Aldo Capitini, contro ogni oppressione

aldo_capitini_with_booksMatteo Moca

In un tempo storico come quello che ci troviamo ad affrontare ogni giorno, dove la violenza e la sopraffazione si mostrano in tutte le loro forme – quelle più evidenti e purtroppo longeve come il terrorismo, ma anche quelle più subdole e nascoste che fanno capo al rapporto quotidiano tra gli uomini –, la ripubblicazione in una veste nuova e aggiornata dei saggi di Aldo Capitini, Le ragioni della nonviolenza, sempre per le edizioni ETS e con la cura di Mario Martini, si impone come momento importante e assai prezioso di riflessione. Gli spunti e gli obiettivi di cui Capitini dissemina i suoi scritti, risultano infatti imprescindibili per comprendere la realtà e, soprattutto, per tentare un’azione nei confronti di essa, fattore questo che manca nei libri di molti contemporanei pensatori non interessati a coniugare spirito e azione. Gli scritti del padre delle pratiche di nonviolenza in Italia sono una via alternativa alla deriva odierna; l’organizzazione dei testi nella loro divisione in capitoli mostra chiaramente, attraverso la riproposizione di alcune delle tappe più significative del suo pensiero, la genesi e lo sviluppo della riflessione di Capitini e lo fa rendendo facilmente fruibile questo processo al lettore.

Il testo, dopo l’accurata e puntuale introduzione di Martini, si apre con quelle che vengono definite le Premesse teoriche, cioè i fondamenti teorici dei principi della non violenza, che rimandano all’opera Elementi di un’esperienza religiosa. In quel testo del 1937, pubblicato per Laterza grazie all’intervento di Benedetto Croce e di cui qui si riportano delle parti, Capitini definisce il suo pensiero come legato a una «prassi pura», cioè una pratica che realizza «un'intenzione retta che discende da un’adesione incondizionata alla verità». È questo il carattere teorico che risalta maggiormente soprattutto se, come detto, lo si confronta con le situazioni odierne, dove il contatto con la realtà è sempre più leggero e sfumato, portando molto spesso la speculazione su un piano esclusivamente teorico e quindi inutile all’interno di un discorso più ampio che tenti di metterlo in pratica.

Se quindi la prima parte è tesa alla definizione della nonviolenza e alla riflessione sulle pratiche necessarie al suo status, nella seconda parte i testi di Capitini allargano il loro orizzonte e vanno a mostrare come un comportamento e uno spirito nonviolento possano permettere un sodalizio proficuo con gli animali e la natura. L’andamento di questi testi ricorda in alcuni passaggi i testi di Anna Maria Ortese (e perché no, valutata anche la matrice religiosa, anche alcuni passaggi dell’enciclica Laudato sii di Papa Francesco) raccolti nel recente volume a cura di Angela Borghesi, Le piccole persone, soprattutto per quanto riguarda gli atteggiamenti attraverso cui l’uomo deve confrontarsi con il creato. Frasi come «un primo lavoro da fare è di togliere tutte le crudeltà e le uccisioni inutili, se si vuole tener fede al principio di estendere l’unità anche con gli esseri subumani», oppure, parlando direttamente ad una pianta, «io non ti distruggerò; tu non sei per me un oggetto, uno strumento freddo, ma sei una compagnia, una presenza, un essere che ha in sé un soffio e un’apertura all'aria, alla luce, simile a quelli che ho anch’io», sono riflessioni che raccolgono la stessa tensione universale che si respira nelle pagine di Ortese quando parla di rispetto verso l’«animale», non restringendo il campo solo al significato più diretto del termine, ma allargandolo a tutto lo spettro della vita sulla Terra, dagli uomini fino alla natura, passando appunto per gli animali.

