolo, queste giovani donne, trattate come un unicum indistinto, derise per abbigliamento e borsoni, tacchi troppo alti e grandi labbra, ci restano come esempio dello stigma di classe contemporaneo e parallela negazione della capacità di autodeterminazione della soggettività femminile.

Tramontano anche loro, un topos fin troppo classico, figure di un melodramma, di passeggera e negativa notorietà, che vivono nel fascio di luce proiettato dai protagonisti maschili. Si fanno largo altri soggetti femminili, non marchiati e più determinati a sfruttare gli spazi che vengono loro consentiti.

La cattiva coscienza di un Paese che ha reso inutili la scuola e l’università, miseri e controllati gli insegnanti, vuote le case editrici, che non consente ascesa sociale, urlacchia ridicolmente quando scopre che il «capitale umano» da usare più immediatamente, dentro gli orizzonti di un capitalismo cognitivo incompiuto, è propriamente quello sessuale.

È un’Italia primitiva quella del Berlusconi processato per la sua condotta «amorale». Più ancora dell’Italia anni Ottanta, plasmata sui valori del mercato, del denaro, del self made man, viene a galla l’immarcescibile Italia anni Cinquanta, un’Italia che sostiene la famiglia, la chiesa, i sani principi, suddivide tra il bene e il male, mentre la stampa mainstream butta dettagli piccanti in pasto al pubblico per épater le bourgeois. Pubblico di guardoni e consenzienti, esempio contemporaneo di quel «consenso passivo» che connota la storia italiana, trova giusti gli sgomberi degli spazi sociali e non si accorge delle resistenze fondamentali che continuano a essere agite, ogni giorno, per la vita di tutti.

Con l’occasione dell’assoluzione di Berlusconi, andrà ricordato a questo pubblico seduto sulla propria ipocrisia e falsità, il rapporto distorto che ha con le donne. Pochi mesi dopo l’apertura del processo Ruby, un gruppo femminista di Perugia, scrisse un testo intitolato Puttanamente, a firma collettiva Pris, dove si leggeva, tra l’altro: «L’immaginario coloniale e sessista che evoca il bunga bunga riguarda una dimensione che attraversa la gran parte della società italiana maschile e femminile nel suo insieme e che passa anche per una sinistra bigotta [...]. Qual è la differenza tra vendere il proprio corpo-forza-lavoro in una fabbrica di Marchionne, o in una villa berlusconiana, in una universitaria fabbrica del sapere, o in un campo di pomodori di Rosarno? Provocatoriamente potremmo rispondere: nessuna».

Nel ricordarci il perturbante della sessualità, Ida Dominijanni nel suo recente libro Il trucco (Ediesse) scrive «la sfera della sessualità ha avuto un’importanza cardinale nella delegittimazione del regime di godimento berlusconiano». Cioè, la sessualità si è rivelata il «fantasma fondamentale» che ne ha svelato l’impotenza, anche politica. Per la governance finanziaria meglio Renzi che partorisce il Jobs Act, dando forma alla più intensa strategia di assoggettamento alla logica del mercato mai vista da queste parti. Altro che festini ad Arcore e barzellette sul bunga bunga.

Freelance, quando la protesta
corre sul tweet

Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità. Una decisione smentita già sei ore dopo la sua approvazione dal presidente del Consiglio che ha detto di avere fatto un errore (“autogol” nel gergo falso-pop dei ceti dominanti). Questo dettaglio è importante per comprendere il lato debole della politica dell'austerità oggi.

Per la prima volta, in un anno di governo, Renzi ha ammesso di avere sbagliato. Non c'è riuscito il milione che la Cgil ha portato in piazza nella manifestazione di Roma il 25 ottobre 2014 o l'inutile sciopero generale contro il Jobs Act fatto una settimana dopo l'approvazione in Senato della legge delega il 3 dicembre 2014. Ci sono riusciti, invece, poche migliaia di persone hanno colpito ripetutamente l'account twitter del presidente del Consiglio per quattro mesi e lui – che ha sempre quel cellulare in mano anche nelle conferenza stampa con altri capi di stato – ha speso del tempo a leggere questi tweet. E da solo, nella camera buia della sua coscienza, ha compreso l'errore che poi ha confessato anche in Tv. Monti, o Letta, per non parlare di Berlusconi, non l'avrebbero mai fatto. La “rottamazione” ha portato una novità nel cuore dello Stato: al di là di chi realmente è Renzi, c'è qualcuno che sente di far riferimento ad una dimensione sociale del Quinto Stato. Si tratta di un dato politico non irrilevante.

L'organizzazione delle manifestazioni della Cgil avrà avuto un costo molto alto, sia per il sindacato che i lavoratori che hanno fatto sciopero. Quella dei freelance è costata solo qualche ora di tempo per organizzarsi sulle mailing list. Spontaneamente, qualcuno ha preso qualche ora al sonno per creare immagini, programmare i suoi tweet con programmi specifici, rubando qualche minuto alla sua pausa pranzo. L'obiettivo di questa protesta è intervenire sulla psiche di Renzi che intrattiene con i social network un rapporto ossessivo, come del resto tutti coloro che possono permettersi l'acquisto di uno smart phone, e hanno una carta di credito per scaricare le app.

