‘68 / La protesta degli studenti

Matteo Moca

Nel numero 33 dei Quaderni piacentini del 1968, apparve un testo di Guido Viale, Contro l'università (lo si trova oggi anche in diverse raccolte di saggi: si segnalano qui Quel che gli studenti non sanno e non fanno, Edizioni dell'asino e Il '68 senza Lenin ovvero la politica ridefinita, Edizioni e/o), destinato a diventare un documento unico degli anni delle contestazioni studentesche. Scritto durante le proteste presso l'Università di Torino, Contro l'università è un testo che sta alla pari con altri importanti documenti di quegli anni, europei ed extra-europei, come l'importante Manifesto di Port Huron (che prevedeva «la nonviolenza, la disobbedienza civile e il diritto per ogni giovane di praticare la democrazia partecipativa»), quello di Jerry Rubin Non fidarti di nessuno che abbia più di trentaquattro anni o il documento, anch'esso da rileggere e meditare, Della miseria nell'ambiente studentesco di alcuni membri dell'Internazionale Situazionista e studenti dell'Università di Strasburgo. Fu lo stesso Piergiorgio Bellocchio, fondatore della rivista assieme a Grazia Cherchi, a definire con enfasi il testo di Viale come quello che aveva «praticamente inventato il movimento studentesco», pensiero che lo spinse ad aumentare addirittura la tiratura di quel numero per diffonderlo in tutte le università italiane. Come nota anche Balestrini in L'orda d'oro, è indubbio che in quel documento si identificarono in molti, avendo questo «lo stesso effetto che aveva ottenuto precedentemente Lettere a una professoressa». Se il testo di Don Milani, a cui giustamente Balestrini affianca quello di Viale, ha continuato e prosegue tuttora ad essere un importante luogo di confronto e di studio, lo stesso non si può dire per Contro l'università, documento che certo sembra respirare troppo l'aria di quegli anni e finisce quindi per apparire debole e sfocato nelle riletture odierne. Rintracciare le motivazioni di un tale differente andamento non potrà certo essere fatto in questo luogo, ma evidenziare l'assoluta contemporaneità di questo testo rientra invece nelle nostre possibilità.

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Come è noto gli anni tra il 1967 e il 1968 sono quelli in cui la protesta giovanile raggiunge il suo culmine in tutto il mondo, una protesta accomunata da una serie di intenti rintracciabili nell'antiautoritarismo, nella radicalità e nell'antidogmatismo, una ribellione che si scontra «contro la società gerarchica, che divide il mondo in classi sociali e crea nella vita quotidiana dominati e dominatori, vincitori e sconfitti, emarginati e integrati» scrive Pontremoli nella sua storia della rivista I piacentini. In Italia quasi tutte le università vengono occupate, perché il sapere e la sua trasmissione costituiscono uno degli aspetti più eclatanti di queste distorsioni della società (sono gli anni, per esempio, anche degli studi di Bourdieu sui meccanismi «riproduttivi» della scuola di ogni grado). La natura dei dispositivi di istruzione è, come ben noto, duplice: se da una parte infatti costituiscono il luogo di nascita di una lotta contro l'egemonia in quanto luogo di trasmissione e nascita dei sapere, dall'altra replicano i valori dominanti. È importante però specificare anche un'altra possibile via, quella espressa da Gramsci nei suoi Quaderni, dove la scuola è rappresentata sì come uno dei principali strumenti di egemonia dello Stato e dei ceti dominanti ma è, nello stesso tempo, e anche per questo, il luogo fondamentale dove può maturare una contro-egemonia popolare. Il documento di Viale rientra in realtà all'interno della spaccatura che abbiamo poco sopra delineato: Viale, studente a Torino, fu cercato da Fofi, che lo conobbe tramite i Baranelli, per scrivere questo documento, poiché il vivace animatore dei Quaderni rintracciava nella sua esperienza l'occasione migliore per creare un racconto compiuto della protesta. I giovani sono, secondo gli studenti del movimento, messi gli uni contro gli altri e trattati dai docenti con una vera e propria violenza che sfocia nella prevaricazione e nell'umiliazione. Uno dei punti forti del documento di Viale, ed è anche uno dei motivi per cui ancora oggi costituisce un importante luogo di confronto, sta però nel distaccarsi dalla spesso sterile critica al sistema baronale universitario, andando ad interrogarsi sul luogo di nascita di questa asimmetria che viene rintracciata proprio nelle modalità di trattamento degli studenti che «si radica nel consenso autoperpetuantesi che la scuola e l'Università riescono ad imporre agli studenti attraverso la frammentazione delle loro istanze collettive e mediante la manipolazione dei singoli studenti ormai isolati di fronte all'apparato repressivo». La prima e fondamentale necessità risiede allora in una chiamata all'unità del corpo studentesco che deve essere capace di rispondere compatto ai tentativi di addomesticamento.