In questa sezione si segnala anche lo scritto La nonviolenza è amore, dove si trova una delle più precise e semplici definizioni della nonviolenza, spogliata, ma solo apparentemente, dal suo carattere filosofico e religioso: «essa è la scelta – scrive Capitini – di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani»; oppure la breve sezione Trionfano i cattivi?, in cui si riflette sulla possibile obiezione all’agire nonviolento e cioè che, senza la violenza appunto, i cattivi trionfino: Capitini scrive che innanzitutto anche «l’uso della violenza non ci dà sufficiente garanzia che trionfino i buoni, perché l’uso della violenza richiede che si facciano tanti compromessi» e poi, poco dopo, che «se per tenere testa ai cattivi, bisogna prendere tanti dei loro modi, all’ultimo realmente è la cattiveria che vince» e che, così, «scompare la differenza tra noi e loro, e c’è bisogno che sorga una differenza netta tra chi usa le armi potenti, e chi usa altri modi, con fede che essi trasformino il mondo».

Una tale visione del mondo, e degli atteggiamenti che l’uomo deve tenere nei suoi confronti, si ritrova anche nell’attività accademica di Capitini, nelle sue dispense, una cui scelta viene pubblicata per la prima volta quest’anno dalla casa editrice La Scuola, in un volume dal titolo Educazione, religione e nonviolenza, a cura di Livia Romano. Questi scritti, che coprono un periodo che va dal 1947 al 1967, anni intensi e segnati da un'instancabile militanza sociale e politica, mostrano un volto inedito di Capitini, mosso da una grande passione didattica che riflette la sua visione sull’educazione non come una semplice trasmissione dei saperi, ma come una pratica che coinvolge più soggetti, anche il maestro, in un percorso di crescita comune: «l’educazione moderna si svolge non soltanto lungo la linea di passaggio dal centro dell’educazione dall’educatore all’educando, ma anche lungo quella di una coscienza sempre più precisa dell’educarsi insieme».

Il volume di ETS si chiude con i documenti risalenti alla prima marcia della pace del 1961, con lo scritto Ragioni e organizzazione della Marcia: nella natura di questa marcia risiede un cambiamento fondamentale del linguaggio delle forme di partecipazione, come scrive Amoreno Martellini nella prefazione al volume Persone che marciano per la pace. Perugia-Assisi 24 settembre 1961, uscito sempre nel 2016 questa volta per le Edizioni dell’Asino, perché fu «un tentativo di entrare dentro il terreno della politica con una forma partecipativa ancora non sperimentata nel nostro paese». Questa marcia, ebbe modo di dire Capitini riferendosi alle classi popolari, «è fatta per loro, perché i contadini sanno camminare, mentre sono a disagio nelle conferenze». Il volume delle Edizioni dell’Asino si arricchisce poi delle testimonianze sulla prima marcia (con le voci di Norberto Bobbio, Guido Piovene, Pier Paolo Pasolini e Goffredo Fofi), delle reazioni della stampa e delle adesioni di protagonisti della scena politica e culturale italiana (da Nenni a Togliatti, da Rigoni Stern a Garin): documenti che riescono, nel loro insieme, a fermare e raccontare i significati e i risvolti più importanti della manifestazione.

Tre libri di Capitini usciti nel 2016 sembrano far presagire un ritorno importante sull’opera del pensatore; un ritorno segnato dalle attività di case editrici che sulla sua opera insistono molto, fiduciose nell’importanza del suo ruolo di educatore nonviolento in una contemporaneità che ne sente il bisogno.

