Bouveresse, il progresso come falso movimento

Matteo Moca

Quando Giacomo Leopardi nella Ginestra parla di «magnifiche sorti e progressive», come è noto commenta sarcasticamente lo splendido e brillante futuro che attende l'uomo. Già da quel momento, e anche prima in realtà, il termine «progresso» ha iniziato ad avere un significato preciso, connotato non solo dal continuo avanzamento delle conoscenze e delle potenzialità, ma, in maniera assoluta, da un'acquisizione per l'umanità di forme di vita sempre migliori, con un incremento continuo e inarrestabile, per esempio, del benessere economico e della libertà degli individui. Questa «fiumana del progresso» sembra non smettere mai di ingrossarsi e inglobare parti di popolazione, ma in verità, a osservare la nostra realtà con occhio critico e partecipe, non è difficile scorgere come questo sia solo un falso mito, destinato però a durare nel tempo: una forma di resistenza importante se si pensa che il pensiero postmoderno, che ha da tempo intriso di sé la nostra contemporaneità, ha già smontato una a una le grandi narrazioni della modernità.

Su questa vuota resistenza si inserisce Il mito moderno del progresso. Filosoficamente considerato, nuovo libro di Jacques Bouveresse da poco tradotto in Italia da Alberto Folin per Neri Pozza. Il libro del filosofo del linguaggio francese, noto almeno per l'importante Filosofia, mitologia e pseudoscienza. Wittgenstein lettore di Freud (Einaudi), è un'acuta analisi della storia del termine e del suo utilizzo non solo nella filosofia o nella letteratura, ma anche nei discorsi e nelle orazioni di uomini politici o tecnocrati di oggi, economisti o imprenditori, convinti che esso non rappresenti una speranza ma un obbligo a cui attenersi: «il dovere di servire il progresso è, insomma, la vera e propria parola d'ordine del nostro tempo, la fede da fare propria per non incorrere nell'esclusione da ogni agire pubblico». I fari che guidano la lettura di Bouveresse sono soprattutto Karl Kraus, Robert Musil e Ludwig Wittgenstein: attraverso un confronto serrato con le loro opere, Bouveresse può discutere e interrogare non la nozione di progresso in sé, quanto, come recita il titolo del libro, il suo mito. Risultano illuminanti le parole che Karl Kraus scrisse per un articolo del 1909, dove il progresso finisce per assumere semplicemente il valore di una nuda forma a favore di una trasformazione in slogan o cliché: «il progresso – scrive Bouveresse sulla scia di Kraus – non è un movimento, ma uno stato, e uno stato consistente nel sentirsi spinti in avanti, qualunque cosa si faccia, senza per questo necessariamente avanzare». Ciò che porta all'esasperazione Karl Kraus non è tanto l'idea di progresso in sé, che nulla ha di negativo o fastidioso, quanto «le forme di idolatria che essa suscita, e quella specie d’isteria sollevata all’epoca nei giornali dalle performance della tecnica o dalla realizzazione di prodezze come la conquista del Polo Nord», così come per il Wittgenstein delle Note sul Ramo d'oro ciò che provoca insofferenza è il sentimento di superiorità che l'uomo moderno prova nei confronti dei suoi predecessori, e di come non sia «per niente impressionato dalle prestazioni e dallo spettacolo ai quali tende attualmente a ridurre sempre di più la realtà di ciò che viene chiamato “progresso”».

Questa dotta, acuta e profonda analisi di Bouveresse trova un suo importante precipitato, seppur con le naturali differenze che nascono dalla natura dei due libri, in La conoscenza e i suoi nemici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia, aureo e prezioso saggio di Tom Nichols pubblicato da Luiss University Press con la traduzione di Chiara Veltri. In questo libro sembra infatti di scorgere le conseguenze del ragionamento di Bouveresse, con l'effettivo progresso tecnologico, quello che ci permette, per esempio, di accedere ad una quantità di informazioni senza precedenti, che però non porta alla nascita di un nuovo Illuminismo su di esso basato, quanto alla nascita di una nuova «era dell'incompetenza» e ad una sorta di «egualitarismo narcisistico» che pare avere la meglio sul sapere consolidato. Si tratta allora di una replica del meccanismo che mette in luce Bouveresse: davanti ad un progresso reale, ed è impossibile non definire tale quello tecnologico odierno, l'uomo non solo si accontenta della sua «idea», del «sentirsi spinto in avanti», ma è attraverso questa idea e non attraverso un suo reale sfruttamento, che osserva e discute il mondo. In questo libro, la tesi di Nichols, supportata da una grande mole di studi e di letteratura, è tanto semplice quanto potente: nonostante nel discorso pubblico la distanza tra gli esperti di qualsiasi materia e i profani cresca sempre di più, cresce con altrettanta preoccupante velocità anche la sfiducia che i comuni cittadini sentono verso gli intellettuali, una sfiducia che nasce proprio da quelle potenziali fonti di conoscenza che però, alla fine, non si rivelano tali: «Nell'era dell'informazione, non esiste una discussione irrisolvibile. Ciascuno di noi se ne va in giro portando con sé un accumulo di informazioni, su uno smartphone o su un tablet. […] Internet ha accelerato il crollo della comunicazione tra esperti e profani offrendo un'apparente scorciatoia per l'erudizione».

«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo» ha scritto Giorgio Agamben, ma ciò che mettono in luce questi due libri è come questo sguardo debba essere profondo e soprattutto guidato da un «pensiero lungo» capace di investigarne genesi, natura e caratteristiche. Contro il falso mito del progresso, continuamente e vuotamente sbandierato nelle scienze, nella cultura e nella politica, e contro l'era della disinformazione e dell'uno vale uno, i libri di Bouveresse e Nichols sono degli ottimi antidoti per acquisire gli anticorpi necessari a resistere e tentare di cambiare rotta.

