Scott, come lo stato ci guarda

Matteo Moca

Nella sua Introduzione a Lo sguardo dello stato, pubblicato in questi giorni da Elèuthera, l'antropologo James C. Scott scrive: «questo libro è nato da una divagazione intellettuale divenuta così avvincente da indurmi ad abbandonare del tutto l'itinerario originario». Obbediscono infatti a questo andamento centrifugo e trascinante i saggi che si susseguono in questo nuovo e prezioso volume curato da Stefano Boni, che conferma ancora volta, se mai ce ne fosse bisogno, l'importanza dell'opera di Scott.

Il nucleo centrale del suo lavoro si sviluppa attorno al dislivello, alle sue cause e alle sue conseguenze, tra chi esercita il potere centrale e chi invece si trova a subirlo, siano essi gruppi vernacolari, minoranze o popoli dell'antichità. Testimonianza decisiva di questo lavoro di scavo è Il dominio e l'arte della resistenza. I verbali segreti dietro la storia ufficiale (sempre pubblicato da Eleuthera) dove Scott legge e interpreta i comportamenti codificati tra i dominanti e i dominati, mettendo in luce come essi siano ammantati dall'inganno e dal conflitto, producendo un documento unico per arrivare a comprendere quelle che sono le forze che regolano i principi di subordinazione ma anche quelli della rivolta e della resistenza, che si condensano proprio nei «verbali segreti del titolo» e nei sistemi di organizzazione occulti. Anche questo nuovo Lo sguardo dello stato si assesta su simili versanti, con la sua analisi della storia minuta, una microstoria che Scott ricostruisce attraverso lo spoglio e il confronto di documenti di archivio e documentazioni archeologiche, e con lo studio della vita quotidiana: come scrive Boni nella sua Introduzione, sono questi due elementi a permettere all'antropologo di mettere addirittura in crisi le grandi impalcature ideologiche del ventesimo secolo e a dare dignità a categorie solitamente ignorate dalla storiografia ufficiale, che tende a identificare la creazione dello Stato come il momento centrale e fondamentale per il progresso della civiltà, quando «Scott – scrive Boni – ci racconta anche la visione e le attività di quelli che hanno lottato contro lo stato, sia dal suo interno, elaborando forme di resistenza spesso invisibili, sia al suo esterno, organizzandosi per neutralizzarne l'espansione».

I saggi che compongono questo voluminoso Lo sguardo dello stato, che ha subito anche emendamenti del curatore in accordo con l'autore, attraversano aree geografiche differenti e distanti tra loro, come tutta l'opera di Scott, e vivono di una grande sinergia tra campi di studi diversi che coinvolgono l'antropologia ovviamente, ma anche le scienze politiche e la sociologia, materie piegate alla soddisfazione di domande urgenti senza mai cadere in un abuso teorico infruttuoso. Si tratta di un'indagine sulle modalità con cui lo Stato guarda alla società per poter controllare ogni cosa: ma questa forza organizzatrice dello stato, che si condensa nella creazione di mappe, nella decisione dell'utilizzo di cognomi fissi, negli elenchi catastali o nell'adozione di precise unità di misura, è stata ovviamente portatrice di uno sconvolgimento delle pratiche vernacolari e antiche, quelle fondate sull'esperienza (ciò che Scott definisce metis) e radicate nella popolazione. Si assiste dunque a uno scontro tra la semplificazione tentata dallo Stato, unica via per poter comprendere e controllare tutto, aspetto che Scott mette felicemente in comunicazione con le riduzioni cartografiche che «non raffiguravano punto per punto l'attività reale della società che illustravano: ne rappresentavano soltanto la fetta che interessava all'osservatore ufficiale», e la complessità radicata nell'organizzazione vernacolare e dei piccoli gruppi. Scott si chiede come «erano riusciti gli Stati ad assumere gradatamente il controllo dei propri sudditi e dei loro ambienti», e questo libro è un nuovo tentativo, organico e complesso, di dare una spiegazione a questo interrogativo anche perché così la standardizzazione di pesi e misure, l'uniformazione della lingua, la pianificazione urbana e l'organizzazione delle reti assumono un nuovo e decisivo significato capace di spiegare anche gli «episodi più tragici di questa ingegneria sociale messa in atto dallo Stato».

