Scherniti e puniti. Lavoro in movimento al MAST di Bologna

 

Antonello Tolve

1. Yuri Ancarani_Il Capo
Yuri Ancarani, Il Capo (The Chief), 2010, Courtesy of the artist and Gallery ZERO, Milan

Ogni mostra, al MAST di Bologna, è come un colpo sparato da lunga distanza che raggiunge il centro del bersaglio per raccontare, da angolazioni differenti, il mondo dell’industria, quello del lavoro umano, quello delle società che nascono attorno a zone periferiche. Anche quest’ultima esposizione, inaugurata in occasione di Arte Fiera 2017 e dedicata al Lavoro in movimento / Work in motion, è in fitto rapporto con problematiche che dalla seconda metà dell’Ottocento – non dimentichiamo che la Great Exibition of the Works of Industry of All Nations venne organizzata a London nel 1851 – si prolungano nel nuovo secolo, incerto e vorace. A differenze delle mostre organizzate finora, mostre scandite quasi esclusivamente dall’immagine fotografica, il dispositivo proposto da questo “lavoro in movimento” che è anche – e soprattutto – “realtà in movimento”, pone lo sguardo della videocamera sul comportamento sociale ed economico . «Il lavoro è in movimento, e con esso la realtà in cui viviamo, il fondamento della nostra esistenza, la nostra identità, la nostra autostima e la sicurezza in noi stessi» dichiara Urs Stahel, curatore dell’esposizione nonché conservateur en chief della Photogallery MAST. «Tutto sembra essere in movimento, come se sedessimo sul dorso di una tigre senza avere la più vaga idea di quale sia la destinazione del nostro viaggio».

13. Pieter Hugo_Permanent Error
Pieter Hugo_Permanent Error, Courtesy of the artist and Priska Pasquer Gallery, Cologne

Attraverso una selezione di video, di piccoli esempi che tratteggiano il panorama mondiale dell’industria e dei suoi collassi determinati dalla delocalizzazione, dalla crescente qualificazione tecnica, dalla sfera della produzione, della distribuzione e del controllo dell’informazione in un territorio che riguarda il capitale multinazionale, l’esposizione bolognese disegna un itinerario visivo sull’abbandono, sull’assenza dei diritti sindacali, sulla disomogeneità sociale, sul declino della coscienza di classe che è – a detta di José Antonio Piqueras, attento a delineare una storia del movimento operaio – il fenomeno più rilevante della fase attuale.

Guardando i vari filmati in mostra (i lavori sono di Yuri Ancarani, Gaëlle Boucand, Chen Chieh-Jen, Willie Doherty, Harun Farocki / Antje Ehmann, Pieter Hugo, Ali Kazma, Eva Leitolf, Armin Linke, Gabriela Löffel, Ad Nuis, Julika Rudelius e Thomas Vroege) si è come rapiti da uno scatto di sensibilità, da un turbamento e forse anche da un intimo rimorso: quello d’aver preso parte a qualcosa, di aver sottaciuto, di aver “contribuito-a”, di aver “lasciato perdere” con la distrazione di sempre.

Girata a Monte Bettogli (Carrara), nelle cave, dove uomini e macchine scavano la montagna per ricavare lastre preziose, la pellicola in 35mm di Yuri Ancarani (Ravenna 1972), Il Capo / The Chief (2010), fa vedere, ad esempio, un uomo sulla quarantina che controlla e coordina come un direttore d’orchestra le braccia metalliche dei mezzi pesanti utilizzati per la crepatura delle pareti marmoree. «Dirigendo la sua orchestra pericolosa e sublime, affacciata sugli strapiombi e i picchi delle Apuane, il “Capo” agisce in un rumore assoluto, che incredibilmente diventa silenzio», si legge nella sinossi. O.K. (2010) di Ali Kazma (Istanbul 1971) riproduce l’azione di un ragazzo intento, in un ufficio governativo, a timbrare – questo il suo alienante lavoro – risme e risme di fogli, con un ritmo meccanico e frenetico che produce via via un suono ipnotico, quasi una musica che nasce dal crepitio del timbro sulla carta.

17. Ali Kazma_OK
Ali Kazma_OK, Courtesy of the artist and Vehbi Koç Foundation (Production Still; ph. Selen Korkut)

«Negli anni sessanta, a seguito delle politiche della Guerra Fredda e grazie al basso costo del lavoro, Taiwan è diventata un importante centro industriale a livello mondiale»: così spiega Chen Chieh-Jen la genesi del suo penetrante Factory (2003). «A partire dagli anni novanta, le sue industrie ad alto impiego di manodopera sono state delocalizzate verso zone in cui il costo del lavoro era ancora inferiore […]. Nel 2003 ho proposto a molte donne che avevano lavorato negli stabilimenti dell’industria di abbigliamento Lien Fu per più di vent’anni di interpretare in questo filmato il loro vecchio ruolo di operaie, in quella che era stata la sede della loro attività». In un altro lavoro,Permanent Error / Errore permanente (2010) di Pieter Hugo (Johannesburg, 1976), la sopravvivenza è paradossalmente condizionata dalla più grande discarica di rifiuti elettronici d'Africa (quella di Agbogbloshie, in Ghana) dove confluiscono, spesso illegalmente, enormi quantità di scarti elettronici, soprattutto europei. Uomini, ragazzi, bambini, intere famiglie vivono tra milioni di tonnellate di vecchi pc, tv, telefoni cellulari e altri dispositivi per estrarne – unico sostentamento – metalli da rivendere (alluminio, rame, ottone, zinco). Sembra un paesaggio postatomico, dove i fumi e i residui tossici prodotti dai fuochi contaminano l’aria, l’acqua, la terra, le persone, gli animali.