Jacques Bouveresse

Il mito moderno del progresso. Filosoficamente considerato

traduzione di Alberto Folin

Neri Pozza

pp. 110 euro 12,50

Schulz e Permunian, lo scrittore come biologia militante

Matteo Moca

Quando si opera con i mezzi della critica letteraria, quale statuto assume il rapporto tra il testo critico e quello dell'autore studiato? Il confine, se l'operazione critica riesce nel suo scopo, si fa sempre più labile, quasi come se si puntasse a una sorta di sovrapposizione, forse compiuta solo nel momento in cui il desiderio del critico viene soddisfatto da una perfetta aderenza all'opera. La nuova collana di Aragno, Pietre d'angolo, curata da Andrea Cortellessa, riesce con successo a mettere in scena questo dialogo, giocando con l'aspetto grafico, ad opera di Maurizio Ceccato, e, ovviamente, con i testi stessi. I libri hanno due facce e due copertine e possono essere sfogliati da entrambe le parti poiché i due testi si fronteggiano, capovolti, come in un corpo a corpo. I primi due titoli della collana danno bene la misura di questa operazione: il primo lega Francesco Permunian e Bruno Schulz, il secondo invece Gabriele Frasca e Dziga Vertov. Seppure lo scopo dei due libri sia il medesimo, le impostazioni degli autori danno una cifra stilistica unica a ognuno dei volumi: il testo di Permunian unisce l'abilità narrativa a una appassionata ricerca filologica e quello di Frasca invece, attraverso una «spirale-labirinto», per usare le parole di Cortellessa, si muove vertiginosamente tra la scrittura di Joyce, di Vertov e dell'autore stesso. L'altra parte del volume, pure se in realtà a un certo punto ci si interroga su quale sia il discrimine tra le due tanto fitto è il dialogo, è dedicata rispettivamente a testi di Schulz e Vertov.

Il testo di Permunian si intitola La plasmabilità artistica del cartone e il suo impiego nella scuola e immagina l'incontro tra un allievo di Schulz, a cui lo scrittore ha insegnato negli anni tra il 1934 e il 1939, e un professore di italiano, curioso e intelligente. La conversazione («Anche se, in realtà, sembra che egli stia parlando alle ombre del suo passato» annota l'ascoltatore) avviene in una strada di Drohobycz, a pochi passi da dove Schulz fu ucciso da un ufficiale della Gestapo; queste pagine, per chi frequenta l'opera dello scrittore veneto, assumono subito un altro e superiore significato, capace di illuminare alcuni luoghi decisivi della sua poetica. Questo breve racconto infatti si trasforma sin da subito in una scatola cinese dove si presentano non solo altri scrittori dell'Europa orientale, Kafka, Kantor o Hasek per fare un paio di nomi, ma trovano spazio anche Gadda e Ripellino, dando così indicazioni precise sulle ispirazioni e gli amori letterari di Permunian. Il testo rappresenta allora nello stesso tempo un atto d'amore e una decisiva chiave ermeneutica per la sua opera, come evidenzia per esempio il demone della scrittura che sempre affolla i pensieri dello scrittore («Schulz reputava il tempo dedicato all'insegnamento nient'altro che tempo perso; tempo sottratto all'unico lavoro che effettivamente gli interessava, quello di scrittore») o l'interrogazione perpetua sul rapporto tra realtà e letteratura («l'inverosimile verosomiglianza» di cui parla l'allievo di Schulz). Una delle parti più consistenti di questo piccolo volume è quella incentrata su una polemica, nata intorno agli anni Trenta, che contrappose Schulz all'altro grande scrittore Witold Gombrowicz che lo attaccò su Studio, autorevole rivista letteraria polacca. Gombrowicz racconta di un fugace incontro su un tram dove ha sentito una immaginaria «moglie del dottore di via Wilcza», criticare l'opera di Schulz. I documenti di questa conversazione sono riportati nella seconda parte del volume e sono tre lettere da cui emerge come l'operazione di Gombrowicz sia in realtà una provocazione che spinge Schulz a difendere la sua opera. Ne viene fuori una risposta meravigliosa, in cui Schulz scopre la falsità dell'opinione della «moglie del dottore di via Wilcza», ma nonostante questo risponde con estrema professionalità a Gombrowicz e alla signora immaginaria, ignorando però del tutto la boutade, «frivola», e insistendo invece con forza sul valore della letteratura e sull'importanza del lavoro di scrittore («L'avanguardia della biologia è il pensiero, la sperimentazione, l'invenzione creativa. Siamo noi ad essere biologia militante, biologia conquistatrice, siamo noi ad essere veramente vitali»). Sembra di leggere tra le righe di Schulz lo stesso afflato che muove anche Permunian.

L'altro volume invece mette in dialogo il critico e scrittore Gabriele Frasca con il regista e teorico del cinema russo Dziga Vertov. Il regista russo, scrivendo del mezzo artistico che utilizza per esprimersi, scrive che «chiunque ami la propria arte deve ricercarne l'essenza tecnica»: Frasca nel suo saggio, denso e rigoroso, che si snoda non solo sull'opera di Vertov, ma anche su quella «macchina da prosa» come definisce la scrittura di Joyce, sottolinea come il fine del cinema espresso da Vertov sia assimilabile a un vero e proprio atto d'amore che, per prima cosa, per essere tale deve riuscire a mettere da parte l'Io dell'autore con il suo narcisismo: «l'artista che voglia essere artefice, e artificiere […] deve innanzi tutto imparare a fare a meno del suo stesso ritratto». Ma l'interrogazione di Frasca si fa presto ancor più radicale, chiedendosi dove l'arte può reperire il reale e liberarlo dalle «colate di fango ideologico». È ciò che si chiede in uno dei testi, L'amore per l'uomo vivo, anche Vertov, quando si interroga se «è possibile mostrare “l'uomo vivo”, il suo comportamento e le sue emozioni in un film documentario poetico senza messinscena». Una risposta definitiva è certamente inafferrabile, ma Frasca ci guida in un vorticoso itinerario che da Joyce a Vertov arriva fino a Badiou e Benjamin, andando a indagare uno dei nodi scoperti del Novecento filosofico e letterario, quello che indaga lo statuto del reale.

Una collana che con questi due primi titoli pone un interrogativo ineludibile, quello che riguarda il rapporto di un autore con i suoi maestri.