Questa situazione è inconcepibile, almeno per chi ragiona con la mentalità otto-novecentesca dell'organizzazione. Renzi è stato messo all'angolo da una mobilitazione che ha influito psicologicamente e politicamente su un dato: ha tradito la costituency della suo governo 2.0 che parla di twitter, di innovazione, start up e tutto il corredo del riformatore giovane improvvisato ma poi triplica le tasse a chi dovrebbe creare innovazione e promuovere queste start up. La contraddizione è sembrata enorme anche agli occhi del presidente del Consiglio che infatti è tornato indietro sulle sue decisioni.

Niente tuttavia è risolto. Al pasticcio che ha creato con le sue mani, Renzi ha trovato una soluzione improvvisata. Ha mantenuto per le “giovani” partite Iva un doppio regime fiscale: quello vecchio dei minimi e quello nuovo che le massacra. Stessa storia per la previdenza: l'aumento dell'aliquota della gestione separata dal 27,72% al 30,72% (sarà al 33,72% nel 2018) è stato solo bloccato. Per il terzo anno consecutivo. L'iniquità fiscale e previdenziale resta sempre la stessa. L'esecutivo ha promesso un intervento organico. È dunque possibile che peggiori, e di molto, la situazione, considerate le capacità “riformiste” e le effettive capacità tecniche dimostrate dai governi dell'austerità in Italia. Anche quando hanno le migliori intenzioni, riescono inevitabilmente a peggiorare le norme che hanno concepito. Per il momento non c'è alcuna soluzione in vista e le associazioni del lavoro autonomo chiedono un ripensamento globale del welfare e del diritto del lavoro.

Qualcosa esiste tra noi
È difficile che questo fatto possa ripetersi. Almeno in questa forma. Ma dovrebbe servire da ammonimento per chi pensa che basta un tweet per vincere una partita politica che evidentemente è più grande di una protesta online. Anche per questa ragione è straordinario quello che è accaduto e offre materia per una seria riflessione. Abbiamo osservato uno degli aspetti che gli indignados spagnoli, e i loro movimenti, hanno chiamato “tecnopolitica”. Basta un account twitter per arrestare una decisione, ma soprattutto per segnalare un cambio di indirizzo o mentalità in chi detiene il potere. Poi serve l'organizzazione, e la sua strutturazione, per fare emergere ciò che più conta nella politica: il corpo, le relazioni, la creazione di un'intelligenza comune nell'incontro.

Ma per fare un discorso di senso compiuto su questo tema molto importante bisogna sgomberare il campo. Quello che sta emergendo non è semplicemente un nuovo “sindacalismo”. E non è nemmeno il risultato di una mobilitazione individuale che trova argomenti comuni casualmente sui social network. I singoli, invece, sentono di condividere una condizione comune con altri anonimi. E si riconoscono rilanciando i tweet e, addirittura, producendo immagini, senso comune, post, ragionamenti. Si incontrano nei cowork in tutta Italia, com'è accaduto nella mobilitazione con l'hashtag #siamorotti, e improvvisano flash-mob che riprendono e rilanciano sui social network.

Sono modellini comportamentali che attestano l'esistenza di un patrimonio di lotte, di argomentazioni, di saperi tecnici che si sono accumulati nell'ultimo decennio. Su scala infinitesimale si è formato un habitus che supera le idiosincrasie individuali, le appartenenze professionali e gli status, trovando nella misura di 140 caratteri un minimo denominatore comune. Nel tempo dell'atomizzazione sociale, e della fluidità e dell'individualismo, questi elementi non dovrebbero essere liquidati con un'alzata di spalle. Sono piccole, piccolissime cose, ma che possono incrinare la forma di vita dominanti. Oggi trovare un'ora di tempo per usare twitter insieme ad altri non è scontato. Il problema, come sempre, è che poi si torna nell'abitacolo della macchina che ti porta lontano nel viaggio solitario verso l'alienazione totale. Ciò che tuttavia è importante è avere trovato qualcosa da fare in un momento in cui tutto dice che, insieme ad altri, non c'è nulla da fare e non esiste nulla in comune.

È bastata questa intuizione, in fondo innocua, a raggiungere un risultato parziale – ma un risultato – a differenza della Cgil che ha mobilitato milioni di persone in carne e ossa senza impedire che il Jobs Act fosse approvato. Viviamo in un tempo dove l'infinitamente piccolo, fluido, non corporativo riesce a conquistare qualcosa che per l'infinitamente grande, pesante, strutturato è un'illusione. Questa sproporzione sembra incredibile, ma è degna di essere pensata.

