Fascismo, postfascismo

Matteo Moca

La parola ingombrante “fascismo”, continua ciclicamente a entrare nel dibattito pubblico, soprattutto in questi anni dove la destra estrema si affaccia in maniera continua e pericolosa sul palcoscenico politico internazionale. Eppure si tratta di una semplificazione eccessiva, di cui chiunque abbia una certa conoscenza di un determinato tipo di letteratura storica intuirà una totale inefficacia. Si tratta infatti di fenomeni che non hanno ancora trovato una loro stabilità e che quindi sfuggono a qualsiasi etichetta, ancor di più a quella di fascismo, che designa invece un oggetto assai chiaro.

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Westerman, quanto può la parola contro la violenza

Matteo Moca

«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente». Queste parole di Giorgio Agamben, contenute in Che cosa è il contemporaneo?, sono particolarmente appropriate per parlare, tra gli altri (pochi a dire il vero), dell'olandese Frank Westerman, che si dedica a una forma di saggio, dove la migliore tradizione del reportage si accosta al discorso filosofico, mantenendo comunque sempre forte il legame con i fatti.

La casa editrice Iperborea, che ha in catalogo i fondamentali Pura razza bianca sui rapporti tra uomo e natura e El Negro e io sul problematico confronto con l'Altro, pubblica adesso un nuovo libro di Westerman, I soldati delle parole, che mette il lettore davanti a uno dei problemi più urgenti della nostra contemporaneità, il terrorismo. A questo scopo, Westerman scava nel buio dei meccanismi di quel mondo, usando però un punto di vista inedito. Lo scrittore infatti, assume un'ottica in aperta opposizione con la violenza di cui si parla, quella data dal potere della parola. Personaggi privilegiati dei reportage sono infatti i “soldati delle parole” del titolo, i negoziatori che entrano in scena nelle situazioni terroristiche dove sono coinvolti ostaggi: è lì che il potere della parola viene messo alla prova, come ultimo mezzo di salvezza nel momento di massima crisi, in una lotta impari tra le armi e la voce.

Il libro nasce da un impegno intenso dell'autore che, con l'intento di esplorare i segreti della mediazione, partecipa a un corso in Olanda dove si formano i negoziatori, frequenta la Biennale della negoziazione a Parigi e prende parte alla simulazione di un sequestro organizzata dalla compagnia KLM nell'aeroporto di Amsterdam Schipol. Le esperienze in prima persona sono poi arricchite dalle conversazioni, sempre molto avvincenti, con i vari profili che gravitano intorno a queste storie: negoziatori, pionieri di questa arte sottile come il dottor Henk Havinga, e addirittura un terrorista della RAF. Il libro inizia con il racconto di alcuni atti terroristici che toccarono l'autore ed ebbero luogo nell'Olanda negli anni Settanta, dal dirottamento di un treno al sequestro del palazzo delle Provincia di Assen ad opera degli ex coloni molucchesi che, esuli in Olanda dopo la dichiarazione d'indipendenza dell'Indonesia, rivendicavano un loro statuto. Il racconto di Westerman non si limita solo alle esperienze olandesi, ma si muove con grande fluidità tra aree geografiche e periodi storici differenti, parlando del sequestro dell'ospedale di Budennovsk ad opera dei ceceni, della distruzione di Ninive o dei recenti omicidi dei soldati affiliati all'ISIS. L'ispirazione nasce dall'aver vissuto alcuni di questi fatti sulla propria pelle (uno dei professori di Westerman, per esempio, era sul treno dirottato come sequestratore), una macchia primordiale che lo spinge a indagare i segreti dell'arte della persuasione e della parola contro le armi: «Come può un parlatore opporsi a un assassino? Le parole possono contrastare i proiettili? Quali parole? Se la lingua e il terrore si sfidano a duello, chi soccombe?» si chiede Westerman nelle prime pagine del libro.

C'è un episodio, tra quelli raccontati, che assume un valore paradigmatico, quando cioè Westerman descrive il momento in cui, durante gli attacchi terroristici alla sede di Charlie Hebdo, un attentatore fredda un poliziotto che, steso per strada, aveva alzato la mano verso di lui come per supplicarlo. Westerman si chiede cosa avrebbe voluto dire il poliziotto, indagare che tipo di dialogo stesse disperatamente tentando. La risposta ovviamente non esiste, ma l'urgenza che viene mostrata certo non scompare, ovvero l'interrogazione sullo statuto contemporaneo della parola in funzione dell'altro. Si tratta di una questione nodale di ogni tempo, una questione trasversale che ha occupato l'antropologia (con gli studi di Girard), la psicoanalisi e la filosofia («non v'è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un uditore» scrive Lacan) oltre che la letteratura, che non ha mai ricevuto una risposta, ma che probabilmente trova il suo statuto proprio nell'interrogazione perpetua. Durante una delle lezioni sulla mediazione, Westerman annota: «Parlare non è una panacea, ma può essere una moneta di scambio per salvare vite umane. […] Non parlare significa isolare i nemici e allontanarli ancora di più. […] Non possiamo fare a meno della parola».

Dopo i fatti di Parigi, però, ogni convinzione tende a vacillare. E tuttavia Westerman non manca di analizzare con estrema lucidità anche il metodo opposto, quello russo, dove la lotta al terrore non prevede la parola. Quando, nel sequestro del teatro Dubrovka «la Russia aveva gassato centoventotto suoi cittadini», la distinzione tra chi praticava la violenza (gli attentatori) e chi invece avrebbe il dovere di difendere legalmente i cittadini (lo Stato) era giunta al punto di scomparire, sovrapponendosi i due ruoli.

