L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati

Franco Berardi Bifo

Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore.

Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).

Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto.

Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi?

Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair.

Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.

In cosa consistono le politiche di Thatcher e del suo allievo Blair? E’ presto detto: ridurre il salario, privatizzare i servizi sociali, sottomettere la scuola agli interessi delle grandi corporation, distruggere le organizzazioni dei lavoratori, prolungare il tempo di lavoro, rinviare i pensionamenti, di conseguenza sprofondare i giovani nella disoccupazione, e costringerli ad accettare lavoro senza garanzie e senza contratto.

Poi viene Recalcati e chiede: ma perché mai dovete odiarlo?

Matteo Renzi si presentò sulla scena dichiarando il suo amore per Blair, e dichiarando che la sua intenzione era ripeterne le imprese, seppure con venti anni di ritardo. Non c’è un solo milligrammo di novità nelle proposte di questo Renzi, la sola cosa nuova è l’arroganza. Tutto quello che lui propone è già stato sperimentato, realizzato, e quel che più conta è già fallito. Il 4 dicembre del 2016 la grande maggioranza dei giovani, non quelli della sinistra, non quelli che quando vogliono telefonare cercano un gettone, non quelli con la sveglia al collo che odiano perché sono dei cadaveri, ma la maggioranza dei giovani gli ha detto: vai a casa, non ti vogliamo più vedere.

In Inghilterra il signor Blair è oggi considerato un criminale di guerra. E’ lui che ha aiutato un texano non molto brillante a scatenare una guerra infinita tra le cui conseguenze (come sanno tutti) c’è la nascita di Daesh, la distruzione dell’Iraq e della Siria. Questo non impedisce al signor Blair di farsi oggi pagare, (pensionato di lusso) per occuparsi di un ufficio che come oggetto, per estrema ironia, ha proprio il Medio Oriente.

Recalcati mi scuserà se non mi sono soffermato a lungo sul suo beniamino toscano. Le imitazioni tardive non mi interessano molto. Io preferisco odiare l’originale.

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Buona scuola, cattivi insegnanti

math_teacher1-640x295Giorgio Mascitelli

Durante l’estate Matteo Renzi, lamentandosi della cattiva accoglienza riscossa dalla legge della cosiddetta buona scuola, ha dichiarato che probabilmente c’erano stati degli errori di comunicazione. E qui mi sembra che il presidente del consiglio abbia peccato d’ingenerosità nei confronti dei suoi collaboratori che, a mio avviso, hanno lavorato benissimo. Poi naturalmente ogni comunicazione, anche la migliore, si scontra con i limiti che la realtà le pone. Ad esempio se il ministro dell’istruzione Giannini, nel presentare il suo piano sulla formazione dei docenti, dichiara al settimanale Gente che tutti i docenti «torneranno sui banchi di scuola», è evidente che una simile espressione, riferita a lavoratori adulti, ha un evidente intento deprezzativo e allude a una totale incapacità professionale della categoria. D’altra parte questa mi sembra una scelta obbligata, perché l’unica strategia comunicativa che possa accreditare presso l’opinione pubblica come una luminosa riforma, questo drastico ridimensionamento della scuola pubblica chiamato Buona scuola, è quello di fomentare astio nei confronti degli insegnanti.

Che poi tale strategia comporti il fatto che il ministro dell’istruzione si esprima con concetti molto simili a quelli del leghista medio è un problema comunicativo che lascio volentieri agli esperti qualificati per risolverlo. Come contributo al dibattito posso solo ricordare che già duemila quattrocento anni fa, ad Atene, chi di dovere ricordò agli esperti di comunicazione dell’epoca, convinti di poter persuadere chiunque di qualsiasi cosa, che ciò non era vero se per esempio avessero parlato di medicina ai medici, di architettura agli architetti e così via.

Per capire la direzione che sta prendendo la buona scuola è più utile analizzare nel merito i provvedimenti effettivi, superando con pazienza il fuoco di sbarramento del postitaliano aziendalministeriale in cui sono presentati. In questo senso è interessante la lettura del piano di formazione dei docenti per il triennio del 2016-19. Si tratta di un piano innovativo in particolare per i seguenti aspetti: il principio di centralizzazione della formazione rispetto all’autonomia delle scuole tramite l’indicazione delle priorità formative; l’individuazione di standard qualitativi del percorso formativo e di enti accreditati a organizzare tali percorsi; il legame di questa attività con la progressione di carriera del docente, grazie all’istituzione di un apposito portfolio per ciascun insegnante; l’unificazione della formazione dei docenti a quella dei dirigenti scolastici e del personale ATA (addetti amministrativi, tecnici, collaboratori scolastici).