Su una cosa Renzi però ha ragione. Quella della Cgil è una retorica sul lavoro dipendente, e la sua aspirazione a tutelare il lavoro non dipendente è poco credibile, vista la storia recente. Non che sia infondato il suo slancio a tutelare tutto il lavoro, anzi. Il problema è la fiducia nel suo universalismo. Siamo arrivati al punto che se la Cgil dice: vogliamo proteggere il lavoro, pochi le credono. In un capitalismo dove tutto è basato sulla reputazione, al sindacato manca esattamente la reputazione, la credibilità, la fiducia. Questo è il segno della sua crisi. Che è organizzativa, ma anche di senso. Oggi più che mai abbiamo bisogno di nuove forme di auto-organizzazione politica e sindacale, contro questo capitalismo, contro questo zombie dell'Unione Europa austeritaria. Quello di cui non abbiamo bisogno è questo sindacato.

Senza voce
Ciò che sento mancare ancora a livello diffuso non è solo una rappresentazione generale della nuova condizione. Esiste un'enorme carenza di fiducia in se stessi e nella propria capacità di auto-organizzazione. Esiste una disillusione che impedisce di coniugare il grande livello di competenze diffuse con un'analoga riflessione sulla politica. Questa sfiducia può essere addirittura superiore di quella che oggi sommerge le istituzioni.

La rimozione di una coscienza di sé è tanto più estesa quanto più è forte la capacità di neutralizzazione della politica populista. Questo è anche il risultato di una specifica configurazione della cultura professionale ottocentesca di cui siamo eredi. Tale cultura impone al professionista di non considerare la propria condizione materiale. Troppe questioni tecniche, sindacali, del “lavoro” inutili. Il professionista deve invece competere sul mercato, stare in società, non pensare a questi “dettagli”. Non è raro incontrare oggi avvocati o giornalisti che vivono come proletari ma non conoscono nulla delle ragioni che li hanno ridotti in questo stato. In grande, questa rimozione è la stessa che impedisce ai cittadini di partire da sé e capire che le cose da cambiare sono quelle vicine, e non solo quelle che stanno in alto. O che vedono in Tv.

Chi riesce a cambiare sguardo scopre la politica. Cioè il fatto che le proprie argomentazioni, più che ragionevoli in realtà, non vengono ascoltate da nessuno. E che, anzi, non vengono trattate nemmeno come argomenti razionali. Qui nasce la recriminazione, il vittimismo, la solitudine. Invece di considerare i propri argomenti come lo strumento per costruire una rivendicazione comune, spesso queste competenze rimangono rimosse o affidate ai canali delle rappresentanze tradizionali che – per loro costituzione – le neutralizzano, facendole scomparire.

È il problema classico dei “senza voce” o dei “senza parte” di cui parla il filosofo francese Jacques Rancière. Questo ragionamento è stato fatto per le “classi popolari” o quella “operaia”. Il cortocircuito attuale è dovuto al fatto che questo avviene a tutti i livelli della società, nel “mezzo” del “ceto medio”, e non solo nel “basso” di quelle “popolari” appunto. L'analisi politica, e quella critica, dovrebbe innovarsi e dotarsi degli strumenti per riconoscere quello che sta accadendo. Anche su questo livello scontiamo un ritardo gigantesco che non aiuta nemmeno i soggetti implicati in questa situazione a maturare la consapevolezza necessaria alle loro argomentazioni. Che non sono solo “professionali” ma che hanno una valenza senz'altro più generale.

Le pillole amare del Jobs Act

Andrea Fumagalli

1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.

2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre. Dei 5 milioni di lavoratori “indipendenti”, infatti, il 40% circa (2 milioni) è composto da lavoratoti autonomi e partite Iva che lavorano su commessa altrui (quindi eterodiretti), 20% sono liberi professionisti iscritti agli albo di settore, 15% sono soci di cooperative, 15% sono ditte familiari (dati Istat). I veri imprenditori sono quindi meno del 10%. E infatti, il milione di posti di lavoro divenne una chimera.

3. In un contesto economico del tutto diverso, l’attuale governo promette 800.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. In realtà non si tratta di vera “creazione” di posti di lavoro, con conseguente calo del tasso di disoccupazione, ma piuttosto di sostituzione di contratti precari (cococo, tempo determinato, ecc.) con rapporti stabili di lavoro, sulla base delle stime (di fonte ignota) relative al futuro utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Peccato che ciò oggi non venga ricordato come ai tempi di Berlusconi non ci si ricordava del vero numero di imprenditori degni di tale nome.

4. Oggi non ci si ricorda neppure che con la legge 78 approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio, nota come legge Poletti (o Jobs Act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (CTD) rendendolo a-causale (http://quaderni.sanprecario.info/2014/07/job-act-dal-diritto-del-lavoro-al-lavoro-senza-diritti-di-giovanni-giovannelli/). Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata.