Questo libro dunque inserendosi nella scia di studi diversi e importanti sui dispositivi di potere dello Stato, come quelli di Foucault per esempio, aiuta a comprendere le sue dinamiche di controllo e la natura della sua egemonia verso i cittadini: certo oggi queste forme di controllo hanno assunto nuove forme, dai mass media ai social network, ma questo libro funziona comunque anche come un ottimo viatico per comprendere il percorso che arriva alla nostra contemporaneità. Scott, come Boni annota nell'esaustiva e completa postfazione intitolata Lo sguardo dello Stato agli esordi del Ventunesimo secolo che si concentra anche sulla situazione italiana odierna, affronta un nodo centrale «per il nostro futuro non solo di studiosi ma di soggetti politici» poiché «la minuziosa genealogia illustrata è un apporto indispensabile per mettere a fuoco l'invasività contemporanea dello Stato come contingenza storica». La grande importanza di questi saggi, la loro rivelazione, si situa proprio negli strumenti di lettura che essi sono sono in grado di offrire per comprendere al meglio le forze che hanno portato lo Stato a prevalere oggi in maniera totalizzante, in particolare attraverso l'uso di tecnologie che garantiscono una leggibilità vasta del popolo. Proprio su questo punto insiste a lungo Scott, che palesa i numerosi sforzi compiuti dallo Stato per raggiungere tale obiettivo e l'importanza delle informazioni che permettono la messa in pratica di queste forme di controllo.

James C. Scott

Lo sguardo dello stato

Elèuthera

pp. 495 euro 22

Alfadomenica #5 – dicembre 2018

Teatro, arte, giochi e tantissimi libri: con un sommario molto ricco, come è consuetudine, chiudiamo il 2018 e ci diamo appuntamento alla prima domenica del 2019. Prima di congedarci e di augurare a tutti, voi e noi, un nuovo anno migliore di quello che finisce, raccomandiamo ancora una volta a chi può e vuole (tanti, speriamo) di fare o rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta, luogo di incontro fra i lettori e strumento di sostegno per la rivista. Un sostegno minimo, dal momento che quasi tutto il lavoro grazie al quale ogni settimana viene realizzato Alfadomenica si inscrive nell'ambito della militanza intellettuale e culturale; un sostegno prezioso perché ci consente di coprire alcune spese essenziali; un sostegno che ci conforta nei momenti in cui ci chiediamo il senso del nostro lavoro. E adesso, buon anno nuovo, buona lettura!

Il sommario

Claudio Canal, Mbembe, pensare il mondo a partire dall'Africa

Matteo Moca, La decolonizzazione dello sguardo

Fabrizio Patriarca, Philip Roth, come scrivere l'America a se stessi

Arianna Agudo, Barocco, onirico, rizomatico, pop. Storia e storie del videoclip musicale

Maria Grazia Calandrone, La stessa barca

Letizia Paolozzi, Lia Migale, il "destino femminile" gettato alle ortiche

Marie Rebecchi, Tomás Saraceno, i sentieri dei nidi di ragno

Renata Savo, Macbettu, tra culto e innovazione

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Passaggi di tempo 2018

La decolonizzazione dello sguardo

Matteo Moca

Il pensiero post-coloniale ha conquistato negli ultimi anni uno spazio importante all'interno di discussioni trasversali che attraversano la letteratura, la storia e la filosofia, fornendo nuovi modelli per dare voce ad una cultura che, fino a quel momento, rivestiva un ruolo secondario, se non ne possedeva proprio uno. Uno degli esponenti più importanti di questo campo di studi è Achille Mbembe, autore del fondamentale Necropolitica (edito in Italia da Ombre Corte) e di altri saggi tutti tesi a indagare il ruolo che l'Africa può rivestire nella cultura mondiale (il recente Emergere dalla lunga notte. Studio sull'Africa decolonizzata pubblicato da Meltemi, di cui si parla in queste pagine, rappresenta un luogo di confronto imprescindibile). Lavora al fianco di Mbembe il filosofo ed economista Felwine Sarr, importante punto di riferimento già per gli studiosi in lingua francofona e di cui è oggi è possibile leggere Afrotopia, tradotto e curato da Livia Apa e pubblicato dalle Edizioni dell'Asino (nella collana emblematicamente intitolata “I libri necessari”). Leggendo i vari saggi che compongono questo volume, si può disporre di un decisivo compendio di alcuni luoghi cardine del pensiero postcoloniale e questo risulta massimamente importante: in un periodo come quello che viviamo oggi, dove l'Africa e ciò che le si muove intorno è sempre all'ordine del giorno, ma la xenofobia e l'ignoranza sono i sentimenti più comuni, questo libro restituisce alla questione la sua intrinseca complessità (parola questa tanto lontana da molti ragionamenti contemporanei), mettendo sul tavolo questioni di cruciali importanza non solo per capire la nostra contemporaneità, ma anche per riuscire a muovervisi correttamente. Afrotopia invita il lettore a raddrizzare il suo sguardo sulle vicissitudini del continente africano e riesce a farlo rimettendo in discussione gli schemi preconcetti, le percezioni che spesso sono svincolate da una reale conoscenza della realtà oggettiva, con una lingua e uno stile che, come nota Apa nella sua introduzione, in alcuni momenti si avvicinano davvero ad un'ispirazione letteraria e, a tratti, poetica.