Aldo Capitini

Le ragioni della nonviolenza. Antologia degli scritti

a cura di Mario Martini

ETS, 2016, 208 pp., € 18

Educazione, religione e nonviolenza

a cura di Livia Romano

La Scuola, 2016, 160 pp., € 11,50

Persone che marciano per la pace. Perugia-Assisi 24 settembre 1961

a cura di Aldo Capitini, prefazione di Amoreno Martellini

Edizioni dell’Asino, 2016, 105 pp., € 9

Botho Strauss, la realtà come enigma

straussMatteo Moca

In un libro di Botho Strauss del 1992, L’inizio perduto (tradotto da Mimesis nel 2013), l’autore – classe 1944, noto soprattutto come drammaturgo – riflette su un argomento centrale della sua poetica e del suo pensiero, ovvero quella che lui stesso definisce la «mancanza di inizio». In modo perentorio, e con l’appoggio tanto sorprendente quanto stabile di teorie astrofisiche e cosmologiche, Strauss afferma che non esiste un inizio delle cose del mondo: un’affermazione che porta a una dispersione e si staglia contro l’uno e l’unicità di qualsiasi narrazione. Secondo questa impostazione la realtà non è mai indagabile fino in fondo, non è possibile trarne tutti i suoi i segreti e al fondo di tutto resta sempre un enigma. Un assetto teorico così costituito ha un ruolo fondamentale all’interno dell’opera di Strauss, perché questa forma incompiuta si riflette nella struttura dei suoi testi, caratterizzati da una diegesi irregolare che non prevede, appunto, un inizio. Essi si pongono invece come materiale in movimento, ricco di luoghi misteriosi e ambigui, situazioni equivoche e parole impenetrabili. Già in Origine, intimo e commovente diario di una memoria in disfacimento pubblicato lo scorso anno dal Saggiatore, i piani del ricordo si sovrapponevano, le stagioni si confondevano e il risultato finale era un collage di ritagli di tempo in cui il passato lontano, quello più prossimo e il tempo della scrittura si mescolavano con la nostalgia e il sogno, in un mosaico tanto variegato quanto personale e fedele.

Ma forse è in Mikado, ultima opera di Strauss tradotta e pubblicata in Italia (sempre dal Saggiatore e sempre con l’ottima traduzione da Agnese Grieco), che questa impalcatura teorica mostra in maniera più limpida il suo funzionamento. Come il numero dei bastoncini del famoso gioco cinese, la raccolta di Strauss si compone di 41 racconti: alcuni cortissimi, altri un poco più estesi, ma comunque tutti veloci come schegge che si sommano e vanno a formare una massa strutturalmente omogenea. Ogni racconto o breve pezzo muove da un enigma, quello che per Strauss sta alla base della descrizione della realtà. E da questo enigma si dirama una delle infinite possibilità – quella che Strauss, con il suo tono surreale e sempre paradossalmente aderente alla realtà, disegna.

Esemplare è il racconto che dà il titolo alla raccolta, nel quale protagonista è un fabbricante che paga lo scotto di una realtà impossibile da dominare. Reduce dal rapimento della moglie e dal pagamento del riscatto per poterla avere di nuovo al suo fianco, la donna che la polizia gli riporta sembra un’altra persona: «la donna che gli era stata sì portata, ma non ri-portata indietro». È un dubbio che non è dato sapere se verrà mai fugato, perché è questa un’altra caratteristica dei racconti di Strauss: come il principio è inconoscibile, anche i finali non sono mai definitivi, bensì aleatori e mutevoli, interpretabili ma mai esplicabili.

I racconti di Mikado sono ricchi di scambi di persona, di scherzi del caso, di follie umane e sovrannaturali; ma, all’interno di questa diversità di soggetti, Strauss è abilissimo nel permettere al lettore di estrarre un filo rosso dall’intricato labirinto, un messaggio che riguarda l’impossibile possesso dell’uomo della vita nella sua interezza, sempre minata da tradimenti, squilibri e alienazioni. È questo il caso del marito che venti anni dopo scopre di essere stato tradito dalla moglie, e per cancellare la propria ingenuità decide di ergersi a nuovo Otello e ucciderla, perché incapace di accettare non tanto il tradimento quanto la pietà della moglie. Ma è anche la storia del protagonista del racconto I mobili, tecnico dei telefoni che tornato a casa trova il suo appartamento senza niente dentro e la moglie che litiga con uno sconosciuto; basterà uscire e rientrare qualche ora dopo perché tutto torni di nuovo normale; anche se, pensa il protagonista, «una terza persona però, evidentemente, non c’era più nelle loro quattro mura».