Quale sia dunque il ruolo della parola davanti alla violenza non è certo un dubbio che può essere sciolto da questo libro. Ma lo studio e l'analisi della sua funzione nelle situazioni più estreme in cui può trovarsi l'uomo, quelle dove il confine tra la vita e la morte si fa sottile, getta senza dubbio luce sulla sua necessità, quella di un'unione che si realizza nel dialogo. In un racconto Tommaso Landolfi narra di come un uomo che si esprime in una lingua sconosciuta a tutti scivoli nella pazzia: al di là della ovvia finzione letteraria, si tratta di un racconto quantomai realistico, che si interroga circa lo statuto più profondo dell'uomo, quello che respira con e grazie alla parola. Il libro di Westerman, prezioso e quantomai raro, con la sua visione nuova e inedita, si esprime attraverso un metodo quasi micro-storico che mira, attraverso il particolare, a ricostruire il generale. «Sono cresciuto con l’idea che progresso significhi: risolvere conflitti con le parole» scrive Westerman, ed è difficile non parteggiare con lui, seppur questo implichi una lotta e uno sforzo ben deciso.

Frank Westerman

I soldati delle parole

traduzione di Franco Paris

pp. 352, euro 18,50

La scatola a sorpresa di Savinio

Matteo Moca

Di Alberto Savinio si parla sempre troppo poco. Se l’attenzione dei critici o dei lettori incrocia raramente il suo itinerario letterario e pittorico, in maniera ancora più rada invece si analizza la sua vicenda musicale, non solo di compositore qual era, ma anche di critico. Eppure chi ne conosce l’opera sa bene che la scrittura di romanzi e racconti in senso stretto è costantemente in relazione con il suo linguaggio musicale, perché la musica rappresenta forse più di ogni altra cosa la vera pietra angolare della sua opera e della sua vita, ad essa strettamente e continuamente legata in un binomio difficilmente scindibile. Come ebbe modo di scrivere lo stesso Savinio, «chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colore, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico», alla ricerca di una coesione del discorso che si svolge «dalla musica alla poesia, dalla poesia alla pittura e dalla pittura al pensiero “puro”», legame attestato dai continui rimandi ai propri quadri e alla sua musica che si rintracciano nei suoi libri.

Sarà anche per la sua infanzia da bambino prodigio che lo vide a soli dodici anni diplomato in pianoforte al conservatorio di Atene, ma la musica e il suo linguaggio rappresentano il faro del suo agire, anche nel periodo a Monaco di Baviera (dove si perfezionò con Max Reger e compose la sua prima opera lirica, Carmela, da lui stesso distrutta), nei soggiorni italiani o nel periodo parigino. La realtà, per come appare dalle sue parole, sembra suggerire un coinvolgimento talmente forte e impetuoso, da dover obbligare lo stesso Savinio a interrompere per sempre la sua esperienza, poco più che ventenne nel 1915, un anno dopo le «scènes dramatiques d’après des épisodes du Risorgimento» dei Chants de la Mi-Mort, per cui scrisse la musica e dipinse i bozzetti delle scene e dei costumi: «Musicista, io mi sono allontanato nel 1915 all’età di ventiquattro anni dalla musica, “per paura”. Per non soggiacere al fascino della musica. Per non cedere totalmente alla volontà della musica. Perché avevo sperimentato su me stesso gli effetti deprimenti della musica. Perché da ogni crisi musicale io sorgevo come da un sogno senza sogni. Perché la musica stupisce e istupidisce».

Per tutti questi motivi, non può che risultare più che gradita la ristampa del Saggiatore di Scatola sonora di Alberto Savinio, a più di sessant’anni dalla prima edizione (Ricordi 1955) e a quaranta dalla ripresa einaudiana: il libro raccoglieva, dopo la morte dell’autore, la sua grande mole di scritti musicali e viene adesso ristampato con la curatela appassionata e partecipe di Francesco Lombardi e Mila De Santis e con l’aggiunta notevole di parti omesse dalle edizioni precedenti. Il curatore Lombardi, in un’intervista, ha spiegato che «grazie agli studi effettuati in questi anni e alla disponibilità di fonti all’epoca non rintracciabili ha 52 articoli in più della precedente e una struttura completamente riformulata sulla base dei nuovi contenuti». Da segnalare anche l’introduzione dell’indice dei nomi, assente dalle precedenti edizioni, che facilita una consultazione più maneggevole del volume.

A partire dalla metà degli anni Venti Savinio iniziò a tenere una rubrica sulla rivista Il Secolo XX, nella quale proponeva articoli dedicati all’evoluzione del pensiero musicale contemporaneo, recensioni a spettacoli per lui significativi o particolarmente negativi, nonché piccole e fulminanti schede su autori del canone musicale occidentale. Nella sua interezza il volume costituisce una visione d’autore del mondo musicale, che si aggiunge a quelle già disseminate in opere come Narrate, uomini la vostra storiaAscolta il tuo cuore, città o Hermaphrodito (definito quest’ultimo dall’autore, «concerto»). Gli scritti assumono però anche un valore diaristico, particolarmente evidente nelle situazioni quotidiane che irrompono nelle descrizioni (il tram che ritarda, il percorso per arrivare a teatro, la maschera che gli impedisce di entrare al concerto o il timido saluto, dopo la rappresentazione, a una cantante nel suo camerino). Questi episodi, uniti al racconto di incontri con le memorie famigliari, costituiscono il piano della narrazione che non si attesta mai su un accademismo noioso, ma invece si anima continuamente di vivaci resoconti. Ciò che risulta evidente è però come la musica, cacciata a forza per quanto riguarda la composizione, rappresenti la necessità più intima della sua vita: sicché lo scriverne diventa una seppur debole compensazione di tale assenza. Allo scopo, Savinio utilizza tutta la sua conoscenza e competenza sulla musica, desideroso di far comprendere a ogni lettore l’importanza fondamentale dell’impartire un’educazione musicale a tutti: tassello necessario, a suo parere, per la costruzione di una società civile e superiore (e qui spiace dire che la sua scommessa è stata persa).