L'urgenza che muove Sarr nella scrittura sembra essere quella di contestare discorsi che da secoli sono fatti sull'Africa, ragionamenti fitti di stereotipi che mirano sempre alla ripetizione dello stesso pensiero, quello che vede nel continente africano uno spazio per la proiezione dei fantasmi occidentali, ma soprattutto discorsi attraverso i quali ci si arroga il diritto di prescrivere come organizzare i suoi luoghi e le sue politiche economiche e sociali. Luogo di partenza è allora la contestazione del doppio movimento che contraddistingue attualmente i discorsi sull'Africa: da una parte una «retorica dell'euforia e dell'ottimismo» che porta a dire che «il futuro è africano», con prospettive buone sulla crescita economica che portano a definirlo «il futuro Eldorado del capitalismo mondiale», ma anche in questo caso si tratta di sogni prodotti da altri, come sottolinea Sarr, «una notte di sonno in cui i principali interessati non saranno però invitati al sogno collettivo». Ma si parla, appunto, di prospettive future e l'altra faccia della medaglia è rappresentata proprio da questo, dalle profonde lacune dell'oggi e dalla «costernazione davanti a un presente che sembra caotico e attraversato da diverse convulsioni». La via che suggerisce Sarr è quella di promuovere la nascita di un nuovo pensiero sull'Africa che parta dall'Africa, che faccia propria la necessità di ricollocare la discussione e il dibattito sulle prospettive future «partendo – scrive Apa nella sua Introduzione – dal rispetto del patrimonio di chi abita il continente». Per poter però raggiungere questa nuova e libera prospettiva appare vitale decolonizzare lo sguardo che si posa sull'Africa approntando un nuovo progetto che non deve necessariamente e continuamente confrontarsi con le aspettative che vengono prodotte e imposte da altri. Il saggio che apre il volume, emblematicamente intitolato Pensare l'Africa, si chiude proprio con l'augurio di mettersi alla prova in questa nuova sfida che consiste «nell'articolare un pensiero che affronti il destino del continente africano, osservandone la politica, l'economia, il sociale, i simboli, la creatività artistica ma anche identificando quei luoghi da cui vengono enunciate nuove pratiche e nuovi discorsi in cui si elabora l'Africa che sta per arrivare». Pare scontato, ma per fare questo al centro del pensiero e delle preoccupazioni deve stare l'uomo, che deve precedere le logiche economiche ed ergersi come indiscusso protagonista di questo nuovo progetto di civiltà.

I saggi che seguono tentano di definire i confini di questo ragionamento, attraversando i più diversi campi del sapere, non arroccandosi mai su un secco e arido tono accademico. Uno dei risvolti certamente più interessanti del lavoro di Sarr, risiede anche in una riflessione sulla natura delle questioni migratorie, argomento che riveste oggi una posizione centrale. Se uno dei fili rossi che lega questi saggi sta proprio nel confronto tra la crisi del sistema economico mondiale e la situazione dei paesi che occupano la zona Sud del mondo, che paiono paradossalmente avvantaggiati da questa stessa crisi e desiderano raggiungere la posizione dei paesi occidentali, la grande sfida che si propone Sarr, come ha raccontato in un'intervista a Carlo Mazza Galanti pubblicata su Il Tascabile e come emerge dalle pagine di Afrotopia, è quella di dare consapevolezza dell'inconsistenza del desiderio di ripetere la storia dell'Occidente. Per fare questo Sarr prova a variare la prospettiva dello sguardo verso un Occidente al collasso: in questa situazione esso non può stagliarsi come unico elemento di paragone, anche alla luce della necessità di un ampliamento e una diversificazione delle opportunità che le realtà africane possono offrire e di cui l'autore si fa promotore.

Felwine Sarr

Afrotopia

traduzione e cura di Livia Apa

Edizioni dell'Asino

pp. 131, euro 15

La Storia, le storie: Vuillard, Åsbrink, Sales

Matteo Moca

Nel suo saggio fondamentale Il romanzo storico, Gyorgy Lukacs scrive che questo particolare tipo di romanzo deve contenere al suo interno la storia di un popolo. È nota però la natura multiforme di questo genere, che fugge continuamente dalle maglie strette della teoria per allontanarsi verso modalità molto differenti tra loro. Una di queste però sembra essere quella in grado di parlare in maniera più onesta e necessaria, quella che prende il proprio punto di vista dagli ultimi, personaggi semplici e comuni che subiscono il corso della storia. «Uno scandalo che dura da diecimila anni» definisce Elsa Morante la storia nel romanzo del 1974, affrontandola di petto, attraverso personaggi immaginari, ma verosimili (Manzoni docet), che si trovavano travolti dalla Storia ufficiale, quella che non risparmia nessuno e che viene ricordata dalla scrittrice con le pagine che anticipano ogni capitolo e ricordano le tragedie comuni a tutti.