L’aspetto più inconsueto di questo documento è però il dispiegamento di tutta una serie di modalità per controllare che le linee formative in esso contenute siano eseguite meticolosamente da ogni insegnante e da ogni scuola, con una tale acribia da far pensare più a una forma di rieducazione che di formazione, in coerenza peraltro con le sprezzanti dichiarazioni del ministro Giannini.

Tra le priorità formative, che sono ben nove, spicca l’assenza dell’aggiornamento disciplinare, che viene sostituito dalla didattica delle competenze, vero fulcro della didattica della buona scuola. Il problema maggiore da segnalare è che allo stato attuale non esiste nessuna definizione comunemente accettata di competenza, termine entrato nella scuola dal mondo del lavoro, e quanto alla sopracitata didattica essa «è da decenni contestata dalla migliore letteratura pedagogica e denunciata per la mancanza di fondamenti certi, a partire dalle acquisizioni dello stesso cognitivismo (una serie di teorie scientifiche concorrenti dalle quali risulta impossibile far scaturire una strategia didattica coerente)» (Giovanni Carosotti http://www.roars.it/online/un-lucido-attacco-alla-liberta-dinsegnamento-sul-piano-di-formazione-obbligatoria-dei-docenti-italiani/). L’insistenza nello «spostare l’attenzione dalla programmazione dei contenuti alla didattica per competenze» (p. 31 del predetto piano formativo) sembra rientrare nell’orientamento internazionale di abbassamento dei livelli culturali della scuola, specie superiore, che è poi la forma concreta con la quale il neoliberismo punta a svuotare di senso le conquiste della scolarizzazione superiore di massa.

L’enfasi posta sulla valutazione sia didattica sia professionale, inclusa tra le priorità formative, è perfettamente in linea con questo quadro ideologico. Sul piano didattico il tentativo di costruire forme di valutazione con pretese più o meno scientifiche è fondamentale per trasformare uno strumento necessario in un fine dell’attività scolastica; quando invece, in una pratica didattica sana che pone al centro il libero e autonomo sviluppo dello studente, la valutazione è soltanto un empirico e mai definitivo metodo di indicazione del lavoro. La valutazione diventa un fine dell’attività didattica nella Buona scuola, e in generale in tutti i tipi di scuola neoliberista, perché la sua finalità essenziale è la gerarchizzazione e il controllo sociali, che ricevono una patina di oggettività scientifica da classifiche e valutazioni «rigorose e moderne». Il che funziona ancora meglio, presso gli studenti, se le valutazioni hanno come oggetto non un sapere disciplinare, con confini e riscontri precisi, ma entità vaghe come le competenze che lasciano spazio a forme di discrezionalità creativa, per così dire, nella gestione soprattutto pubblica dei risultati.

È fondamentale a questo proposito sottolineare la differenza con la scuola gentiliana e in generale con le scuole classiste della fu borghesia colta: in queste scuole la selezione avveniva per esclusione ossia, per essere ammessi ad arricchire e sviluppare il proprio bagaglio culturale, occorreva possedere già in proprio una base di conoscenze che solo un certo tipo di capitale culturale familiare poteva garantire; viceversa in questo modello domina un’apparente inclusione, solo che la scuola si limita perlopiù ad addestrare a comportamenti sociali desiderabili (basti pensare all’alternanza scuola/lavoro posta per tutti gli ordini di scuola), fornire poche nozioni spendibili sul mercato del lavoro dequalificato, e misurare abilità e conoscenze degli studenti che derivano in gran parte dal proprio capitale culturale di origine. Così formando, tra le scuole, graduatorie «oggettive e meritocratiche» alle quali verrà affidato il lavoro sporco della selezione sociale.