Marrani, stranieri residenti e senza requie

Matteo Moca

Nell'opera filosofica di Donatella Di Cesare, figura come uno dei testi più importanti il libro Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (uscito nel 2017 come l'altrettanto importante Terrore e modernità), capace di imporsi come una bussola nel difficile coacervo di informazioni e opinioni sulle migrazioni oggi. Il libro, nelle stesse parole dell'autrice, rappresenta un contributo alla definizione di uno «ius migrandi» nel momento politico tragico in cui i diritti delle persone sono soggetti a torsioni; così nel suo andamento, che muove dall'antica filosofia greca fino a spingersi alla contemporaneità, Di Cesare tenta di delineare la figura dello «straniero residente». La forte convinzione che muove questo libro, e che rappresenta dall'altro lato la sua estrema necessità, è il tentativo, compiuto, di costruire un pensiero della migrazione chiaro e teoricamente supportato.

Esce adesso un nuovo saggio di Di Cesare, dedicato ad un tema differente da quello della migrazione, ma che in realtà con esso intesse una proficua relazione. Il libro si intitola Marrani. L'altro dell'altro, è pubblicato nelle eleganti Vele Einaudi, ed è in primo luogo una compiuta ricognizione sulla storia tragica di quegli ebrei che, braccati dalle persecuzioni religiose spagnole, decisero non di scappare come fecero molti altri per fuggire alle sevizie dell'Inquisizione, ma di restare nei luoghi che abitavano e di scegliere la conversione al cristianesimo: molti di loro ovviamente non lo fecero con convinzione, ma solo perché costretti dalle circostanze storiche, religiose e politiche. Tra il 1391 e il 1414, le terre iberiche persero circa centomila membri: il momento più violento dell'offensiva cristiana fu proprio nel 1391, quando a Siviglia furono uccisi circa quattromila ebrei da una folla inferocita guidata dall'arcidiacono Ferrar Martinez; da quell'avvenimento in poi le violenze si sparsero a macchia d'olio e raggiunsero altre città spagnole, come Valencia e Barcellona. Dei molti ebrei che vivevano in quella zona alcuni morirono, altri fuggirono ed infine un altro gruppo operò queste conversioni solo di facciata. Tale situazione del marrano portava però questi uomini a vivere in una situazione paradossale quella di avere un'identità nello stesso tempo molteplice e da nessuno riconosciuta. Non venivano riconosciuti come cristiani perché in molti non credevano fino in fondo alla loro conversione (e la situazione peggiorò ancora di più quando la «limpieza de sangre» diventa presupposto per essere riconosciuti cristiani: ebreo resta, seppur convertito, colui nelle cui vene scorre sangue ebraico) e neanche ebrei in quanto per aver salva la vita avevano rotto il patto con Dio: «marranismo è doppiezza – sottolinea Di Cesare – in senso extramorale, dualità che segna l'esistenza, la intacca, la fende. Il marrano è costretto a muoversi incessantemente tra un polo e l'altro, oscillando senza requie. Non ha più un centro. E quella che credeva un'identità si frange in un caleidoscopio di riflessioni e speculazioni».

Nel momento in cui il concetto della purezza del sangue entra in gioco, la persecuzione si fa ancora più profonda e violenta, perché non appare più percorribile alcuna via di fuga: la colpa scorre nelle vene. Di Cesare individua nel certificato sulla purezza di sangue, promulgato il 5 giugno 1449, il triste antenato di tutte le leggi razziali che seguiranno nei secoli successivi (ed è vertiginoso nel suo percorso il capitolo intitolato L'acqua e il sangue. Da Toledo a Norimberga): «insieme al concetto di purezza, individuata nel sangue e nella discendenza, viene introdotta l'esigenza di una difesa da ogni possibile contagio». Questa dura situazione che De Cesare ricostruisce sia su un piano storico che filosofico, viene inserita in una cornice assolutamente contemporanea: «nulla di ciò che è avvenuto va mai dato perso per la storia» recita la frase di Walter Benjamin riportata in esergo al testo, ed è impossibile quindi non pensare a quanti oggi vivono in queste condizioni, costretti alla fuga o a celare la loro vera identità, religiosa, politica o sessuale. Il marrano dunque, nello strenuo tentativo di mantenere la segretezza della sua natura, «impara a presentire l’ipocrisia, fiutare l’inganno, sciogliere le contraddizioni, apprende a captare la verità delle menzogne altrui» e così «sottigliezza, sagacia, accortezza sono le doti che deve coltivare; non solo per coprire le sue intenzioni, ma per smascherare quelle altrui». La diffidenza diventa parte immancabile della sua natura, una natura che per Di Cesare lo porta ad essere paradigma esemplare dell'homo sacer di cui parla Agamben perché, «anche il marrano, pur inscritto nella storia, ne eccede i limiti».

Chi è però il marrano oggi viene da chiedersi alla fine del libro? Si sono seguiti i passaggi tra Spagna, Portogallo, Olanda e Italia – molto bello il capitolo dedicato a Livorno, città nella cui storia talvolta si dimentica di includere questa vicenda – , si è sincronicamente attraversato l'asse storico fino alle barbarie della Germania nazista, ma ciò che soprattutto Di Cesare è riuscita a mettere in luce è il rapporto, conflittuale, ambiguo, difficile di questi uomini con la storia, la memoria e il ricordo, quest'ultimo «unico legame per quei segregati, l’unico anello di una tradizione che altrimenti potrebbe finire». Una identità dunque certamente problematica, ma anche tragicamente foriera di dilemmi ineludibili su chi si è, un interrogativo che segna tutta la storia del Novecento, un modo per combattere anche la pericolosa trasmissione a senso unico della «storia dei vincitori», più pericolosa dell'oblio nel suo desiderio di cancellare i vinti. Un libro che allora è anche la storia della resistenza affidata alla memoria perché «nascosti, esiliati, dispersi, in una costellazione del disastro, separati da una doppia estraneità, [i marrani] resistono legati dal ricordo del loro segreto, di cui non possiedono più la chiave, inaccessibile e alla fine sconosciuto, un segreto del segreto, che non esitano a testimoniare».