Ci sono tre libri, recentemente pubblicati, che con coraggio propongono un punto di vista simile riguardo al racconto storico e che, nonostante le ovvie differenze del soggetto e di stile, consegnano al lettore un materiale poco rassicurante e addomesticabile, gettandolo in pieno in una riflessione non solo sul racconto che la letteratura può fare degli eventi, ma anche sull'ombra lunga, e mai arrestabile, delle conseguenze della storia. Si tratta del romanzo di Eric Vuillard, L'ordine del giorno, pubblicato dalle edizioni E/O con la traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca che racconta le combinazioni degli interessi economici nella nascita della Germania nazista, 1947 di Elisabeth Åsbrink (Iperborea con traduzione di Alessandro Borini), che si concentra sui fatti di un anno cruciale nella storia mondiale e, infine, Incerta gloria di Joan Sales (finalmente pubblicato da Nottetempo dopo una travagliata vicenda editoriale, con la traduzione di Amaranta Sbardella) che situa la sua materia attorno all'anno 1937 e alla guerra civile spagnola. Come si vede le differenze geografiche sono evidenti e notevoli, ma questo attribuisce a questi testi, e alla successiva riflessione, un'ulteriore ricchezza, quella di rendere questo materiale esteso e quasi universale, non rimanendo quindi chiuso tra i confini nazionali ma spalancando invece le porte su un ragionamento necessario sulle possibilità che il romanzo, o altre forme ibride, ha di raccontare la storia.

Il romanzo di Vuillard, vincitore del premio Goncourt 2017 e costruito su una scrittura millimetrica ed evocativa che non perde niente con la traduzione in italiano, si apre su un incontro, realmente avvenuto, tra importanti industriali tedeschi e Hitler, occasione per stipulare un patto economico a sostegno dell'ascesa del Fuhrer, e si chiude con alcuni frammenti successivi al processo di Norimberga, ovvero dopo che tutta la violenza tedesca si è riversata nell'Europa e nel mondo. Nel mezzo ci sono l'invasione dell'Austria, le violenze e le persecuzioni, in una serrata dialettica tra i ricchi industriali e politici che si muovono in sontuosi palazzi, e i poveri cittadini, questi senza nome a differenza degli altri, che subiscono le conseguenze di ciò che da altri è stato deciso e concordato. Ma in questo libro Vuillard fa un ulteriore scatto in avanti, scegliendo come protagonista principale la Storia, che necessita di essere raccontata dalla letteratura. In un racconto che fonde la storiografia, moltissima, il romanzesco, assai meno, Vuillard riesce a tratteggiare un ritratto di questo gigante protagonista intrecciando politica, economia e società, mettendone in luce i pericoli e i rischi: ciò che infatti scorre tra le pagine di Vuillard, e che viene sapientemente trasmesso al lettore, è la consapevolezza che la storia, questa terribile storia, possa continuamente replicarsi, con la coscienza che il potere, della tipologia di quello che si insinua tra queste pagine, sia in grado anche di controllarla e aggiustarla secondo le sue esigenze.

Il libro di Åsbrink, scrittrice e giornalista svedese, si concentra invece su un unico anno, il 1947 del titolo appunto, che diventa luogo di un vertiginoso racconto che riesce a condensare la politica e la grande storia con gli eventi quotidiani, creando così un materiale per certi versi simile a quello della Storia di Elsa Morante. Il 1947 è un anno non così presente e discusso, ma Åsbrink dà ad esso, e con ragione, un'importanza decisiva: si tratta infatti dell'anno in cui esplode la guerra fredda, in cui l'ONU riconosce lo stato di Israele e viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, pubblicata l'anno successivo, ma è l'anno anche in cui si inizia a prendere coscienza della rovina e delle violenze della seconda guerra mondiale, in particolar modo dell'entità della soluzione finale hitleriana. E così, mentre reti clandestine oscure tentano di mettere in salvo alcuni gerarchi razzisti, gruppi di profughi ebrei si muovono per tutta l'Europa in cerca di un luogo dove trovare una nuova casa: tra questi c'è anche il padre della scrittrice (e da qui un'attenzione particolare nel libro alle vicende ebraiche e a personaggi fondamentali come Primo Levi, Nelly Sachs o Paul Celan), uno dei tanti uomini comuni, sconfitti, che cercano di ricomporre la propria vita. Ma l'intreccio di più storie dà a questo libro un alone europeo e universale, riportando in vita non solo il 1947 della famiglia Åsbrink, ma tanti 1947 quanti sono gli uomini che si muovono nel libro, tutti egualmente messi alla prova dalla Storia.