Non può sorprendere allora che questo piano formativo miri a disarticolare quella specifica relazione umana che è l’insegnamento. Questa relazione si costituisce a partire da un rapporto di fiducia degli studenti verso il docente perché egli sa delle cose, delle informazioni o una materia, che deve trasmettere. Non è possibile ottenere risultati formativi ed educativi di carattere generale al di fuori di questa relazione, perché è la base su cui si costruisce la fiducia degli alunni nella scuola stessa (e allo stesso tempo funge da controllo che l’istituzione scolastica o il singolo docente non invadano campi che non pertengono loro, perché ogni studente può comprendere che cosa sta dentro questa relazione e che cosa non ci deve essere). Diventare esperti di organizzazione scolastica o di valutazione o di informatica, come questo piano impone, non genera nuove forme di insegnamento, ma serve a cancellare proprio quella relazione. Tale cancellazione è fondamentale, se si ha come obiettivo la trasformazione della scuola in una docile cinghia di trasmissione delle idee delle classi dominanti.

Il casco di Hollande, le battute di Renzi

Letizia Paolozzi

Sarà vero che la sinistra ha abbandonato gli operai per il matrimonio gay e che scambia la depenalizzazione della cannabis per la difesa delle pensioni? Dobbiamo proprio (e ancora) scegliere tra deficit di beni e deficit di legami solidali?

Su questo terreno assistiamo nel vecchio continente a nuove sfide. Certo, paese che vai, usanze che trovi. Prendiamo la Francia, in questi giorni al centro dell’attenzione dei media di mezzo mondo (bé hanno anche loro il feuilleton, non soltanto l’Italia di Berlusconi) per via della confusione operata da M. Hollande tra corpo pubblico e corpo privato. Molti giornali sostengono che questa confusione non rappresenta nulla per i francesi: si tratta di un affare strettamente personale.

Dunque, Hollande va giudicato per il suo progetto economico (liberaldemocratico). Punto. Sfiduciati nei confronti delle istituzioni politiche (per caso vi ricorda altre situazioni?), i nostri cugini d’Oltralpe sarebbero indifferenti alle “supposte” (l’aggettivo è d’obbligo per dimostrare che prendiamo la questione con serietà, diversamente dai cacciatori di gossip) visite sentimentali del presidente de la République, a cavalcioni su uno scooter (guidato dalla guardia del corpo), con casco totale alla maniera dei motociclisti del “Joe Bar Team”.

Il gossip tuttavia ha le sue pretese. Sono i leader che ci hanno abituati a osservarne l’intimità. Anzi, è lui (o lei) a invitarci in camera da letto dove gioca una nidiata di frugoletti in pigiama oppure davanti ai fornelli dove cucina il pollo alle mandorle. In effetti, qui da noi si cominciò assistendo al “risotto” preparato da Massimo D’Alema. Tutto per convincerci che l’uomo politico è un uomo “normale”.

Altri sono i temi e i problemi che infiammano e dividono i francesi: tra “abolizionisti” della prostituzione e partigiani del diritto a fare commercio del proprio corpo. Tra difensori del velo, considerato strumento della dignità femminile dalle une e dalle altre detestato al punto da vietarlo pure nei luoghi pubblici. Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone per manifestare a favore; hanno risposto centinaia di migliaia, in difesa delle nozze eterosessuali.

Ma, una volta promulgata la legge sul “Mariage pour tous”, calma piatta. “Le Monde” ha aperto la prima pagina (del 15 gennaio) annunciando “Matrimonio gay: rivoluzione tranquilla”. In effetti, città con più di duecentomila abitanti e comuni con meno di duemila abitanti hanno celebrato nel 2013 settemila matrimoni di omosessuali.

Veniamo al nostro paese. Sul legame tra persone dello stesso sesso assistiamo a una vera commedia all’italiana. E comunque, dai sondaggi risulta una diffidenza spinta quanto al matrimonio tra omosessuali mentre sulle adozioni il rifiuto è netto. Arriva a smuovere le acque il nuovo segretario del Pd. Non sembra tipo da colpi di testa o idee rivoluzionarie ma forse vedranno finalmente la luce patti simili alla normativa tedesca che regola le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, estendendo i diritti in materia contributiva e assistenziale oltre a regolare le successioni.