Donatella Di Cesare

Marrani. L'altro dell'altro

Einaudi

Collana Vele

pp. 120, euro 12

Colin Ward, manifesto per un’educazione felicemente anarchica

Matteo Moca

Se la famiglia e la scuola sono da sempre considerati come gli ambienti dove in maniera più naturale e compiuta i bambini possono ricevere un'educazione e crescere positivamente, da tempo certi indirizzi pedagogici sembrano tendere verso un'altra strada, quella che vede nell'educazione diffusa in tutti gli spazi, soprattutto quelli della città, un'occasione irripetibile di confronto e crescita. Si tratta di quello che viene chiamato solitamente un sistema formativo integrato e di cui, seppur senza dargli questo nome, parla anche Gianni Rodari nella sua Scuola della fantasia, quando scrive che «quello che i bambini imparano a scuola rappresenta la centesima parte di quello che imparano dai genitori, dai parenti, dagli amici, dall'ambiente fisico e sociale in cui crescono, dalle strade, dalla televisione, dai giochi, dagli oggetti, da tutto e da tutti» e insiste sul necessario abbandono degli schemi precostituiti perché «un bambino, ogni bambino bisognerebbe accettarlo come un fatto nuovo, con il quale il mondo ricomincia ogni volta da capo».

Colin Ward, nei saggi che compongono il nuovo volume edito da Eleuthera, L'educazione incidentale, prosegue con grande forza teorica e pratica in questa direzione, analizzando come gli spazi altri custodiscano luoghi di relazioni vitali e di sperimentazioni uniche, in quanto, come scrive Francesco Codello nella sua ricca e approfondita Introduzione, «per Ward ogni angolo della città è un'aula scolastica, ogni occasione è propizia a stimolare l'autonomia e la partecipazione diretta alla vita sociale». Quest'ultimo aspetto, relativo all'educazione come partecipazione alla vita sociale, risulta fondamentale: in un libro molto prezioso, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, edito da Baskerville, il sociologo Dennis De Kerckhove, scrive di come la crescita e l'educazione si arricchiscano con la partecipazione alla vita della città, perché essa «richiede tra i suoi appartenenti l'accordo sui tempi, sui valori, sulle norme di comportamento pubblico», costruendo solo così una «repubblica-città» basata sulla sintonia e la socialità.

L'educazione incidentale mette insieme dunque alcuni tra i momenti di riflessioni più importanti di Ward sull'educazione; ogni parte del libro è arricchita da una preziosa appendice di Codello che permette di situare il testo all'interno dell'opera di Ward, dà l'opportunità di approfondire gli argomenti trattati e riflette amaramente sulla situazione attuale. L'aggettivo «incidentale» specifica il carattere più profondo di questi saggi – un'idea debitrice di quella formulata da Paul Goodman, altro grande educatore, sociologo e scrittore, tra i massimi e più onesti conoscitori della Gioventù assurda – che vedono Ward ribaltare la prospettiva comune che individua nella scuola e nella famiglia gli unici luoghi deputati all'educazione: «La scuola è diventata uno degli strumenti con cui gli adolescenti vengono esclusi dalle responsabilità e dalle attività reali nella vita come nella società» scrive Ward. I luoghi dove è possibile dunque imparare e crescere in comunità sono, secondo le parole dell'introduzione di Codello, «le strade della città, i prati e i boschi della campagna, gli spazi deputati al gioco (più o meno strutturato), gli scuolabus e i bagni delle scuole, i negozi e le botteghe artigiane, [che] non solo offrono opportunità straordinarie per un’educazione informale, ma sono luoghi vivi che si rivelano vitali per imparare».

I contributi raccolti sono, come si sarà inteso, variegati e toccano molte problematiche legate al mondo dell'educazione nonché molti luoghi della città. È sufficiente anche solo scorrere i titoli di alcuni di questi saggi per notare la molteplicità delle questioni, per esempio Un programma scolastico più rurale, dove viene posto un interrogativo ineludibile: «la scuola è una sorta di apprendistato obbligatorio alla vita, ma a che tipo di vita?», La libertà della strada, in cui invece Ward denuncia una società basata sulla mania per la sicurezza, sulle paure del diverso e dello sconosciuto (nell'Appendice Codello confronta questi ragionamenti con i divieti odierni dei bambini di tornare a casa da soli dopo scuola, mettendo in luce una continua privazione di autonomia) o La città come risorsa, saggio in cui sono racchiusi molti motivi ricorrenti della visione della città di Ward, come l'esplorazione dei luoghi urbani, la socialità e gli spazi di esperienza democratica. Uno dei testi è dedicato persino allo scuolabus come luogo di cultura, analizzando il tempo che i bambini passano sul mezzo per raggiungere la scuola, importante perché si tratta di un momento dove la vigilanza degli adulti è assente, e quindi possono sorgere in maniera spontanea questioni e atteggiamenti che da una parte replicano quelli che vedono a casa dai loro genitori e dall'altra invece vivono di una naturalezza e originalità altrimenti difficile.

In un'epoca dominata dai meccanismi gonfi e scricchiolanti dell'unificazione del pensiero e dell'individualismo sfrenato, il pensiero anarchico di Colin Ward brilla come una stella isolata e necessaria: non si tratta di evocare momenti di manifestazioni aggressive o proteste violente, non è questo l'anarchismo per Ward (e prova ne è l'essenziale e indispensabile L'anarchia. Un approccio essenziale, sempre edito da Eleuthera), quanto provare a rifondare il proprio pensiero su ideali libertari, egualitari e solidali, che ritrovano solo in un ideale generoso ed utopico la loro natura più intima, con la ferma e inequivocabile convinzione che, come scriveva pure don Milani, «uscirne da soli è egoismo, uscirne tutti insieme è la politica». Lo scenario in cui l'uomo deve ritrovare il suo movimento è per Ward quello della città, con l'abitazione di tutti i suoi spazi e la spinta alla costruzione di una onesta comunità.