Scorrendo il corposo indice del volume salta subito all’occhio la vastità degli argomenti e degli autori trattati: tra i soggetti degli scritti di Savinio gli amati Beethoven e Mozart, spesso omaggiati anche in opposizione ai più deboli contemporanei; la maggior parte dei musicisti citati non sfugge però alla ghigliottina dell’autore, sempre pronto a mettere alla berlina le incertezze o le inesattezze da lui avvertite. Così non dovrà sorprendere leggere che Haydn è «una mente del tutto sfornita d’intelligenza, e che tutte le forme laudative con cui i critici musicali hanno circondato finora la musica di Haydn possono essere riassunte in queste due parole: musica stupida», oppure il divertente appunto su Rossini («l’atarassia che Rossini portava nella musica, mio zio la portava nella vita sessuale»), il giudizio perentorio su Wagner («è un autore superato e prossimo a prendere stanza nel deposito delle inutilità») o su Berlioz («il musicista più sfornito di sonorità») o infine la dura disamina belliniana («gli mancava la suprema saggezza dell’artista, gli mancava la suprema astuzia dell’artista; di sapere che l’arte è gioco, è divertimento, un seguito di sorprese; gli mancava di sapere che l’arte è l’altra parte delle cose. E scrisse interamente da questa parte»). Ci sono però anche parole positive, come quelle per Arturo Benedetti Michelangeli, ascoltato nel 1942 («quando attaccò Michelangeli, sembrò che un angelo si fosse seduto al pianoforte»), o come quelle dedicate al suo direttore d’orchestra prediletto, il veneziano Antonio Guarnieri («capisce tutto che di segreto è nella musica»), al quale Savinio dedica una pagina tra le più intense di tutto il volume: «dirige l’orchestra da medico. E più che dirigerla, la cura. La sorveglia. Le tasta il polso. L’ascolta. Le sente i bronchi (che sarebbero i corni, questi rauchi cronici), le misura la circolazione del sangue (che sarebbero i violini), l’aiuta a espettorare il catarro (che sarebbero i contrabbassi), le cauterizza le adenoidi (che sarebbero i clarini, l’oboe, il corno inglese, il fagotto e altri strumenti nasali). E l’orchestra, da grande malata, cosciente e orgogliosa dei suoi mali reagisce docile al medico curante, ora sdraiata in un mormorio tranquillo, ora alzando un dito nel canto solitario di un flauto, ora tirandosi su tutta quanta, e scuotendosi la batteria di dosso in tremende crisi di isterismo».

In Lettori selvaggi (Giunti 2016) Giuseppe Montesano, parlando di Savinio, conia una mirabile definizione, perfettamente calzante anche nel caso della scrittura sulla musica: «Savinio se ne va in giro tra le idee come se fosse sempre lievemente drogato o ebbro, lontano da ogni centro perché pronto a trovare il centro ad ogni angolo di via, a ogni sussulto del pensiero sul selciato sconnesso delle cose». L’andamento dei diversi saggi che compongono Scatola sonora segue questo itinerario, sempre sostenuto però da una chiarezza stilistica invidiabile. E si configura, nella sua interezza, come un momento unico per l’approfondimento e lo studio dell’opera di Savinio.

Alberto Savinio

Scatola sonora

a cura di Francesco Lombardi, postfazione di Mila De Santis

il Saggiatore, 2017, 600 pp., € 34

Ventotene, grida nel mare

Matteo Moca

Ci sono, nella storia italiana contemporanea, alcuni rimossi che sempre più tendono a sparire nell’oblio se non fosse per strenui tentativi di non cancellare le tristi memorie nazionali. Le isole di Santo Stefano e Ventotene, oggi parte dell’Area naturale marina protetta, stanno scivolando sempre più in un vortice turistico che, in maniera sicuramente incolpevole, vive più le bellezze dell’isola rispetto alla sua nera storia. In queste due isole infatti sono esistiti due mondi diversi, distanti ma accomunati dall’essere entrambi luoghi di reclusione per chi fu costretto a scontare pene per reati o semplici grida di libertà. Da una parte l’isola di Santo Stefano, luogo di prigionia sin dalla fine del Settecento per assassini, delinquenti ma anche oppositori politici e uomini senza colpa. Dall’altra l’isola di Ventotene, trasformata invece da Mussolini in un luogo di confino per chi era contro il suo regime e quindi combatteva il fascismo.

In Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino , edito da Nutrimenti e arricchito da una sincera e sentita prefazione di Emma Bonino, il giornalista e scrittore Pier Vittorio Buffa ricostruisce con grande intensità, in un assai interessante quadro di insieme, le vicende legate alle due isole e le storie di chi in quei luoghi ha scontato pene lunghe e spesso all’insegna della violenza; ma si inserisce pure, con intelligenza, nel dibattito mai realmente sopito sulla pena dell’ergastolo («una pena che non porta alla redenzione, ma solo alla disperazione»).

Il libro, che si mette in ascolto di «un urlo disperato che, sapendolo ascoltare, esce da ogni roccia e da ogni anfratto delle isole», è diviso in due parti. La prima ricostruisce – con rigoroso metodo storico e attraverso la consultazione di numerosi documenti dell’archivio dell’ergastolo di Santo Stefano – la storia delle isole dai Borboni allo stato attuale delle costruzioni carcerarie; la seconda invece, che occupa la maggior parte del libro, lascia la parola agli uomini che hanno vissuto e sono morti nelle isole, raccontandone imputazioni, storie personali e fine, dividendo a sua volta il materiale tra Santo Stefano e Ventotene. Ciò che immediatamente salta agli occhi, in questa seconda parte, è l’intestazione dei capitoli dedicati a Santo Stefano, in cui figura solo un numero. Si tratta del numero di matricola, quello assegnato a ogni detenuto quando varcava le porte del carcere, un nuovo nome che faceva sparire l’identità dell’uomo e che trasformava ognuno di loro in un addendo indistinguibile dagli altri. Le vicende che si incontrano sono le più diverse, ma sono tutte storie che, oltre al medesimo triste finale, mostrano come l’arrivo nell’isola costituisse il definitivo addio a qualsiasi contatto con l’esterno, in particolare con le famiglie. Troviamo quindi la storia di Salvatore Jacovitti, che per sei anni e fino alla sua morte non avrà mai risposta alle lettere scritte alla famiglia, di Bartolomeo Castellana, che si tolse la vita in una delle celle, o di Pasquale De Pascalis, che tenterà fino all’ultimo di sentirsi vivo e non arrendersi all’inedia del carcere. La storia forse più paradigmatica è quella di Giovanni Andrea Addessi che, all’interno di una vita agiata e tranquilla, deve fronteggiare l’infatuazione per una donna che non è sua moglie, bensì quella del giardiniere. Accusato per spirito vendicativo dal marito, di un delitto che non aveva mai commesso, Addessi fu trasportato a Santo Stefano, dove scriverà parole che racchiudono un pensiero comune a molti prigionieri: «L’ho detto a tutti che sono innocente, che non ho ucciso nessuno. C’è anche chi può provarlo. Ma ho capito che non interessava a nessuno fare giustizia. Per questo sono saltato giù. Ossequi Signor Direttore». Lo sfinimento, l’isolamento, l’impossibilità di verificare la sua innocenza, portarono Giovanni Adessi a togliersi la vita: la sua tomba è una delle trentanove sulla quale s’è conservato il nome.