Renzi che, per allargare il perimetro di un possibile elettorato, punta molto sulle battute (e via con “il problemino”, “la sorpresina”, “il file Excel”, “Fassina chi?”) piuttosto che sulla qualità del discorso, ha necessità di “portare a casa” risultati su questioni che riguardano la società: depenalizzazione della cannabis, ius soli, l’eliminazione della Bossi-Fini, tagli ai costi della politica non sarebbe poco. Perché l’Italia deve cambiare. Un episodio come quello della lista regionale per il Piemonte giudicata illegale dopo 4 anni, dimostra che non basta (ammesso che si faccia) una nuova legge elettorale.

Dire che l’Italia non può restare imprigionata nei parametri di Maastricht è giusto. Ma insufficiente. Peraltro in Europa, e non solo in Francia, al progetto di società si guarda in alcuni casi con maggior coraggio di noi. Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

 

alfadomenica dicembre #4

FABBRI e ZORZOLI su RENZI - CORTELLESSA su FIORONI - OTTONIERI POESIA - FILIPPINI TEATRO *

AVATAR
Paolo Fabbri

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.
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MATTEO RENZI È MATTEO RENZI
G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda.
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SPETTRI D'ARGENTO
THE DARK SIDE DI GIOSETTA

Andrea Cortellessa

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.
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Giosetta Fioroni, Bambino solo, 1968, smalti su tela cm 200x (800x405) (640x324)
CAFFÈ VERBANO
Tommaso Ottonieri

: se il mondo è tutto ciò che accade,
chissà sotto quale stella
è il mescolìo dei liquidi,
a gradi, che è shakerìo di sillabe,
lo sfrigolare di alfabeti come
tra i fili dei tralicci,
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IL GIUOCO CON LA SCIMMIA
di Enrico Filippini
- ideazione e regia Franco Brambilla

https://vimeo.com/82413849

Un estratto dello spettacolo andato in scena all'Elfo Puccini il 26 Novembre a Milano all'interno della manifestazione 63x50 Cinquant'anni del Gruppo 63.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Avatar

Paolo Fabbri

“Ed ecco a voi, cari spettatori, il nuovo leader democratico” (applausi). Dal gratta e vinci delle primarie del PD, emerge un nuovo Avatar, un'immagine scelta da milioni di elettori per rappresentarli in comunità politiche virtuali o attuali, luoghi di aggregazione, discussione o di giochi on- e off-line. Il trionfatore del match di ritorno della Coppa del Segretario è homo politicus che vuole “scardinare il sistema” e homo festivus: “da domani ci divertiamo insieme”.

Emerge dal mediascape con tratti espressivi che sono difficili da appurare oggi che i confronti di idee diventano duelli d’immagine con sondaggi a carico, le opposizioni compassate di programmi sono sostituite da comparsate con rissa e i grandi racconti e raccontini della politica si sciolgono in gossip. I media amano le cerimonie, i tonfi delle mancate elezioni e i trionfi di quelle riuscite. Ma è diffusa sensazione che quest’ultimo Avatar sia un nec plus ultrà della società dello spettacolo, un estremista centromediale che si muove come un pesce nel suo liquido campo da gioco.

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.

Si vale però di un genere discorsivo vintage che si distacca dalla diaspora mentale e linguistica della rete: il Comizio Catodico (CoCa). Anche se miniaturizzato - il CoCa sostituisce alla nobile eloquenza la vivace parlantina - il verbo comiziale ha le sue qualità: non facilita le interruzioni, sostituisce al conformismo dei ruoli la civetteria dell’improvvisazione, permette battute da oratorio e ha un retrogusto politichese - ma senza retropensieri, averne oggi è una colpa! Il CoCa di Avatar è ri-generazionale: vuol far corrispondere il “digital divide” con quello dell’età.

Forse i vecchi sono la nuova “altra metà del cielo” - quello del tramonto, che ha le sue albe e i pomeriggi -, ma per lui sono etichette impagliate, fossili ambulanti, handicappati con anacronismo congenito, guardiani di cimiteri ideologici. Inadatti alla norma del “tu” generalizzato e a figurare nelle metafore favorite del discorso liquidatore: il divertimento, dove il fatto è faceto: lo sport dove l’Avatar gioca anche fuori campo con la fascia di capitano; i concorsi di bellezza politica – “giovinezza primavera di bellezza?”. Nel suo dettame al rottame, il CoCa può sorvolare su alcuni dettagli grammaticali come l’uso dell’impersonale (tutto è noi ed io, niente funzioni e cognomi, solo nomi propri) e l’elisione dei complementi oggetto e d’agente.