Ma i racconti più forti, e forse anche i più decisivi per un’analisi completa dell’opera, sono i due che chiudono la raccolta: Amarodolcina e Diga di sbarramento. In questa chiusura Strauss pare condensare il senso di tutti i racconti e offrire, intervenendo quasi in prima persona, una chiave di lettura per l’intero libro. Perché Mikado non è solo una costellazione di surrealismi, paradossi, follie e vertigini; è anche un tentativo autentico, come lo era Origine, di tornare al cuore delle cose, di mettersi alla ricerca di un’autenticità che non appartiene più alla contemporaneità e che invece, con uno scavo quasi romantico, è lo scrittore a tentare di riportare alla luce. Le immagini deformate, i personaggi non perfettamente calibrati sulla realtà, le case quasi sempre fortini oscuri di sapore fiabesco, sono anche possibili figure di una vita vera, quella che si muove a cavallo tra sogno e realtà, dove l’individuo si sforza di trarre fuori dalla realtà il suo senso (per esempio nel racconto della signora in abito da sera che baciando il muro lo sgretola finché non ne esce fuori il suo uomo ideale).

Con Amarodolcina si entra direttamente nello studio dello scrittore: il protagonista Cystobal è inseguito dalle creature incomplete delle sue opere, che vengono a reclamare dall’autore una forma più completa e definitiva perché «non si scrive nulla mettendoci l’anima, si scrive andando sempre più a fondo dentro di sé. E da quel fondo possono in ogni momento tornare a galla». Diga di sbarramento invece, che chiude la raccolta, narra di una follia, o meglio del preciso momento in cui il protagonista scivola nel baratro dell’incoscienza. Ed è in quel momento, in quella lucidità che precede il buio, che il ricordo del narratore coincide, forse, con la luce teorica che filtra per tutta la raccolta: «Bisogna solo raggiungere un livello superiore di conoscenza e poi sarà possibile numerare l’innumerabile. E l’insensato mostrerà il suo senso».

Botho Strauss

Mikado

traduzione di Agnese Grieco

il Saggiatore, 2016, 202 pp., € 22

Lev Tolstoj, profeta della verità

L.N.Tolstoy_Prokudin-GorskyMatteo Moca

La domanda retorica sull’interesse verso una ennesima biografia di Tolstoj può essere elusa assai facilmente già solo sfogliando l’indice del lavoro dello storico Roberto Coaloa che, come suggerito dal titolo Lev Tolstoj. Il coraggio della verità, si propone di investigare aspetti miracolosamente, verrebbe da dire, ancora poco indagati dalla critica, quantomeno quella italiana. Se infatti all’inizio, almeno in Italia, la ricezione dell’opera dello scrittore di Jasnaja Poljana fu incentrata soprattutto sul suo aspetto profetico, antimilitarista e riformatore, tale aspetto è andato sempre più defilandosi, anche a causa della mole di un’opera letteraria che ha pochi eguali nella storia della letteratura.

Il libro di Coaloa non è una classica biografia, ma piuttosto un intreccio di temi fondamentali nella vita di Tolstoj che, nel suo insieme, riesce a far affiorare quell’itinerario spirituale e morale di crescita e autoconsapevolezza che ha portato lo scrittore russo alla celebre «conversione» da soldato a pacifista. La sua lettura quindi, pur tenendosi sempre in dialogo con la sua opera letteraria, sembra interessarsi a Tolstoj più come storico del pensiero che come scrittore, inserendolo in una grande tradizione di pensatori che si sono posti interrogativi urgenti e sempre attuali sullo statuto della verità, del coraggio, del giusto, del vero e del bello, arrovellandosi sull’intricato modo in cui si può essere nello stesso tempo artisti e profeti. Da questo punto di vista non è possibile ignorare uno dei testi più importanti di Tolstoj, Che cos’è l’arte?: «La destinazione dell’arte del nostro tempo è di tradurre dalla sfera della ragione alla sfera del sentimento la verità. […] Il compito dell’arte cristiana è la realizzazione dell’unione fraterna degli uomini».