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Il testo Contro l'università si può dividere, seppure in maniera arbitraria, in due parti, in ogni caso organiche e consequenziali: una che racconta gli aspetti più teorici del movimento, l'altra invece che rende partecipi i lettori delle attività in svolgimento all'Università di Torino, precisandone genesi e motivazioni. Il testo accorpa molti documenti del movimento torinese (tra gli altri Didattica e repressione, che insiste sull'asservimento delle università alle industrie che finanziano ricerche, che portano i ricercatori a diventare «dei dipendenti dell'industria commissionatrice») ed è diviso in cinque punti: L'Università come strumento di integrazione, L'autoritarismo, La cultura, L'immaginazione sociologica e Base e vertice. Nella prima di queste, quella forse più teorica ma di una teoria che vive della prassi e dell'osservazione sociologica, Viale scrive che il primo compito del movimento studentesco è quello di smascherare le distinzioni interne alla popolazione universitaria. Dato per certo che al momento dell'inserimento all'università gli studenti sono privi del potere e «sottoposti alla manipolazione dell'autorità accademica», è subito possibile scindere in due grandi gruppi la popolazione studentesca: «per alcuni inserirsi nella struttura di potere dell'università non è che un primo passo del loro inserimento nelle strutture di potere della società, mentre per la maggioranza degli studenti la subordinazione al potere accademico non è che l'anticipazione della loro condizione socialmente subordinata all'interno delle organizzazioni produttive in cui sono destinati a entrare». Se questa era la visione di Viale, ma si può tranquillamente dire di tutti i movimenti studenteschi cinquanta anni fa, quando la popolazione universitaria non toccava certo cifre come quelle odierne, la questione si ripropone, o meglio dovrebbe riproporsi, ancor di più oggi, dove sempre più, in particolare nelle facoltà scientifiche, il percorso accademico non è visto come nient'altro che una tappa obbligata per poi inserirsi negli ingranaggi gonfi e ormai vicini alla rottura, del mercato del lavoro. È dunque ancor più vero quello che scrive Viale poco dopo, e cioè che «per la maggioranza degli studenti […] l'università funziona come strumento di manipolazione ideologica e politica teso a instillare in essi uno spirito di subordinazione rispetto al potere», prova ne sono anche le scelte di determinati campi universitari percentualmente più interessanti per il mondo del mercato.

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Negli stessi anni, Barbagli e Dei portano avanti le ricerche che confluiranno nell'importante Le vestali della classe media. Ricerca sociologica sugli insegnanti (che uscirà nel 1969 per Il Mulino), che mostrerà come pure nella scuola media inferiore, fresca di una riforma che nelle intenzioni avrebbe dovuto spingere verso una equiparazione degli studenti, il meccanismo non si muove dalle coordinate che divengono lampanti nel mondo universitario, con una resistenza ai cambiamenti in primo luogo degli insegnanti. I risultati della ricerca mostrano come esistano elementi di forte continuità tra il periodo prima della riforma e quello successivo e di come la scuola si presenti, secondo le loro parole, come spazio di «socializzazione alla subordinazione». Ciò che si evidenzia in maniera decisiva è la continuità della discriminazione degli studenti delle classi inferiori, alimentando un processo che evidenzia degli squilibri e addestra i «giovani all'accettazione passiva del sistema sociale esistente», nascondendo ancora una volta la potenziale via d'uscita dallo stallo e perpetrando una continua riproduzione dell'ordine presente.

Su posizioni simili si situano anche gli studi di Bourdieu, che dedica al tema due libri in questo periodo, entrambi con il collega Passeron, I delfini. Gli studenti e la cultura (uscito in Francia nel 1964) e La riproduzione. Per una teoria dei sistemi d'insegnamento (1970). Uscirà poi, in un secondo momento, un altro testo che completa un vero e proprio trittico sui legami tra educazione e potere, dedicato al sistema di reclutamento delle Grandes écoles francesi (La noblesse d'état. Grandes écoles et esprit de corps, 1989). Il punto focale che guida queste ricerche è l'indagine della riproduzione delle strutture sociali nel mondo della scuola che si configura così come lo spazio dove il dominio dello Stato si esercita con grande efficacia. Nel primo dei testi, Borudieu tenta di far emergere il peso che «l'eredità culturale» riveste nelle possibilità di successo degli studenti, in linea così con i dati di Barbagli e Dei, notando come il postulato sull'uguaglianza formale di tutti gli allievi «come condizione del suo funzionamento, non può riconoscere altre differenze che quelle relative alle doti individuali». Bourdieu e Passeron iniziano già a notare la riproduzione dei rapporti tra classi sociali ed educazione, rapporto che indagheranno in maniera ampia, e viene da dire insuperata, in La riproduzione, testo che offre un quadro complessivo circa il ruolo della scuola nel mantenimento dell'ordine sociale: Bourdieu qui afferma con forza, sostenuto da dati certamente inoppugnabili, che la scuola figura nella società contemporanea come luogo di eccellenza della riproduzione sociale, luogo in cui le classi ricevono la loro «consacrazione».

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Il testo di Viale acquisisce ancora maggiore ricchezza se confrontato ed integrato con le ricerche portate avanti nello stesso periodo da studiosi e sociologi, perché consegna un punto di vista interno, quello di uno studente. Nel passaggio del documento di Viale poco sopra citato, quello che parla dei rapporti tra gli studenti, risiede uno dei momenti più tristemente profetici poiché viene individuata la capacità che questo spirito di subordinazione ha di «cancellare la dimensione collettiva delle esigenze personali e la capacità di avere rapporti con il prossimo che non siano puramente di carattere competitivo». È difficile oggi non vedere la trasformazione dei rapporti, che tendono sempre di più verso quella società di «prestazione», come definita da Han in La società della stanchezza, ovvero verso quel microcosmo di relazioni che, dietro l'apparente illusione di controllo che l'uomo crede di avere su se stesso e su ciò che lo circonda, in realtà mina lo stesso vivere sociale e che lo porta a ripiegarsi su un impegno esclusivo nella soddisfazione individuale.

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Tra i documenti che vengono da Viale ripresi ed ampliati, riveste un ruolo di primo piano Le commissioni di studio come strumento di contestazione del potere accademico, dove viene espressa la necessità dell'organizzazione degli studenti per liberarsi dalle strutture antiquate dell'insegnamento dove, per esempio, «l'esclusione del dibattito politico e culturale è il logico complemento dell'insegnamento accademico e autoritario. Serve a preparare degli esecutori politicamente disarmati o professionalmente limitati. All'università si impara soprattutto a comandare e a obbedire». Per questo è necessario elaborare nuove forme di comunicazione del sapere in cui la preparazione degli studenti possa essere trasmessa attraverso la discussione senza divenire frutto di un'imposizione autoritaria. Questo nuovo processo conoscitivo deve modificare dunque il tipo di rapporto tra lo studente e il sapere, ma deve anche investire gli argomenti dell'insegnamento e la natura stessa della ricerca: «la ricerca che si svolge all'università italiana non è ricerca ma è, specie nelle facoltà umanistiche, una dimostrazione accademica delle teorie dei “santi protettori”, di dottrine che godono di tanto maggior prestigio quanto più sono conformiste e stereotipe». Le commissioni, attorno a cui si riuniscono persone che desideravano affrontare determinati argomenti esclusi dall'insegnamento universitario, si organizzano allora nella creazione dei celebri contro-corsi. Viale riporta per esempio il lavoro su Psicoanalisi e repressione, con lo studio delle opere di Freud, Malinowski, Marcuse e Adorno, oppure quello di Scuola e società, non nascondendo le incomprensioni interne alle commissioni, in particolare sull'utilizzo di determinati libri, discussioni funzionali però al miglioramento del lavoro.