I verbi feticcio: il Fare, il Cambiare, Riformare, (cosa, chi e con chi?, dove? quanto? e quando? ecc.?). diventano intransitivi e poi si convertono in sostantivi – il governo del Fare! Alle proposte drammatiche si preferiscono le performance autistiche: una miopia sintattica, rafforzata dallo zoom, che permette di fare un giro intorno a se stessi. Dalla rappresentanza politica al presenzialismo televisivo, con meno protocollo e più effetti speciali; relax politico e contrazione fotogenica.

Per il resto, finito il vecchio civismo della disobbedienza, e arruolati, in luogo degli intellettuali critici, gli spin doctors della circolazione di idee fisse, l’esistente si accetta senza valore aggiunto, le esigue contese facilitano le strette intese e nel vuoto delle convinzioni è facile si praticare la tolleranza e pronunciare solecismi. Il semiologo avanzerebbe qualche riserva sullo storno dei fondi simbolici.

In un testo che la scrive lunga, “De Gasperi e gli U2” si asseriva che i giovani Avatar, tediati dalle diatribe sui valori democratici, prendono la bandiera rossa per un significante della Ferrari e l’Internazionale non come inno, ma come squadra.(Aggiungiamo: Il corporativismo come un disturbo del tatuaggio e la Leopolda per la fidata cagnetta di Leotopolino!). Per questo l’Avatar non sbandiera insegne del PD e scrive slogan con Italia al rovescio (AILATI), obbligando il lettore non mancino, a partire da destra. E tutto in tipografia Gentona, Svizzera, sprovvista di grazie e nota per il suo carattere neuro, normale e flessibile.

Dove collocare questa istanza mutante nel sistema del trasformismo italiano? Non è lo Statista, ma neppure il suo opposto, il Guitto e neppure un Tecnocrate col suo antagonista il Demagogo. Mentre i demagoghi sono già diventati guitti (Bossi) e guitti demagoghi (Grillo), i tecnocrati tentano invano di trasformarsi in demagoghi (Monti) e i guitti in statisti (il caimano). Ci aspettiamo tecnocrate guitto (il concorrente sondaggista), lo statista che danza e fa cucina, ecc.

Dal garrulo Avatar, che esiste digitalmente, senza consistere, che non ha credenze ma solo opinioni, si possono temere combinazioni inaudite. Insomma l’epoca è opaca e il progresso retrogrado; aspettavamo la rivoluzione ed ecco la re-involuzione, il grado zero della volontà politica. Dovremo rassegnarci? O cogliere un’occasione. L’overdose della telepresenza, ci costrringe a rivedere la lettura situazionista della società dello spettacolo (1967).

Siamo ormai certi che l’analisi critica non basterà, come sperava Debord, per ritrovare la realtà alienata e negata nel visibilio, nella falsa coscienza da superare nell’autenticità sociale e personale. Bisogna installarsi in queste istanze di mediazione di cui non conosciamo i dispositivi emergenti e le operazioni. Basta che l’autocritica in corso nei media e in politica non ci tolga l’unico diritto intellettuale: non credere agli Avatar: neanche una parola, neppure un’immagine.

 

Matteo Renzi è Matteo Renzi

G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Si è candidò come outsider alle primarie per sindaco di Firenze, contro le previsioni le vinse e alle successive elezioni comunali del 2009 la lista con il suo nome prese 10.526 voti, seconda soltanto al PD all’interno della coalizione di centrosinistra.