L’ultima parte del libro, come detto, è dedicata all’isola di Ventotene e agli anni del confino fascista. Sarebbe bastato poco per lasciare quell’isola, non c’erano condanne irrevocabili ma solo delle misure di sicurezza per «pericolosi sovversivi». Per tornare a casa dalle mogli e i figli sarebbe bastato ai detenuti fare un saluto romano, dire che si era pentiti e giurare fedeltà al Fascio. Ma i politici, come scrisse Altiero Spinelli che visse il confino in quell’isola, «restavano, in ultima istanza, al confino per elezione, per fornire al paese l’esempio di gente che sa tenere duro». Celso Ghini, comunista a sua volta confinato a Ventotene, aggiunge che «l’antifascista che non fosse diventato fascista e non si fosse prostituito al regime sarebbe potuto restare al confino per il resto della vita». Tra i confinati ci sono i leader dei partiti clandestini di opposizione: tra gli altri passarono periodi più o meno lunghi della loro vita al confino, oltre ai già ricordati Spinelli e Ghini, Sandro Pertini, Umberto Terracini, Ernesto Rossi, o donne come Camilla Ravera e Adele Bei.

Quello di Buffa però, come più volte lui stesso sottolinea, non è il resoconto di vicende personali più o meno curiose ma un «simbolico ceppo per non dimenticare quel che è accaduto su quegli scogli», cioè la sofferenza e la morte di tanti che per motivi arbitrari e ingiusti sono stati costretti alla prigionia. Un racconto storico di respiro ridotto, rispetto ai secoli in cui hanno funzionato questi luoghi di prigionia, ma senza dubbio necessario per leggere questa storia in maniera completa: per non dimenticare le grida di chi non ha più voce e riconoscere, anche nel nostro tempo, la violenza della cattiva giustizia.

Pier Vittorio Buffa

Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino

prefazione di Emma Bonino

Nutrimenti, 2017, 288 pp., € 16

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Francesco Permunian, cronache dall’incubatorio

Matteo Moca

In un’intervista di Antonio Gnoli, dopo l’uscita del Gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti 2013), Francesco Permunian così rispondeva a una domanda sulla sofferenza psichica e sul suo ruolo all’interno della scrittura: «Passo parte dei miei giorni e delle mie notti a scrivere. Sono diventato uno scrivano della follia. Roberto Roversi mi avvertì: la follia va costeggiata, ma attento a non finirci dentro. E ho imparato a non esserne risucchiato. Anche se l’immagine del manicomio è in me sempre presente: come una falla nella stiva della normalità; come un dolore antico che si presenta sotto forma di voragine. A volte la chiamano pazzia, a volte fuga dalla realtà. Però il mio terrore è farne una macchietta, passare per lo strambo di provincia. In letteratura non serve il pittoresco. Servono lucidità e rigore». Follia, lucidità e rigore: sono queste le vie privilegiate per comprendere appieno il mondo straordinario di Permunian, che trova una nuova sistemazione editoriale in Costellazioni del crepuscolo, in cui sono raccolti Cronaca di un servo felice, apparso per la prima volta nel 1999 ed edito con lungimiranza dopo molti rifiuti editoriali da Meridiano Zero (che qui torna in una veste minimamente rinnovata) e Camminando nell’aria della sera, pubblicato invece da Rizzoli nel 2001. A far da cerniera tra le due ristampe un inedito anello di congiunzione, che dà il nome all’intero volume; ad arricchire infine la raccolta sta l’attenta prefazione di Salvatore Silvano Nigro, che ripercorre l’opera di Permunian riuscendo a dare ad essa una lettura univoca e storicizzando la figura dell’autore all’interno del canone contemporaneo.

Chi avesse quindi già letto i romanzi di Permunian nel passato, non troverà in questa nuova edizione sostanziali modifiche, se non un particolare che però, all’interno del preciso mondo di Permunian, assume una certa importanza. Non si trova più infatti nell’epigrafe alla parte seconda della Cronaca la citazione di Sergio Quinzio («La croce è la vera matrice del nichilismo, e la resurrezione è la possibilità di guardarlo») in modo che risalto esclusivo viene dato alla citazione di Thomas Bernhard: «ma da che altro avrei mai potuto trarre vantaggio se non da questa mia pazzia naturale che è oggetto di tutti i miei pensieri?». Il lavoro che ha compiuto allora lo scrittore è quello di dare ordinazione alla follia e costruirci sopra una narrazione certa. Perché la follia di cui parla Permunian non è solo uno stato allucinatorio lontano dalla realtà, ma è invece proprio la follia che si è annidata nella realtà e che adesso non consente di vedere intorno a noi quello che c’è davvero; in questo il romanzo non ha perso nulla della sua forza anche a quasi venti anni di distanza. Il nichilismo del ventunesimo secolo, nel quale, con le dovute eccezioni, è possibile far rientrare una serie di scrittori «settentrionali» come Maino e Trevisan oltre lo stesso Permunian, trova la sua radice in una concezione del mondo dove tutto è possibile e disponibile, dove sono state dispensate promesse che mai saranno mantenute, dove regnano ormai soltanto apparenze. La vecchia contessa e il mondo che ruota intorno a lei, nella Cronaca, sono l’estremo vessillo di un’aristocrazia sfinita che viene raccontata attraverso lo sguardo disincantato di un servo fedele, escluso dalla Storia e forse solo per questo in grado di rappresentare i personaggi – preti, dame ed intellettuali tra gli altri – con una lucidità che si esplica in un registro grottesco e visionario.