Colin Ward

L'educazione incidentale

Eleuthera

pp. 256, euro 17

È possibile acquistare questo testo in tutte le librerie e su ibs.it

Bianciardi, ritratto spietato dell’Italia del boom

Luciano Bianciardi (Agenzia: farabola) (NomeArchivio: 17525701.JPG)

Matteo Moca

C'è un momento nella vita di Bianciardi che segna lo spartiacque decisivo della sua esistenza e che investe con grande forza anche la sua scrittura: è il 4 maggio del 1954 e nella miniera di Ribolla, intorno alle 8 di mattina, esplode il pozzo Camorra provocando una strage. Muoiono 43 minatori ed emerge immediatamente come l'incidente sia certo frutto della follia capitalista della ditta che gestisce la miniera, la Montecatini, futura Montedison, («che qui è proprietaria – scrive Bianciardi – oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria»), contro cui lo scrittore, al tempo insegnante e bibliotecario, più volte nel corso degli anni si era già scagliato inorridito per il trattamento riservato agli operai. A partire da questa tragedia, Bianciardi scriverà insieme al suo collega Carlo Cassola, un libro indimenticabile, I minatori della Maremma, in cui si respira un vivo interesse per l'aspetto umano delle lotte sindacali, un'interrogazione mai arrendevole sulle condizioni dei minatori e sugli infortuni che ciclicamente li affossano: «Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me». Il libro è arricchito dall'inserimento, in appendice, dei ritratti di diciassette minatori, frutto dell'inchiesta portata avanti insieme a Cassola per la Toscana. Ma l'avvenimento di Ribolla lasciò in Bianciardi un segno indelebile che non si fermò al libro I minatori della Maremma, un misto di rabbia e delusione che mai riuscì a mitigare o superare. Dopo l'inchiesta sui minatori infatti, Bianciardi scrisse tre romanzi che formano un unicum all'interno della sua opera, delle narrazioni che si muovono tra l'autobiografia, il romanzo e il pamphlet, libri di non facile classificazione che sono altresì una testimonianza forte e cosciente dell'Italia del suo tempo. Si tratta di Il lavoro culturale, edito nel 1957, L'integrazione nel 1960 e La vita agra nel 1962, tutti popolati da personaggi che sono veri e propri alter-ego dell'autore: il tema della strage di Ribolla si mantiene sempre sotto le tracce della narrazione, facendo sentire il suo peso nei comportamenti dei protagonisti, e tornando ad esplodere nuovamente e con grande forza con l'ultimo dei tre romanzi, La vita agra, dove Luciano, il protagonista, arriva a Milano per vendicare i minatori morti in Maremma, con l'intenzione di far esplodere il Torracchione, sede della Montecatini.

La scrittura più grande di Bianciardi, si muove quindi tra il 1957 e il 1962, anni in cui si assiste a una trasformazione massiccia ed inesorabile dell'Italia, nella mentalità, nei costumi e nei consumi dei suoi abitanti, con una nuova e ancor più potente centralità della borghesia industriale settentrionale che vede nel Sud solo il luogo in cui attingere per la manodopera. Neanche dieci anni dunque, considerando anche l'inchiesta maremmana, che costituiscono il lasso di tempo che a Bianciardi serve per scrivere i suoi capolavori, ma che soprattutto servono per costruire un ritratto impietoso e veritiero dell'Italia che si muove attorno a lui. Se dunque si volesse studiare parte della storia del secondo Novecento italiano attraverso la letteratura, le pagine di Bianciardi costituirebbero un immancabile punto di riferimento, non perché non ne esistano altri, si pensi, per esempio, a Volponi, ma perché la sua riflessione è diretta, di un'individualità che si trasforma in conoscenza collettiva, con una capacità chiarificatrice che aiuta a decodificare il muovere impetuoso degli usi e mentalità italiane. Ciò che poi costituisce la grandezza esorbitante di questi testi è la il resoconto della necessità di una resistenza nel momento in cui la politica iniziava a staccarsi dal popolo: «E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione»: solo attraverso una coscienza forte è possibile entrare a far parte della Storia che cerca sempre più di escludere.

Esce adesso per Il Saggiatore Il cattivo profeta, un poderoso volume, curato da Luciana Bianciardi, che raccoglie tutta l'opera dello scrittore e restituisce al lettore la complessità di un autore e di un pensiero certo minoritario e controcorrente, non privo di idiosincrasie ed eccessi, ma comunque tesoro importante, unico, all'interno della letteratura italiana. Si può adesso scoprire o riscoprire anche la sua attività di pubblicista (con articoli vertiginosi per la loro capacità analitica sull'illustrazione dei meccanismi che muovono i sentimenti degli italiani) e i suoi romanzi minori (la serie idealmente legata agli anni del Risorgimento con quel piccolo gioiello per ragazzi Daghela avanti un passo!), elementi che certo apportano sostanza importante alla sua opera generale. Nella prefazione di Matteo Marchesini che arricchisce il volume, vengono messi in luce i caratteri più importanti di Bianciardi, incrociando con grande perizia gli eventi autobiografici con le opere, e non poteva essere altrimenti visto quanto detto precedentemente, e tratteggiando così un importante e sentito ritratto dello scrittore.

Una delle eredità più importanti di Bianciardi è senza dubbio la forza politica delle sue parole e dei gesti dei suoi protagonisti: in La vita agra si rintraccia l'anarchismo, ma il suo sguardo è più profondo e lungimirante, un sogno che si sgretolerà con il passare degli anni e che contribuirà a lasciarlo solo, in preda alla dipendenza dall'alcol, fino alla morte. Il sogno era quello di una società che nella sua interezza potesse respirare il progresso, non restringendolo quindi solo ad un gruppo di accigliati dirigenti, con gli intellettuali capaci di agire dentro la società in questo senso e non dall'alto di vacui piedistalli, in grado di diffondere tramite il loro «lavoro culturale» gli ideali di una cultura democratica ed estranea da isterici narcisimi.