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Al documento di Viale seguirono sui Quaderni Piacentini, luogo privilegiato di discussione sull'argomento, risposte e precisazioni importanti come l'articolo Il dissenso e l'autorità di Franco Fortini che indaga con lucidità e acume la natura più intima del movimento e delle proteste, insistendo sul ruolo dello studente , oppure l'articolo di Francesco Ciafaloni Le corporazioni della scienza e la lotta nelle università, sulla realtà delle facoltà scientifiche (è possibile leggere i numeri dei Quaderni Piacentini in rete grazie al prezioso lavoro della Biblioteca Gino Bianco).

Il documento di Viale ovviamente vive degli anni in cui è stato scritto ed è radicato nel clima politico in cui si sviluppò, ma è indubbio che ancora oggi necessita di lettura e studio, proprio perché le questioni indagate da Viale sembrano aver raggiunto oggi un ulteriore livello di preoccupazione, in molti casi trasformandosi in allarmanti prassi nell'educazione.

Malatesta, il “voler essere” come base dell’anarchia

Matteo Moca

Appare purtroppo evidente come l'eredità di Errico Malatesta, sicuramente il più importante tra gli anarchici italiani, certamente uno dei combattenti più strenui per la libertà di ogni uomo, sia oggi alquanto tralasciata ed offuscata. Poche sono le eccezioni, qualche breve e sporadica pubblicazione, tra cui si segnala però il piccolo volume edito da Clichy L'anarchia o Al caffè. Conversando d'anarchia e libertà edito invece da Ortica, e una importante monografia, quasi narrativa, di Vittorio Giacopini, Non ho bisogno di stare tranquillo. Errico Malatesta, vita straordinaria del rivoluzionario più temuto da tutti i governi e le questure del regno. A questo avrà senza dubbio contribuito anche il fatto che Malatesta, proprio per la sua attività militante che costituiva un imprescindibile aspetto non solo del suo pensiero ma anche della sua vita, non ha lasciato un'opera che possa rendere organicamente conto del suo pensiero, disperso piuttosto in una miriade di articoli pubblicati sulla stampa anarchica. Questa occorrenza va però immersa, affinché possa essere compresa, nel tempo storico di Malatesta e anche nel suo pensiero, che in questo si distacca da quello di altri importanti rappresentanti del pensiero anarchico come Bakunin o Kropotkin: laddove questi ultimi si impegnavano duramente per costruire una logica del loro pensiero, Malatesta scelse sempre di mettere questo pensiero in pratica, verificandone così la coerenza e la validità. Questo appare evidente se si scorre la sua biografia, piena di numerosi viaggi e movimenti: nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1853, nel 1872 è tra i fondatori dell'Associazione internazionale dei lavoratori e nello stesso anno interviene, con Bakunin e Guillaume all'atto di nascita del movimento anarchico, intervenendo al congresso a Saint-Imier. Tra il 1877 e l'anno successivo si muove tra Egitto, Francia, Svizzera e Belgio e poi ancora Romania, Inghilterra e Argentina, spesso per sfuggire a condanne ridicole (come quella di «malfattore», accusa inventata dalla magistratura italiana per incastrare mettere fuori gioco gli anarchici). Rientrerà e uscirà dall'Italia continuamente ma sarà uno degli uomini più importanti della Settimana rossa nel giugno 1914 e fonderà prima il quotidiano anarchico Umanità nuova e poi il periodico Pensiero e volontà. Da questa breve e veloce carrellata sulla vita di Malatesta, si intuisce e si comprende meglio la natura dell'anarchismo di Malatesta, incentrata sulla pratica, l'esercizio e il confronto diretto.

Esce adesso per Eleuthera Buon senso e utopia, preziosa raccolta di scritti malatestiani che raccoglie gli interventi risalenti agli ultimi dieci anni della sua vita, curati e introdotti da Giampiero N. Berti. Un libro prezioso nel suo tentativo di riordinare e riunire molti materiali altrimenti introvabili che nel loro scorrere danno vita ad un ritratto importante del pensatore napoletano e rendono giustizia all'operazione più importante compiuta da Malatesta, quella di separare l'anarchismo da qualsiasi altra ideologia o corrente, sia essa comunista o rivoluzionaria, e a dare ad esso una costituzione specifica e distinta.

Partendo da una distinzione netta tra l'anarchia, ovvero il fine, e l'anarchismo, ovvero il mezzo, Malatesta può lecitamente aspirare a slegare i fini anarchici dalle tendenze e i significati storici del presente, in continuo mutamento e quindi di impossibile messa a fuoco definitiva, a favore di un'universalità del fondamento: «l’anarchia – scrive Berti nella sua appassionata e approfondita Introduzione – non è fondata su un essere, né su un dover essere, ma su un voler essere: in questo modo essa ha un respiro universale». Il voler essere è costituito dalla libertà e così «la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà – vale a dire i valori costitutivi dell’anarchismo – non sono proposizioni subordinate una volta per tutte a spiegazioni scientifiche, ma giustificazioni etiche dell’agire umano volto verso il futuro». Questi ideali cardine sono allora per Malatesta espressione insopprimibile di una valenza universale e sono rintracciabili nelle abitudini e nei comportamenti umani guidati da amore e preoccupazione per l'altro: per comprendere ancora meglio i movimenti del pensiero di Malatesta si possono prendere in prestito le parole di Colin Ward in Anarchia come organizzazione (edito sempre da Eleuthera), quando il pensatore inglese scrive che una società anarchica, cioè una società che si organizza senza l'autorità «esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suo sprechi, del privilegio, del nazionalismo e delle religioni».