Incerta gloria infine, uno dei romanzi più importanti della letteratura catalana, è ambientato nel 1937, nel pieno della guerra civile spagnola, altro momento centrale del Novecento, quando praticamente tutta la Spagna è coinvolta in una guerra fratricida. Sales sceglie un punto di vista ben preciso, quello dei perdenti, ed entra perfettamente in tutti i risvolti del conflitto, siano essi etici, civili, politici e sentimentali. I protagonisti del romanzo sono tre, Lluis Brocà, Juli Soleràs e Cruells, tutti coinvolti nel complicato intreccio romanzesco, e il libro rappresenta una rivendicazione importante circa il ruolo della letteratura nella ricostruzione di un'identità nazionale, quella della Catalogna per Sales, devastata dalle vicissitudini della Storia. Incerta gloria è un oggetto multiforme, che unisce il racconto della storia, della guerra e delle relazioni umane, finendo per provocare una riflessione profonda sulla gioventù, l'amore e la spiritualità. Ancora una volta c'è la Storia e ci sono le storie dei protagonisti, amici la cui relazione finirà per complicarsi nel triste panorama della guerra. Il titolo del romanzo rimanda alla mente alcune battute shakespeariane, l'incerta gloria di un giorno di aprile, con il suo alternarsi tra la luce del sole e l'ombra delle nuvole. La nuvola di cui parla Sales è quella che va a coprire un'intera generazione, quella dei protagonisti, costretti come l'autore alle difficoltà e alla censura, cancellati dall'autorità e dal potere; ma a questa rimozione forzata può lavorare la letteratura come motore, onesto e importante, di una rifondazione.

Eric Vuillard

L'ordine del giorno

E/O

traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 144, euro 14

Elisabeth Åsbrink

1947

Iperborea

traduzione di Alessandro Borini

pp. 320, euro 18

Joan Sales

Incerta gloria

Nottetempo

traduzione di Amaranta Sbardella

pp. 608, euro 28

In una tempesta di merda i germi della possibilità

Matteo Moca

In quel piccolo e aureo libretto Che cos'è il contemporaneo?, che non ci si dovrebbe mai stancare di rileggere, e ancor di più in tempi come questi, Giorgio Agamben si cimenta nel difficile tentativo di individuare una possibile chiave di lettura per la nostra epoca. Ci sono un paio di estratti da tenere a mente, riduttivi in confronto all'opera, ma certamente indicativi rispetto ad una via da seguire: «Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità» scrive Agamben, oppure, poco dopo, che «tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri». C'è infine un passaggio che recita che «contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo» ed è in particolare quest'ultimo a saltare alla mente leggendo il nuovo libro di Franco Berardi Bifo Futurabilità, pubblicato dalla casa editrice Nero nella collana Not (anch'essa strumento di grande aiuto per leggere la nostra epoca), traduzione, con aggiustamenti, dell'edizione inglese Futurability. The age of Impotence and the Horizon of Possibility (Verso Books, 2017). Il legame tra il libro di Agamben e questo sorge perché Berardi, con la forza dialettica ed evocativa che gli è propria, non solo guarda con intensità il fascio di tenebre del nostro tempo, ma squaderna davvero un pensiero nuovo per studiare la contemporaneità, un pensiero che non si nutre di alcuno spettro del passato (e non a caso in uno dei passaggi più duri del libro Berardi, sulla stessa scia di Agamben, scrive che «se vogliamo trovare una via di uscita, dobbiamo guardare la bestia negli occhi»). In Futurabilità, libro estremamente ricco di suggestioni e chiavi di lettura innovative, certo non ci saranno le risposte a tutte le questioni che solleva e che il presente richiede, ma certo è possibile rintracciarvi luoghi di grandissimo interesse da cui muovere: «La sola cosa che possiamo fare – oltre a non perdere mai il buon umore e l’ironia – è forgiare concetti per la comprensione del mondo che sta emergendo, per quanto orribile esso sia. Nel breve tempo di vita che rimane alla mia generazione, altro non resta che consegnare al futuro la possibilità di vita felice che rischia di essere seppellita dalla tempesta di merda. E capire, nel pieno di questa tempesta, dove covino i germi della possibilità».

Il punto da cui parte la lettura di Berardi è che i popoli, intrappolati nella loro impotenza, colpiti dalle forze convergenti del discorso libertario e dalle falle, ben nascoste, della tecnologia digitale, «hanno perso la calma». In questa nuova sfera in cui trovano a muoversi gli individui, la forza solipsistica identitaria e una stagnante cultura di appartenenza al proprio gruppo hanno sostituito qualsiasi afflato di solidarietà sociale, azzerando completamente le eredità dell'umanesimo, del rinascimento, dell'illuminismo e anche del socialismo (su quest'ultimo punto Berardi va molto in profondità, rileggendo in questa chiave anche i successi del discorso politico di Trump, Putin, Salvini e Orban). Nell'età dell'impotenza in cui l'uomo si trova a vivere oggi, sballottato tra i mondi incomprensibili della finanza globale e di una guerra permanente a bassa intensità che ha luogo nella vita quotidiana («l’incontro privo di sorriso nello spazio metropolitano, la violenza incessante dell’economia»), è evidente a tutti l'esigenza di un cambio di paradigma radicale ma esso sembra impossibile non solo da raggiungere, ma anche da pensare (su argomenti simili si attesta anche un altro libro piccolo e molto denso di Berardi uscito recentemente per DeriveApprodi, Il secondo avvento. Astrazione, apocalisse, comunismo, che rilegge l'attuale divenire del mondo secondo la metafora dell'apocalisse). A peggiorare ancora di più questo tipo di situazione è, secondo Berardi, la morsa duplice che stringe il mondo, cioè da una parte le forze del neoliberismo e dall'altra il nuovo ordine dei vari governi come quello di Orban e di Trump («sono tutti politici di cultura mediocre che annusano la possibilità di guadagnare potere incarnando la volontà di potenza della razza bianca all’inizio del suo declino»). Per analizzare la complicata questione qui rapidamente delineata, Berardi si affida a tre concetti, che sono poi le tre grandi sezioni in cui il libro è diviso, secondo lui mezzi in grado di aiutare la comprensione del presente e quindi fornire gli strumenti adatti per un suo cambiamento. Essi sono la «potenza», ovvero la volontà che piega e sottomette il possibile per ridurlo all'ordine («una potenza che può dispiegarsi solo quando il corpo diventa movimento»), il «potere» ovvero la scelta di un preciso campo di azione («chiamo potere la condizione di imposizione temporanea di un piano di possibilità, a sua volta selezionata tra molti piani di possibilità») e infine la «possibilità», che per trovare attuazione necessita di una potenza che permetta al soggetto di dispiegarla.