Luciano Bianciardi

Il cattivo profeta

a cura di Luciana Bianciardi

prefazione di Matteo Marchesini

Il Saggiatore

pp 1482, euro 62

‘68 / La protesta degli studenti

Matteo Moca

Nel numero 33 dei Quaderni piacentini del 1968, apparve un testo di Guido Viale, Contro l'università (lo si trova oggi anche in diverse raccolte di saggi: si segnalano qui Quel che gli studenti non sanno e non fanno, Edizioni dell'asino e Il '68 senza Lenin ovvero la politica ridefinita, Edizioni e/o), destinato a diventare un documento unico degli anni delle contestazioni studentesche. Scritto durante le proteste presso l'Università di Torino, Contro l'università è un testo che sta alla pari con altri importanti documenti di quegli anni, europei ed extra-europei, come l'importante Manifesto di Port Huron (che prevedeva «la nonviolenza, la disobbedienza civile e il diritto per ogni giovane di praticare la democrazia partecipativa»), quello di Jerry Rubin Non fidarti di nessuno che abbia più di trentaquattro anni o il documento, anch'esso da rileggere e meditare, Della miseria nell'ambiente studentesco di alcuni membri dell'Internazionale Situazionista e studenti dell'Università di Strasburgo. Fu lo stesso Piergiorgio Bellocchio, fondatore della rivista assieme a Grazia Cherchi, a definire con enfasi il testo di Viale come quello che aveva «praticamente inventato il movimento studentesco», pensiero che lo spinse ad aumentare addirittura la tiratura di quel numero per diffonderlo in tutte le università italiane. Come nota anche Balestrini in L'orda d'oro, è indubbio che in quel documento si identificarono in molti, avendo questo «lo stesso effetto che aveva ottenuto precedentemente Lettere a una professoressa». Se il testo di Don Milani, a cui giustamente Balestrini affianca quello di Viale, ha continuato e prosegue tuttora ad essere un importante luogo di confronto e di studio, lo stesso non si può dire per Contro l'università, documento che certo sembra respirare troppo l'aria di quegli anni e finisce quindi per apparire debole e sfocato nelle riletture odierne. Rintracciare le motivazioni di un tale differente andamento non potrà certo essere fatto in questo luogo, ma evidenziare l'assoluta contemporaneità di questo testo rientra invece nelle nostre possibilità.

***

Come è noto gli anni tra il 1967 e il 1968 sono quelli in cui la protesta giovanile raggiunge il suo culmine in tutto il mondo, una protesta accomunata da una serie di intenti rintracciabili nell'antiautoritarismo, nella radicalità e nell'antidogmatismo, una ribellione che si scontra «contro la società gerarchica, che divide il mondo in classi sociali e crea nella vita quotidiana dominati e dominatori, vincitori e sconfitti, emarginati e integrati» scrive Pontremoli nella sua storia della rivista I piacentini. In Italia quasi tutte le università vengono occupate, perché il sapere e la sua trasmissione costituiscono uno degli aspetti più eclatanti di queste distorsioni della società (sono gli anni, per esempio, anche degli studi di Bourdieu sui meccanismi «riproduttivi» della scuola di ogni grado). La natura dei dispositivi di istruzione è, come ben noto, duplice: se da una parte infatti costituiscono il luogo di nascita di una lotta contro l'egemonia in quanto luogo di trasmissione e nascita dei sapere, dall'altra replicano i valori dominanti. È importante però specificare anche un'altra possibile via, quella espressa da Gramsci nei suoi Quaderni, dove la scuola è rappresentata sì come uno dei principali strumenti di egemonia dello Stato e dei ceti dominanti ma è, nello stesso tempo, e anche per questo, il luogo fondamentale dove può maturare una contro-egemonia popolare. Il documento di Viale rientra in realtà all'interno della spaccatura che abbiamo poco sopra delineato: Viale, studente a Torino, fu cercato da Fofi, che lo conobbe tramite i Baranelli, per scrivere questo documento, poiché il vivace animatore dei Quaderni rintracciava nella sua esperienza l'occasione migliore per creare un racconto compiuto della protesta. I giovani sono, secondo gli studenti del movimento, messi gli uni contro gli altri e trattati dai docenti con una vera e propria violenza che sfocia nella prevaricazione e nell'umiliazione. Uno dei punti forti del documento di Viale, ed è anche uno dei motivi per cui ancora oggi costituisce un importante luogo di confronto, sta però nel distaccarsi dalla spesso sterile critica al sistema baronale universitario, andando ad interrogarsi sul luogo di nascita di questa asimmetria che viene rintracciata proprio nelle modalità di trattamento degli studenti che «si radica nel consenso autoperpetuantesi che la scuola e l'Università riescono ad imporre agli studenti attraverso la frammentazione delle loro istanze collettive e mediante la manipolazione dei singoli studenti ormai isolati di fronte all'apparato repressivo». La prima e fondamentale necessità risiede allora in una chiamata all'unità del corpo studentesco che deve essere capace di rispondere compatto ai tentativi di addomesticamento.

***

Il testo Contro l'università si può dividere, seppure in maniera arbitraria, in due parti, in ogni caso organiche e consequenziali: una che racconta gli aspetti più teorici del movimento, l'altra invece che rende partecipi i lettori delle attività in svolgimento all'Università di Torino, precisandone genesi e motivazioni. Il testo accorpa molti documenti del movimento torinese (tra gli altri Didattica e repressione, che insiste sull'asservimento delle università alle industrie che finanziano ricerche, che portano i ricercatori a diventare «dei dipendenti dell'industria commissionatrice») ed è diviso in cinque punti: L'Università come strumento di integrazione, L'autoritarismo, La cultura, L'immaginazione sociologica e Base e vertice. Nella prima di queste, quella forse più teorica ma di una teoria che vive della prassi e dell'osservazione sociologica, Viale scrive che il primo compito del movimento studentesco è quello di smascherare le distinzioni interne alla popolazione universitaria. Dato per certo che al momento dell'inserimento all'università gli studenti sono privi del potere e «sottoposti alla manipolazione dell'autorità accademica», è subito possibile scindere in due grandi gruppi la popolazione studentesca: «per alcuni inserirsi nella struttura di potere dell'università non è che un primo passo del loro inserimento nelle strutture di potere della società, mentre per la maggioranza degli studenti la subordinazione al potere accademico non è che l'anticipazione della loro condizione socialmente subordinata all'interno delle organizzazioni produttive in cui sono destinati a entrare». Se questa era la visione di Viale, ma si può tranquillamente dire di tutti i movimenti studenteschi cinquanta anni fa, quando la popolazione universitaria non toccava certo cifre come quelle odierne, la questione si ripropone, o meglio dovrebbe riproporsi, ancor di più oggi, dove sempre più, in particolare nelle facoltà scientifiche, il percorso accademico non è visto come nient'altro che una tappa obbligata per poi inserirsi negli ingranaggi gonfi e ormai vicini alla rottura, del mercato del lavoro. È dunque ancor più vero quello che scrive Viale poco dopo, e cioè che «per la maggioranza degli studenti […] l'università funziona come strumento di manipolazione ideologica e politica teso a instillare in essi uno spirito di subordinazione rispetto al potere», prova ne sono anche le scelte di determinati campi universitari percentualmente più interessanti per il mondo del mercato.