5. Come uno specchietto per allodole, a mo' di compensazione, con il testo approvato con voto di fiducia, si istituisce il contratto da lavoro dipendente a tutele crescenti, in relazione all'anzianità di servizio. Si tratta di un particolare “contratto a tempo indeterminato” che dà la possibilità al datore di lavoro di interrompere il rapporto in qualunque momento e senza motivazione nei primi tre anni. In pratica, in questo lasso di tempo, l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applica. Inoltre, poiché nel testo non si dice se tale tipo di contratto andrà a eliminare i contratti in essere, esso si aggiunge alla normativa già esistente. Ci si dovrebbe allora domandare: se già si può assumere (nel caso si voglia assumere) un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a termine senza alcuna giustificazione, perché mai un datore di lavoratore sarebbe incentivato a utilizzare questo nuovo contratto “a tutele crescenti”? Ebbene, potrebbe essere disposto a farlo nel caso in cui avesse estrema necessità delle competenze e della professionalità del lavoratore/trice. Ma grazie alla “tutela crescente”, invece, potrà sottoporre a un periodo di prova, lungo la bellezza di tre anni, anche coloro che hanno questi requisiti. Si tratterebbe quindi di un contratto di lavorio di serie B, come evidenziano anche Boeri e Garibaldo (http://www.lavoce.info/quali-tutele-quanto-crescenti/). Il capolavoro è compiuto, il futuro incerto.

5. Ci viene detto che liberalizzare il mercato del lavoro è condizione necessaria e sufficiente per mettere un piede nel mercato del lavoro, soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni. Non è vero. In primo luogo, tali politiche del lavoro sono sempre accompagnate da politiche di riduzione dei costi di produzione delle imprese con effetti di ridurre la domanda via austerity. La legge di stabilità 2015 presentata dal governo è un ottimo esempio. Diminuzione delle tasse delle imprese (Irap), dei contributi sociali per i neo assunti a tempo indeterminato, taglio di parecchi miliardi per la spesa degli enti locali e centrali (giustificati demagogicamente dalla volontà di ridurre gli sprechi, che, pure, ci sono, ma non di tale entità): provvedimenti che vanno a sostegno dell’offerta, sostenuti dall’idea che aumentare i profitti riducendo i costi faciliterà l’aumento degli investimenti e quindi della produzione e dell’occupazione. Non vi è nessun provvedimento serio a sostegno della domanda, se non gli insufficienti - e non per tutti - 80 euro di elettorale memoria. Non viene introdotto né un salario minimo, né un reddito minimo. Una seria riforma del welfare a sostegno dei redditi più poveri non viene neppure presa in considerazione. Non è necessario essere degli esperti economisti per comprendere che se non vi sono stimoli seri e duraturi (strutturali) alla domanda, anche in presenza di costi minimi, nessun imprenditore sano di mente rischia di investire per aumentare la produzione se si aspetta che poi le merci o i sevizi prodotti non verranno acquistati. Ne consegue che il Pil langue e il rapporto deficit/pil non può ridursi se il denominatore del rapporto non cresce, ma addirittura diminuisce.

6. In secondo luogo, oggi dopo vari anni di precarizzazione del mercato del lavoro e di politiche di austerity siamo in grado di misurare la loro efficacia. Qualche dato: nel corso dell’ultimo anno, sono stati persi più di 200.000 posti di lavoro: è il saldo tra le dismissioni e le assunzioni (dati Istat). Si tratta dell’effetto, mai ricordato, che sono stati cancellati più di 550.000 posti stabili di lavoro (grazie anche alle facilitazioni della riforma Fornero del giugno 2013 che ha introdotto il licenziamento individuale per motivi economici) e sostituiti da 350.000 circa posti di lavoro precario (in maggioranza a tempo determinato). Non solo l’occupazione è peggiorata in quantità ma anche in qualità! Ma non solo. Se guardiamo all’occupazione giovanile (dati Ocse), negli ultimi 5 anni la quota di giovani precari sul totale dei giovani occupati è passata dal 43% al 55%. Eppure, nonostante l’aumento della flessibilizzazione, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 10 punti percentuali, sino a sfiorare il 45%. Infine, l’indice di protezione dell’impiego (un indice che calcola la rigidità del lavoro) negli ultimi 10 anni è diminuito di quasi un terzo in Italia (sempre dati Ocse), mentre la disoccupazione è aumentata. A riprova che la causa prima della disoccupazione non risiede solo nelle condizioni interne a mercato del lavoro e men che mai nella sua presunta rigidità ma piuttosto nella debolezza della domanda finale.

7. Quando il ministro Padoan ha dichiarato che verranno creati 800.000 posti di lavoro, forse voleva riferirsi anche al fatto che con il piano Garanzia Giovani, introdotto nel Jobs Act Atto I e finanziato dalla Comunità Europea, si introducono avviamenti al mercato del lavoro per i giovani basati su stage sotto-remunerati, lavoro volontario e servizio civile. Il paradigma del lavoro gratuito si sta sempre più diffondendo nel nostro paese come modalità illusoria di poter mettere appunto un piede nel mercato del lavoro e distogliere i nostri giovani dalle sirene dell’ozio e della fannullaggine. L’evento Expo2015 testerà questa operazione. Ci saranno risultati? Difficile crederlo. Non si sazia un affamato, invitandolo alla tavola più o meno imbandita di un ristorante ma senza ordinargli nulla da mangiare!