Camminando nell’aria della sera invece continua a rappresentare un mirabile coacervo di storie di provincia, intrecciate attraverso lo sguardo del protagonista, il dottor Porfirio Papas, che dalla finestra della sua casa, sul far della sera, ascolta e registra i personaggi e le voci della piazza sottostante. Il romanzo di Permunian costituisce una naturale continuazione della Cronaca, approfondendo l’analisi antropologica che caratterizza l’acutezza del suo sguardo. Anche in questo frangente, però, l’analisi e lo studio non portano alla serenità ma servono ancora, attraverso le manie di un bibliotecario, una zitella scrittrice di lettere d’amore senza destinatario o uno stralunato calzolaio che vede in un buon paio di scarpe l’unico modo per rincorrere la vita nel suo fluire, all’inesorabile scoperta di un buio che porta il dottore protagonista a uno stato di sonno «leggero come la morte», unica via di fuga da un desolante panorama anche qui costruito su illusioni e promesse destinate a non realizzarsi mai.

La novità di questo volume, come si diceva, risiede nel breve intermezzo di Costellazioni del crepuscolo. Pensieri e parole ai bordi della notte : testo molto prezioso perché permette di entrare nel mondo più intimo di Permunian, quello dove si muove il suo pensiero di scrittore, dove si situano le creazioni letterarie e i temi della sua scrittura, il vero e proprio «incubatorio letterario»: «Sul finire del secolo scorso, mentre ero alle prese con il mio primo romanzo, radunai e raccolsi in un faldone tutti quegli appunti sparsi e dispersi che, a vario titolo, potevano risultarmi utili per la versione definitiva di Cronaca di un servo felice. Su quel grosso faldone, an alto a destra, a un certo punto scrissi le parole Costellazioni del crepuscolo. Un titolo provvisorio il quale stava a indicare quella miriade di figure, mezze figure, figurine ed episodi anche minimi». Da ciò che scrive Permunian, si intuisce come questa galleria dia forma alle sue opere narrative. Si incontrano così, in quest’«arca di inesauribili incubi contagiosi», la patria, vista come «un luogo deserto e inospitale che sta tra il buio e la luce», un convento abitato solo da suore impazzite o sogni su un sanatorio che somiglia a quello in cui Kafka tentò invano di curare i suoi nervi. In un fulminante passaggio Permunian parla della scrittura e della letteratura, mostrando la sua umanità di uomo ferito dalla vita, che assegna però alle lettere un ruolo superiore: «Che serve ammattire per ritrovarsi infine tra le mani una pagina tutta sporca di ghirigori e di cancellature? La scrittura è un farmaco pieno di controindicazioni. Eppure, al pari di un buon sonnifero, una pagina di buona letteratura mi è bastata finora contro le turpitudini della vita».

Francesco Permunian

Costellazioni del crepuscolo

prefazione di Salvatore Silvano Nigro

il Saggiatore, 2017, 403 pp., € 24

Matteo Moca

Max Aub, gli alberi hanno memoria

Matteo Moca

max_aub_250Max Aub rientra nel novero degli scrittori nella cui opera il concetto di sradicamento assume un ruolo precipuo e necessario. Figlio di padre tedesco e di madre francese, Aub nacque in Francia nel 1903 ma si trasferì allo scoppio della Prima Guerra Mondiale in Spagna. Fu però costretto all’esilio nel 1939, perché oppositore fiero e sincero del regime franchista. In quell’anno Aub superò i confini spagnoli, ignaro però che da quel momento sarebbe iniziato il suo esilio, poiché rifiutò sempre di stabilirsi in una Spagna ancora sottomessa a Franco. Prima di raggiungere il Messico, dove trascorrerà il resto della sua vita (morirà nel 1972), Aub provò sulla sua pelle, comunque, la violenza della detenzione: a causa del suo attivismo antifascista, l’ambasciata spagnola in Francia, controllata com’era dal regime franchista, lo fece ricercare come «comunista e rivoluzionario d’azione»: dopo l’arresto Aub viene detenuto prima nello stadio di Roland Garros, poi trasferito nel campo di concentramento di Le Vernet d’Ariège e, dopo un breve periodo di libertà, a Nizza, da dove tornerà all’incubo di Le Vernet. Sarà trasferito infine in un campo di concentramento in Algeria, a Djelfa, da dove però riuscirà a uscire e imbarcarsi per il Messico. Proprio in Messico la rielaborazione dell’esperienza traumatica della fuga diventerà un punto cruciale all’interno della sua opera.

Aub, narratore lucidissimo della violenza del regime franchista nonché voce della diaspora spagnola, una volta acquisita la cittadinanza messicana inizierà a chiedersi chi veramente sia: «Cosa sono? Tedesco, francese, spagnolo, messicano? Cosa sono? Niente. Di chi la colpa? Come incolparmi? Eppure, latente, quella fitta, quel verdetto: colpevole. Ho voluto essere uno scrittore. Cosa sono? Romanziere, drammaturgo, poeta, critico? Non sono niente; anche lì, con più ragione, la sentenza: colpevole. […] Di cosa ti lamenti? “Uno è sempre a metà”». È da interrogazioni simili a questa che muovono i racconti di Gennaio senza nome, la prima antologia di racconti di Aub pubblicata in Italia, con la cura di Eugenio Maggi per la casa editrice Nutrimenti. Sono testi che tentano di ricostruire una memoria collettiva, annientata da Franco e dal suo regime nonché dal silenzio delle altre democrazie occidentali; un tentativo però sommerso dall’amarezza, nata dalla consapevolezza che tutto poteva essere differente, e dal dolore esistenziale della lontananza e dell’esilio.