Angoscia, provvisorietà, vetrinizzazione, smarrimento o insicurezza sono parole d’ordine a cui rimandano i video e le videoimmagini di questo “movimento” dell’arte e della vita che rappresenta, oggi come ieri, stati d’animo, innocenze, resistenze, fughe, ritorni, abbandoni, disagi, inquietudini dell’uomo contemporaneo e della sua storia.

Lavoro in movimento / Work in motion

a cura di Urs Stahel

Bologna, MAST (Manifattura delle Arti, Sperimentazione e Tecnologia), 25 gennaio-17 aprile 2017

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lavoratorilegoDi cosa parliamo quando parliamo di libri e di lettura? Quanto e come è cambiata la scuola negli ultimi vent'anni? Che forma ha la felicità sul posto di lavoro? Il cantiere di Alfabeta2 è un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Vi aspettiamo!

Opifici della memoria

Antonello Tolve

«Amo l'industria. Le condutture. Amo i fluidi e il fumo. Amo le cose create dall'uomo. Mi piace vedere la gente lavorare duramente e mi piace la melma, gli scarti che l'uomo produce». Con questa frase, quasi una dichiarazione d'amore per cose che si dissolvono nella nostalgia d'un canto lontano, David Lynch pone l'accento su un personale e passionale progetto che predilige l'archeologia industriale in tutte le sue varie declinazioni poetiche.

Nato il 20 gennaio 1946 a Missoula (nel Montana), e dopo una prima formazione in pittura alla Pennsylvania Academy of Fine Art di Philadelphia (dove realizza, tra l'altro, nel 1966, il suo primo cortometraggio), l'artista si trasferisce a Los Angeles per avviare un percorso cinematografico capace di scavare nel buio e nei misteri della mente. Eraserhead (1977), il suo primo film, diventa ben presto un cult classic, ma anche testimonianza immediata di una forte inclinazione alla pittura, alla scultura e alla fotografia: suoi sono, infatti, gli arredi e le scenografie, «così come i progetti per il Club Silencio di Parigi e Cannes».

01_PressImage l David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 (500x336)

Designer, pittore, scultore, musicista, sceneggiatore, produttore, fotografo, videomaker e icona indiscussa del cinema americano – The Elephant Man (1980), Dune (1984), Velluto Blu (1986), Mulholland Drive (2001) e l'indimenticabile serie televisiva Twin Peaks (1990-1991) sono alcuni dei suoi capolavori –, Lynch è figura eclettica e camaleontica in grado di spaziare, con disinvoltura, tra diversi campi della creatività, per tracciare, con sempre maggiore acutezza, un archivio dell'emotività umana. Tuttavia, se i vari disegni o i maestosi dipinti che realizza e trasforma, in molti casi, in oggetti tridimensionali, sono, da anni, al centro di numerose esposizioni, le opere fotografiche risultano ancora poco conosciute nonostante ci sia, in Lynch, «un rapporto evidente tra fotografia (still photography) e immagine in movimento (moving images)».

Questa omissione è stata finalmente colmata con una recente esposizione organizzata alla Fondazione MAST di Bologna – e realizzata in collaborazione con la Photographers Gallery di Londra – che propone, nelle sale della Mast Gallery, The Factory Photographs, un percorso di ben 111 scatti fotografici (alcuni dei quali inediti) che affermano la versatilità di un artista totale, di un creatore di mondi, di un uomo curioso, incuriosito da cose banali che trasforma via via negli scenari privilegiati del suo mondo.

04_PressImage l David Lynch, Untitled (Lodz), 2000 (500x330)

Scattate tra il 1980 e il 2000 nelle fabbriche di Berlino e delle aree limitrofe, in Polonia, in Inghilterra, a New York City, nel New Jersey e a Los Angeles, le fotografie esposte al MAST presentano un tesoro iconografico fatto di rovine metalliche, di luoghi desolati e fuligginosi, di atmosfere enigmatiche. Ma anche di piccoli disagi (una luce elettrica tremolante o un claustrofobico ascensore), pungenti sensi di desolazione, di ansia, d'inquietudine.

Pozzanghere che riflettono il cielo, strutture ferruginose, edifici simili a imponenti cattedrali, vetrate, cavi elettrici, prese, tubi, ponti. E poi, ancora, un aereo frenato in volo, imposte consumate dal sole, intonaci fatiscenti, mattoni, ciminiere grigiastre, recinzioni, muffe o macchie limacciose. Sono questi i soggetti privilegiati da Lynch per raccontare «ciò che è rimasto – visibile e disponibile – della rivoluzione industriale», spiega Petra Giloi-Hirtz (curatrice della mostra).

03_PressImage l David Lynch, Untitled (England), late 1980s  (500x331)

Accanto alle immagini e ad una installazione sonora diffusa in tutto lo spazio, tre video in loop – Bug Crawls (2004), Industrial Soundscape #1 (2007) e Intervalometer Experiments (2007) – raccontano ulteriormente le intense, complesse, raffinate strategie estetiche che ricostruiscono ambienti umani, stabilimenti della memoria, magie di luoghi apparentemente tranquilli, paesaggi metafisici, viaggi in una dimensione perturbante e scorie di tempo che si deposita sulle cose e sulle case per lasciare sempre un senso di meraviglia, un fiato in sospeso, un leggero e allegro sgomento.