«Amo la verità più di ogni cosa al mondo» ha scritto Tolstoj, e tutta la sua opera tende a questo nodo filosofico: se è vero che in punto di morte, estremamente fedele al suo pensiero che «lo scopo della vita è il perfezionamento di sé», Tolstoj ha detto «La verità… io amo tanto… come loro». Loro sono gli ultimi, la gente del popolo, i semplici, quelli che secondo Tolstoj conoscono la verità meglio dei dotti, non perché siano depositari di chissà quale afflato divino, ma perché riescono a guardare al mondo con occhi lucidi e non annebbiati dalla teoria. Si tratta di una «verità-giustizia» che trascende la realtà, che affonda nelle tinte bibliche, e non a caso conserva in russo una parola distinta dalla verità tout-court, istina; proprio questa declinazione della parola traccia il filo rosso su cui cammina Coaloa, che con la sua opera fa emergere come tutta la vita di Tolstoj sia stata un titanico tentativo di rispondere alle riflessioni sulla morale, l’arte, la religione e l’educazione.

Altrettanto appassionante, a tale riguardo, l’edizione dei Pensieri per ogni giorno, pubblicata da Piano B, tradotta e curata da Pier Cesare Bori. Si tratta di una raccolta di pensieri e citazioni che Tolstoj estrae da quei testi che hanno funzionato per lui da modelli attraverso i quali creare quella visione del mondo etica e religiosa che è sfociata nel convinto pacifismo, nella difesa delle minoranze e nel vegetarianesimo, tutti aspetti indagati da Coaloa. I riferimenti di Tolstoj sono molti e variegati, dalla tradizione confuciana e taoista al Nuovo Testamento, dai testi della tradizione giudaica a Epitteto o Marco Aurelio, fino ad arrivare a moderni come Ruskin o Pascal, senza escludere sue annotazioni personali. Tale diversità rientra proprio in un’ottica di superamento delle differenze, nella convinzione che esistano affermazioni filosofico-religiose cui è impossibile non credere, perché «scritte nel cuore di ognuno».

Questa tensione speculativa rischia però di trascinare Tolstoj in un’era che non gli appartiene, a interrogazioni originarie che si avvicinano alle disquisizione filosofiche medievali. Invece il suo carattere è assolutamente moderno, e questi libri riescono a chiarirlo con forza, sia per la mole importante di documenti consultati, sia per la veduta dall’alto che, evitando inutili specialismi, costruisce un disegno definito e, per certi versi, anche definitivo. Tolstoj fu un grande innovatore, un anticipatore visionario di temi che oggi sono all’ordine del giorno, come il vegetarianesimo, il rispetto della natura (i Pensieri per ogni giorno annotano da Lao-tse: «Tutto al mondo cresce, fiorisce e ritorna alla sua radice. Tornare alla propria radice significa pace, accordo con la natura »), la violenza sugli animali (su questi temi il recente volume di Anna Maria Ortese a cura di Angela Borghesi, Le piccole persone, è un altro esempio di visionarietà speculativa e anticipo sui tempi), ma anche la condanna del consumismo e della caccia (questi temi ecologici sono trattati nel Primo gradino, testo che Coaloa analizza con dovizia di particolari).

Di grande interesse, infine, il carteggio tra Tolstoj e Gandhi: Coaloa lo tratta a lungo, riportanto anche tre lettere del primo e quattro del secondo, dalle quali risulta evidente la decisione, la fermezza e la lucidità con cui Tolstoj denuncia il fenomeno dell’oppressione coloniale, simbolo della tirannia degli stati e della cecità morale della società, indagata pure nel testo Guerra e rivoluzione (anch’esso curato da Roberto Coaloa lo scorso anno per Feltrinelli).