8. Si dice che Renzi abbia inventato una nuova branca dell’economia politica: l’economia dell’annuncio. Probabilmente è vero, anche perché oggi l’annuncio caratterizza la svolta linguista della politica economica, come ci ricorda Christian Marazzi. Ma purtroppo ad alcuni annunci seguono fatti concreti, assai preoccupanti. Se guardiamo l’insieme dei provvedimenti che compongono il Jobs Act (atto I e atto II), crediamo che l’obiettivo sia di ridurre il mercato del lavoro italiano in tre segmenti principali, in grado di procedere ad una razionalizzazione della rapporto di lavoro precario, che ne consenta la strutturalità e la generalizzazione, in una condizione di ricatto (e sfruttamento) continuo:

a. si punta a fare del CTD il contratto standard per tutti/e, dai 30 anni all’età della pensione. Tale contratto, basato su un rapporto individuale, ricattabile e subordinato deve diventare il contratto di riferimento, in grado di sostituire per obsolescenza il contratto a tempo indeterminato. A tale contratto si aggiungerebbe il contratto a tutele crescenti (presentato a mo’ di pannicello caldo), che verrebbe applicato soprattutto a coloro che presentano livelli di professionalità medio-alti.

b. per i giovani con minor qualifica, l’ingresso nel mercato del lavoro diventa il contratto di apprendistato, ora trasformato, in seguito alle “innovazioni” introdotte dal Jobs Act (atto I), in semplice contratto di inserimento a bassi salari (- 30%) e minor oneri per l’impresa. Il target di riferimento sono essenzialmente i giovani al di sotto dei 29 anni che non hanno titoli universitari (trimestrale e magistrale).

c. per i giovani under 29 anni che invece hanno qualifica medio-alta (laurea o master di I e II livello) entra in azione invece il piano “garanzia giovani”, che, utilizzando i fondi europei del progetto 2020 (1,5 miliardi di euro stanziati per l’Italia, in vigore dal 1 maggio di quest’anno, su base regionale), intende definire una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro, con intermediazione di società pubblico-private garantite a livello regionale, in cui si delineano tre percorsi di inserimento al lavoro in attesa di poter essere poi assunti con CTD o, ora, con il contratto a tutele crescenti: servizio civile (gratuito), stage (semi gratuito), lavoro volontario (gratuito). Il modello è quello delineato dal contratto del 23 luglio 2013 per l’Expo di Milano, che ora viene esteso a livello nazionale. L’obiettivo è aumentare – come si dice nel linguaggio europeo – l’occupabilità (employability), ovvero definire occupati a costo zero circa 600.000 giovani (se tutto funziona!), così da toglierli dalle statistiche sulla disoccupazione giovanile e consentire al governo Renzi di mostrare che nel 2015 il tasso di disoccupazione è miracolosamente diminuito di 10-15 punti! Altro che aumento dell’occupazione!

Ne consegue che questa ristrutturazione del mercato del lavoro sancisce la completa irreversibilità della condizione precaria, confermandone la natura esistenziale, strutturale e generalizzata. Una condizione che è tra le prime cause della stagnazione economica dell’Italia: chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

9. Negli spot pubblicitari della Cgil che annunciano la manifestazione di sabato 25 ottobre, per la prima volta si dichiara che si vuole combattere la precarietà e non solo la disoccupazione, in nome del diritto al lavoro e della dignità. Siamo nel 2014 a 30 anni esatti dall’introduzione in Italia del primo contratto precario, il contratto di formazione-lavoro del 1984. Meglio tardi che mai e benvenuti tra noi! Ma non sarà un po’ tardi? Non si cerca di chiudere la stalla, quando i buoi sono già scappati? E a quando la richiesta da parte sindacale di un salario minimo e di un reddito minimo di base?

La buona scuola e la buona università

Lelio Demichelis

Si è parlato e scritto molto di scuola, in questi giorni. Gli studenti hanno protestato contro il progetto della Buona scuola di Matteo Renzi e La Repubblica ha creato sul tema della scuola un evento a Palermo (con un sondaggio di Ilvo Diamanti dal quale uscirebbe un 60% di studenti favorevoli alla Buona scuola, ma scettici sulla sua realizzazione). Se questo parlare e discutere di scuola e di università è un bene, troppo silenzio è invece calato sulle procedure dell’Abilitazione scientifica nazionale. Ma procediamo con ordine.