Dopo le primarie che meno di un anno fa hanno preceduto le elezioni politiche di febbraio, Matteo Renzi sembrava condannato a continuare la sua esperienza di sindaco di Firenze, con le penne parecchio abbrustolite. D’accordo, Bersani ci ha messo del suo per facilitargli il percorso, ma ancor prima dell’esito delle elezioni di febbraio non era infrequente incontrare persone che, pur non avendo votato Renzi nelle primarie, confermavano il detto post coitum omne animal triste.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda. A Firenze come in Italia. Dalle prime analisi del voto che lo ha eletto segretario del PD emerge che a suo favore si sono espressi soprattutto persone relativamente anziane e classificabili fra i lavoratori dipendenti. Non sono dettagli di poco conto, per un candidato giovane e dall’aspetto giovanile e per un partito che nelle ultime tornate elettorali aveva trovato altrove gran parte dei consensi.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Ha incarnato alla perfezione la domanda di un leader in cui riconoscersi, ormai dominante in una società come la nostra. Non la condivido, ma mi rendo conto che, all’interno della sua apparente irrazionalità, si cela il nocciolo duro di un motivato rigetto del vuoto sostanziale che ha caratterizzato le proposte e le realizzazioni politiche nel ventennio della cosiddetta Seconda Repubblica.

Da tempo tutti gli altri schieramenti, anche quando collocati a sinistra, si erano adattati, affidandosi a un leader più o meno carismatico, che spesso si identifica tout court con il partito. Anche nell’adeguarsi al mainstream, Matteo Renzi è Matteo Renzi. L’uomo non è riducibile al testimonial di se stesso. Lo confermano il discorso di investitura tenuto a Milano e le prime mosse dopo la nomina a segretario.

Le indicazioni sugli strumenti per affrontare il problema della disoccupazione giovanile non possono essere liquidate come aria fritta. La proposta di sospendere nella prima fase dopo l’assunzione l’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha incontrato l’opposizione della CGIL, ma sembra piacere a Confindustria e CISL. In parallelo Renzi si impegna con la FIOM a promuovere norme che garantiscano la rappresentanza sindacale nelle fabbriche.

Un abile temporeggiatore come Letta è stato costretto a varare immediatamente un decreto legge sul finanziamento ai partiti, che libera la questione dall’insabbiamento al quale l’aveva destinato la melina parlamentare. L’avere sottratto al Senato la discussione sulla riforma della legge elettorale contro la volontà di una parte consistente dello schieramento politico è iniziativa che, se la memoria non mi inganna, non ha precedenti nella prassi parlamentare. Si può concordare con le sue proposte e con il suo modus operandi, oppure respingerli in toto o in parte. Difficile, viceversa, negare che finora l’uomo dimostrato di avere statura politica.

Anche in questo Matteo Renzi è Matteo Renzi. Almeno nelle sue prime mosse, a differenza di Berlusconi, abile nel coniare uno slogan di indubbia efficacia, come il teatrino della politica, ma nella pratica successiva incapace di fuoriuscire dalle logiche della politique politicienne, si è dimostrato in grado di sparigliare le carte e di imporre agli altri i temi del confronto. Finora questo gli è riuscito anche con il Movimento 5 stelle; e non è impresa da poco.

Se proprio vogliamo appiccicare a Renzi un’etichetta (ma le etichette sono sempre, almeno parzialmente, fuorvianti) la sua è una forma aggiornata di blairismo, con varianti, rispetto al modello, dettate dal differente contesto. Blair voleva accattivarsi una quota dell’elettorato che per anni aveva votato Thatcher, Renzi cerca di replicarne il successo con una parte degli elettori di Berlusconi. Diversi i convitati di pietra, diverse anche le motivazioni di fondo dei rispettivi elettori. Ovvio, quindi, che Renzi berlusconeggi quanto basta, ma il personaggio è molto più complesso di quanto appare quando paga dazio alla società dello spettacolo.

Insomma, le prime mosse nel ruolo di leader politico nazionale suggeriscono di prenderlo sul serio. Qualunque sia il giudizio di merito, sarebbe un errore esorcizzarlo, perché non si gradiscono le innovazioni che sta introducendo in un contesto politico ingessato. Ricordiamoci le ironie che hanno accompagnato l’entrata in campo di Berlusconi, con Forza Italia definita un partito di plastica. Da vent’anni il leader di cartapesta e il partito inesistente hanno segnato il nostro destino e per il momento non sembrano destinati a uscire di scena.