In esergo, alla biografia di Coaloa, una frase dalle Operette morali leopardiane, in particolare dal Dialogo di Plotino e di Porfirio che discute della legittimità del suicidio, e sembra racchiudere già tanta parte della sua lettura: «Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita». Il gesto del darsi mano e soccorso attraversa di continuo l’opera di Tolstoj: anche nel dare alla letteratura un carattere soprattutto formativo. Perché, come annota Bori nella sua presentazione ai Pensieri per ogni giorno, «le opere dei grandi scrittori sono grandi soltanto perché sono necessarie e perché è auspicabile che il maggior numero di persone possibile godano di quel bene spirituale che quegli stessi scrittori comunicano. E affinché un pubblico il più possibile vasto goda di questo beneficio occorre rendere questi scrittori quanto mai accessibili, e perciò si deve cercare di rendere pienamente chiaro quello che in essi non è del tutto comprensibile».

Roberto Coaloa

Lev Tolstoj. Il coraggio della verità

prefazione di Goffredo Fofi

Edizioni della Sera, 2015, 191 pp., € 17

Lev Tolstoj

Pensieri per ogni giorno. Un calendario di saggezza

a cura di Pier Cesare Bori

Piano B, 2016, 200 pp., € 16

Stig Dagerman, impossibile non ribellarsi

dagermanMatteo Moca

La politica dell’impossibile, raccolta degli scritti politici di Stig Dagerman apprezzabilmente curata e tradotta da Fulvio Ferrari per Iperborea, ha la stessa forza delle sue opere narrative e dei suoi reportage: una forza che è in grado di rimettere in gioco le verità acquisite e di mettere il lettore davanti a uno specchio che spinge all’interrogazione perpetua, senza mai concedere punti di riposo. Eppure è necessario specificare il carattere politico di questi interventi, editoriali e articoli che Dagerman scrisse nella sua breve vita (morì suicida, a 31 anni, nel 1954). A insistere sulla definizione di tale carattere politico è lo stesso Ferrari, per il quale assolutamente «semplicistico» sarebbe giudicarlo uno scrittore di propaganda. Sin da ragazzo Dagerman conobbe assai da vicino l’ambiente anarchico e sindacalista svedese: almeno da quando, a 13 anni, si trasferì dal padre a Stoccolma. Lì entrò subito in contatto con l’ambiente operaio e portò avanti per il resto della sua vita una militanza quotidiana e genuina, sempre vicino ai più poveri e ai più deboli. Proprio per questa militanza i suoi scritti politici assumono un carattere in cui la riflessione politica è visceralmente legata a una continua tensione etica ed esistenziale, in nessun modo improntata a toni trionfanti o mitizzanti, bensì nata dal contatto diretto con l’ingiustizia sociale, con l’emarginazione e la povertà. E così questi scritti, che coprono un arco di tempo che va dal 1942 al 1952, serbano una forza e un’acutezza che costituiscono il motivo principale per cui oggi li leggiamo.

Se si vuole trovare un filo rosso nella raccolta, è senza dubbio nella forte tensione emotiva: nata da un conflitto estetico che sempre, come ammette Dagerman, imperversa nelle opere degli scrittori; si tratta di quel complesso rapporto tra il radicalismo politico dello scrittore che si riconosce un ruolo sociale, e la necessaria sua libertà creativa in ambito romanzesco o poetico (e proprio della poesia, e del suo difficile statuto, Dagerman rivendica la «necessità»: non quale «gioco di società», come vorrebbero «certi presunti rappresentanti del popolo»). Attraverso la scrittura Dagerman prende parte al conflitto sociale, configurandola come uno strumento di coscienza e di avanzamento della consapevolezza dell’individuo ma, e qui risiede il cuore della questione, tale scrittura non può non farsi carico delle sue complessità di espressione e comprensione. L’opera dunque, sottolinea Ferrari, non può «evitare di essere difficile»; e proprio per questo rischia di scontrarsi coll’incomprensione da parte degli operai.

