In volo sulla pelle di zigrino. Incontro con Mathias Énard

Paola Dècina Lombardi

«Nei primi romanzi ho riciclato il materiale delle mie ricerche universitarie sull’orrenda violenza che si era consumata nella cosiddetta Guerra del Golfo tra Iran e Irak, e nella guerra civile libanese», ha detto Mathias Énard nell’incontro col pubblico al Salone del libro di Torino nel maggio scorso, presentando Bussola insieme ad Andrea Bajani. «È stata un’esperienza decisiva», ha aggiunto. «Da allora ho sentito che dovevo fare qualcosa, che dovevo diventare anch’io un combattente, ma non pensavo che avrei affrontato la violenza in forma di romanzo».

E Bajani, non a caso, si è soffermato sull’interrogazione intellettuale, storico-politica e spirituale che caratterizza l’opera di Énard oltreché sul tema cardine di Bussola (Actes Sud 2015; E/O 2016, traduzione di Yasmina Mélaouah) : l’idea falsa di differenza e lontananza dell’Oriente, frutto del punto di vista europeo che ha innalzato frontiere artificiali e fatto dimenticare influenze e prestiti.

Incontrandolo a Firenze, dove all’Institut Français ha presentato Bussola a una platea altrettanto partecipe, e anche di giovani, me lo conferma: «Lo sconforto lacerante che ho provato soprattutto in Medio Oriente, nel vedere come non abbiamo saputo impedire la distruzione di quelle regioni e impedire l’assassinio delle civiltà, di come non sappiamo ancora regolare i nostri rapporti con esse seguitano ad affliggermi. È il sentimento che mi ha spinto a scrivere... amo molto leggere e mi sembra che per il momento, nella situazione attuale, sia una buona idea. Mi viene in mente una scena dei Magnifici sette di Sturges (versione americana, nel 1960, dei Sette samurai di Kurosawa ndr), in cui Steve Mc Queen, uno dei pistoleri ingaggiati per liberare il villaggio dai briganti, racconta ai compagni di aver visto un contadino nudo nascosto in un cespuglio di rovi. Chiestagli la ragione, si sente rispondere: “Mi sembra una buona idea per il momento”. Scrivo per comunicare, far vivere e condividere con altri il grande corpus della letteratura».

Per realizzare con l’arma della scrittura il suo «combattimento» da samurai che decide di restare a difesa dei contadini oppressi dai briganti, c’è voluto un lungo periodo di formazione e di viaggi tra Turchia, Libano e Siria, Egitto, Iran e Irak, dopo il diploma in arte islamica all’École du Louvre di Parigi, e un mese di lavoro a Beirut nel 1991. Colpito da tanta devastazione e umana desolazione approfondisce la sua conoscenza dell’Oriente, seguendo anche i corsi di turco e persiano, russo e vietnamita all’INALCO (Istituto Nazionale di lingue e civiltà orientali) dove si laurea in arabo classico. E durante il dottorato di specializzazione, mentre l’impatto con la realtà dei luoghi che via via esplora arricchisce la sua formazione di nuovi saperi e scoperte, l’attrazione per l’esotismo matura in consapevolezza dei suoi risvolti contraddittori e drammatici, l’interrogazione e la riflessione sui pregiudizi e clichésfuorvianti diventa esigenza di un intervento che vada al di là del carcan accademico, l’ingabbiamento.

Bilancio lusinghiero. In meno di quindici anni dieci libri tradotti in ventidue lingue, tra cui un capolavoro come Zona, e quindici premi, cui si è aggiunto qualche giorno fa il «Gregor Von Rezzori per la Narrativa straniera» e chissà che la candidatura allo Strega europeo non gliene valga un altro.

A sdipanare il filo rosso della finzione narrativa nelle opere di Énard è soprattutto la drammatica attualità dei conflitti che oppongono individui, popoli e nazioni, culture e religioni, mentre il viaggio viene assunto come metafora del processo catartico per interrogarsi e riflettere sull’incapacità di rapporti di reciprocità come, inRemonter l’Orénoque (Actes Sud 2005), il solitario viaggio di una donna per sfuggire alla passione distruttiva di due uomini, o in L’Alcol et la Nostalgie (Éditions Inculte 2011) quello di una coppia che sul treno della Transiberiana s’interroga sulla relazione a tre con un amico morto di cui vanno a recuperare il corpo. Che si tratti dello stupro di una donna da parte di un cecchino, dell’indottrinamento per alimentare il terrorismo, della drammatica rassegna di esperienze di violenza e di morte, ma anche di gioia di vivere e di bellezze del paesaggio coi suoi rimandi artistici e letterari, che si affollano nella mente di un mercenario durante un viaggio in treno da Milano a Roma, o ancora delle peripezie di un giovane immigrato, da La Perfection du tir (Actes Sud 2003) a Zona (Actes Sud 2008; Rizzoli 2011), i primi romanzi sono ambientati nel Bacino del Mediterraneo e sotto il segno della guerra, della violenza, del corpo a corpo con la morte, tra personaggi misteriosi che agiscono in preda a un eros perverso, mentre si sgretolano civiltà, istituzioni e utopie.