La secca in cui imperversa il mondo descritto da Berardi sembra però nascondere una possibilità di ribaltamento e soluzione: punto nodale deve essere la Silicon Valley, non intesa solamente come sfera di produzione in cui milioni di «semi-operai cooperano per la costruzione dell'automa di rete», ma come una rete vivente di legami e relazioni tra i lavoratori, anch'essi immersi in un variegato sistema di diverse condizioni sociali. Berardi chiude il suo libro con un'immagine assai evocativa: scrive che è necessario guardare alla Silicon Valley con lo stesso sguardo con cui Lenin guardava le officine Putilov nel 1917 o come veniva vista, negli anni Settanta, dagli autonomi, la Fiat Mirafiori, ovvero «come il nucleo centrale del processo di produzione, come il posto in cui il livello più alto di sfruttamento incontra la più alta potenza di trasformazione». È necessario allora un risveglio etico e una comune coscienza solidale dei «neuroproletari» per riuscire a scorgere le luci lontane della Futurabilità del titolo, «la molteplicità di possibili futuri immanenti: un divenire altro, che pure è inscritto nel presente».

Franco Berardi Bifo

Futurabilità, Nero 2018

pp. 246, euro 20

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it

Bouveresse, il progresso come falso movimento

Matteo Moca

Quando Giacomo Leopardi nella Ginestra parla di «magnifiche sorti e progressive», come è noto commenta sarcasticamente lo splendido e brillante futuro che attende l'uomo. Già da quel momento, e anche prima in realtà, il termine «progresso» ha iniziato ad avere un significato preciso, connotato non solo dal continuo avanzamento delle conoscenze e delle potenzialità, ma, in maniera assoluta, da un'acquisizione per l'umanità di forme di vita sempre migliori, con un incremento continuo e inarrestabile, per esempio, del benessere economico e della libertà degli individui. Questa «fiumana del progresso» sembra non smettere mai di ingrossarsi e inglobare parti di popolazione, ma in verità, a osservare la nostra realtà con occhio critico e partecipe, non è difficile scorgere come questo sia solo un falso mito, destinato però a durare nel tempo: una forma di resistenza importante se si pensa che il pensiero postmoderno, che ha da tempo intriso di sé la nostra contemporaneità, ha già smontato una a una le grandi narrazioni della modernità.

Su questa vuota resistenza si inserisce Il mito moderno del progresso. Filosoficamente considerato, nuovo libro di Jacques Bouveresse da poco tradotto in Italia da Alberto Folin per Neri Pozza. Il libro del filosofo del linguaggio francese, noto almeno per l'importante Filosofia, mitologia e pseudoscienza. Wittgenstein lettore di Freud (Einaudi), è un'acuta analisi della storia del termine e del suo utilizzo non solo nella filosofia o nella letteratura, ma anche nei discorsi e nelle orazioni di uomini politici o tecnocrati di oggi, economisti o imprenditori, convinti che esso non rappresenti una speranza ma un obbligo a cui attenersi: «il dovere di servire il progresso è, insomma, la vera e propria parola d'ordine del nostro tempo, la fede da fare propria per non incorrere nell'esclusione da ogni agire pubblico». I fari che guidano la lettura di Bouveresse sono soprattutto Karl Kraus, Robert Musil e Ludwig Wittgenstein: attraverso un confronto serrato con le loro opere, Bouveresse può discutere e interrogare non la nozione di progresso in sé, quanto, come recita il titolo del libro, il suo mito. Risultano illuminanti le parole che Karl Kraus scrisse per un articolo del 1909, dove il progresso finisce per assumere semplicemente il valore di una nuda forma a favore di una trasformazione in slogan o cliché: «il progresso – scrive Bouveresse sulla scia di Kraus – non è un movimento, ma uno stato, e uno stato consistente nel sentirsi spinti in avanti, qualunque cosa si faccia, senza per questo necessariamente avanzare». Ciò che porta all'esasperazione Karl Kraus non è tanto l'idea di progresso in sé, che nulla ha di negativo o fastidioso, quanto «le forme di idolatria che essa suscita, e quella specie d’isteria sollevata all’epoca nei giornali dalle performance della tecnica o dalla realizzazione di prodezze come la conquista del Polo Nord», così come per il Wittgenstein delle Note sul Ramo d'oro ciò che provoca insofferenza è il sentimento di superiorità che l'uomo moderno prova nei confronti dei suoi predecessori, e di come non sia «per niente impressionato dalle prestazioni e dallo spettacolo ai quali tende attualmente a ridurre sempre di più la realtà di ciò che viene chiamato “progresso”».