Due dei più importanti saggi del libro, La nuova reazione e Lo scrittore e la coscienza, si interrogano proprio sul ruolo dello scrittore e sul difficile rapporto tra scelta estetica e scelta politica. Nello Scrittore e la coscienza Dagerman si mette a nudo e, con estrema sincerità, afferma come sia impossibile realizzare un equilibrio tra questi due poli: «come è per esempio possibile comportarsi come se niente fosse più importante della letteratura e vedersi intorno persone che combattono la fame? […] Qui lo scrittore si scontra con un paradosso: lui che voleva scrivere per gli affamati, si rende conto che solo chi è sazio ha la calma necessaria per accorgersi della loro esistenza». Dagerman non risolse mai questa tensione, ma la lucidità partecipe e dolorosa con cui visse i propri dilemmi personali e collettivi dà a queste pagine un’attualità impressionante: le contraddizioni irrisolte sono ancora le nostre – scrive Goffredo Fofi nella postfazione – e, da allora, il mondo non è certo diventato un luogo più rassicurante; così ci si «specchia nella sua opera con amore e riconoscenza ma anche con l’imbarazzo di chi non sa più come lottare, e ha finito per accettare il mondo per come ci viene imposto invece che ribellarsi».

Ma in queste pagine c’è ovviamente molto altro: argomenti di attualità, dove si respira un passo giornalistico che nulla ha da invidiare a quello narrativo, temi di ordine più generale, interviste e domande alle quali l’intellettuale non si sottrae. Commovente è per esempio la risposta che Dagerman dà a una maturanda indecisa sul suo futuro, nel Radioso avvenire: qui si respira l’amore di Dagerman per la gioventù, di cui resta importante testimonianza nei personaggi adolescenti, amati per la loro innocenza, che popolano i suoi romanzi. Non elargisce nessun consiglio, Dagerman, se non quello di conservare «quel senso di libertà di cui sta facendo ora esperienza e che sarà il Suo ricordo più importante»: proprio quella è «la cosa più preziosa che possiede», non si faccia irretire dal cinismo del mondo adulto o dalla «necessità di guadagnare, di fare strada e di diventare qualcuno».

Quasi alla metà del secolo, infine, splende quasi come un manifesto del pensiero di Dagerman, e come sintesi di tutta la sua poetica. Rispondendo a un’inchiesta del giornale svedese «Stockholms-Tidningen», che aveva chiesto a diversi intellettuali cosa si aspettassero dalla seconda metà del secolo, così scrive Dagerman: «in che cosa spero? In una letteratura che, senza alcun riguardo, combatta per i tre diritti inalienabili dell’essere umano imprigionato nelle organizzazioni politiche e di massa: la libertà, la fuga e il tradimento. E intendo la libertà di non scegliere tra annientamento e sterminio, la fuga dal futuro campo di battaglia in cui si sta preparando il disastro, il tradimento di ogni sistema che criminalizzi la coscienza, la paura e l’amore per il prossimo». Fortemente radicata nel tempo in cui è stata data, ovvero a pochi anni dalla conclusione del sanguinoso conflitto mondiale, la risposta di Dagerman conserva nei suoi tre «diritti inalienabili» il carattere che rende ancora oggi tutta la sua opera indispensabile, al pari di quella dei suoi fratelli e padri, Camus e Kafka: simbolo di un’arte autentica che si afferma coi suoi mezzi, libera da dittature ideologiche o letterarie, l’opera di Dagerman resta a testimonianza di una politica dell’impossibile, «in un mondo dove sono troppi i politici del possibile».

Stig Dagerman

La politica dell’impossibile

a cura di Fulvio Ferrari, postfazione di Goffredo Fofi

Iperborea, 2016, 135 pp., € 15