Dopo il Breviario per aspiranti terroristi (Verticales-Gallimard 2007; Nutrimenti 2009), in cui tra pamphlet e parodia ha denunciato la barbarie del terrorismo e di ogni fanatismo, ovvero gli artifici delle armi di distruzione e anche quelli della retorica che «incanta le folle»; come in Breviario, in Tout sera oublié (Actes Sud 2013), magnificamente illustrato da Pierre Marquès, un artista chiamato a realizzare un monumento di pace, né bosniaco, né serbo né croato, s’interroga sulle possibilità e sul ruolo dell’arte di fronte alle tracce della guerra del Kossovo vive ancora dopo vent’anni. Se poi in Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Actes Sud 2010; Rizzoli 2013), elaborando frammenti di lettere e appunti di un tormentato Michelangelo chiamato a progettare un ponte sul Bosforo, ha sviluppato liricamente una riflessione sulla storia e sull’armonia originaria nel segno della bellezza e dell’attrazione fusionale, in Via dei ladri (Actes Sud 2012; Rizzoli 2013) ha messo in scena il passaggio all’età d’uomo di un giovane diseredato sul filo di un’attualità segnata da atti terroristici, rivolte della primavera araba e manifestazioni degli Indignados. Alla denuncia dell’orrore del male, si accompagnano le storie degli uomini coi loro vissuti individuali di sofferenze ed emozioni felici, oltre al controcanto delle bellezze della natura e delle testimonianze dell’ingegno umano fondamento delle civiltà. E non manca un leitmotif che si può riassumere negli interrogativi del Breviario, «Come ridare speranza agli oppressi infliggendo un colpo terribile agli avversari della libertà? Come dimostrare che non sono invincibili?», o di Zona: «Ci sarà mai una fine e una redenzione?».

I romanzi di Énard sono costellati di riferimenti letterari, citazioni e allusioni – Cendrars, Céline, Lowry e, tra gli altri, Conrad, da cui ha imparato che «il viaggio può allargare la mente e che in ognuno di noi c’è un cuore di tenebra in agguato». Ma anche Omero: Zona «è scritto insieme all’Iliade, grande romanzo, epico e poetico». A quella tragedia storica universale, tra carneficine belliche e drammi personali, sentimentali e familiari si è infatti ispirato per il soliloquio inquietante di Francis in cui alla rassegna di carneficine si alternano continui rimandi a opere, artisti e scrittori che nel Mediterraneo hanno avuto esperienze di vita opposte al suo teatro di guerra. In Bussola agli omaggi ad autori e opere si aggiungono le illustrazioni e una mole di digressioni culturali – musica, archeologia, architettura, museologia, etnologia – che può far percepire come vertiginose molte pagine. Inutile, bulimico sfoggio di erudizione? Espediente per attirare settori di pubblico o gonfiare dei racconti per renderli romanzi come a volte era costretto a fare Balzac, che Énard considera «il primo scrittore francese a includere un testo in arabo in uno dei suoi romanzi»? In Bussola è inserita infatti la pagina della Pelle di zigrino con l’illustrazione in arabo del monito del talismano, e sono documentati incontri ed esperienze determinanti, nell’attrazione per l’Oriente di Balzac: proponendolo come un esempio per eccellenza del dialogo tra culture stravolto dall’orientalismo di rapina.