Questa dotta, acuta e profonda analisi di Bouveresse trova un suo importante precipitato, seppur con le naturali differenze che nascono dalla natura dei due libri, in La conoscenza e i suoi nemici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia, aureo e prezioso saggio di Tom Nichols pubblicato da Luiss University Press con la traduzione di Chiara Veltri. In questo libro sembra infatti di scorgere le conseguenze del ragionamento di Bouveresse, con l'effettivo progresso tecnologico, quello che ci permette, per esempio, di accedere ad una quantità di informazioni senza precedenti, che però non porta alla nascita di un nuovo Illuminismo su di esso basato, quanto alla nascita di una nuova «era dell'incompetenza» e ad una sorta di «egualitarismo narcisistico» che pare avere la meglio sul sapere consolidato. Si tratta allora di una replica del meccanismo che mette in luce Bouveresse: davanti ad un progresso reale, ed è impossibile non definire tale quello tecnologico odierno, l'uomo non solo si accontenta della sua «idea», del «sentirsi spinto in avanti», ma è attraverso questa idea e non attraverso un suo reale sfruttamento, che osserva e discute il mondo. In questo libro, la tesi di Nichols, supportata da una grande mole di studi e di letteratura, è tanto semplice quanto potente: nonostante nel discorso pubblico la distanza tra gli esperti di qualsiasi materia e i profani cresca sempre di più, cresce con altrettanta preoccupante velocità anche la sfiducia che i comuni cittadini sentono verso gli intellettuali, una sfiducia che nasce proprio da quelle potenziali fonti di conoscenza che però, alla fine, non si rivelano tali: «Nell'era dell'informazione, non esiste una discussione irrisolvibile. Ciascuno di noi se ne va in giro portando con sé un accumulo di informazioni, su uno smartphone o su un tablet. […] Internet ha accelerato il crollo della comunicazione tra esperti e profani offrendo un'apparente scorciatoia per l'erudizione».

«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo» ha scritto Giorgio Agamben, ma ciò che mettono in luce questi due libri è come questo sguardo debba essere profondo e soprattutto guidato da un «pensiero lungo» capace di investigarne genesi, natura e caratteristiche. Contro il falso mito del progresso, continuamente e vuotamente sbandierato nelle scienze, nella cultura e nella politica, e contro l'era della disinformazione e dell'uno vale uno, i libri di Bouveresse e Nichols sono degli ottimi antidoti per acquisire gli anticorpi necessari a resistere e tentare di cambiare rotta.

Jacques Bouveresse

Il mito moderno del progresso. Filosoficamente considerato

traduzione di Alberto Folin

Neri Pozza

pp. 110 euro 12,50

Schulz e Permunian, lo scrittore come biologia militante

Matteo Moca

Quando si opera con i mezzi della critica letteraria, quale statuto assume il rapporto tra il testo critico e quello dell'autore studiato? Il confine, se l'operazione critica riesce nel suo scopo, si fa sempre più labile, quasi come se si puntasse a una sorta di sovrapposizione, forse compiuta solo nel momento in cui il desiderio del critico viene soddisfatto da una perfetta aderenza all'opera. La nuova collana di Aragno, Pietre d'angolo, curata da Andrea Cortellessa, riesce con successo a mettere in scena questo dialogo, giocando con l'aspetto grafico, ad opera di Maurizio Ceccato, e, ovviamente, con i testi stessi. I libri hanno due facce e due copertine e possono essere sfogliati da entrambe le parti poiché i due testi si fronteggiano, capovolti, come in un corpo a corpo. I primi due titoli della collana danno bene la misura di questa operazione: il primo lega Francesco Permunian e Bruno Schulz, il secondo invece Gabriele Frasca e Dziga Vertov. Seppure lo scopo dei due libri sia il medesimo, le impostazioni degli autori danno una cifra stilistica unica a ognuno dei volumi: il testo di Permunian unisce l'abilità narrativa a una appassionata ricerca filologica e quello di Frasca invece, attraverso una «spirale-labirinto», per usare le parole di Cortellessa, si muove vertiginosamente tra la scrittura di Joyce, di Vertov e dell'autore stesso. L'altra parte del volume, pure se in realtà a un certo punto ci si interroga su quale sia il discrimine tra le due tanto fitto è il dialogo, è dedicata rispettivamente a testi di Schulz e Vertov.

