Uwe Timm, per una volontà etico-estetica

Barbara Julieta Bellini

Uwe Timm è tornato, ed è in forma. Lo avevamo lasciato quattro anni fa con un deludente romanzo mondadoriano, La volatilità dell’amore, e ormai non sapevamo più cosa aspettarci dall’autore ultrasettantenne di Amburgo. Ma il suo ultimo libro, con cui Sellerio inaugura una nuova stagione della fortuna italiana di Timm, ci ha piacevolmente sorpresi: Un mondo migliore segna il ritorno dell’autore alla materia che meglio gli riesce, la ricostruzione e rielaborazione della storia tedesca.

Michael Hansen è un militare statunitense, emigrato dalla Germania in tenera età nel 1932. Delle origini teutoniche gli restano soltanto l’uso della lingua e un buon bagaglio culturale, anche grazie ai suoi studi in letteratura tedesca. Con la guerra agli sgoccioli, viene inviato in missione, «perché parla tedesco e ha la patente»: Hansen parte per la Germania nel 1945 ed è assegnato all’inchiesta sul progetto eutanasia che era stato condotto nel Reich. Gli affidano il compito d’intervistare Karl Wagner, testimone delle attività del defunto Alfred Ploetz, che era stato a sua volta uno dei fondatori del concetto d’igiene della razza alla base del sistema di sterminio delle vite «indegne di essere vissute».

Wagner è un testimone ideale, perché è insieme vicino e distante da Ploetz. Amici di gioventù, era stato un libro ad avvicinarli: Voyage en Icarie, di Étienne Cabet. Questo romanzo presentava il progetto di fondare delle «comunità di ispirazione comunista, in cui regnano l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza, ma non in un imprecisato futuro, bensì qui e ora». Cabet invitava i suoi lettori a partire per gli Stati Uniti e partecipare alla costruzione di questo mondo migliore, Ikarien – che è il titolo originale del romanzo di Timm. È musica per le orecchie di studenti di sinistra quali erano Wagner e Ploetz, che partono prontamente per l’Iowa a visitare una comunità icariana. Ma di fronte agli insuccessi e al perseverare della disuguaglianza nelle comuni, i due amici reagiscono in modo diverso: Wagner – che si vuole umanista e solidale – visita altre comunità prima di rientrare in Germania, dove s’impegna con pubblicazioni per giornali di sinistra, un impegno che lo costringerà a una «vacanza pesante» a Dachau da cui lo salverà, infine, lo stesso Ploetz. Costui invece, figura faustiana di puro intelletto e nulla empatia, si dedica allo studio della storia delle comuni e a una decostruzione della «bella idea dell’uguaglianza» di Cabet: se l’iniquità della natura è «un ostacolo al progresso e all’evoluzione», diventa necessario garantire l’esclusione dei «deboli, i pigri, quelli incapaci di lavorare», ovvero occorre «una rivoluzione biologica che vada ad integrare quella sociale». È l’inizio del lavoro di una vita per lo sviluppo di una razza superiore, che ben s’inserisce nel panorama nazionalsocialista di cui Ploetz è un personaggio di spicco.

Hansen, dal canto suo, è un intervistatore ideale: esterno ai fatti, ma legato alla Germania, rifiuta l’imposizione della «no fraternisation» e si dimostra (talvolta) meno categorico dei suoi colleghi nel disprezzo di tutto ciò che è tedesco: «What an amazing landscape, disse Hansen al suo autista, e quello secco rispose: Yeah, without the Krauts».

L’ambizioso obiettivo di Timm è d’individuare il germe originario della teoria sterminatrice sull’igiene della razza all’interno di un ideale egualitario e solidale. Lo scatto avverrebbe, ci suggerisce il libro, nel momento in cui il singolo perde il suo valore di fronte alla società o – con una parola che allarma i tedeschi e dovrebbe cominciare a insospettire anche noi italiani – il popolo, das Volk. Ploetz «non riusciva a fermare il proprio sguardo sul singolo individuo, ma doveva subito pensare in grande alla totalità: l’umanità»; il che comporta la disponibilità a sacrificare l’individuo per il bene di un’astratta «umanità nel suo complesso» e la rinuncia, per converso, all’«umiltà dinanzi […] all’esistenza di ciascuno». L’utopia di Cabet non ha (ancora) funzionato, dice Timm tramite Wagner, ma non è per la fallacia dell’ideale egualitario, bensì perché questo va integrato con la solidarietà: senza «una scuola di dialettica che eviti l’offesa e l’umiliazione personale», non c’è società che tenga.

La parola «scuola» è significativa. Se c’è un limite importante nel romanzo, è senza dubbio la sua ferma volontà pedagogica, che impedisce al lettore di dipanare da sé il cospicuo materiale raccolto dall’autore. «Sì, la lettura dei romanzi può formare, ma anche produrre assurdi stati di esaltazione», commenta Wagner, e Timm sembra voler andare sul sicuro accompagnando il suo lettore passo passo in ogni pagina. Il romanzo alterna le trascrizioni dei quattordici giorni d’intervista ai trascorsi di Hansen in giro per una Germania in gran parte distrutta: chi legge sarà trascinato, perciò, ora dalla ricostruzione dei fatti del troppo loquace e spesso pedante Wagner, ora dal punto di vista del militare che, se non assume la voce narrante, rappresenta la pellicola su cui s’imprimono le immagini della Germania post-guerra. Un po’ di libertà, forse, non avrebbe nuociuto al godimento di questa pur appassionante storia.

Una storia, poi, che l’autore porge al pubblico come il suo opus magnum. Gli indizi di questa velleità sono tanti: la mole importante, l’ingente lavoro di ricerca avvalorato dalla bibliografia in appendice, l’accenno a un progetto originario del romanzo risalente già al 1978, la ricchezza dei riferimenti letterari colti lungo tutto il volume, l’integrazione – per echi più o meno velati – di tutta l’opera precedente dello stesso Timm. Senza contare, poi, la vicinanza dell’autore rispetto al suo oggetto: Alfred Ploetz altri non è che il nonno di Dagmar Ploetz, la moglie di Timm, a cui è dedicato il romanzo. Eppure ci sembra che la concisione di Come mio fratello, bel libro tradotto nel 2005, non avesse nulla da invidiare alla riflessione di questa nuova pubblicazione, e lasciasse meno spazio alle cadute di stile che ci costringono ogni tanto a chiudere un occhio – come la troppo insistita opposizione tra paesaggio idilliaco e devastazione morale e reale, o ancora come lo sguardo inesplicabilmente acritico dell’autore sul programma di «rieducazione» statunitense in Germania.

La buona traduzione di Matteo Galli consente al lettore italiano d’intravedere quasi sempre le sfumature dell’evocativa lingua tertii imperii e di un tedesco lavorato con cura in diversi toni, accenti, registri. Infine, come lo stesso Galli osservava già in coda alla Scoperta della currywurst – uscito presso Le Lettere nel 2003, e che speriamo di ritrovare presto in libreria –, l’autore ha anche qui il merito di restituire al lettore i dettagli concreti della vita di tutti i giorni, l’abbigliamento, il cibo, le scritte sui muri, che realizzano quell’estetica del quotidiano annunciata dal giovane Timm agli inizi della sua carriera.

Uwe Timm

Un mondo migliore

traduzione di Matteo Galli

Sellerio, 2019, 528 pp., € 15