Di Balzac, lo scrittore quarantacinquenne sarebbe secondo qualcuno l’erede. Come l’autore della Commedia umana, ma con più successo, Énard si è avventurato nella cofondazione di una rivista e di una casa editrice, l’Inculte. Con un amico ha aperto la galleria parigina Scrawitch, che stampa libri illustrati e litografie dei propri artisti, e a Barcellona (dove vive da dieci anni insegnando arabo) ha aperto perfino un ristorante libanese. Diverse, le motivazioni. Il cronico bisogno di denaro e l’illusione di potersi arricchire per dedicarsi esclusivamente alla scrittura animavano Balzac, il desiderio di condivisione amicale e di agire su vari fronti coltivando le proprie predilezioni sembra motivare Énard. Altre condivisioni rendono però più plausibile quella che può apparire una boutade. Sebbene alla stessa età il «segretario del XIX secolo» avesse già realizzato la sua opera titanica, la voracità di osservazioni ed esperienze, la passione del lettore forte, insaziabile nella sua sete di sapere, il ritmo e la mole della produzione, li accomunano. E ancora di più l’attenzione e la riflessione sui fenomeni e le trasformazioni del mondo contemporaneo, analizzati e rappresentati col ricorso a ogni campo del sapere. È la ragione che rende il loro enorme bagaglio culturale funzionale all’obbiettivo morale e di conoscenza che entrambi associano al progetto narrativo.

«Solo la conoscenza reciproca può riequilibrare la nostra rappresentazione dell’alterità e far luce sul nostro cuore di tenebra», mi dice Énard. «E non mi riferisco soltanto alle frontiere geografiche e ai conflitti politici. Nella storia dei rapporti tra Occidente e Oriente, i più bei momenti li hanno prodotti l’incontro e la mescolanza delle culture». Ed è questo l’obiettivo di Bussola: ritrovare lo strumento giusto per orientarsi ricostruendo la lunga storia dell’amore per l’Oriente di tanti uomini e donne che vi si sono avventurati, e soprattutto attraverso la relazione di un uomo e una donna, legati da un’antica amicizia e animati dagli stessi interessi ma incapaci di appagare il loro reciproco desiderio amoroso.

Nel chiuso di una stanza di Vienna, la porta dell’Oriente, nell’arco di una notte insonne turbata dalla notizia di una malattia temuta come letale e da un messaggio di Sara dall’incerta interpretazione, il musicologo orientalista Franz ripercorre la sua vita in un affollarsi di pensieri e ricordi, paure e rimpianti. Il desiderio frustrato di congiunzione amorosa dei due protagonisti, è la metafora dell’incomprensione tra due civiltà a causa di un orientalismo malinteso e tradito anche dalla patologia – cecità, follia, autodistruzione nella droga e nell’alcol, spionaggio – di studiosi e ricercatori. La malattia di Franz è anche la metafora dell’umanità che avendo perso la bussola avanza smarrita o dilaniandosi, temendo la fine.

Unità di spazio e tempo, soliloquio, viaggio nella memoria, ricerca di salvazione. Con Bussola Énard torna a Zona? «È vero che la costruzione romanzesca di Bussola è molto vicina a quella di Zona», mi risponde, «ma per il contenuto sono molto lontani. Sono le due facce della stessa medaglia: Bussola è la versione luminosa quanto l’altra è buia. Lo sguardo su Zona è rivolto ad Est e il finale potrebbe far prevedere la fine del mondo. Bussola guarda a Ovest, verso il sole della speranza. Anche se molto legati, possono apparire uno lo specchio dell’altro, ma il loro messaggio è molto diverso». Sì, c’è un barlume di speranza, in esergo e in chiusura. «Il mondo in questo momento non dà il meglio di sé. Ogni giorno assistiamo a ogni forma di violenza, allo scontro, alla menzogna, il quadro è estremamente cupo, cosa resta se non la speranza? per quanto un barlume, non la si può abbandonare».

La sua è un’opera che può essere una risposta al che cos’è e che può la letteratura? «Sì, mi sono posto la questione in termini di possibilità di condivisioni. La letteratura è veramente il mezzo di comunicazione che può contrapporsi ai media del nostro secolo – tv, internet e le applicazioni che per l’istantaneità soffocano la riflessione. La letteratura propone il tempo lungo dell’attenzione e della consapevolezza, della maturazione delle idee. Oggi il testo mi sembra sempre più indispensabile, sempre più utile realmente: mi appare l’unico mezzo per veicolare il pensiero, lo strumento che ci permette di sentirci e di essere veramente liberi».