In alcuni dei testi più importanti di Malatesta, che non a caso aprono la prima sezione di Buon senso e utopia sotto il titolo di Anarchismo e anarchia, viene messa in luce la più alta espressione etica dell'anarchia, ottimo antidoto per chi al suono di questa parola non riesce a fare altro che a storcere il naso: anarchia è un ideale, una meta forse mai pienamente raggiungibile ma che per sua natura tende agli ideali di libertà ed eguaglianza: «Noi ci vantiamo di essere soprattutto ed innanzi tutto propugnatori di libertà: libertà non per noi soli, ma per tutti; libertà non solo per quello che a noi sembra la verità, ma anche per quello che può essere o parere l'errore». E ancora, poco dopo, evidenzia un punto fondamentale del suo pensiero, ovvero quel legame cardine tra la libertà individuale e gli altri: «Noi reclamiamo semplicemente quella che si potrebbe chiamare la libertà sociale, cioè l'uguale libertà per tutti, un'uguaglianza di condizioni tale che permetta a tutti di fare il proprio volere col solo limite imposto dalle ineluttabili necessità naturali e dalla uguale libertà degli altri».

Un libro ricchissimo questo curato da Berti, dove chiunque può addentrarsi nel pensiero di Malatesta, troppo spesso dimenticato, e, più in generale, nel pensiero dell'anarchismo e dell'anarchia. I testi di Malatesta non sono solo uno strumento utile per una rilettura del secolo passato, ma aprono altresì inquietanti scenari sulla nostra contemporaneità, come accade per esempio leggendo il capitolo finale dedicato al fascismo e ai presupposti dei governo totalitari.

Errico Malatesta

Buon senso e utopia

Eleuthera

a cura di Giampiero N. Berti

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Fascismo, postfascismo

Matteo Moca

La parola ingombrante “fascismo”, continua ciclicamente a entrare nel dibattito pubblico, soprattutto in questi anni dove la destra estrema si affaccia in maniera continua e pericolosa sul palcoscenico politico internazionale. Eppure si tratta di una semplificazione eccessiva, di cui chiunque abbia una certa conoscenza di un determinato tipo di letteratura storica intuirà una totale inefficacia. Si tratta infatti di fenomeni che non hanno ancora trovato una loro stabilità e che quindi sfuggono a qualsiasi etichetta, ancor di più a quella di fascismo, che designa invece un oggetto assai chiaro.

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Westerman, quanto può la parola contro la violenza

Matteo Moca

«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente». Queste parole di Giorgio Agamben, contenute in Che cosa è il contemporaneo?, sono particolarmente appropriate per parlare, tra gli altri (pochi a dire il vero), dell'olandese Frank Westerman, che si dedica a una forma di saggio, dove la migliore tradizione del reportage si accosta al discorso filosofico, mantenendo comunque sempre forte il legame con i fatti.

La casa editrice Iperborea, che ha in catalogo i fondamentali Pura razza bianca sui rapporti tra uomo e natura e El Negro e io sul problematico confronto con l'Altro, pubblica adesso un nuovo libro di Westerman, I soldati delle parole, che mette il lettore davanti a uno dei problemi più urgenti della nostra contemporaneità, il terrorismo. A questo scopo, Westerman scava nel buio dei meccanismi di quel mondo, usando però un punto di vista inedito. Lo scrittore infatti, assume un'ottica in aperta opposizione con la violenza di cui si parla, quella data dal potere della parola. Personaggi privilegiati dei reportage sono infatti i “soldati delle parole” del titolo, i negoziatori che entrano in scena nelle situazioni terroristiche dove sono coinvolti ostaggi: è lì che il potere della parola viene messo alla prova, come ultimo mezzo di salvezza nel momento di massima crisi, in una lotta impari tra le armi e la voce.

Il libro nasce da un impegno intenso dell'autore che, con l'intento di esplorare i segreti della mediazione, partecipa a un corso in Olanda dove si formano i negoziatori, frequenta la Biennale della negoziazione a Parigi e prende parte alla simulazione di un sequestro organizzata dalla compagnia KLM nell'aeroporto di Amsterdam Schipol. Le esperienze in prima persona sono poi arricchite dalle conversazioni, sempre molto avvincenti, con i vari profili che gravitano intorno a queste storie: negoziatori, pionieri di questa arte sottile come il dottor Henk Havinga, e addirittura un terrorista della RAF. Il libro inizia con il racconto di alcuni atti terroristici che toccarono l'autore ed ebbero luogo nell'Olanda negli anni Settanta, dal dirottamento di un treno al sequestro del palazzo delle Provincia di Assen ad opera degli ex coloni molucchesi che, esuli in Olanda dopo la dichiarazione d'indipendenza dell'Indonesia, rivendicavano un loro statuto. Il racconto di Westerman non si limita solo alle esperienze olandesi, ma si muove con grande fluidità tra aree geografiche e periodi storici differenti, parlando del sequestro dell'ospedale di Budennovsk ad opera dei ceceni, della distruzione di Ninive o dei recenti omicidi dei soldati affiliati all'ISIS. L'ispirazione nasce dall'aver vissuto alcuni di questi fatti sulla propria pelle (uno dei professori di Westerman, per esempio, era sul treno dirottato come sequestratore), una macchia primordiale che lo spinge a indagare i segreti dell'arte della persuasione e della parola contro le armi: «Come può un parlatore opporsi a un assassino? Le parole possono contrastare i proiettili? Quali parole? Se la lingua e il terrore si sfidano a duello, chi soccombe?» si chiede Westerman nelle prime pagine del libro.