La Buona scuola di Renzi. Un progetto che non c’è ancora. Ma intanto è promosso sui siti governativi attraverso una sorta di consultazione che fa molto democrazia in rete – anche se la sua attendibilità è alquanto dubbia in termini di voti e di giudizi espressi e quindi anche di democrazia. Il modello del governo è apparentemente positivo: basta precari, valutazione e auto-valutazione delle scuole e dei docenti, formazione continua degli insegnanti, semplificazione burocratica, banda larga e wifi, storia dell’arte alle secondarie (finalmente!), alternanza scuola-lavoro negli istituti tecnici. Ma ha anche molti aspetti negativi: ad esempio lo studio dell’economia nelle secondarie, ma senza specificare quale economia, se quella finanziaria capitalista e neoliberista o quella critica alla Stiglitz/Krugman, insomma se Hayek o Keynes; e soprattutto l’idea del finanziamento privato alle scuole pubbliche, che in questo modo diventano private e cessano di essere pubbliche. Un modello dove non si parla di investimenti pubblici mentre Renzi fa l’elemosina (80 Euro) alle neomamme invece di costruire asili per i bambini - che sarebbe anche un modo per creare vero lavoro.

Un modello che è sostanzialmente quello neoliberista di una scuola-impresa, dove a prevalere è la conoscenza funzionale al lavoro, all’economia, alla produttività e alla competitività da accrescere. Con il paradosso che si vuole favorire l’incontro tra impresa e scuola/formazione e non si fa nulla per creare lavoro, lasciando anzi fuggire i cervelli all’estero – uno spreco colossale (economico, esistenziale, culturale, sociale) di cui pochi parlano e che fa impallidire gli sprechi della Pubblica Amministrazione e delle Regioni, di cui invece tutti parlano, anche a sproposito.

Un modello vicino a quello di Confindustria – che infatti sostiene il progetto del governo e che ripropone la solita triade neoliberista fatta di innovazione, alternanza scuola-lavoro e valutazione del merito. Per cui tutto deve essere mercato, la scuola appunto un’impresa e lo studente un piccolo homo oeconomicus che deve crescere e formarsi adeguatamente (e quindi: non istruito, ma addestrato al lavoro capitalista e all’economia di mercato) per poi essere competitivo, produttivo e ad alta performance di se stesso nel e per il sistema. Per il Governo e per Confindustria l’obiettivo è quello di giungere ad un sistema basato sulla istituzionalizzazione (in nome del mercato) di nuove asimmetrie educative, su un darwinismo educativo (e conseguentemente sociale) invece che a un sistema di eccellenza per tutti.

E questo anche promuovendo - ulteriore elemento portante del modello neoliberista - la semplificazione dei curricula scolastici e culturali e la riduzione di un anno della stessa carriera scolastica. Nella logica - perversa ma tutta neoliberista – dell’istruzione come costo da ridurre, privilegiando quindi il saper fare sul sapere. E invece: non di conoscenza funzionale al sistema e alla sua riproducibilità infinita abbiamo bisogno (ne abbiamo anche troppa, altrimenti non si sarebbe prodotta la sua egemonia), ma di pensiero disfunzionale al sistema, l’unico capace di produrre capacità critiche - ma che ovviamente la Buona scuola non produce. Perché la conoscenza basata sul saper fare è tutta dentro alla logica del sistema (è civilizzazione capitalistica), mentre la cultura (la kultur) è umanistica e quindi (Kant) oppositiva rispetto alla zivilisation.

E infine, appunto, la valutazione del merito. “E necessario poter licenziare gli insegnanti che non lavorano”, ha detto il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Principio in sé giusto. In verità, dopo decenni di dis-investimenti incessanti da parte dello Stato nella scuola e nell’università e di incessante svalutazione della cultura, prendersela con gli insegnanti che non lavorano (che pure ci sono) o con i sindacati (attaccare i sindacati è la moda del momento ma sembra di essere tornati ai tempi di Taylor e della sua organizzazione scientifica del lavoro di cento anni fa) è davvero scorretto.

Ma soprattutto: quale valutazione? Se il modello è quello seguito per la Abilitazione scientifica nazionale dei docenti universitari, ebbene meglio dimenticarsi il concetto di valutazione. L’argomento è stato d’attualità fino a qualche mese fa, oggi se ne parla meno. Ma la questione è sempre lì. Perché è stata una procedura di valutazione aberrante e i molti ricorsi hanno evidenziato infatti un’incredibile serie di errori, di inadempienze, di vere scorrettezze, di valutazioni irragionevoli e a-scientifiche (come accaduto in una Commissione di sociologia, che non ha considerato l’economia anche come un processo culturale – giudizio appunto del tutto surreale, soprattutto oggi quando l’economia neoliberista è in primo luogo un processo culturale e poi economico). E poi: giudizi superficiali e apodittici, ma anche mancanza di trasparenza (pure invocata dalla Buona scuola di Renzi); tempi di lettura dei lavori presentati dai candidati assolutamente irragionevoli per una vera e corretta valutazione; con Commissari che hanno scritto monografie con i candidati (pubblicate per di più oltre la scadenza dei bandi) e poi le hanno valutate ovviamente positivamente.

Se questi sono i criteri di valutazione adottati per valutare le competenze dei docenti, allora sono i criteri e le procedure che devono essere rifatte. E se è utile insegnare finalmente ai docenti ad insegnare (testo-base che caldamente suggeriamo: L’ora di lezione, di Massimo Recalcati - Einaudi), allora – ai valutatori - deve essere insegnato a valutare. Buona scuola e buona università dunque. Ma diverse.