In Bussola la figura femminile è rilevante. Aristocratiche trasgressive, avventuriere che amano passionalmente o esploratrici e studiose attratte dall’Oriente, occupano la scena in modo positivo. E Sara, piena di energia e di sapere, ha un’audacia e una determinazione che mancano al Franz che incerto rimanda l’appagamento del suo desiderio di congiunzione. Il loro rapporto tradotto in immagine fa pensare al Grande vetro di Duchamp: in alto la Sposa desiderosa e messa a nudo che, per quanto desideranti, i Celibi non riescono a raggiungere. Nella diversità di Franz e Sara c’è in parte un rovesciamento di genere come se entrambi nell’attrazione per l’altro e nel legame amicale cercassero di compensare una mancanza di maschile e di femminile. «Ha ragione», concorda Énard. «Ed è un argomento che ho affrontato in Parlami di elefanti, nell’erotica allucinazione di Michelangelo. La volontà di ritorno alle origini, a uno stato di perfezione e volontà di fusione, è il desiderio che caratterizza molti romanzi d’amore medievali, orientali e soprattutto persiani come Leylé o Mynün. Soprattutto nella versione mistica della loro storia c’è la tensione del ritorno a uno stato anteriore a quello della separazione».

Il suo ultimo libro è una raccolta di testi in versi sciolti con intarsi in catalano e castigliano. Tra segni di morte ed emozioni di vita, da Beyruth ai Balcani, dalla Polonia alle steppe russe fino alle montagne del Pamyr: all’evocazione di città e paesaggi, poeti e stati d’animo dei primi due poemi segue, tra humour e ironia, l’ Ultima comunicazione alla Società proustiana di Barcellona, che dà il titolo al libro (Éditions Inculte 2016, 115 pp., € 14,90). Ma è rivolto a una «società proustiana» reale? «Sì», risponde divertito, «e i suoi membri si riuniscono una volta alla settimana alla Laie, una libreria-caffetteria di Pau Clarìs... Quanto ai testi, in effetti non sono datati. I primi risalgono al 1998 e mi hanno accompagnato nel tempo. Sono note, diari di viaggio in cui la scrittura scorre spontanea, testi che ho poi affrontato narrativamente e che considero una specie di mio laboratorio». Fissano infatti le tappe di una recherche: l’Ultima comunicazione, dopo le Stanze che evocano le emozioni di un quartiere magico di Granada e le Ballate di Barcellona con i suoi caffè e vicoli malfamati dove un’umanità derelittà di ladri, canaglie e puttane si consuma tra alcol e droga, si chiude con una frase del Tempo ritrovato di Proust, ovvero «cercate e trovate». Finché c’è tempo.

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La notte europea di Mathias Enard