C'è un episodio, tra quelli raccontati, che assume un valore paradigmatico, quando cioè Westerman descrive il momento in cui, durante gli attacchi terroristici alla sede di Charlie Hebdo, un attentatore fredda un poliziotto che, steso per strada, aveva alzato la mano verso di lui come per supplicarlo. Westerman si chiede cosa avrebbe voluto dire il poliziotto, indagare che tipo di dialogo stesse disperatamente tentando. La risposta ovviamente non esiste, ma l'urgenza che viene mostrata certo non scompare, ovvero l'interrogazione sullo statuto contemporaneo della parola in funzione dell'altro. Si tratta di una questione nodale di ogni tempo, una questione trasversale che ha occupato l'antropologia (con gli studi di Girard), la psicoanalisi e la filosofia («non v'è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un uditore» scrive Lacan) oltre che la letteratura, che non ha mai ricevuto una risposta, ma che probabilmente trova il suo statuto proprio nell'interrogazione perpetua. Durante una delle lezioni sulla mediazione, Westerman annota: «Parlare non è una panacea, ma può essere una moneta di scambio per salvare vite umane. […] Non parlare significa isolare i nemici e allontanarli ancora di più. […] Non possiamo fare a meno della parola».

Dopo i fatti di Parigi, però, ogni convinzione tende a vacillare. E tuttavia Westerman non manca di analizzare con estrema lucidità anche il metodo opposto, quello russo, dove la lotta al terrore non prevede la parola. Quando, nel sequestro del teatro Dubrovka «la Russia aveva gassato centoventotto suoi cittadini», la distinzione tra chi praticava la violenza (gli attentatori) e chi invece avrebbe il dovere di difendere legalmente i cittadini (lo Stato) era giunta al punto di scomparire, sovrapponendosi i due ruoli.

Quale sia dunque il ruolo della parola davanti alla violenza non è certo un dubbio che può essere sciolto da questo libro. Ma lo studio e l'analisi della sua funzione nelle situazioni più estreme in cui può trovarsi l'uomo, quelle dove il confine tra la vita e la morte si fa sottile, getta senza dubbio luce sulla sua necessità, quella di un'unione che si realizza nel dialogo. In un racconto Tommaso Landolfi narra di come un uomo che si esprime in una lingua sconosciuta a tutti scivoli nella pazzia: al di là della ovvia finzione letteraria, si tratta di un racconto quantomai realistico, che si interroga circa lo statuto più profondo dell'uomo, quello che respira con e grazie alla parola. Il libro di Westerman, prezioso e quantomai raro, con la sua visione nuova e inedita, si esprime attraverso un metodo quasi micro-storico che mira, attraverso il particolare, a ricostruire il generale. «Sono cresciuto con l’idea che progresso significhi: risolvere conflitti con le parole» scrive Westerman, ed è difficile non parteggiare con lui, seppur questo implichi una lotta e uno sforzo ben deciso.

Frank Westerman

I soldati delle parole

traduzione di Franco Paris

Iperborea

pp. 352, euro 18,50

La scatola a sorpresa di Savinio

Matteo Moca

Di Alberto Savinio si parla sempre troppo poco. Se l’attenzione dei critici o dei lettori incrocia raramente il suo itinerario letterario e pittorico, in maniera ancora più rada invece si analizza la sua vicenda musicale, non solo di compositore qual era, ma anche di critico. Eppure chi ne conosce l’opera sa bene che la scrittura di romanzi e racconti in senso stretto è costantemente in relazione con il suo linguaggio musicale, perché la musica rappresenta forse più di ogni altra cosa la vera pietra angolare della sua opera e della sua vita, ad essa strettamente e continuamente legata in un binomio difficilmente scindibile. Come ebbe modo di scrivere lo stesso Savinio, «chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colore, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico», alla ricerca di una coesione del discorso che si svolge «dalla musica alla poesia, dalla poesia alla pittura e dalla pittura al pensiero “puro”», legame attestato dai continui rimandi ai propri quadri e alla sua musica che si rintracciano nei suoi libri.

Sarà anche per la sua infanzia da bambino prodigio che lo vide a soli dodici anni diplomato in pianoforte al conservatorio di Atene, ma la musica e il suo linguaggio rappresentano il faro del suo agire, anche nel periodo a Monaco di Baviera (dove si perfezionò con Max Reger e compose la sua prima opera lirica, Carmela, da lui stesso distrutta), nei soggiorni italiani o nel periodo parigino. La realtà, per come appare dalle sue parole, sembra suggerire un coinvolgimento talmente forte e impetuoso, da dover obbligare lo stesso Savinio a interrompere per sempre la sua esperienza, poco più che ventenne nel 1915, un anno dopo le «scènes dramatiques d’après des épisodes du Risorgimento» dei Chants de la Mi-Mort, per cui scrisse la musica e dipinse i bozzetti delle scene e dei costumi: «Musicista, io mi sono allontanato nel 1915 all’età di ventiquattro anni dalla musica, “per paura”. Per non soggiacere al fascino della musica. Per non cedere totalmente alla volontà della musica. Perché avevo sperimentato su me stesso gli effetti deprimenti della musica. Perché da ogni crisi musicale io sorgevo come da un sogno senza sogni. Perché la musica stupisce e istupidisce».

Per tutti questi motivi, non può che risultare più che gradita la ristampa del Saggiatore di Scatola sonora di Alberto Savinio, a più di sessant’anni dalla prima edizione (Ricordi 1955) e a quaranta dalla ripresa einaudiana: il libro raccoglieva, dopo la morte dell’autore, la sua grande mole di scritti musicali e viene adesso ristampato con la curatela appassionata e partecipe di Francesco Lombardi e Mila De Santis e con l’aggiunta notevole di parti omesse dalle edizioni precedenti. Il curatore Lombardi, in un’intervista, ha spiegato che «grazie agli studi effettuati in questi anni e alla disponibilità di fonti all’epoca non rintracciabili ha 52 articoli in più della precedente e una struttura completamente riformulata sulla base dei nuovi contenuti». Da segnalare anche l’introduzione dell’indice dei nomi, assente dalle precedenti edizioni, che facilita una consultazione più maneggevole del volume.