In questi racconti si sentono le voci che parlano della Spagna, della rivoluzione, della politica e della sconfitta, immerse in un processo cognitivo continuamente in movimento, mai domo e rassegnato, simbolo della tensione intellettuale di Aub che necessita di scrivere, di fissare sulla pagina ciò che altrimenti, volatile e fluido, andrebbe perduto. Nel racconto più lungo, il meraviglioso Il lustrascarpe del Padreterno , ci si trova davanti all’ineluttabilità della guerra e del suo vortice che nessuno risparmia. Il protagonista, Malaga, è un doppio dell’autore, come lui catturato in Francia e poi spedito a Djelfa: diverso da quello di Aub è però lo sguardo ingenuo e allucinato rivolto da Malaga a quello che gli va capitando: il suo è peraltro, allo stesso tempo, un punto di vista privilegiato sulla vita del campo, sui ruoli gerarchici tra prigionieri e guardie e sulla durezza di una detenzione che portava sempre più ad assottigliarsi non solo il suo fisico («Era un filo e sorrideva, il suo corpo ormai reggeva solo il sorriso. Orrendo tanto era magro, con gli occhi aperti, brillanti e sporgenti»), ma anche il suo pensiero – che sempre più si avvicina, a causa delle mostruosità e delle violenze, a quello di un bambino, svuotato di tutto.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, sicuramente tra i più originali e toccanti, il punto di vista è invece quello di un vecchio grande albero, che svolge il ruolo di narratore («sono nata in piedi. Sono sempre stata alta, più grande di quanto non si addica alla mia età; sono nata intorno al milleottocentottanta e qualcosa, e poco a poco sono andata allargando, come si deve, il mio tronco e il mio paesaggio»). Lo stratagemma del narratore permette ad Aub di confrontare con grande naturalezza i tempi della natura, delle potature e dei processi naturali, con quello degli uomini, del loro sviluppo tecnologico e ambientale, nella fiera opposizione tra stabilità e movimento: «forse gli uomini sono disgraziati perché si muovono tanto, ma è più quello che si porta via il vento». L’albero assiste al movimento forzato della diaspora del popolo spagnolo verso la Francia, notando come tutti quegli esseri umani, uomini, donne, bambini e anziani, si muovano senza uno scopo futuro, solamente spinti dalla fuga, annotando i dolori del popolo in cammino: «Ieri notte è morto un bambino ai miei piedi; non era che un virgulto, e la madre se l’è portato via, in viaggio verso la Francia, credendo che lì risusciterà; non credo ai miracoli. E non capisco neppure perché muoiano i bambini: la morte è una cosa da rimanerci secchi». E ancora, poco dopo, sempre sulla morte, che è lo spirito che sembra guidare la marcia: «Si muore anche di marciume, quando si hanno le viscere rose dai vermi. Gli uomini muoiono tarlati dall’esterno. Da quello che ho sentito ieri notte, anche di fame».

In tutti i racconti si sente un alone di morte, mosso dal triste presagio che tutto ormai sia perso: la scrittura di Aub, tanto elegante e fine quanto diretta al cuore delle cose, non ha spazio né tempo per la nostalgia o la speranza di un futuro che possa rimettere a posto i tasselli di vite ormai spaiate e decostruite. È una scrittura che nasce da un forte seme autobiografico e si fa letteratura testimoniale, come nota Maggi, dove qualsiasi passato o futuro mostra sempre i traumi di una «mattanza collettiva», dello sradicamento e della fatica del ricordo: «“Dove vanno tutti questi qui?” “Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”. “E una frontiera”. “Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti».

Max Aub

Gennaio senza nome

a cura di Eugenio Maggi

Nutrimenti, 2017, 192 pp., € 17

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cantiGiovedì 25 maggio alle 18 si terrà  a Roma, presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3)   il primo seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. All'incontro, intitolato Verità alternative. Filosofia media politica scienza, partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Speciale Matematica e realtà

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Nello Speciale:

  • Matteo Moca, Imre Toth, ebreo non euclideo
  • Michele Emmer, Matematica divina, calcolo umano

Imre Toth, ebreo non euclideo

Matteo Moca

La conoscenza dell’opera di Imre Toth (morto nel 2012 a Parigi) continua a imporsi, nonostante il trascorrere degli anni, come un tesoro prezioso e proficuo a cui poter fare spesso riferimento. Filosofo e storico della matematica, Toth rappresenta un importante punto di riferimento per chi si interessa delle questioni legate ai dubbi di natura matematica e filosofica: ma anche nei suoi testi legati al ragionamento squisitamente filosofico, e senza dubbio di carattere più specialistico (si prenda a titolo di esempio La filosofia della matematica di Frege, edito da Quodlibet nel 2015), si trova sempre un sentiero percorribile con più semplicità, frutto di una speculazione dal carattere divulgativo nelle sue argomentazioni. Perché per Toth la matematica ha sempre rappresentato la via per tentare di rispondere alle domande ineludibili della nostra realtà, ai dubbi della contemporaneità e agli interrogativi dell’uomo sul suo posto in questo mondo. Toth in particolare amava le teorie non euclidee, quelle che riescono a far pensare l’impensabile. Non è un caso che la sua opera più singolare e affascinante, No!, sia un «palinsesto di parole e immagini», un libro di circa cinquecento pagine che rompe con ogni idea di sistematicità e che è composto, realizzando l’aspirazione di Walter Benjamin, solo da citazioni che, nel loro insieme, generano un flusso in cui si mescola la sua voce con quella di Orwell, Gauss, Husserl, Thomas Mann e Dante, con l’obbiettivo di investigare intorno alle controversie della rivoluzione non euclidea.