***

Negli stessi anni, Barbagli e Dei portano avanti le ricerche che confluiranno nell'importante Le vestali della classe media. Ricerca sociologica sugli insegnanti (che uscirà nel 1969 per Il Mulino), che mostrerà come pure nella scuola media inferiore, fresca di una riforma che nelle intenzioni avrebbe dovuto spingere verso una equiparazione degli studenti, il meccanismo non si muove dalle coordinate che divengono lampanti nel mondo universitario, con una resistenza ai cambiamenti in primo luogo degli insegnanti. I risultati della ricerca mostrano come esistano elementi di forte continuità tra il periodo prima della riforma e quello successivo e di come la scuola si presenti, secondo le loro parole, come spazio di «socializzazione alla subordinazione». Ciò che si evidenzia in maniera decisiva è la continuità della discriminazione degli studenti delle classi inferiori, alimentando un processo che evidenzia degli squilibri e addestra i «giovani all'accettazione passiva del sistema sociale esistente», nascondendo ancora una volta la potenziale via d'uscita dallo stallo e perpetrando una continua riproduzione dell'ordine presente.

Su posizioni simili si situano anche gli studi di Bourdieu, che dedica al tema due libri in questo periodo, entrambi con il collega Passeron, I delfini. Gli studenti e la cultura (uscito in Francia nel 1964) e La riproduzione. Per una teoria dei sistemi d'insegnamento (1970). Uscirà poi, in un secondo momento, un altro testo che completa un vero e proprio trittico sui legami tra educazione e potere, dedicato al sistema di reclutamento delle Grandes écoles francesi (La noblesse d'état. Grandes écoles et esprit de corps, 1989). Il punto focale che guida queste ricerche è l'indagine della riproduzione delle strutture sociali nel mondo della scuola che si configura così come lo spazio dove il dominio dello Stato si esercita con grande efficacia. Nel primo dei testi, Borudieu tenta di far emergere il peso che «l'eredità culturale» riveste nelle possibilità di successo degli studenti, in linea così con i dati di Barbagli e Dei, notando come il postulato sull'uguaglianza formale di tutti gli allievi «come condizione del suo funzionamento, non può riconoscere altre differenze che quelle relative alle doti individuali». Bourdieu e Passeron iniziano già a notare la riproduzione dei rapporti tra classi sociali ed educazione, rapporto che indagheranno in maniera ampia, e viene da dire insuperata, in La riproduzione, testo che offre un quadro complessivo circa il ruolo della scuola nel mantenimento dell'ordine sociale: Bourdieu qui afferma con forza, sostenuto da dati certamente inoppugnabili, che la scuola figura nella società contemporanea come luogo di eccellenza della riproduzione sociale, luogo in cui le classi ricevono la loro «consacrazione».

***

Il testo di Viale acquisisce ancora maggiore ricchezza se confrontato ed integrato con le ricerche portate avanti nello stesso periodo da studiosi e sociologi, perché consegna un punto di vista interno, quello di uno studente. Nel passaggio del documento di Viale poco sopra citato, quello che parla dei rapporti tra gli studenti, risiede uno dei momenti più tristemente profetici poiché viene individuata la capacità che questo spirito di subordinazione ha di «cancellare la dimensione collettiva delle esigenze personali e la capacità di avere rapporti con il prossimo che non siano puramente di carattere competitivo». È difficile oggi non vedere la trasformazione dei rapporti, che tendono sempre di più verso quella società di «prestazione», come definita da Han in La società della stanchezza, ovvero verso quel microcosmo di relazioni che, dietro l'apparente illusione di controllo che l'uomo crede di avere su se stesso e su ciò che lo circonda, in realtà mina lo stesso vivere sociale e che lo porta a ripiegarsi su un impegno esclusivo nella soddisfazione individuale.

***

Tra i documenti che vengono da Viale ripresi ed ampliati, riveste un ruolo di primo piano Le commissioni di studio come strumento di contestazione del potere accademico, dove viene espressa la necessità dell'organizzazione degli studenti per liberarsi dalle strutture antiquate dell'insegnamento dove, per esempio, «l'esclusione del dibattito politico e culturale è il logico complemento dell'insegnamento accademico e autoritario. Serve a preparare degli esecutori politicamente disarmati o professionalmente limitati. All'università si impara soprattutto a comandare e a obbedire». Per questo è necessario elaborare nuove forme di comunicazione del sapere in cui la preparazione degli studenti possa essere trasmessa attraverso la discussione senza divenire frutto di un'imposizione autoritaria. Questo nuovo processo conoscitivo deve modificare dunque il tipo di rapporto tra lo studente e il sapere, ma deve anche investire gli argomenti dell'insegnamento e la natura stessa della ricerca: «la ricerca che si svolge all'università italiana non è ricerca ma è, specie nelle facoltà umanistiche, una dimostrazione accademica delle teorie dei “santi protettori”, di dottrine che godono di tanto maggior prestigio quanto più sono conformiste e stereotipe». Le commissioni, attorno a cui si riuniscono persone che desideravano affrontare determinati argomenti esclusi dall'insegnamento universitario, si organizzano allora nella creazione dei celebri contro-corsi. Viale riporta per esempio il lavoro su Psicoanalisi e repressione, con lo studio delle opere di Freud, Malinowski, Marcuse e Adorno, oppure quello di Scuola e società, non nascondendo le incomprensioni interne alle commissioni, in particolare sull'utilizzo di determinati libri, discussioni funzionali però al miglioramento del lavoro.

***

Al documento di Viale seguirono sui Quaderni Piacentini, luogo privilegiato di discussione sull'argomento, risposte e precisazioni importanti come l'articolo Il dissenso e l'autorità di Franco Fortini che indaga con lucidità e acume la natura più intima del movimento e delle proteste, insistendo sul ruolo dello studente , oppure l'articolo di Francesco Ciafaloni Le corporazioni della scienza e la lotta nelle università, sulla realtà delle facoltà scientifiche (è possibile leggere i numeri dei Quaderni Piacentini in rete grazie al prezioso lavoro della Biblioteca Gino Bianco).

Il documento di Viale ovviamente vive degli anni in cui è stato scritto ed è radicato nel clima politico in cui si sviluppò, ma è indubbio che ancora oggi necessita di lettura e studio, proprio perché le questioni indagate da Viale sembrano aver raggiunto oggi un ulteriore livello di preoccupazione, in molti casi trasformandosi in allarmanti prassi nell'educazione.