A partire dalla metà degli anni Venti Savinio iniziò a tenere una rubrica sulla rivista Il Secolo XX, nella quale proponeva articoli dedicati all’evoluzione del pensiero musicale contemporaneo, recensioni a spettacoli per lui significativi o particolarmente negativi, nonché piccole e fulminanti schede su autori del canone musicale occidentale. Nella sua interezza il volume costituisce una visione d’autore del mondo musicale, che si aggiunge a quelle già disseminate in opere come Narrate, uomini la vostra storiaAscolta il tuo cuore, città o Hermaphrodito (definito quest’ultimo dall’autore, «concerto»). Gli scritti assumono però anche un valore diaristico, particolarmente evidente nelle situazioni quotidiane che irrompono nelle descrizioni (il tram che ritarda, il percorso per arrivare a teatro, la maschera che gli impedisce di entrare al concerto o il timido saluto, dopo la rappresentazione, a una cantante nel suo camerino). Questi episodi, uniti al racconto di incontri con le memorie famigliari, costituiscono il piano della narrazione che non si attesta mai su un accademismo noioso, ma invece si anima continuamente di vivaci resoconti. Ciò che risulta evidente è però come la musica, cacciata a forza per quanto riguarda la composizione, rappresenti la necessità più intima della sua vita: sicché lo scriverne diventa una seppur debole compensazione di tale assenza. Allo scopo, Savinio utilizza tutta la sua conoscenza e competenza sulla musica, desideroso di far comprendere a ogni lettore l’importanza fondamentale dell’impartire un’educazione musicale a tutti: tassello necessario, a suo parere, per la costruzione di una società civile e superiore (e qui spiace dire che la sua scommessa è stata persa).

Scorrendo il corposo indice del volume salta subito all’occhio la vastità degli argomenti e degli autori trattati: tra i soggetti degli scritti di Savinio gli amati Beethoven e Mozart, spesso omaggiati anche in opposizione ai più deboli contemporanei; la maggior parte dei musicisti citati non sfugge però alla ghigliottina dell’autore, sempre pronto a mettere alla berlina le incertezze o le inesattezze da lui avvertite. Così non dovrà sorprendere leggere che Haydn è «una mente del tutto sfornita d’intelligenza, e che tutte le forme laudative con cui i critici musicali hanno circondato finora la musica di Haydn possono essere riassunte in queste due parole: musica stupida», oppure il divertente appunto su Rossini («l’atarassia che Rossini portava nella musica, mio zio la portava nella vita sessuale»), il giudizio perentorio su Wagner («è un autore superato e prossimo a prendere stanza nel deposito delle inutilità») o su Berlioz («il musicista più sfornito di sonorità») o infine la dura disamina belliniana («gli mancava la suprema saggezza dell’artista, gli mancava la suprema astuzia dell’artista; di sapere che l’arte è gioco, è divertimento, un seguito di sorprese; gli mancava di sapere che l’arte è l’altra parte delle cose. E scrisse interamente da questa parte»). Ci sono però anche parole positive, come quelle per Arturo Benedetti Michelangeli, ascoltato nel 1942 («quando attaccò Michelangeli, sembrò che un angelo si fosse seduto al pianoforte»), o come quelle dedicate al suo direttore d’orchestra prediletto, il veneziano Antonio Guarnieri («capisce tutto che di segreto è nella musica»), al quale Savinio dedica una pagina tra le più intense di tutto il volume: «dirige l’orchestra da medico. E più che dirigerla, la cura. La sorveglia. Le tasta il polso. L’ascolta. Le sente i bronchi (che sarebbero i corni, questi rauchi cronici), le misura la circolazione del sangue (che sarebbero i violini), l’aiuta a espettorare il catarro (che sarebbero i contrabbassi), le cauterizza le adenoidi (che sarebbero i clarini, l’oboe, il corno inglese, il fagotto e altri strumenti nasali). E l’orchestra, da grande malata, cosciente e orgogliosa dei suoi mali reagisce docile al medico curante, ora sdraiata in un mormorio tranquillo, ora alzando un dito nel canto solitario di un flauto, ora tirandosi su tutta quanta, e scuotendosi la batteria di dosso in tremende crisi di isterismo».

In Lettori selvaggi (Giunti 2016) Giuseppe Montesano, parlando di Savinio, conia una mirabile definizione, perfettamente calzante anche nel caso della scrittura sulla musica: «Savinio se ne va in giro tra le idee come se fosse sempre lievemente drogato o ebbro, lontano da ogni centro perché pronto a trovare il centro ad ogni angolo di via, a ogni sussulto del pensiero sul selciato sconnesso delle cose». L’andamento dei diversi saggi che compongono Scatola sonora segue questo itinerario, sempre sostenuto però da una chiarezza stilistica invidiabile. E si configura, nella sua interezza, come un momento unico per l’approfondimento e lo studio dell’opera di Savinio.

Alberto Savinio

Scatola sonora

a cura di Francesco Lombardi, postfazione di Mila De Santis

il Saggiatore, 2017, 600 pp., € 34

Ventotene, grida nel mare

Matteo Moca

Ci sono, nella storia italiana contemporanea, alcuni rimossi che sempre più tendono a sparire nell’oblio se non fosse per strenui tentativi di non cancellare le tristi memorie nazionali. Le isole di Santo Stefano e Ventotene, oggi parte dell’Area naturale marina protetta, stanno scivolando sempre più in un vortice turistico che, in maniera sicuramente incolpevole, vive più le bellezze dell’isola rispetto alla sua nera storia. In queste due isole infatti sono esistiti due mondi diversi, distanti ma accomunati dall’essere entrambi luoghi di reclusione per chi fu costretto a scontare pene per reati o semplici grida di libertà. Da una parte l’isola di Santo Stefano, luogo di prigionia sin dalla fine del Settecento per assassini, delinquenti ma anche oppositori politici e uomini senza colpa. Dall’altra l’isola di Ventotene, trasformata invece da Mussolini in un luogo di confino per chi era contro il suo regime e quindi combatteva il fascismo.

In Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino , edito da Nutrimenti e arricchito da una sincera e sentita prefazione di Emma Bonino, il giornalista e scrittore Pier Vittorio Buffa ricostruisce con grande intensità, in un assai interessante quadro di insieme, le vicende legate alle due isole e le storie di chi in quei luoghi ha scontato pene lunghe e spesso all’insegna della violenza; ma si inserisce pure, con intelligenza, nel dibattito mai realmente sopito sulla pena dell’ergastolo («una pena che non porta alla redenzione, ma solo alla disperazione»).

Il libro, che si mette in ascolto di «un urlo disperato che, sapendolo ascoltare, esce da ogni roccia e da ogni anfratto delle isole», è diviso in due parti. La prima ricostruisce – con rigoroso metodo storico e attraverso la consultazione di numerosi documenti dell’archivio dell’ergastolo di Santo Stefano – la storia delle isole dai Borboni allo stato attuale delle costruzioni carcerarie; la seconda invece, che occupa la maggior parte del libro, lascia la parola agli uomini che hanno vissuto e sono morti nelle isole, raccontandone imputazioni, storie personali e fine, dividendo a sua volta il materiale tra Santo Stefano e Ventotene. Ciò che immediatamente salta agli occhi, in questa seconda parte, è l’intestazione dei capitoli dedicati a Santo Stefano, in cui figura solo un numero. Si tratta del numero di matricola, quello assegnato a ogni detenuto quando varcava le porte del carcere, un nuovo nome che faceva sparire l’identità dell’uomo e che trasformava ognuno di loro in un addendo indistinguibile dagli altri. Le vicende che si incontrano sono le più diverse, ma sono tutte storie che, oltre al medesimo triste finale, mostrano come l’arrivo nell’isola costituisse il definitivo addio a qualsiasi contatto con l’esterno, in particolare con le famiglie. Troviamo quindi la storia di Salvatore Jacovitti, che per sei anni e fino alla sua morte non avrà mai risposta alle lettere scritte alla famiglia, di Bartolomeo Castellana, che si tolse la vita in una delle celle, o di Pasquale De Pascalis, che tenterà fino all’ultimo di sentirsi vivo e non arrendersi all’inedia del carcere. La storia forse più paradigmatica è quella di Giovanni Andrea Addessi che, all’interno di una vita agiata e tranquilla, deve fronteggiare l’infatuazione per una donna che non è sua moglie, bensì quella del giardiniere. Accusato per spirito vendicativo dal marito, di un delitto che non aveva mai commesso, Addessi fu trasportato a Santo Stefano, dove scriverà parole che racchiudono un pensiero comune a molti prigionieri: «L’ho detto a tutti che sono innocente, che non ho ucciso nessuno. C’è anche chi può provarlo. Ma ho capito che non interessava a nessuno fare giustizia. Per questo sono saltato giù. Ossequi Signor Direttore». Lo sfinimento, l’isolamento, l’impossibilità di verificare la sua innocenza, portarono Giovanni Adessi a togliersi la vita: la sua tomba è una delle trentanove sulla quale s’è conservato il nome.

L’ultima parte del libro, come detto, è dedicata all’isola di Ventotene e agli anni del confino fascista. Sarebbe bastato poco per lasciare quell’isola, non c’erano condanne irrevocabili ma solo delle misure di sicurezza per «pericolosi sovversivi». Per tornare a casa dalle mogli e i figli sarebbe bastato ai detenuti fare un saluto romano, dire che si era pentiti e giurare fedeltà al Fascio. Ma i politici, come scrisse Altiero Spinelli che visse il confino in quell’isola, «restavano, in ultima istanza, al confino per elezione, per fornire al paese l’esempio di gente che sa tenere duro». Celso Ghini, comunista a sua volta confinato a Ventotene, aggiunge che «l’antifascista che non fosse diventato fascista e non si fosse prostituito al regime sarebbe potuto restare al confino per il resto della vita». Tra i confinati ci sono i leader dei partiti clandestini di opposizione: tra gli altri passarono periodi più o meno lunghi della loro vita al confino, oltre ai già ricordati Spinelli e Ghini, Sandro Pertini, Umberto Terracini, Ernesto Rossi, o donne come Camilla Ravera e Adele Bei.

Quello di Buffa però, come più volte lui stesso sottolinea, non è il resoconto di vicende personali più o meno curiose ma un «simbolico ceppo per non dimenticare quel che è accaduto su quegli scogli», cioè la sofferenza e la morte di tanti che per motivi arbitrari e ingiusti sono stati costretti alla prigionia. Un racconto storico di respiro ridotto, rispetto ai secoli in cui hanno funzionato questi luoghi di prigionia, ma senza dubbio necessario per leggere questa storia in maniera completa: per non dimenticare le grida di chi non ha più voce e riconoscere, anche nel nostro tempo, la violenza della cattiva giustizia.