L’accurato lavoro di Quodlibet rende ora disponibile per i lettori italiani Il lungo cammino da me a me (arricchito da un lungo ed appassionato saggio di Giancarlo Gaeta), il libro ideale per addentrarsi tra i dubbi di Imre Toth e, in alcuni passaggi, fiaccola indispensabile per illuminare percorsi senza luce. Si tratta di una serie di interviste che costituiscono il racconto di formazione di un matematico e di un filosofo, dalla sua nascita fino alle questioni più personali e filosofiche, con la bussola dello studio a fare sempre da faro. Le interviste sono state realizzate da Péter Várdy, scrittore ungherese che ha incontrato Toth durante un’inchiesta, compiuta verso la fine degli anni Ottanta, sulla realtà del mondo ebraico in Ungheria prima del nazismo. Quest’attenzione all’identità ebraica è il carattere più importante di questo libro, perché spesso vi risuonano le domande di Toth sul ruolo, di estrema contemporaneità, dell’ebraismo, e sul suo rapporto col mondo.

Con un’efficacia narrativa che porta a leggere le prime parti quasi con la passione per un grande romanzo, si parte dalla descrizione del microcosmo di Szatmár in Transilvania negli anni Venti del Novecento, luogo di nascita di Toth e culla di un’importante comunità ebraica in costante pericolo. Toth attraversa tutto il secolo, riflettendo sugli orrori subiti dalla popolazione ebraica (alla deportazione dei genitori scampò per una coincidenza) e sulla progressiva consapevolezza della propria appartenenza. All’interno della vasta letteratura incentrata sul tema della Shoah, quello di Toth è un caso singolare: non si tratta infatti del racconto in prima persona di una vicenda tragica, di una riflessione sulla perdita di razionalità e umanità dell’uomo né del tentativo di riabbracciare i paesaggi della patria: Il lungo cammino da me e me è piuttosto il tentativo di restituire le ultime immagini di un mondo cancellato: del quale si descrivono forme sociali, ambienti, tensioni e stimoli intellettuali: «Nella nostra ricerca siamo stati attenti in primo luogo alla vita quotidiana: com’è stata e com’è cambiata nel corso del secolo, sul piano dell’ambiente, dei rapporti, della scuola, della strada, della relazione tra ebrei e non ebrei».

Il libro non si ferma agli episodi legati alla seconda guerra mondiale, proseguendo poi con ampio respiro verso la nostra contemporaneità. Dopo la guerra infatti Toth si troverà di nuovo in una situazione complessa, per il suo posizionamento all’interno del Partito Comunista. Come racconta a Várdy, Toth era ebreo e comunista in un periodo in cui questa doppia appartenenza non rappresentava un connubio felice. Finita la guerra, infatti, Toth partecipa alla ricostruzione della nuova Romania ma proprio a causa del suo credo subirà, non unico all’epoca, processi antisemiti organizzati dal partito nei confronti dei propri tesserati. Il giovane filosofo si salverà un’altra volta, grazie ai suoi meriti antinazisti, e inizierà a insegnare all’università di Bucarest prima di essere chiamato in Germania, con l’aiuto di Karl Popper, raggiungere gli Stati Uniti e infine stabilirsi definitivamente in Francia dove morirà nel 2010.

Nel suo saggio che chiude il libro, emblematicamente intitolato Una difficile eredità, Giancarlo Gaeta analizza il lascito intellettuale di Toth e scrive che il filosofo appartiene a quella straordinaria cerchia di intellettuali ebrei del Ventesimo secolo, alla pari di Hannah Arendt, Simone Weil e Primo Levi: autori dalla mente razionale, capaci di distinguere le vicende e le tragedie dell’ebraismo da quello che Gaeta definisce, sulla scia di Arendt, «amore per il popolo ebraico».

L’approdo di Toth a una riflessione compiuta sull’ebraismo passa da tappe complicate e da difficoltà ideologiche e psicologiche. Il capitolo centrale di questo libro, che poi dà il titolo alla raccolta, rende conto di questo intimo percorso personale, che trova la sua massima intensità nel periodo trascorso in Germania, e costituisce un documento indispensabile per analizzare aspetti personali che accomunano l’esperienza di Toth a quella di tanti ebrei del Novecento: «Fu in Germania che per la prima volta mi capitò di pronunciare, con profonda convinzione, la frase: “Sono ebreo”. Così, al presente singolare, alla prima persona. Avevo quasi cinquant’anni quando la pronunciai in questo modo per la prima volta, sebbene in me stesso l’avessi sempre accettato».

Imre Toth

Il lungo cammino da me a me. Interviste di Péter Várdy

a cura di Giancarlo Gaeta

Quodlibet, 2016, 288 pp., € 19

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Matematica divina, calcolo umano

Michele Emmer

“È importante rendersi conto che non sono gli algoritmi a decidere di per sé la verità matematica. La validità di un algoritmo dev’essere sempre stabilita con mezzi esterni. La computabilità è un’idea matematica, indipendente da qualsiasi particolare concetto di macchina per il calcolo, ma anche perché illustra l’efficacia di idee astratte in matematica […]. In matematica ci sono cose per le quali l’espressione scoperta è in effetti molto più appropriata di invenzione. Questi sono i casi in cui dalla struttura emerge molto di più di quanto non vi sia posto in principio. Qualcuno potrebbe pensare che in tali casi i matematici si siano imbattuti in opere di Dio. Ci sono altri casi in cui la struttura matematica non ha una unicità altrettanto convincente, come quando nel corso della dimostrazione il matematico ha bisogno di introdurre una qualche costruzione artificiosa e tutt’altro che unica per conseguire qualche fine molto specifico. In tali casi è probabile che dalla costruzione non venga fuori più di quanto vi è stato messo in principio, e la parola invenzione sembra più appropriata che scoperta. Queste sono in effetti opere dell’uomo”.

Così scriveva Roger Penrose nel 1989, in The Emperor’s New Mind. La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini è il titolo di un libro del matematico Paolo Zellini. Un libro che parla di matematica e dei procedimenti di calcolo, gli algoritmi appunto. Ma perché a un non matematico dovrebbe interessare riflettere su cosa sia la matematica, come può essere originata, che cosa significano un procedimento di calcolo e la sua affidabilità?