Machiavellerie asinine

Augusto Illuminati

Rimasto disoccupato con il ritorno dei Medici, il quondam segretario Machiavelli si mise a fare il profeta, come traspare dall’exhortatio finale del Principe ma ancor più da un poemetto satirico in terzine, L’asino, probabilmente del 1517.

Nel cui primo capitolo (vv. 31-90) con mirabile preveggenza narra di un ragazzotto di periferia se non del contado, poniamo Rignano sull’Arno, afflitto da uno strano difetto, «ch’in ogni luogo/per la via correva, /e d’ogni tempo senza alcun rispetto». Dolsene il padre e ricorse invano a molti medici, di cui è meglio non fidarsi perché campano sui mali altrui – chissà che il Fiorentino (quello con la F) non alludesse –, ma quello continuava a correre sempre e in ogni luogo. Infine un dottore gli consigliò di stare addosso al figlio, non lasciandolo mai uscire da solo, ma sempre tallonandolo e ammonendolo a comportarsi con decoro.

Per un mese circa la cosa funzionò, poi, alla prima occasione di un’incursione in centro città, «ne la via de’ Martelli, /onde puossi la via Larga vedere» (anche oggi si chiama così e sbocca appunto alla confluenza di via dei Cerretani su piazza Duomo), «non si poté /questo giovin tenere,/vedendo questa via dritta e spaziosa», butta a terra il mantello, dimentico di tutto, e «di correr gli tornò la fantasia,/che mulinando mai non si riposa», gridando «qui non mi terrà Cristo; – e corse via». Con grande scorno di padre e medico, ma a buon diritto, perché la nostra mente non può andare contro la natura o le abitudini invalse.

Ancor oggi quel fiorentino (con la f) imperversa correndo, facendo jogging all’alba per 18 km. (post su fb del 12 giugno 2011, dopo la prima Leopolda ma più di un anno avanti le prime Primarie perse). Da sindaco partecipa regolarmente, dal 2008, alla maratona di Firenze indossando la maglietta con il motto “Se sono libero è perché continuo a correre”, e comincia nella sua campagna politica a battere sul tasto della corsa peggio che Berlusconi con le tattiche calcistiche o i candidati americani con il baseball.

Dopo il trionfo alle Primarie per segretario Pd del dicembre 2013 e il cordiale tweet a Letta (#enricostaisereno), lo fotte e diventa lui Premier. Si presenta ostentatamente alla Camera a inizio febbraio con in mano L’arte di correre di Haruki Murakami. I giornali, gli stessi che un tempo utilizzavano contro il Cav Il corpo del capo di Belpoliti, adesso illustrano come la corsa abbia asciugato il fisico di Matteo e leggono attraverso quella metafora il #cambioverso della storia della sinistra e dell’Italia. Un corpo iperattivo, mai fermo, un grosso vantaggio post-ideologico sui pallidi intellettuali del tempo delle ideologie e sul vecchietto di Arcore con pompetta e uveite. Un capo (si confessa a Daria Bignardi) che dorme cinque ore a notte, comunica per slide e tweet, si manifesta in selfie –dall’immancabile secchiata d’acqua gelata pro-Sla ai malauguranti abbracci con la nazionale femminile di pallavolo alla vigilia della sconfitta–, insomma una replica frizzante delle macchiette berlusconiane.

A fine febbraio lancia un cronoprogramma che manco Usain Bolt: subito la riforma elettorale e costituzionale, a marzo il lavoro, ad aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco, a giugno la giustizia. Una scuola a settimana, baci ai bambini, siparietti vari, comparsate asfissianti in Tv, calci in culo (meritatissimi) al vecchio gruppo dirigente, segreterie Pd alle 8 di mattina, annunci senza riscontro, leggi senza copertura e decreti attuativi e via scapicollando. Naturalmente i tempi si dilatano, ma la retorica permane e scatta di scala: alla vigilia della presidenza semestrale l’Europa ci chiede di correre, dunque di riformare il Senato in fretta e furia, altro che autoritarismo.

Per settembre si impostano nuovi pacchetti di misure, in autunno «si dovrà marciare con maggiore velocità». Le scadenze però sono saltate e allora si cambia passo: da sprinter Renzi si converte in maratoneta, il cronoprogramma di quattro mesi diventa il programma dei mille giorni (il paralitico Roosevelt se l’era sbrigata in cento giorni). La priorità (ltalicum a riforma del Porcellum) sparisce nei cassetti, tanto il voto trionfale alle europee è una legittimazione sufficiente e il vuoto legislativo in materia elettorale serve a evitare scomode verifiche ricattando partner e opposizioni in difficoltà.