Pier Vittorio Buffa

Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino

prefazione di Emma Bonino

Nutrimenti, 2017, 288 pp., € 16

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Francesco Permunian, cronache dall’incubatorio

Matteo Moca

In un’intervista di Antonio Gnoli, dopo l’uscita del Gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti 2013), Francesco Permunian così rispondeva a una domanda sulla sofferenza psichica e sul suo ruolo all’interno della scrittura: «Passo parte dei miei giorni e delle mie notti a scrivere. Sono diventato uno scrivano della follia. Roberto Roversi mi avvertì: la follia va costeggiata, ma attento a non finirci dentro. E ho imparato a non esserne risucchiato. Anche se l’immagine del manicomio è in me sempre presente: come una falla nella stiva della normalità; come un dolore antico che si presenta sotto forma di voragine. A volte la chiamano pazzia, a volte fuga dalla realtà. Però il mio terrore è farne una macchietta, passare per lo strambo di provincia. In letteratura non serve il pittoresco. Servono lucidità e rigore». Follia, lucidità e rigore: sono queste le vie privilegiate per comprendere appieno il mondo straordinario di Permunian, che trova una nuova sistemazione editoriale in Costellazioni del crepuscolo, in cui sono raccolti Cronaca di un servo felice, apparso per la prima volta nel 1999 ed edito con lungimiranza dopo molti rifiuti editoriali da Meridiano Zero (che qui torna in una veste minimamente rinnovata) e Camminando nell’aria della sera, pubblicato invece da Rizzoli nel 2001. A far da cerniera tra le due ristampe un inedito anello di congiunzione, che dà il nome all’intero volume; ad arricchire infine la raccolta sta l’attenta prefazione di Salvatore Silvano Nigro, che ripercorre l’opera di Permunian riuscendo a dare ad essa una lettura univoca e storicizzando la figura dell’autore all’interno del canone contemporaneo.

Chi avesse quindi già letto i romanzi di Permunian nel passato, non troverà in questa nuova edizione sostanziali modifiche, se non un particolare che però, all’interno del preciso mondo di Permunian, assume una certa importanza. Non si trova più infatti nell’epigrafe alla parte seconda della Cronaca la citazione di Sergio Quinzio («La croce è la vera matrice del nichilismo, e la resurrezione è la possibilità di guardarlo») in modo che risalto esclusivo viene dato alla citazione di Thomas Bernhard: «ma da che altro avrei mai potuto trarre vantaggio se non da questa mia pazzia naturale che è oggetto di tutti i miei pensieri?». Il lavoro che ha compiuto allora lo scrittore è quello di dare ordinazione alla follia e costruirci sopra una narrazione certa. Perché la follia di cui parla Permunian non è solo uno stato allucinatorio lontano dalla realtà, ma è invece proprio la follia che si è annidata nella realtà e che adesso non consente di vedere intorno a noi quello che c’è davvero; in questo il romanzo non ha perso nulla della sua forza anche a quasi venti anni di distanza. Il nichilismo del ventunesimo secolo, nel quale, con le dovute eccezioni, è possibile far rientrare una serie di scrittori «settentrionali» come Maino e Trevisan oltre lo stesso Permunian, trova la sua radice in una concezione del mondo dove tutto è possibile e disponibile, dove sono state dispensate promesse che mai saranno mantenute, dove regnano ormai soltanto apparenze. La vecchia contessa e il mondo che ruota intorno a lei, nella Cronaca, sono l’estremo vessillo di un’aristocrazia sfinita che viene raccontata attraverso lo sguardo disincantato di un servo fedele, escluso dalla Storia e forse solo per questo in grado di rappresentare i personaggi – preti, dame ed intellettuali tra gli altri – con una lucidità che si esplica in un registro grottesco e visionario.

Camminando nell’aria della sera invece continua a rappresentare un mirabile coacervo di storie di provincia, intrecciate attraverso lo sguardo del protagonista, il dottor Porfirio Papas, che dalla finestra della sua casa, sul far della sera, ascolta e registra i personaggi e le voci della piazza sottostante. Il romanzo di Permunian costituisce una naturale continuazione della Cronaca, approfondendo l’analisi antropologica che caratterizza l’acutezza del suo sguardo. Anche in questo frangente, però, l’analisi e lo studio non portano alla serenità ma servono ancora, attraverso le manie di un bibliotecario, una zitella scrittrice di lettere d’amore senza destinatario o uno stralunato calzolaio che vede in un buon paio di scarpe l’unico modo per rincorrere la vita nel suo fluire, all’inesorabile scoperta di un buio che porta il dottore protagonista a uno stato di sonno «leggero come la morte», unica via di fuga da un desolante panorama anche qui costruito su illusioni e promesse destinate a non realizzarsi mai.

La novità di questo volume, come si diceva, risiede nel breve intermezzo di Costellazioni del crepuscolo. Pensieri e parole ai bordi della notte : testo molto prezioso perché permette di entrare nel mondo più intimo di Permunian, quello dove si muove il suo pensiero di scrittore, dove si situano le creazioni letterarie e i temi della sua scrittura, il vero e proprio «incubatorio letterario»: «Sul finire del secolo scorso, mentre ero alle prese con il mio primo romanzo, radunai e raccolsi in un faldone tutti quegli appunti sparsi e dispersi che, a vario titolo, potevano risultarmi utili per la versione definitiva di Cronaca di un servo felice. Su quel grosso faldone, an alto a destra, a un certo punto scrissi le parole Costellazioni del crepuscolo. Un titolo provvisorio il quale stava a indicare quella miriade di figure, mezze figure, figurine ed episodi anche minimi». Da ciò che scrive Permunian, si intuisce come questa galleria dia forma alle sue opere narrative. Si incontrano così, in quest’«arca di inesauribili incubi contagiosi», la patria, vista come «un luogo deserto e inospitale che sta tra il buio e la luce», un convento abitato solo da suore impazzite o sogni su un sanatorio che somiglia a quello in cui Kafka tentò invano di curare i suoi nervi. In un fulminante passaggio Permunian parla della scrittura e della letteratura, mostrando la sua umanità di uomo ferito dalla vita, che assegna però alle lettere un ruolo superiore: «Che serve ammattire per ritrovarsi infine tra le mani una pagina tutta sporca di ghirigori e di cancellature? La scrittura è un farmaco pieno di controindicazioni. Eppure, al pari di un buon sonnifero, una pagina di buona letteratura mi è bastata finora contro le turpitudini della vita».

Francesco Permunian

Costellazioni del crepuscolo

prefazione di Salvatore Silvano Nigro

il Saggiatore, 2017, 403 pp., € 24

Matteo Moca