mathias-enardFilippo Polenchi

La lunga notte del musicologo Franz Ritter, inchiodato al vaticinio di una malattia senza nome e alla «tiratura a parte» ricevuta da Sarah, che gli scrive dalla remota regione del Sarawak, è la scena dell'ultimo romanzo di Mathias Enard, Bussola (premio Goncourt 2015). Tutto in una notte, a Vienna, nel pieno rispetto aristotelico delle tre unità di tempo, luogo e azione, alle quali lo scrittore – francese, ma fedele a una «diaspora» di studio incessante fra Tunisia, Siria, Libano e ora di stanza a Barcellona – ci ha abituato fin dal più celebre dei suoi romanzi: Zona (2008; Rizzoli 2011). Allora, nel claustrale teatrino di una carrozza ferroviaria, si parlava già di Oriente: quello europeo e ustionato dei Balcani. Del resto la bussola di Enard (che insegna arabo a Barcellona), come quella artefatta che Sarah regala a Franz, punta verso Oriente: da Parlami di battaglie, di re e di elefanti (2010; Rizzoli 2013) alla Via dei ladri (2012; Rizzoli 2013).
Se, come dice Kafka, ogni lettera è scritta a un fantasma, anche il carotaggio memoriale di Franz è rivolto a Sarah – presente in absentia – l'orientalista indomita, anima affine al protagonista. Mai come in Bussola Oriente è stato una costellazione così vorace di avventure e avventurieri, aneddoti e cultura. Se in Zona la figura della narrazione era un vortice, uno stream, qui è un samsara, ruota del tempo, « matassa della contingenza e dei fenomeni». Tre sono le stazioni d'Oriente di una quête lunga quindici anni: Istanbul (l'incantamento primevo), Siria (il rovello dell'«alterità» nel deserto di Palmira) e Teheran (speranza tradita dell'Iran) che fanno da cassa ecoica a tutti gli altri orienti catalogati da Franz, nel delirio sorvegliato della notte. Rifugio di occidentali in cerca di luoghi dove «l'uomo e il cielo» sono vicini, «Terzo Oriente» filtrato dalle esperienze di altri esploratori, immagine disneyana di esotismo autorizzata e propagandata dall'Arabia Saudita stessa, Oriente come rêverie per lettori e sognatori di nostalgie coloniali, ma anche «vento dell'alterità» che ha soffiato nell'Europa tra XIX e XX secolo (Balzac che, per primo, inserisce un cartiglio arabo in un suo romanzo; Mozart che col Rondò alla turca è il più bravo a elaborare una marcia di giannizzeri in un concerto europeo e siamo nel 1778; ma la lista è lunghissima). Comunque lo si guardi, l'Oriente, terra di «non-luoghi, utopie, fantasie ideologiche» è forse più propriamente un punto d'incontro fra le convinzioni di Franz – in cerca di «variazioni del sé», del meticcio – e quelle di Sarah – esaltata dall'«alterità» in senso assoluto – giacché Oriente e Occidente sono soltanto rappresentazioni astratte di una «Luce del Tutto» che nasconde le sue tracce per non farsi riconoscere. In definitiva, come recita la citazione di Lucie Delarue-Mardrus: «“Gli orientali non hanno alcun senso dell'Oriente. Il senso dell'Oriente siamo noi occidentali… [...]” Per Sarah queste righe condensano tutto l'orientalismo, l'orientalismo come sogno, l'orientalismo come compianto, come esplorazione sempre delusa».
Allora il pan-umanesimo esibito e fin troppo ecumenico, collide col discorso sulla forma che Bussola innesca inaspettatamente.
Perché, diciamolo: Bussola è un dispositivo romanzesco che guarda a se stesso, a cominciare dai materiali che lo compongono. La resa dei conti di Franz con i propri ricordi è condotta perlopiù su documenti; testi, ipotesi di articoli, abstract, la tesi di Sarah (Visioni dell'altro tra Oriente e Occidente), un libro che il protagonista immagina di comporre e del quale ci propone la divisione in tomi («Delle diverse forme di follia in Oriente»). E pattugliando questo territorio dove l'orografia è anch'essa una scrittura (a margine: non sono fuori di luogo certe affinità tra Bussola e La carta e il territorio: anche il «vino dei morti» ricorda il tirocinio cingalese del poliziotto di Houellebecq) ogni rilevamento rimanda a una rappresentazione: l'immagine di Vienna come «Porta d'Oriente» (che fu di Hofmannsthal) è una costruzione mentale. In quella che è a tutti gli effetti la scena madre del romanzo – la rivelazione atroce di un personaggio, che affonda le sue radici di sangue nel terrore della «Rivoluzione Islamica» iraniana – è dichiarata come una «posa», come una maschera che serve al personaggio per farsi compatire. Del resto, fin dall'inizio, sapevamo che l'insonnia di Franz era letteraria: «Proust fa delle Mille e una notte uno dei suoi modelli – il libro della notte, il libro della lotta contro la morte».
Immagini, residui di specchi. Quale la bussola, dunque? Nel deserto di Palmira l'agnizione stellare di Franz è sconfortante: «Noi stessi, nel deserto, sotto la tenda dei beduini, benché di fronte alla realtà più tangibile della vita nomade, dovevamo fare i conti con le nostre rappresentazioni che, con le loro aspettative, interferivano con la possibilità di fare esperienza di quella vita che non era la nostra». La bussola con l'ago contraffatto è solo un trucco da quattro soldi.
Enard dice che l'amore permette di conoscere l'altro: la schopenhaueriana agape, non l'eros, così idolatra, divinizzante e terrorizzante, l'eros del martire, dei versi scritti da Khomeini in persona. Forse è il basso dosaggio di agape il misterioso morbo che consumerà il protagonista: sciagurata scoperta della «finitudine», propria e collettiva. L'Europa è un corpo malato, che ha assemblato con le pratiche della stregoneria frankesteiniana una creatura senza più differenze, sprofondata nel proprio «sé». Un'Europa wagneriana, contrapposta a quell'altra – tutta aperta e «mediterraneizzata» – evocata da Nietzsche. La speranza è nominata, certo, ma troppo in extremis perché sia realmente affidabile. Mi sembra indicativo che tutto il romanzo sia condotto con la distanza genettiana del sommario, che rende siderale l'intervallo empatico fra storia e lettore, riportando semmai quest'ultimo a un ruolo di puro osservatore. Intanto possiamo sperare solo di sfangare la nottata, pur sapendo che ogni bussola può essere falsificata, ma anche che domani il sole continuerà a sorgere da Oriente.
Mathias Enard
Bussola
traduzione di Yasmina Mélaouah
E/O, 2016, 424 pp, € 19