Il nuovo volto del populismo

G.B. Zorzoli

Suona maledettamente obsoleto definire populista “qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto dall’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”, come si ostina a proporre il Devoto-Oli. Dopo Mussolini e Hitler, che hanno entrambi messo al centro del loro regime dittatoriale il rapporto diretto con il “popolo” - scelta diametralmente opposta al carisma cercato da molti autocrati del passato attraverso la separatezza assoluta, l’invisibilità, - la parola populismo ha tendenzialmente assunto una connotazione “di destra” (di qui, per esempio, il ritegno di molti, a sinistra, a utilizzare populismo per definire il regime peronista).

Nei fatti l’etichetta “populismo” viene oggi appiccicata a qualsiasi movimento che contrappone all’autoreferenzialità della classe politica (il berlusconiano teatrino della politica, Grillo scatenato contro i politici incapaci e corrotti), ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie (i “poteri forti”), le virtù naturali del popolo, per definizione turlupinato, ma incorrotto e ricco di tutte le virtù civiche. Perché un’operazione del genere abbia successo, è essenziale un leader dotato di potere personale e di carisma, in grado quindi di appellarsi periodicamente alle masse, scavalcando istituzioni e forme di rappresentanza delegata.

Chiunque fosse il destinatario dell’etichetta, la parola ha però continuato a conservare la sua connotazione sostanzialmente negativa. Per questo motivo, si esita a definire “populista” il modus operandi di papa Francesco. Eppure, come altrimenti si potrebbe descrivere il suo continuo scavalcare le gerarchie ecclesiastiche, annunciando in diretta al mondo intero le sue determinazioni, e stravolgere i rituali e le misure di sicurezza alla ricerca del contatto personale con la folla?

Le critiche a una chiesa troppo mondana, ai porporati che preferiscono lusso e privilegi, mentre “in un mondo in cui la ricchezza fa male, noi dobbiamo essere coerenti con la povertà”? Il suo rifiuto di vivere nell’appartamento papale? Le parole da uomo della strada con cui esprime i suoi concetti? Dal “a me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello" fino alla straordinaria definizione di “cristiani da pasticceria” per coloro che non si comportano come suggerisce l’esempio di san Francesco?

A completare il quadro, la popolarità, perfino la simpatia verso il suo modo di essere e di agire di una parte rilevante degli opinion leader non credenti, provano che papa Francesco è senza dubbio dotato del carisma necessario perché il populismo si inveri. Si potrebbe obiettare che al rapporto con la gente di papa Bergoglio manca l’altra caratteristica fondante ogni populismo., La critica alla “mondanità spirituale” che, secondo lui, contraddistingue una parte rilevante delle gerarchie ecclesiastiche, è infatti accompagnata da un monito, altrettanto forte, alla gente comune: la “mondanità spirituale minaccia ogni persona”.

“È l’idolatria, fatta di vanità, prepotenza, orgoglio, sete di denaro, indifferenza”. Si tratta però di una diversità, rispetto alla retorica del popolo buono che contraddistingue degli altri populismi, imposta dall’a priori dell’uomo peccatore, che regge l’intera Weltanschauung giudaico-cristiana. Nel linguaggio della fisica, è una transizione vietata.

A confermare che terreno fertile per il populismo sono i periodi di crisi istituzionali (il berlusconismo si manifesta con la fine della Prima Repubblica, il grillismo con il tramonto della Seconda), la sequenza di scandali - dai preti pedofili, allo IOR, ai Vatican leaks – accompagnata da non più occultabili scontri interni ai vertici vaticani, ha creato i medesimi presupposti, ma in linea di principio la potestà attribuita al pontefice e l’obbligo di obbedienza da parte di tutti i cattolici, in primo luogo della gerarchia ecclesiastica, rendevano non obbligato il ricorso al populismo.

Se il papa ha optato per questa soluzione, non l’ha fatto soltanto per ragioni caratteriali, come vuole farci intendere la vulgata dei media. È segno evidente del logoramento del potere papale, a tutto vantaggio di una burocrazia vaticana, al pari delle altre autoreferenziale.

La sfida di papa Francesco è appena incominciata e nessuno è in grado di sapere come andrà a finire. Certamente un risultato l’ha già ottenuto: la connotazione negativa di “populismo” è diventata meno credibile. Cambiamento semantico che, per tornare alle piccole faccende di casa nostra, giocherà a favore di Matteo Renzi nella sua corsa verso la leadership del PD.

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