Sembrava comunque che stesse mettendo la testa a posto e camminasse come tutti, quand’ecco che arriva il Jobs Act e il fiorentino (sempre con la minuscola) riprende a correre, quasi fosse sbucato in via de’ Martelli. Voto di fiducia estorto al Senato, senza emendamenti parlamentari e senza dibattito, voto di fiducia (annunciato) alla Camera, manco più la scusa di una vetrina europea cui esibire il sorcio. Prossima vittima, #lascuolabuona. La tattica di abbagliare i conigli con i fari funziona (dato che all’opposizione, interna ed esterna al Pd, ci stanno conigli), l’utilità pratica è scarsa, poiché dati statistici e mercati non lo prendono sul serio e tutti gli indici (Pil, consumi, occupazione, fiducia) precipitano.

Velocità e rottamazione sono il perfetto sostituto for dummies di una strategia, per quanto criticabile, la parodia bischera del populismo neo-liberale. Gli intrallazzi con i grandi evasori – l’ex-Cav al Nazareno e Marchionne a Detroit – e l’intimità con Serra e Farinetti sono la ciccia, il resto è addobbo da mago, bacchetta e stelline. Politichese trasfigurato in salotto talk-show. A differenza del ragazzotto di Machiavelli, il padre non può nemmeno provarci a raddrizzarlo (pare che sia in altre faccende affaccendato). Toccherà a noi, mi sa.

Jobs act

Giacomo Pisani

Ha ancora senso, in Italia, parlare di lavoro? Col Jobs act renziano sembra rimasto ben poco dell’impianto teorico su cui si è retto questo principio fondamentale nella storia moderna, costruito a suon di lotte e conquiste, anche a livello costituzionale. Il lavoro è il fattore peculiare di realizzazione della persona, è la tensione essenziale che lo connette al mondo. È col lavoro che l’uomo dà forma al mondo realizzandosi e progettandosi dentro la frizione continua che le cose fuori di noi esercitano sulle nostre decisioni, esponendoci ai processi sociali e alla storia. L’uomo fa la storia per mezzo del lavoro, per questo le grandi rivoluzioni della modernità sono state determinate dalla volontà di liberare il lavoro dal ricatto e dallo sfruttamento.

Il Jobs act è il culmine della degradazione dell’attività lavorativa, l’apice del ricatto, in cui il momento della pena espressione da parte dell’uomo della propria identità, con annesse capacità e competenze, viene ridotta a merce che il datore di lavoro può rimettere sul mercato a piacimento, anche senza motivazione. A ben guardare, il Jobs act è la formalizzazione istituzionale, abbastanza volgare, di un processo sociale che ha già portato alla graduale uscita di scena del lavoro garantito come elemento centrale nella costruzione dell’identità della persona e nella produzione della ricchezza. Sempre più il capitale finanziario mette a valore capacità cognitive e relazionali che si sviluppano nel campo sociale e, in particolare, nei media e nella rete, al di fuori del lavoro riconosciuto contrattualmente. La comunicazione generalizzata, anziché mettere in comunicazione gli orizzonti storici locali, decostruendo il principio di realtà e la stabilità totalizzante della ragione occidentale dominante,su cui si strutturano rapporti di potere e di oppressione, ha neutralizzato le forme di relazione immettendole in un’arena neutra in cui i soggetti sono stati deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per comprendere la propria situazione e metterla in discussione.

Oggi un potenziale di condivisione formidabile è neutralizzato per mezzo dello sradicamento dei soggetti dagli spazi comunitari in cui si è sostanziato storicamente un orizzonte significante di comprensione e progettamento, attraverso la precarizzazione dell’esistenza e del lavoro, fino all’assurdità del Jobs act. Restano le possibilità più neutrali, immediate, poco impegnative: quelle del consumo rapsodico non solo materiale, ma anche di immagini, stimoli, relazioni. Il mercato tende a consolidarsi come unico parametro del valore sociale, fino a regolarsi esso stesso, anche da un punto di vista giuridico (con una lex mercatoria da esso stesso generata), a livello transnazionale. L’aggressione alla dignità e ai diritti fondamentali della persona è dunque un fenomeno strutturalmente incardinato nella società postmoderna e il Jobs act è solo la formalizzazione, anche un po’ caricaturale, di un mutamento sistemico che già ha investito modi di produzione, forme di relazione e di vita.

Come riappropriarsi di questo spazio comune, oggi presidiato dal mercato, se non con delle pratiche di resistenza generalizzate che ripartano dai bisogni eccedenti, che il mercato non riesce a riconoscere e tutelare? Come liberare il comune se non rompendo con il pubblico e il privato su cui si regge il nostro diritto privatistico, e lottando per una riappropriazione dal basso dei diritti e dei beni che possano renderne sostanziale la tutela? È un processo che già attraversa il campo sociale, presentandosi come contraddizione reale all’interno del sistema capitalista, e che investe una serie di soggetti che rappresentano oggi la negatività assoluta, pura emergenza, singolarità in esubero: migranti, lavoratori della conoscenza, precari, disoccupati.Lo spazio della condivisione è oggi il terreno in cui radicare un processo costituente pieno di vita e di potenza, che dissolve le rigidità dell’ordine costituito e ridà voce alla ricchezza del possibile.