Il testo di Permunian si intitola La plasmabilità artistica del cartone e il suo impiego nella scuola e immagina l'incontro tra un allievo di Schulz, a cui lo scrittore ha insegnato negli anni tra il 1934 e il 1939, e un professore di italiano, curioso e intelligente. La conversazione («Anche se, in realtà, sembra che egli stia parlando alle ombre del suo passato» annota l'ascoltatore) avviene in una strada di Drohobycz, a pochi passi da dove Schulz fu ucciso da un ufficiale della Gestapo; queste pagine, per chi frequenta l'opera dello scrittore veneto, assumono subito un altro e superiore significato, capace di illuminare alcuni luoghi decisivi della sua poetica. Questo breve racconto infatti si trasforma sin da subito in una scatola cinese dove si presentano non solo altri scrittori dell'Europa orientale, Kafka, Kantor o Hasek per fare un paio di nomi, ma trovano spazio anche Gadda e Ripellino, dando così indicazioni precise sulle ispirazioni e gli amori letterari di Permunian. Il testo rappresenta allora nello stesso tempo un atto d'amore e una decisiva chiave ermeneutica per la sua opera, come evidenzia per esempio il demone della scrittura che sempre affolla i pensieri dello scrittore («Schulz reputava il tempo dedicato all'insegnamento nient'altro che tempo perso; tempo sottratto all'unico lavoro che effettivamente gli interessava, quello di scrittore») o l'interrogazione perpetua sul rapporto tra realtà e letteratura («l'inverosimile verosomiglianza» di cui parla l'allievo di Schulz). Una delle parti più consistenti di questo piccolo volume è quella incentrata su una polemica, nata intorno agli anni Trenta, che contrappose Schulz all'altro grande scrittore Witold Gombrowicz che lo attaccò su Studio, autorevole rivista letteraria polacca. Gombrowicz racconta di un fugace incontro su un tram dove ha sentito una immaginaria «moglie del dottore di via Wilcza», criticare l'opera di Schulz. I documenti di questa conversazione sono riportati nella seconda parte del volume e sono tre lettere da cui emerge come l'operazione di Gombrowicz sia in realtà una provocazione che spinge Schulz a difendere la sua opera. Ne viene fuori una risposta meravigliosa, in cui Schulz scopre la falsità dell'opinione della «moglie del dottore di via Wilcza», ma nonostante questo risponde con estrema professionalità a Gombrowicz e alla signora immaginaria, ignorando però del tutto la boutade, «frivola», e insistendo invece con forza sul valore della letteratura e sull'importanza del lavoro di scrittore («L'avanguardia della biologia è il pensiero, la sperimentazione, l'invenzione creativa. Siamo noi ad essere biologia militante, biologia conquistatrice, siamo noi ad essere veramente vitali»). Sembra di leggere tra le righe di Schulz lo stesso afflato che muove anche Permunian.

L'altro volume invece mette in dialogo il critico e scrittore Gabriele Frasca con il regista e teorico del cinema russo Dziga Vertov. Il regista russo, scrivendo del mezzo artistico che utilizza per esprimersi, scrive che «chiunque ami la propria arte deve ricercarne l'essenza tecnica»: Frasca nel suo saggio, denso e rigoroso, che si snoda non solo sull'opera di Vertov, ma anche su quella «macchina da prosa» come definisce la scrittura di Joyce, sottolinea come il fine del cinema espresso da Vertov sia assimilabile a un vero e proprio atto d'amore che, per prima cosa, per essere tale deve riuscire a mettere da parte l'Io dell'autore con il suo narcisismo: «l'artista che voglia essere artefice, e artificiere […] deve innanzi tutto imparare a fare a meno del suo stesso ritratto». Ma l'interrogazione di Frasca si fa presto ancor più radicale, chiedendosi dove l'arte può reperire il reale e liberarlo dalle «colate di fango ideologico». È ciò che si chiede in uno dei testi, L'amore per l'uomo vivo, anche Vertov, quando si interroga se «è possibile mostrare “l'uomo vivo”, il suo comportamento e le sue emozioni in un film documentario poetico senza messinscena». Una risposta definitiva è certamente inafferrabile, ma Frasca ci guida in un vorticoso itinerario che da Joyce a Vertov arriva fino a Badiou e Benjamin, andando a indagare uno dei nodi scoperti del Novecento filosofico e letterario, quello che indaga lo statuto del reale.

Una collana che con questi due primi titoli pone un interrogativo ineludibile, quello che riguarda il rapporto di un autore con i suoi maestri.