Quando si ha qualche dubbio sulla nostra esistenza, sulle mostre vite, a chi ci si rivolge? Ai filosofi ovviamente. Loro sì che sono in grado di farci capire quale sia lo scopo ultimo della nostra esistenza, ovvero il fatto che non vi è alcuno scopo. E la matematica è solo questione per addetti ai lavori. Magari è utile, serve a risolvere problemi, ma in fondo non è altro che una forma raffinata di ingegneria e nulla di più.

“In fondo le matematiche sono la più convincente delle invenzioni umane per esercitarsi a quello che è la chiave di tutto il progresso collettivo come di tutta la felicità individuale: dimenticare i nostri limiti per toccare in modo luminoso, l’universalità del vero”: sono parole di un filosofo, Alain Badiou, che da anni, oltre a pubblicare ampi volumi sulle questioni fondamentali del pensiero filosofico, interviene puntualmente nella vita politica e sociale con veri e propri instant book. Un filosofo immerso nella vita di oggi ma che riflette a fondo sulle grandi questioni. La matematica non poteva non interessarlo.

Come qualsiasi altro matematico che voglia parlare anche ai non matematici, Zellini si pone la questione di quale realtà parli la matematica. “È opinione diffusa che i matematici si occupino di formalismi astratti e che solo per ragioni inspiegabili questi formalismi si applicano in ogni ambito della scienza. Concepiamo entità immateriali che sembrano poi destinate a definire modelli di fenomeni che accadono realmente nel mondo”. Per far capire perché queste riflessioni sono non solo dedicate a entità immateriali e inspiegabili formalismi, è utile arrivare subito al capitolo conclusivo del libro di Zellini, intitolato Verum et factum, citazione da Giambattista Vico. (Bisogna perdonare all’autore le tante citazioni e note, spesso essenziali.) “La realtà è qualcosa che dipende dal fare, dal portarla effettivamente a termine con l’azione. La soluzione di un problema matematico dipende dalla possibilità di calcolarla in modo efficiente nello spazio e nel tempo fisici di una esecuzione automatica, che è l’unica strategia possibile a causa dell’elevata dimensione dei problemi”. (Sistemi di milioni di equazioni che simulano un fenomeno fisico, di cui non si può trovare una soluzione esplicita.) “Non sembra esserci nulla di più certo di un processo che, in un numero finito di passi, esegue i calcoli necessari in funzione di dati assegnati. Ma la realtà degli enti matematici si riassume davvero, in modo esauriente, in questa conclusione?”

Torna la domanda, che difficilmente avrà mai una risposta definitiva – fortunatamente, è il caso di dire –, del legame tra matematica e realtà. Quale migliore esempio della rete? “Ogni pagina o documento del web, della immensa ragnatela dell’informazione su scala planetaria, si rappresenta come un nodo di un grafo di enormi dimensioni al quale si può associare una matrice di dimensioni equivalenti (una enorme tabella di numeri) con miliardi di righe e di colonne […]. L’importanza del nodo, cioè del documento web, dipende dall’entità dei collegamenti. L’aggiornamento si esprime allora nel calcolo iterativo, approssimato, dell’autovettore corrispondente all’autovalore massimo di una matrice” (ho volutamente lasciato le esatte parole matematiche di Zellini usando termini elementari della teoria delle matrici) “Un criterio di invarianza presiede al calcolo iterativo della soluzione del problema del web, che consiste nell’assegnare la maggiore o minore importanza di una pagina per elaborare la risposta ad un generico quesito”.

Esempio che tanti nel mondo hanno davanti agli occhi ogni giorno, ma che quasi tutti ignorano da quali calcoli derivino, da quali algoritmi umani che qualcuno ha elaborato immettendo i dati. Dettagli trascurati da parte dei nostri intellettuali e filosofi. Scrive Badiou che “oggi basta avere delle opinioni e una rete adeguata mediatica, per far credere che tali opinioni sono universali mentre sono assolutamente banali. Nella matematica non si può bluffare. I matematici sono coloro che dimostrano risultati prima sconosciuti, e di questo è impossibile farne un sottoprodotto o una caricatura, è impossibile”.

Ma se umani sono gli algoritmi, umane le scelte dei calcoli, perché la matematica ha origini divine? Due sono le parole chiave: crescita e invarianza. “Il fenomeno della crescita non è marginale, perché interviene nella più intima compagine dell’algoritmo”. Il calcolo ricorsivo e la ricerca dell’invarianza, di strutture che si ripetono, della velocità e affidabilità del calcolo, sono le regole auree della computazione. E quando nasce l’idea di crescita, iterazione e invarianza in matematica? “I motivi della crescita dei numeri sono strettamente matematici e si chiariscono grazie a teoremi relativamente avanzati. Ma non è superfluo notare che il motivo della crescita, in ogni suo risvolto è stato oggetto della massima attenzione già nel pensiero antico, ed è precisamente il modo in cui la crescita delle grandezze è trattata nella geometria Greca, nei calcoli Vedici e nell’aritmetica Mesopotamica a far capire le cause della crescita dei numeri negli algoritmi moderni. La ragione è tanto semplice quanto sorprendente: alcuni importanti schemi computazionali sono rimasti immutati da allora fino alle più complesse strategie di cui si avvale oggi il calcolo su grande scala […]. Furono gli dei Indiani Vedici e quelli Graci, molto prima del dio di Descartes, ad assicurare l’esistenza di un nesso tra le concezioni del mistico e della natura, tra la nostra sfera più intima e la realtà esterna”.

Se non si è ancora capito si sta parlando di cultura, di cui la matematica divina e il calcolo umano fanno parte, in modo essenziale ai nostri tempi così poco razionali. Un libro importante, interessante che richiede, come è giusto che sia, un certo sforzo. Comprendere è umano o divino?

Paolo Zellini

La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini

Adelphi, 2016, 258 pp., € 14

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