Malatesta, il “voler essere” come base dell’anarchia

Matteo Moca

Appare purtroppo evidente come l'eredità di Errico Malatesta, sicuramente il più importante tra gli anarchici italiani, certamente uno dei combattenti più strenui per la libertà di ogni uomo, sia oggi alquanto tralasciata ed offuscata. Poche sono le eccezioni, qualche breve e sporadica pubblicazione, tra cui si segnala però il piccolo volume edito da Clichy L'anarchia o Al caffè. Conversando d'anarchia e libertà edito invece da Ortica, e una importante monografia, quasi narrativa, di Vittorio Giacopini, Non ho bisogno di stare tranquillo. Errico Malatesta, vita straordinaria del rivoluzionario più temuto da tutti i governi e le questure del regno. A questo avrà senza dubbio contribuito anche il fatto che Malatesta, proprio per la sua attività militante che costituiva un imprescindibile aspetto non solo del suo pensiero ma anche della sua vita, non ha lasciato un'opera che possa rendere organicamente conto del suo pensiero, disperso piuttosto in una miriade di articoli pubblicati sulla stampa anarchica. Questa occorrenza va però immersa, affinché possa essere compresa, nel tempo storico di Malatesta e anche nel suo pensiero, che in questo si distacca da quello di altri importanti rappresentanti del pensiero anarchico come Bakunin o Kropotkin: laddove questi ultimi si impegnavano duramente per costruire una logica del loro pensiero, Malatesta scelse sempre di mettere questo pensiero in pratica, verificandone così la coerenza e la validità. Questo appare evidente se si scorre la sua biografia, piena di numerosi viaggi e movimenti: nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1853, nel 1872 è tra i fondatori dell'Associazione internazionale dei lavoratori e nello stesso anno interviene, con Bakunin e Guillaume all'atto di nascita del movimento anarchico, intervenendo al congresso a Saint-Imier. Tra il 1877 e l'anno successivo si muove tra Egitto, Francia, Svizzera e Belgio e poi ancora Romania, Inghilterra e Argentina, spesso per sfuggire a condanne ridicole (come quella di «malfattore», accusa inventata dalla magistratura italiana per incastrare mettere fuori gioco gli anarchici). Rientrerà e uscirà dall'Italia continuamente ma sarà uno degli uomini più importanti della Settimana rossa nel giugno 1914 e fonderà prima il quotidiano anarchico Umanità nuova e poi il periodico Pensiero e volontà. Da questa breve e veloce carrellata sulla vita di Malatesta, si intuisce e si comprende meglio la natura dell'anarchismo di Malatesta, incentrata sulla pratica, l'esercizio e il confronto diretto.

Esce adesso per Eleuthera Buon senso e utopia, preziosa raccolta di scritti malatestiani che raccoglie gli interventi risalenti agli ultimi dieci anni della sua vita, curati e introdotti da Giampiero N. Berti. Un libro prezioso nel suo tentativo di riordinare e riunire molti materiali altrimenti introvabili che nel loro scorrere danno vita ad un ritratto importante del pensatore napoletano e rendono giustizia all'operazione più importante compiuta da Malatesta, quella di separare l'anarchismo da qualsiasi altra ideologia o corrente, sia essa comunista o rivoluzionaria, e a dare ad esso una costituzione specifica e distinta.

Partendo da una distinzione netta tra l'anarchia, ovvero il fine, e l'anarchismo, ovvero il mezzo, Malatesta può lecitamente aspirare a slegare i fini anarchici dalle tendenze e i significati storici del presente, in continuo mutamento e quindi di impossibile messa a fuoco definitiva, a favore di un'universalità del fondamento: «l’anarchia – scrive Berti nella sua appassionata e approfondita Introduzione – non è fondata su un essere, né su un dover essere, ma su un voler essere: in questo modo essa ha un respiro universale». Il voler essere è costituito dalla libertà e così «la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà – vale a dire i valori costitutivi dell’anarchismo – non sono proposizioni subordinate una volta per tutte a spiegazioni scientifiche, ma giustificazioni etiche dell’agire umano volto verso il futuro». Questi ideali cardine sono allora per Malatesta espressione insopprimibile di una valenza universale e sono rintracciabili nelle abitudini e nei comportamenti umani guidati da amore e preoccupazione per l'altro: per comprendere ancora meglio i movimenti del pensiero di Malatesta si possono prendere in prestito le parole di Colin Ward in Anarchia come organizzazione (edito sempre da Eleuthera), quando il pensatore inglese scrive che una società anarchica, cioè una società che si organizza senza l'autorità «esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suo sprechi, del privilegio, del nazionalismo e delle religioni».

In alcuni dei testi più importanti di Malatesta, che non a caso aprono la prima sezione di Buon senso e utopia sotto il titolo di Anarchismo e anarchia, viene messa in luce la più alta espressione etica dell'anarchia, ottimo antidoto per chi al suono di questa parola non riesce a fare altro che a storcere il naso: anarchia è un ideale, una meta forse mai pienamente raggiungibile ma che per sua natura tende agli ideali di libertà ed eguaglianza: «Noi ci vantiamo di essere soprattutto ed innanzi tutto propugnatori di libertà: libertà non per noi soli, ma per tutti; libertà non solo per quello che a noi sembra la verità, ma anche per quello che può essere o parere l'errore». E ancora, poco dopo, evidenzia un punto fondamentale del suo pensiero, ovvero quel legame cardine tra la libertà individuale e gli altri: «Noi reclamiamo semplicemente quella che si potrebbe chiamare la libertà sociale, cioè l'uguale libertà per tutti, un'uguaglianza di condizioni tale che permetta a tutti di fare il proprio volere col solo limite imposto dalle ineluttabili necessità naturali e dalla uguale libertà degli altri».

Un libro ricchissimo questo curato da Berti, dove chiunque può addentrarsi nel pensiero di Malatesta, troppo spesso dimenticato, e, più in generale, nel pensiero dell'anarchismo e dell'anarchia. I testi di Malatesta non sono solo uno strumento utile per una rilettura del secolo passato, ma aprono altresì inquietanti scenari sulla nostra contemporaneità, come accade per esempio leggendo il capitolo finale dedicato al fascismo e ai presupposti dei governo totalitari.

Errico Malatesta

Buon senso e utopia

Eleuthera

a cura di Giampiero N. Berti

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.